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Sentenza di fine istruttoria del giudice istruttore dott. Lombardi (e successivo rinvio alla Corte di Assise di Milano)

 

 

TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO

Il Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile e Penale di Milano ha pronunciato la seguente SENTENZA nel procedimento CONTRO

BERTOLI Gianfranco, nato a Venezia il 30/4/1933, detenuto per questa causa nelle Carceri Giudiziarie di S. Vittore in Milano:

 

 

IMPUTATO

 

a) del reato di cui all'art.422 cap C.P. per avere, al fine di uccidere, compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità; in particolare lanciava un ordigno sulla folla che stazionava innanzi alla Questura di Milano, cagionando la morte di Bortolon Gabriella, Panzino Giuseppe, Masarin Federico, Saia Felicita Bortolozzi ed il ferimento di 46 persone

In Milano, il 17 maggio 1973;

 

b) del reato di cui all'art. I L.2 ottobre 1967, n.895, per avere, senza licenza dell'Autorità, introdotto nello Stato un'arma da guerra, e precisamente una bomba a mano di tipo militare. Fatto commesso il 16 maggio 1973 al confine italo-francese ed accertato in Milano il 17 maggio 1973;

 

c) del reato di cui all'art.2 L.2 ottobre 1967, n.895, per avere in Italia ed a Milano, fino al 17 maggio 1973, detenuto l'ordigno di cui al capo b) della rubrica;

 

d) del reato di cui all'art.4, cap. L.2 ottobre 1967, n.895 per avere illegittimamente portato in luogo pubblico, sia di notte, sia nel corso di una pubblica manifestazione, l'ordigno di cui al capo b) della rubrica. In Milano, il 16 ed il 17 maggio 1973;

 

e) del reato di cui all'art.495 C.P., per avere dichiarato al personale della Questura di Milano false generalità, asserendo di chiamarsi Magri Massimo. In Milano, il 17 maggio 1973;

 

f) del reato di cui all'art. 648 C.P., pr avere acquistato, verosimilmente in Milano, da persona non identificata, in epoca imprecisata, ma presumibilmente intorno al gennaio 1971, un passaporto intestato a Magri Massimo, e che sapeva proveniente da delitto di furto, commesso in danno del predetto, in Bergamo nel giugno del 1969;

 

g) del reato di cui agli artt.477 e 482 C.P., per avere in concorso con persone allo stato non identificate, falsificato il passaporto di cui al capo f) della rubrica, apponendovi la propria fotografia e modificando i dati relativi alla statura.

Fatto accertato in Milano, il 17/5/1973.

Con la recidiva specifica reiterata infraquinquennale.

 

 

[...] Dopo aver saltato alcune formalità giuridico-burocratiche conviene iniziare dal punto in cui il Bertoli viene esaminato come imputato, con la disamina degli avvenimenti e delle dichiarazioni. g.m.

Pagina 5 della sentenza:

 

 

Moshe Katz

Prima di esaminare le singole fattispecie criminose, si fa rilevare che nel corso dell'istruttoria sono pervenute a questo G.I. numerose segnalazioni anonime, delle quali naturalmente non può aver tenuto alcun conto nelle sue decisioni, anche se su molte di esse sono stati gualmente disposti accertamenti.

 

Alcune di queste sono per esempio quelle giunte ad alcuni giornali relative alla morte dello studente israeliano KATZ MOSHE, deceduto in data 22.5.1973. Per tale decesso è in corso procedimento penale autonomo al fine di accertare le cause della morte.

[La vicenda è intrigante poichè il Moshe, studente universitario a Milano, coabitante con altri due studenti israeliani, viene trovato senza vita nel bagno di casa. La causa del decesso viene subito addebitata alla fuoruscita di ossido di carbonio dallo scaldabagno difettoso. Ma a complicare la vicenda ci si mette una telefonata ad un giornale in cui una voce femminile anonima accusa il Moshe e gli altri due coinquilini di aver avuto a che fare con la preparazione dell'attentato alla Questura compiuto dal Bertoli. Il giudice Istruttore cerca di ottenere la collaborazione delle autorità israeliane per la riapertura della tomba del giovane (il rimpatrio e l'inumazione si erano svolte senza perdita di tempo) ma non riesce nell'impresa ed è costretto alla fine ad archiviare il caso, che forse meritava una serie di esami autoptici e chimici decenti; g.m.]

 

Per dare un quadro completo delle indagini svolte sono state inserite nel fascicolo VI a ff 103-118 fotocopie di alcuni atti relativi a tale procedimento ancora in corso, ma per il quale allo stato non è emerso alcun collegamento con il processo Bertoli (delle segnalazioni anonime come ora detto il magistrato non può tener conto).

 

In questa sede basterà ricordare che dall'esame degli atti sono sorte in questo G.I. alcun perplessità; per tali perplessità, sommariamente esposte nella missiva a ff 112-113 indirizzata alle autorità israeliane, sono stati richiesti alcuni accertamenti di carattere medico legale sulla salma del Katz, accertamenti finora non svolti dalle autorità israeliane.

 

La bomba

[...] Indubbiamente esistono in questo G.I. notevoli perplessità sul fatto che il Bertoli si sia procurato l'ordigno in Israele e comunque il fondato convincimento che non se lo sia procurato nel Kibbutz, come assume negli interrogatori.

 

L'ordigno è certamente di produzione israeliana come risulta dalle iscrizioni sulla linguetta recuperata dopo l'attentato, ove il n.75 indica il codice di serie, il n.26 identifica la fabbrica produttrice e i numeri 10.68 indicano la data di fabbricazione (ved. rapporto RUS Vol.12 foglio 11).

 

L'imputato ha sostenuto di avere sottratto l'ordigno dal Kibbutz circa un anno prima dell'attentato. Va però evidenziato che le indagini disposte in Israele nella immediatezza dei fatti (Rapporto RUS) hanno escluso che si siano mai verificati furti negli ultimi anni dall'armeria del Kibbutz.

