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GLI ESAMI DI "TESTIMONIO SENZA GIURAMENTO" SUL CASO BERTOLI

 

Il sistema reticente

 

di Giorgio Marenghi

 

 

La magistratura milanese, nella persona del dott. Lombardi,  dopo aver ricostruito i movimenti del Bertoli nella giornata del 16 maggio, soprattutto la visita alla famiglia Mersi e i contatti con la gerente della pensione “Italia”, approfondisce ora (siamo già ai primi di giugno) vari altri aspetti della presenza a Milano dell’imputato. L’indagine punta necessariamente sull’ambiente anarchico, sia per le dichiarazioni dello stesso Bertoli che per alcune interviste sui giornali che hanno contribuito a far emergere interessate testimonianze e ambigui distinguo proprio all’interno di questo gruppo.

 

 

Iniziamo con l’esame di “testimonio senza giuramento” del 9 giugno 1973, che coinvolge in prima persona la giornalista Rossi-Landi Florence, collaboratrice di varie testate milanesi. L’interesse del dott. Lombardi è stato catturato da alcun articoli rilasciati dalla free-lance a “Novella 2000” il 4 giugno. Oggetto dell’interesse del giornale il notissimo anarchico Pietro Valpreda, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e in quel periodo in libertà vigilata, visto che l’inchiesta aveva preso un’altra direzione (la “pista nera” di Freda e Ventura).

 

 

Valpreda, sollecitato dal clamore mediatico e interessato a migliorare sempre più la sua posizione giudiziaria, dopo alcuni tentennamenti concede una intervista alla Rossi-Landi che invita a pranzo sia lui che la moglie. Quest’ultima, amica della giornalista, le confida dei particolari importanti.

 

 

“Pensa un po’ – racconta la moglie di Valpreda – che il Bertoli il 16 maggio fra le 18 e le 18,30 è venuto dalla Augusta Farvo, ha suonato il citofono ed ha detto: “Sono un compagno anarchico di Venezia, appena arrivato a Milano; vorrei l’indirizzo di ….(La Rossi-Landi non ricorda sul momento il nome e cognome ma noi possiamo dire che la persona cercata è il dott. Amedeo Bertolo, assistente universitario di Agraria, nome importante a Milano nel movimento anarchico; g.m.)”.

 

 

“Sempre secondo quanto riferì la signora Valpreda, l’Augusta Farvo, sempre diffidente, gli chiese chi fosse. Al che il Bertoli rispose: “Non importa, cerco solo quella persona di cui ripetè il nome. La Augusta gli rispose: “Allora lo cerchi sull’elenco”.

 

 

Continua la Rossi-Landi: “La Augusta Farvo è una giornalaia di fede anarchica. In genere tutti gli anarchici che passano da Milano fanno capo a lei per ogni bisogno. La sua casa è considerata il salotto anarchico di Milano. Tra l’altro lì è ospitato Valpreda con la moglie finchè non troverà un appartamento”.

 

 

L’intervista a Valpreda tocca ora il punto centrale di questo racconto: “Pensa un po’ – commenta Valpreda – potrebbero incastrarmi di nuovo dato che abito dalla Augusta”. Gli domandai: “Ma non pensi che costui sia venuto lì proprio perché vi abiti tu?”. Al che egli: “Penso proprio di sì. Oltretutto poiché la casa è sorvegliata di continuo dai Carabinieri, questo fatto potrebbe essere facilmente risaputo”.

 

 

Il 12 giugno (alle ore 17,45) il magistrato interroga l’Augusta Farvo che resta sulla negativa. Lei non ha mai conosciuto il Bertoli, non ricorda la circostanza….anche se è stata riferita dalla Laura Reggi in Valpreda e dallo stesso Valpreda che abitano nella sua casa.

 

 

Alle ore 21 dello stesso giorno Laura Reggi conferma che dell’episodio ne parlarono a cena tutti e tre, la Farvo, lei e il marito. L’anziana giornalaia disse anche qualcosa a proposito della “leggerezza di certi compagni che chiedono un indirizzo per citofono..”.

 

 

Valpreda distingue…

 

 

Alle ore 19,40 Pietro Valpreda viene a sua volta interrogato e conferma l’episodio. Solo che avendo riferito alla giornalista che “avevo conosciuto il Bertoli” si trova in difficoltà con il magistrato. E cerca di venirne fuori precisando: “Ho detto di conoscere Bertoli, ma in realtà si è trattato di un equivoco, in quanto io pensavo si trattasse dell’anarchico Bertoli Franco nato a Milano il 7 gennaio 1936…Preciso che io ho solo detto che conoscevo un “Bertoli”.