 

Dagli ulteriori accertamenti svolti poi dagli ufficiali inviati da questo G.I. in Israele è poi emerso che nell'armeria del Kibbutz non sono mai state custodite bombe, in quanto i militari di stanza nel villaggio erano dotati solo di armi leggere; e oltre tutto nei dintorni non vi erano mai state esercitazioni militari con lancio di bombe.

 

Si consideri poi l'estrema genericità del Bertoli sull'epoca e sul luogo da dove asportò la bomba ("in un alloggio di militari"; "non ricordo bene in quale posto in particolare io abbia sottratto la bomba; mi sembra accanto ad un letto ove vi erano altre bombe"...).

 

L'assenza di una versione concreta e particolareggiata su tali circostanze da parte del Bertoli (altre volte precisissimo) conferma che lo stesso mente su tale punto. Del resto Jacques Jemmi, che divise la stanza con lui per lungo tempo, ha escluso di aver mai visto bombe nell'alloggio.

 

Va poi posta in luce l'estrema improbabilità che l'imputato abbia potuto superare, con la bomba indosso o nella valigia, i minuziosi controlli predisposti dalla Polizia Israeliana al momento dell'imbarco.

 

La avventurosa elusione dei controlli raccontata dallo stesso non appare in verità molto attendibile, specie ove si consideri che questi venivano compiuti due volte sia sui bagagli che sulle persone.

 

Evidentemente il Bertoli ha mentito per nascondere le circostanze spaziali e temporali in cui ricevette l'ordigno. E' probabile che ciò avvenne a Marsiglia, ma non può escludersi aprioristicamente che avvenne anche a Milano.

 

Certo, ammettendo di aver ricevuto l'arma in Francia od in Italia, l'imputato avrebbe dovuto fornire particolari consentendo conseguentemente agli inquirenti un controllo più proficuo sulle circostanze in cui ne venne in possesso, ma soprattutto avrebbe invalidato o quanto meno scalfito, per la prossimità temporale e spaziale con l'attentato, la tesi della strage come atto di rivolta individuale ideato, programmato ed eseguito da Gianfranco Bertoli.

 

Non si comprende d'altra parte perchè l'imputato, così fermamente intenzionato a compiere l'attentato il 17.5.73, abbia preferito correre più volte il rischio di essere fermato alle frontiere con la bomba indosso, quando avrebbe potuto procurarsela facilmente a Marsiglia, dove aveva amici conosciuti durante il precedente soggiorno del 1971, o in Italia.

 

Non va infatti sottaciuto che il Bertoli, tanto bene introdotto tra i commercianti d'armi della malavita veneta, aveva più volte detenuto, venduto e trattato armi (come risulta dalla lettura dei suoi precedenti e dalle sue stesse ammissioni negli interrogatori).

 

Ed in tale commercio, nonostante la sua ideologia, non andava tanto per il sottile, visto che non esitava ad entrare in rapporti con ambienti dai quali per le sue idee avrebbe dovuto tenersi lontano.

 

Egli stesso del resto non ha avuto difficoltà ad ammettere di aver fornito insieme con altri, sia pure in epoca molto lontana (1954-1955), mitra e pistole a un gruppo che si denominava "Fronte anticomunista italiano" e di avere trattato la vendita di armi con persone che intendevano armare gruppi di destra; il tentativo di vendita al MERSI di armi site in un deposito di Asiago (vendita non conclusa essendo trapelato che questi era un confidente della polizia) rafforza ulteriormente il convincimento che per il Bertoli non sarebbe certo stato un problema procurarsi armi di qualsisi tipo in breve tempo.

 

A questo punto questo G.I. ritiene doverosa una precisazione. Nel corso delle indagini occasionalmente si è venuti a conoscenza dell'esistenza di un traffico di armi di grosse dimensioni del quale si stava occupando il CALABRESI poco prima che venisse ucciso.

 

Gli atti relativi a tale indagine, in fase di continuo sviluppo, sono stati stralciati dal presente procedimento per comprensibili motivi di riserbo istruttorio. [...]

 

Il Bertoli va altresì rinviato a giudizio della Corte d'Assise di Milano per il reato di falso in certificazione amministrativa...Il passaporto risulta intestato a MASSIMO MAGRI. Lo stesso ha dichiarato che gli fu rubato nel 1969 dalla sua auto insieme con un giubbotto nero e una borsa, ma che denunciò solo la sottrazione del passaporto.

 

In realtà è emerso che il Magri denunciò lo smarrimento e non il furto del passaporto in data 10.6.1969. Gli accertamenti svolti hanno evidenziato comunque la estraneità ai fatti del Magri.

 

Per quanto concerne il passaporto predetto non può non sorprendere il fatto che il Bertoli abbia potuto entrare e uscire dall'Italia ed attraversare più frontiere con un passaporto intestato a un noto esponente marxista-leninista, tra l'altro grossolanamente falsificato nell'altezza e non rispondente per l'età (l'imputato appariva certamente di età superiore ai 30 anni indicati sul documento).

 

Sorprende poi come le autorità Consolari israeliane di Marsiglia (presso le quali l'imputato fu accompagnato da un individuo di cui sono note le caratteristiche fisiche), abitualmente molto attente nell'assumere informazioni sui loro ospiti, abbiano concesso il visto d'ingresso all'imputato in pochi minuti.

 

Meraviglia ancora che le stesse, pur trattenendo a lungo il passaporto per l'applicazione dei visti di rinnovo (ogni tre mesi), non abbiano mai notato le grossolane falsità.

 

A tal punto va rilevato anche che, secondo quanto riferito al Mersi nel 1970, il Bertoli sarebbe stato in possesso anche di un passaporto francese falso; di esso però non è emersa traccia.

 

 

Il passaporto incontra un'indagine di Calabresi...

 

Dopo tali considerazioni va sottolineato che questo G.I. ha contestato all'imputato di aver commesso il falso in concorso con persone allo stato non identificate. A seguito di indagini svolte si è potuto ricostruire un po' la storia di tale passaporto, trovato in possesso del Bertoli al momento dell'attentato. 

 

In uno dei fascicoli relativi ai numerosi procedimenti penali contro l'imputato è inserita una missiva a firma del Questore F. Manganella, nella quale si riferiva che Gianfranco Bertoli era espatriato in Svizzera e si precisava che lo stesso aveva utilizzato un passaporto contraffatto nel nome e nella data di nascita che sarebbe stata corretta di una decina di anni in meno (chiaramente riferentesi dunque al passaporto intestato a Massimo Magri).

 

Il numero di protocollo cui la missiva faceva riferimento consentiva l'acquisizione agli atti di un fascicolo relativo ad accertamenti che il defunto commissario Calabresi aveva svolto sul Bertoli. Il fascicolo, riesumato dagli archivi, veniva in verità immediatamente messo a disposizione della Autorità Giudiziaria da parte della Questura...[...].

 

Nel fascicolo in oggetto (n.01921/UP) si rinveniva tra l'altro una foto del Bertoli; la stessa foto applicata sul passaporto trovato in possesso dell'attentatore, in cui lo stesso appare più giovane e con la barba ad "U".

 

La sconcertante scoperta veniva spiegata dal Panessa, ex funzionario dell'Ufficio Politico della Questura ora congedatosi. Questi precisava che, tra la fine del 70 e gli inizi del 71, il Calabresi gli aveva riferito che alcuni anarchici milanesi si stavano interessando per fare espatriare un anarchico; gli aveva quindi dato una foto, sul cui retro vi era la stampagliatura di uno studio fotografico di Bergamo, pregandolo di recarsi dal titolare di tale studio per identificare la persona riprodotta sulla foto, in quanto era il titolare del passaporto che stava per essere falsificato.

 

L'accertamento in Bergamo aveva dato esito negativo e probabilmente la foto era stata restituita.

 

Dopo qualche giorno il Calabresi era venuto in possesso di una seconda foto, quella poi rinvenuta in atti, ed aveva riferito al Panessa che tale foto doveva essere apposta sul passaporto falsificato; qualche tempo dopo il commissario aveva riferito che il personaggio in questione, di nome Bertoli, era espatriato in Svizzera.

 

Sulla base di tali risultanze, attraverso vari accertamenti, questo G.I. identificava il soggetto che aveva portato la foto al Calabresi (dovevasi trattare di una "spia" inserita all'interno, o vicina al Circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa, g.m.). Attraverso le sue dichiarazioni, veniva fatta luce su tale vicenda .....

 

Su richiesta del P.M. veniva iniziato un procedimento autonomo per favoreggiamento e concorso in falso in passaporto nei confronti di anarchici che, secondo l'accusa, avrebbero aiutato il Bertoli ad espatriare. [...]

 

Solo lui?

 

[...] Ritiene il G.I. dover sottolineare a questo punto che le indagini istruttorie, per le quali il Bertoli ha sofferto poco più di un anno di carcerazione preventiva, oltre che alla ricostruzione delle varie fasi dell'attentato e all'accertamento degli altri reati commessi dall'imputato, hano avuto anche un altro scopo: accertare se effettivamente l'attentato era stato concepito, preparato ed eseguito dal solo imputato o se nei fatti vi erano responsabilità di altri.

 

Tali accertamenti sono stati svolti frugando nel passato dell'imputato, verificando la veridicità di tutte le sue informazioni, indagando su ogni minimo indizio o sospetto, tentando di ricostruire nei minimi dettagli i giorni precedenti la strage e gli ultimi anni del Bertoli dal momento della sua fuga dall'Italia perchè colpito da ordine di cattura del P.M. di Padova.

 

Le indagini sono state particolarmente complesse perchè si sono svolte anche in Israele, dove il Bertoli soggiornò dal 26.2.1971 all'8.5.1973, e in numerosi paesi europei (Francia, Svizzera, Olanda e Germania) con tutte le difficoltà del caso: si pensi al fatto che si sono dovuti attendere oltre sei mesi per interrogare il teste Knauff Gunther, alias Michele del Montenegro, o alla richiesta prima accolta e poi respinta dalle autorità francesi di trasmettere i cartellini delle telefonate da Marsiglia in Italia nei giorni 13/17/5/1973, fatto che ha impedito il completamento di un accertamento che il G.I. stava svolgendo.

 

Bertoli è un muro...

 

Dopo aver fatto tali premesse, va sottolineato che l'imputato ripetutamente ed ostinatamente dichiara di aver concepito ed eseguito la strage da solo.

 

Riferisce di esser partito dal porto di Haifa, l'8.5.73. La sua nave "Dan" fa scalo il giorno 12.5 a Genova, dove egli ritiene opportuno non sbarcare, ed approfda a Marsiglia alle ore 10 del 13.5; ivi prende una camera all'Hotel Du Rhone. Alloggia in albergo fino alla mattina del 16.5, quando alle ore 6 prende il treno per Milano.

 

Ivi giunge alle ore 16 circa. (La circostanza appare certa: fu visto a Marsiglia prima delle ore 6 ed il biglietto ferroviario trovato in suo possesso è stato controllato sul treno Marsiglia-Milano, come risulta dalla punzonatura a secco dei controllori, che il giorno precedente erano a riposo).

 

A questo punto il racconto del Bertoli diventa sempre più evasivo. Impiega il tempo dalle 16 alle 20 cambiando il danaro, recandosi a piazza Duomo col metrò, girovagando fino a quando prende una camera alla pensione Italia in Via Vitruvio.

 

Nel primo interrogatorio dichiara di aver evitato di prendere contatto con qualsiasi persona per non compromettere nessuno nella sua azione, trattandosi di azione individuale. Solo quando il PM gli contesta la conoscenza del Mersi, l'imputato riferisce di aver telefonato alla moglie dello stesso alle 20,30 di quella sera e di essersi recato nella sua abitazione di via Pericle alle 21, dove era stato raggiunto dal Mersi alle 23-23,15.