 

 

“L’Ufficio fa presente al teste che sull’articolo di “Novella 2000” a firma Florence Godard è scritto: “E’ chiaro che Valpreda ha conosciuto Bertoli” e fa inoltre presente come sia difficile l’equivoco dopo che la foto dell’attentatore è apparsa su tutti i giornali. Il teste conferma di essere incorso in equivoco”.

 

 

Alle ore 21,30, sempre della sera del 12 giugno 1973, l’Augusta Farvo viene richiamata ma si mantiene sulla negativa e sui “non ricordo”.

 

 

Alle 10,20 ricompare davanti al dott. Lombardi la signora Reggi in Valpreda che afferma: “Ricordo che la Farvo mi disse quanto ho riferito. In questo momento ricordo che l’episodio avvenne nel pomeriggio del 16/5/73, però potrei anche sbagliarmi”.

 

 

E’ la volta del “cercato”

 

 

Il 13 giugno alle ore 12,45 Amedeo Bertolo, l’assistente universitario di cui Bertoli aveva chiesto l’indirizzo, viene ascoltato dal magistrato. Non gli risulta nulla, né la conoscenza visiva né di aver sentito commenti sulla persona. Concede di aver visto l’attentatore in numerose foto ma non nel passato. Ovviamente esclude qualsiasi contatto.

 

 

Il dott. Lombardi gli ripete l’episodio del 16 maggio e ottiene questa risposta dal dott. Bertolo: “E’ un fatto che definisco bizzarro. Tra l’altro il mio indirizzo risulta sull’elenco telefonico e sono l’unico Amedeo Bertolo di Milano. Ho cambiato recapito il 31/12/71…sulla nuova guida telefonica pertanto il mio nuovo numero telefonico è già indicato”.

 

 

“Escludo comunque di aver ricevuto alcuna telefonata dal Bertoli o di persona che non si è qualificata, all’Università, al giornale o a casa….Del passaporto falso intestato a Massimo Magri non ho mai sentito parlare se non per averlo letto dai giornali dopo l’attentato”.

 

 

“Il mio gruppo (il circolo del Ponte della Ghisolfa, g.m.) ha condannato l’attentato in sé, ma si è astenuto da un giudizio sulla persona del Bertoli Gianfranco, essendo insufficienti gli elementi di giudizio sul suo conto”.

 

 

Un episodio intrigante che affiora…

 

 

Un collegamento insidioso su BERTOLO Amedeo emerge dalla testimonianza di uno degli uomini del Commissario Calabresi, un agente dell’Ufficio Politico della Questura di Milano. Vito Panessa depone davanti al dott. Lombardi il 22 giugno (ore 12): “Svolgo il mio lavoro presso l’Ufficio Politico della Questura di Milano…..Ero nell’ufficio del dott. Calabresi all’epoca in cui questi prestava servizio…Ricordo che verso la fine del 70 o inizio del 71 il dott. Calabresi riferì di aver appreso da fonti confidenziali che degli anarchici milanesi tra cui BERTOLO Amedeo si stavano interessando di agevolare una persona affine per ideologia per un espatrio clandestino”.

 

 

“In quel momento non mi disse la persona in favore della quale il Bertolo e gli altri si adoperavano. Lo stesso giorno o il giorno successivo il dott. Calabresi mi diede una foto incaricandomi di recarmi a Bergamo per accertare a chi appartenesse la foto…..Mi fece presente che la foto che mi consegnava apparteneva al titolare del passaporto che doveva essere falsificato”.

 

 

In breve il Panessa non riesce ad appurare chi fosse il titolare della foto. Non se ne interessa più fino al giorno in cui Il dott. Calabresi “…venne in possesso di un’altra foto e mi disse di aver appreso sempre dalla solita fonte confidenziale che tale foto doveva essere apposta sul passaporto falsificato. La foto in oggetto è quella apposta sul passaporto trovato in possesso di BERTOLI Gianfranco”.