 

Alle 23,55 comunque egli lascia l'abitazione, rifiutando il taxi offertogli dal cameriere e mostrando fretta di raggiungere la stazione. Prende il metrò e va a dormire alla pensione Italia (la teste Fusaro localizza il rientro tra le 0,45 e l'1,30).

 

La mattina del 17 esce di buonora (alle 7,30 secondo il teste Benzoni), compra il "Corriere della Sera", dove apprende che ci sarà la manifestazione in Questura alle 10,30, prende il metrò per piazza Duomo ed a piedi si reca in via Fatebenefratelli; ivi, a suo dire, giunge alle 10,40, avendo intenzione di arrivare a cerimonia già iniziata.

 

Ritiene che la manifestazione durerà ancora parecchio e allora va a prendere un cognac in un bar distante circa 50-100 metri dall'ingresso della Questura. Esce, si accorge che la manifestazione è finita e alcune auto già vanno via. Si avvicina in fretta all'ingresso della Questura e dal marciapiedi opposto lancia la bomba in direzione delle autorità che stanno uscendo; il lancio però riesce corto, l'ordigno rotola lateralmente all'ingresso di 5-6 metri e poi esplode.

 

L'obiettivo principale, a detta dell'imputato, sembra Rumor: "Sarei stato lieto di gettare la bomba a Rumor. Purtroppo non mi accorsi del momento in cui uscì dal cortile perchè ero nel bar" - e ancora - "Quando gettai la bomba ero convinto che stava uscendo Rumor e Zandaloy. Non vidi partire l'auto di Rumor; l'avessi vista avrei aperto la portiera e ivi gettato la bomba".

 

Il ritornello del Bertoli

 

Fin qui il racconto del Bertoli. Un racconto pieno di ombre, di lacune, di contraddizioni; una musica piena di note stonate con un monotono ritornello "ho agito da solo".

 

L'imputato ripete ostinatamente il ritornello, ma esso contrasta con tutta una serie di risultanze che è doveroso porre nel giusto risalto.

 

Innanzitutto va posto in rilievo che il Bertoli ha dichiarato di aver gridato "Viva Pinelli". "Viva l'anarchia" durante il lancio dell'ordigno. Tale affermazione in verità contrasta con numerose dichiarazioni di testi oculari, secondo le quali il Bertoli gridò solo quando venne immobilizzato (seguono le dichiarazioni dei testi che abbiamo già pubblicato...;g.m.). In verità il solo Di Fonzo che fu colpito da shock riferisce che lancio, grido ed esplosione avvennero contemporaneamente; la sua descrizione è però confusionaria (riferisce anche di aver sviato il braccio del Bertoli durante il lancio, circostanza completamente inesatta), spiegabile col fatto che nel corso dell'episodio fu colpito da shock.

 

Tali deposizioni sono state riportate per fornire al collegio giudicante un quadro completo e nel tentativo di descrivere l'episodio nei suoi contorni precisi.

 

In verità esse non appaiono da sole sufficienti ad ipotizzare un tentativo di fuga sia pure a livello intenzionale, così come ha ritenuto il Mersi ("non fuggì perchè non ebbe gambe o perchè eventuali complici non giunsero in tempo).

 

Indubbiamente l'impresa del Bertoli era alla "Kamikaze", non gli lasciava sul piano teorico molte possibilità di fuga. Questa, a parere del G.I., sempre sul piano teorico, non era tuttavia impossibile. Si consideri ad esempio, sempre per fornire un quadro esatto della situazione, che alle spalle dell'attentatore, a pochi metri, vi era il bar dell'Annunciata con due ampi ingressi, l'uno di fronte all'altro, il secondo dei quali aperto su via dell'Annunciata (parallela di Via Fatebenefratelli) certamente non molto frequentata e controllata.

 

Fatta tale premessa al solo scopo di fornire al collegio giudicante lo stato dei luoghi ed elementi di valutazione, vanno ora poste in risalto le stridenti contraddizioni emerse nel racconto fornito da Gianfranco Bertoli.

 

Si è già precedentemente sottolineato come questi abbia mentito sulla circostanza di aver preso l'ordigno nel Kibbutz per l'inesistenza in quel luogo di quel tipo di armi, evidenziando come egli non si sia sforzato neppure di dare una versione concreta e particolareggiata che potesse dare all'episodio una parvenza di verità. La circostanza è stata già diffusamente esaminata traendone una serie di deuzioni logiche ed è inutile ripeterci.

 

Il Bertoli ha poi sostenuto di aver programmato e pensato da tempo ad un attentato da compiere in occasione della commemorazione di Calabresi. Sarebbe pertanto partito da Haifa senza essere informato che il 17 maggio vi sarebbe stata una cerimonia nella Questura, ma solo immaginando che in occasione dell'anniversario dell'uccisione una qualche celebrazione si sarebbe tenuta in qualche zona di Milano.

 

Avrebbe appreso le circostanze precise della manifestazione solo la mattina del 17 leggendo il Corriere della Sera (in verità la notizia era apparsa anche sul Corriere della Sera del 14.5 ma l'imputato assume di non aver letto quel giornale).

 

Ora rasenta l'assurdo credere che l'imputato, lasciato il tranquillo rifugio israeliano ("le autorità del Kibbutz hanno insistito perchè rimanessi" egli precisa), abbia affrontato il rischio di un lunghissimo viaggio attraverso l'Europa con la bomba indosso senza neppure la certezza di poter attuare il suo programma ("la mia era solo una supposizione, anzi una certezza morale" - "se la celebrazione non vi fosse stata me ne sarei andato" dice tranquillamente l'imputato).

 

E' questo certamente uno dei punti più deboli della tesi dell'imputato.

 

Ma il Bertoli mente anche su altri punti. Egli assume che nessuno in Italia era al corrente della sua permanenza nel Kibbutz, precisando che la corrispondenza che riceveva proveniva da individui conosciuti nel Kibbutz e poi espatriati.

 

Si è accertato invece che egli riceveva lettere dall'Italia (testi Weinberg e Dina Azzolai) e che in quel Kibbutz non vi erano mai stati italiani. Sequestrando alcuni francobolli, regalati dal Bertoli occasionalmente ad un bambino nel Kibbutz, si nota su uno di essi come timbro di provenienza "Mestre".

 

Ma v'è di più: il Weinberg precisa che il Bertoli gli raccontò che "doveva ricevere una lettera che avrebbe determinato la sua partenza da Israele", "una lettera importante che avrebbe indicato i particolari del viaggio"; il Bertoli gli confermò poi di aver ricevuto ultimamente la lettera e che doveva partire.

 

Lo Shusterman precisò che doveva giungere in Francia il 15.5 dove un compagno lo attendeva, sottolinenando "devo assolutamente essere lì il 15.5", aggiunse che andava in Francia e forse (solo forse) sarebbe andato in Italia, che aveva paura di giungere in ritardo in Francia per il suo incontro.

 

Il 3.5 arrivò per la prima volta al lavoro con mezz'ora di ritardo (è sempre lo Shusterman che parla) dicendo che aveva dovuto scrivere una lettera e spedirla subito.

 

La teste Dina Azzolai, che aveva il compito di ricevere la posta in arrivo e che esaminava i francobolli sulle buste e spediva quelle in partenza, conferma le circostanze, precisando che l'imputato riceveva e spediva lettere in Italia; aggiunge che prima di lasciare il Kibbutz egli scrisse in Italia; ed ancora: "tra il febbraio e l'aprile '73 riceve una lettera che lo preoccupa e riferisce che in essa vi sono brutte notizie".

 

Nei discorsi del Kibbutz egli si qualifica anrchico, parla di Pinelli, sputa veleno sul nome di Calabresi, ma nella sua stanza ospita più volte i fratelli Jemmi aderenti al movimento di destra "Jeuna Revolution" collegato a "Ordre Nouveau".

 

Ha contatti con oscuri personaggi come Yvonne CHANET e BRACHA Eduard, sui quali nulla si è riusciti ad accertare. Fa strani discorsi su persone da lui conosciute, già di idee anarchiche, ben quotate finanziariamente.

 

Sono tutte queste dichiarazioni riportate testualmente di amici che l'imputato aveva nel Kibbutz. Testimonianze inquietanti ed oscure che lasciano pensare a contatti continui, ad una convocazione a Marsiglia per il 15.5.

 

Non si spiega altrimenti perchè egli non sbarchi il 12.5 a Genova quando la sua nave fa scalo in quel porto.

 

 

L'ambiente di Marsiglia...

 

 

A Marsiglia il suo comportamento è particolarmente ambiguo; prende la stanza per tre giorni consecutivi all'Hotel DU RHONE, ma vi dorma solo la prima notte e passa a prendere i bagagli poco prima della partenza per Milano, avvenuta alle 6 del 16.5.

 

L'imputato ribadisce di aver dormito tutte le notti all'Hotel Du Rhone, ma viene smentito dalle concordi e inequivoche dichiarazioni della proprietaria e della inserviente dell'albergo.

 

Egli mente ancora dunque, probabilmente per nascondere di aver incontrato la persona con la quale aveva appuntamento; pur a corto di denaro, egli paga la stanza in albergo per tutte le notti quasi a voler lasciare traccia del suo passaggio. Dà alla stessa proprietaria dell'Hotel Sassi Virginia, l'impressione di volersi far notare, di voler imprimere nella mente di lei il ricordo del suo passaggio nell'albergo intrattenendola con conversazioni fastidiose e prive di interesse.

 

 

A Milano...

 

 

L'imputato, poi, ha ostinatamente dichiarato, anche di fronte a precise contestazioni, di essere giunto davanti la Questura di Milano alle 10,40, di esservi giunto solo, di aver voluto giungere a manifestazione già iniziata per poter agire più indisturbato. Ma anche stavolta mente.

 

Il teste Gemelli della Polizia Scientifica della Questura di Milano ha riferito di aver notato il Bertoli, affiancato da altri due individui sul marciapiedi antistante l'androne della Questura verso le 9,50, ha poi aggiunto di non potersi sbagliare sull'orario in quanto prima dell'inizio della cerimonia, alle 10 circa, egli entrò nel cortile; e poi: "ebbi la netta sensazione che stessero insieme; se così non fosse stato non vi sarebbe stato motivo perchè stessero tanto vicini nonostante vi fossero ampi spazi vuoti sul marciapiede".

 

Il teste Galoppini, barista del bar "Annunciata" sito proprio di fronte alla Questura, riferisce di aver servito un cognac al Bertoli tra le 9,30 e 9,45 di quella mattina. Aggiunge che il suo collega Bonetti servì una bibita allo stesso alle 10,30 (circostanza confermata dallo stesso).

 

Il Bertoli assume invece di aver preso un cognac poco prima delle 11 ma nel bar sito a circa 50-100 metri sulla destra della Questura.

 

E' da escludere, come ha osservato anche il PM, che il Gemelli e il Galoppini, abbiano potuto scambiare, indipendentemente l'uno dall'altro, un'altra persona per il Bertoli, personaggio che per caratteristiche fisiche e abbigliamento non poteva confondersi facilmente con altri.

 

Si consideri poi che il Gemelli per ragioni professionali è portato istintivamente ad osservare con attenzione le caratteristiche somatiche e fisiche delle persone che attirano la sua attenzione.

 

Nè a parere del G.I. errore può esservi sull'orario indicato dai testi. Entrambi lo hanno ricollegato a circostanze certe; il Gemelli entrò prima delle 10 in Questura per uscirne solo al momento dell'esplosione, il Galoppini ha ricordato il particolare dell'aranciata servita dal Bonetti all'attentatore alle 10,30.

 

Il Bertoli dunque mente ancora. Non è possibile che sia caduto in equivoco in quanto tiene particolarmente a sottolineare di essere giunto a cerimonia già iniziata. Egli dunque mente per uno scopo, quello di escludere di essersi trovato sul luogo del delitto tra le 9,30 e le 10,40; poichè tale circostanza appare del tutto irrilevante ai fini della sua responsabilità nell'attentato, evidentemente vuole nascondere qualche dato di fatto rilevante per le indagini.

 

Tale dato può esere la presenza, vicina a lui, dei due individui notati dal Gemelli, uno dei quali caratteristico per particolarità somatiche e fisiche (ne è stato eseguito identikit). Aggiungasi che anche il teste Iannacci notò, sia pure in momento diverso, l'individuo dell'identikit vicino all'imputato.

 

 

Le reticenze che hanno uno scopo...

 

 

La versione dei fatti fornita dal Bertoli è dunque piena di reticenze, di contraddizioni. Se effettivamente la strage è un atto di rivolta individuale concepito, preparato ed eseguito da Gianfranco Bertoli, non si comprende perchè egli abbia taciuto o mentito su tanti particolari. Ciò è certamente avvenuto per uno scopo, quello probabilmente di nascondere agli inquirenti circostanze di fatti importanti per le indagini.

 

Nè gettano luce chiarificatrice sulla vicenda i due episodi avvenuti il pomeriggio del 16.5.

 

Il primo, non confermato dall'imputato ma inequivocabilmente comprovato da numerose risultanze istruttorie, concerne il suo tentativo di prendere contatti con l'anarchico del Ponte della Ghisolfa Amedeo Bertolo, episodio che ha consentito di colmare una grossa lacuna sui movimenti del Bertoli del 16.5.

 

Attraverso le precise deposizioni dei testi Seja Anneli, edicolante in via Passaggio Osi, Laura Reggi e Pietro Valpreda si è potuto appurare l'episodio suesposto, conosciuto attraverso confidenze fatte dai coniugi Valpreda ad amici e ricostruito nei suoi contorni precisi nel corso dell'istruttoria.

 

Alle ore 16,30 circa (ma non può escludersi qualche lieve inesattezza di orario) un individuo si avvicina all'edicola di proprietà della Farvo ove trovasi la Anneli e domanda: "Questa non è mica l'edicola di proprietà di una certa Augusta?" - e la donna "Devo riferire qualcosa all'Augusta? Io sono la nipote"; "No, ho bisogno di parlarle"; al che la donna, insospettita, preferisce non dare spiegazioni allo sconosciuto.

 

Dopo un paio d'ore o forse meno l'uomo si presenta ancora all'Anneli dicendo "Non ho trovato l'Augusta"; al che la donna: "Lei non l'ha neanche cercata" ed innervosita esce fuori dall'edicola, si avvicina al citofono dello stabile ove abita la Farvo distante 7-8 metri, effettua le tre bussate convenzionali avvertendola che uno sconosciuto vuole parlare con lei e passa il citofono all'uomo.

 

Al citofono questi: "Sono un compagno anarchico veneziano. Vorrei l'indirizzo di Bertolo (frase riferita dalla Farvo alla Reggi, moglie di Valpreda, al momento vicina), la Farvo chiede spiegazioni, non ne ha e allora "Lo cerchi sull'elenco".

 

La Farvo, sentita molto tempo dopo, assume di non ricordare l'episodio ma esso, ad avviso del G.I., ha una evidenza probatoria incontrovertibile. A tal punto va sottolineato che l'abitazione della Farvo viene considerata un salotto anarchico di Milano, un luogo dove gli anarchici spesso trovano aiuti ed ospitalità, e va altresì aggiunto che il Bertolo Amedeo (quando si chiede di Bertolo nell'ambiente si fa sempre riferimento all'Amedeo) aveva da un anno cambiato indirizzo ed è un qualificato esponente del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, cui aderiva il defunto Pinelli.

 

L'episodio, nelle dichiarazioni dei testi finisce qui. Esso viene smentito dal Bertoli, ma la sua attendibilità appare certa: la Anneli ha riconosciuto il giorno seguente alla televisione nell'attentatore lo sconosciuto del 16.5; nella ricognizione avanti al magistrato non ha avuto dubbi; ha descritto nei minimi particolari le caratteristiche fisiche somatiche dell'imputato e, quel che più conta, ha indicato circostanziatamente i singoli indumenti indossati dal Bertoli precisandone anche il colore.

 

Aggiungasi poi che l'imputato, nel primo interrogatorio, ha riferito che, poco dopo il suo arrivo a Milano, prese il metrò per portarsi in piazza Duomo, nei cui pressi appunto trovasi l'edicola in oggetto.

 

Va altresì sottolineato al fine di dare un quadro completo delle circostanze emerse, che il Bertoli dichiarò nel 70 al Mersi, incontrato a Milano, che all'epoca frequentava il circolo Ponte della Ghisolfa; di tale gruppo inoltre aveva più volte parlato in Padova (col Faccin al quale aveva mostrato ritagli di giornale riguardanti tale gruppo) e in Israele; Il Bertolo dal suo canto aveva avuto anche rapporti con componenti del circolo Nestr Machno di Venezia (Berti, Gottardi, Mondini) ed una volta aveva anche fatto una conferenza nella sede del gruppo veneziano.

 

Tale circolo veneziano era stato saltuariamente frequentato dal Bertoli; è emerso tuttavia che egli era in realtà tenuto in disparte dai promotori del gruppo per i suoi precedenti penali, perchè spesso ubriaco, per le sue amicizie nell'ambiente della malavita tanto da essere sospettato un provocatore (al Mondini disse di avere anche amici fascisti).

 

Amedeo Bertolo

 

Dopo avere, nel corso dell'esposizione, evidenziato sommariamente i precedenti anarchici dell'imputato, occorre dare una spiegazione all'episodio Bertolo, episodio negato dall'imputato (ma è una costante fissa quella di negare sempre, ostinatamente, anche di fronte all'evidenza).

 

Appare dunque al G.I. probabile, per quanto sopra esposto, che l'imputato conosceva il Bertolo (qualificato esponente di quella corrente anarchica che vagheggia sostanzialmente un socialismo libertario in antitesi all'ideologia individualista stirneriana); ed è probabile che tentò successivamente quel pomeriggio del 16.5 di mettersi in contatto con lui telefonicamente o in altro modo.

 

E' da escludere comunque che vi sia stato contatto in quel pomeriggio in quanto il Bertolo fu assente dalla sua abitazione dalle ore 18 alle 22,30 (i testi Finzi, Lanza e Bizzozzero che rimasero con lui lo confermano).

 

Non sembra a questo G.I. che possa neppure ipotizzarsi allo stato una qualsiasi corresponsabilità del Bertolo nei fatti. Apparrenne inspiegabile, in tale eventualità, che l'imputato non ne conoscesse neppure l'indirizzo.

 

Le spiegazioni possono essere molteplici; lo stesso Bertolo nel suo confronto col Bertoli, confronto chiesto dallo stesso imputato, ha prospettato più spiegazioni nell'ipotesi della buona fede dell'imputato: o il Bertoli cercò di lui in quanto anarchico conosciuto e di vecchia militanza per cercare consiglio; oppure qualcuno a scopo provocatorio, lo indirizzò a cercare di lui a sua insaputa o con motivazioni plausibili per la sua coscienza; oppure ancora fu quello un tentativo di strumentalizzazione a sua insaputa di chi poteva avere interesse a mescolare i cosiddetti opposti estremismi, considerato che a breve distanza di tempo seguì la visita al sindacalista della CISNAL.

 

La spiegazione dell'episodio può trovarsi nelle stesse parole dell'imputato, il quale pur negando ostinatamente l'episodio, precisa che se egli fosse andato a cercare del Bertolo, ciò sarebbe avvenuto per chiarire il gesto che andava a fare, e forse anche inconsciamente per tentare di essere convinto del contrario di quello che stava per fare.

 

C'è anche il Mersi...

 

A tal punto va evidenziato che tale desiderio l'imputato manifestò anche al Mersi, in una pausa del confronto e in un momento di intensa emozione per l'accaduto. "Sono venuto da te con la speranza assurda; speravo che tu capissi ciò che non avevo il coraggio di dirti; speravo di essere frenato".

 

Orbene tali frasi del Bertoli lasciano perplessi. Un individuo che si sente "per vocazione" portato a compiere l'attentato, che abbandona un rifugio tranquillo, che pur colpito da ordine di cattura attraversa mezza Europa e viene in Italia correndo una serie incredibile di rischi (passaporto falso, bomba in tasca) per una eventualità anche vaga che vi sarà una cerimonia il 17.5, ebbene questo individuo, proprio quando è vicino al suo scopo spera di essere dissuaso.

 

La contraddizione logica è inquietante. Essa forse può spiegare le oscure frasi riferite alla Di Lalla e al Mersi la sera del 16.5. "Fece capire di essere stato costretto a lasciare Israele. Aveva timore di essere seguito, pedinato. Si sentiva braccato, essendo invischiato in cose da cui non poteva uscire.

 

"Si sentiva braccato più che per le pendenze penali per quello che poteva essere emerso a sua insaputa dopo l'imputazione di tentato omicidio. Temeva altre accuse".

 

Il missino Mersi, sindacalista CISNAL...

 

 

Il Mersi dunque ebbe la netta sensazione che fosse ricattato o temesse rappresaglie. Le frasi, il contegno del Bertoli, sono tipiche di chi entra in un gioco e non può più tirarsi indietro.

 

Per quanto concerne il Mersi, va rilevato che lo stesso, quando seppe dell'attentato, si presentò spontaneamente in Questura a riferire dell'incontro col Bertoli, incontro che peraltro l'imputato omise di riferire nelle sue prime dichiarazioni.

 

L'amicizia col Mersi, sindacalita della Cisnal, ex confidente della polizia, non deve meravigliare; l'imputato era uso stringere tranquillamente rapporti con elementi anarchici e con altri di ideologie diametralmente opposte, come risulta diffusamente dagli atti del presente processo ed anche da quelli per i quali è stata operata separazione dal procedimento.

 

Nei confronti del Mersi nessuna precisa responsabilità è emersa; lo stesso anzi, frugando nella sua memoria, ha cercato di fornire agli inquirenti tutte le circostanze che potessero apparire utili alle indagini.

 

In verità tuttavia alcune perplessità sono sorte anche dal suo comportamento.

 

Innanzitutto ha sorpreso che egli, mentre era al ristorante Alfio e seppe dell'esplosione, prima ancora che la radio fornisse particolari sull'identità dell'attentatore, immediatamente comprese chi ne era l'autore. Il Mersi ha parlato di intuizione improvvisa, pensando ai discorsi oscuri che il Bertoli aveva fatto a lui e alla Di Lalla nella sua abitazione. E a ciò si può credere.

 

Ma c'è un particolare che desta maggiori perplessità. In data 24.5 il teste Mazzari dichiara al PM che il Mersi alle 23 circa del 16.5 fece una telefonata utilizzando un solo gettone e disse "Pronto dottore, è già arrivato il treno, io sono a casa tra 35-40 minuti".

 

Il Mersi, reso edotto attraverso la stampa, del contenuto delle dichiarazioni del Mazzari, afferma che questi era caduto in un grosso equivoco; precisa poi al G.I. di aver telefonato alle 22,30 alla moglie e non ad altri, chiedendo se l'amico doveva prendere il treno, visto che aveva detto che a mezzanotte doveva essere alla stazione, e aggiungendo che sarebbe arrivato a casa tra 35-40 minuti; non ricorda di aver detto la parola "dottore" anche se non lo esclude, considerata la sua abitudine di appellare scherzosamente con la parola dottore o con altre qualifiche le persone. La Di Lalla ha confermato al G.I. la versione del marito.

 

A tal proposito va rilevato che sia il Mersi che la Di Lalla, nel primo esame reso al PM il 17.5 hanno parlato di una sola telefonata fatta alle 21 dalla Di Lalla al marito, senza aggiungere che questi aveva poi telefonato a casa successivamente.

 

Alla contestazione del G.I. hanno riferito di non aver ritenuto di parlare di due telefonate perchè il particolare non appariva importante. Il Bertoli, presente in casa al momento di questa seconda telefonata, ha riferito: "Non mi pare che la signora Mersi ricevette altre telefonate mentre ero lì. Faccio però presente che ero in uno stato di pieno rilassamento per cui non prestavo attenzione a quanto accadeva".

 

Il difetto di un confronto immediato Mazzari-Mersi in sede di sommaria istruzione, prima che il sindacalista conoscesse le dichiarazioni del Mazzari, non ha consentito di fugare ogni dubbio su tale vicenda.

 

Gli atti compiuti in sede di istruzione formale non hanno modificato la situazione sul punto, anche se non può escludersi l'equivoco, considerata l'abituale approssimatività del Mersi nelle sue dichiarazioni.

 

Conclusioni

 

Finisce qui la disamina dei fatti; si è cercato nel corso dell'istruttoria di chiarirne alcuni aspetti fin dove è stato possibile. Invero nell'animo di questo G.I. sorgono notevoli perplessità. Vi è da dire infatti che le reticenze ed anche le menzogne del BERTOLI contribuiscono a gettare inquietanti ombre sulla vicenda.

 

L'imputato è stato riconosciuto dai consulenti psichiatrici perfettamente capace di intendere e di volere al momento dei fatti; le sue facoltà intellettive, ad avviso dei periti, appaiono grandemente sviluppate.

 

Tale giudizio è pienamente condiviso dal G.I., che ha avuto modo di constatare come la intelligenza e la cultura del BERTOLI siano notevolmente superiori alla media. Sorprendente è anche la sua conoscenza di testi anarchici ed anche filosofici, storici e politici.

 

Il suo discorso è sempre infiorato di citazioni degli autori più vari; a volte egli assume durante gli interrogatori un tono profetico ("Ho ucciso per amore degli uomini e della libertà; ho buttato la bomba per comunicare con gli altri uomini"); a volte ambiguo, come quando tende ad eludere domande insidiose rifugiandosi in frasi d'autore ripetute a memoria.

 

Va poi sottolineato questo: mentre a volte l'imputato è precisissimo, altre volte è evasivo. E quando su tali punti si riesce a fargli fornire particolari viene smentito dalle risultanze processuali.

 

Il fulcro della personalità del BERTOLI è caratterizzato da una incapacità assoluta di inserirsi nella società, che si risolve fin da giovane nel desiderio di andare contro le norme. Diviene abituale frequentatore dell'ambiente della malavita e colleziona una serie impressionante di denunce e condanne per reati contro la persona e contro il patrimonio (atti di espropriazione come egli li chiama).

 

A Mestre, Padova, in Israele egli si qualifica anarchico, ma la sua adesione all'ideologia anarchica appare più una reazione viscerale alla incapacità di inserimento nel sistema, anzichè avere un fondamento razionale.

 

Non si spiegherebbero altrimenti i suoi stretti legami con la malavita, la sua propensione ad atti delinquenziali, la facilità d'intesa con personaggi di ideologia del tutto opposta. Si pensi al MERSI sindacalista della CISNAL, a Sandro SEDONA, implicato in una inchiesta contro un gruppo neofascista, agli elementi di destra cui in passato vendette armi, agli YEMMI in Israele, la cui simpatia per "Ordre Nouveau" l'imputato quasi giustifica dicendo: "Alla base di qualsiasi posizione estremistica di destra o sinistra vi è sempre un senso di rivolta nei confronti della società attuale". Nè l'imputato ha mai nascosto in passato tali amicizie (Mondini disse che aveva amici di ideologia fascista).

 

 

Indubbiamente fra le componenti della sua personalità contraddittoria vi è anche un bisogno di rottura violenta nei confronti degli altri, un desiderio di far qualcosa di dimostrativo che avesse significato di rivolta contro la società.

 

Ciò spiega la sua adesione all'ideale stirneriano ispirato all'individualismo più sfrenato, inteso come volontà di autoaffermazione senza alcun legame con la lotta di classe.

 

La formula

 

Ritenuta dunque la piena legittimità ed opportunità della separazione richiesta dal PM e disposta con tale sentenza, si impone il rinvio di Gianfranco Bertoli al giudizio della Corte d'Assise di Milano perchè risponda, con la contestata recidiva specifica reiterata infraquinquennale, dei reati a lui ascritti ai capi A B C D F e G della rubrica.

P.Q.M.

 

Sulle conformi richieste del PM,

Visto l'art. 374 cpp.

1) Ordina il rinvio del Bertoli Gianfranco al Giudice della Corte di Assise di Milano perchè risponda, contesta la recidiva specifica reiterata infraquinquennale, dei reati a lui ascritti.

Visto l'art. 378 cpp.

2) Dichiara n.d.p. contro Bertoli Gianfranco in ordine al reato a lui ascritto sub E perchè il fatto non sussiste.

3) Dispone la separazione del procedimento penale a carico di Al Ahdal Mohamed Mansor da quello contro Bertoli Gianfranco.

Visto l'art. 46 II° comma cpp.

4) Dispone la separazione degli atti contenuti nel Vol.16 del fascicolo processuale n.2322/73 contro Gianfranco Bertoli ed il proseguimento dell'istruzione formale per concorso in strage a carico di persone allo stato non identificate.

 

Milano, 30.7.74.

IL GIUDICE ISTRUTTORE

(Dott. Antonio Lombardi)