 

 

“Ho visto infatti tale foto riportata su un giornale dopo l’attentato e ricordo bene che si trattava della foto che mi fu mostrata dal dott. Calabresi. Mi colpì infatti il tipo di barba a “U” della persona in essa effigiata. Ricordo che il dott. Calabresi informò del fatto alcune Questure avendo saputo che l’individuo che doveva espatriare era veneto”.

 

 

Qualcuno a Mestre-Venezia ricorda…

 

 

Bisognerà  scomodare un veneziano, l’anarchico MONDINI Alberto, che interrogato dal dott. Lombardi il 9 luglio 1973 (alle ore 17) finalmente ammette di aver conosciuto il Gianfranco Bertoli, senza se e senza ma. “Ho frequentato il circolo Nestor Machno dalla costituzione, avvenuta nell’estate del 1968, fino all’autunno del 1970. Conobbi il BERTOLI che frequentò il circolo dal 69 al 70 circa. Fu accolto nel gruppo sia perché anarchico sia perché bisognoso di aiuto. In realtà era tenuto un po’ in disparte per i suoi precedenti penali e perché si ubriacava spesso; partecipava alle manifestazioni e riunioni libere; ebbi la sensazione che si trattasse di un soggetto psicopatico che non riusciva a combinare nulla di buono sia nella società che nel nostro gruppo.

 

 

Frequentava ancora gli ambienti della malavita ed un certo Sandro che ho visto da lei convocato oggi; nel 70 il BERTOLI mi risulta che si allontanò da Venezia per Padova. Non so chi abbia frequentato a Padova all’epoca.

 

 

Il BERTOLI manifestava certamente ideali anarchici”.

 

 

Il grande "errore" degli anarchici del Ponte della Ghisolfa...

 

 

Pubblichiamo il processo verbale di esame di testimonio effettuato l'anno 1974 il giorno 2 del mese di maggio alle ore 16,40, in Milano, nell'Ufficio Istruzione.

 

Avanti il dott. Antonio Lombardi Giudice Istruttore risponde:

Rovelli Enrico, nato a Erba (como) il 18/3/1944, residente a Bollate, via Repubblica, nr.21.

 

Effettivamente ho conosciuto il commissario Calabresi nel 1966 in occasione della richiesta di autorizzazione per effettuare un campeggio anarchico nel comasco; nell'occasione io e i miei compagni non ottenemmo l'autorizzazione; io personalmente ebbi però modo di conoscere il Calabresi, che si mostrò molto gentile. Successivamente mi incontrai nuovamente con Calabresi, in quanto avevo bisogno del rinnovo del passaporto; questo, infatti, era scaduto e non riuscivo ad ottenere il rinnovo in quanto avevo un procedimento penale pendente per cospirazione politica.

 

Ero stato associato ad Ivo della Savia. Per tale imputazione in occasione degli attentati del 1° maggio 1963 a Palazzo Marino e in altri luoghi. Da tale imputazione sono stato prosciolto, non so se per prescrizione del reato o per altri motivi.

 

In quell'occasione, il dottor Calabresi si mostrò gentile con me e mi fece riavere il passaporto. Rividi il Calabresi solo nel 1969, quando fui fermato per accertamenti ad ampio raggio che la Polizia stava svolgendo anche a Riccione, dove mi trovavo, per le bombe del XXV aprile alla Fiera di Milano.

 

Fui fermato in quanto nel mio locale da ballo avevo assunto come disk-Jokei Tito Pulsinelli. Nell'occasione mi interrogò nuovamente il dottor Calabresi con il dr. Allegra. Io fui rilasciato, mentre il Pulsinelli fu trattenuto per un mandato di cattura pendente a suo carico per altri fatti.

 

A D.R.: Sono di ideologia anarchica e naturalmente ho frequentato e frequento attualmente, anche se saltuariamente, gli amici affini per ideologia. Ho letto Bakunin, i testi di Machno e la rivoluzione sconosciuta di Rolin, Non condivido l'ideale anarchico stirneriano.

 

Seguaci dell'ideale stirneriano erano alcuni miei amici e compagni come Angelo della Savia, Paolo Braschi, Ivo della Savia, Eleana Vncileoni in Corradini e Giovanni Corradini. Conosco i predetti dal 1962.

 

Ho frequentato il Circolo della Ghisolfa fin dalla sua fondazione nel 1966/1967. Lo frequento anche attualmente, sia pure saltuariamente. Sono amico di Amedeo Bertolo, che conosco fin dal 1963. Mi vedo, anzi lo vedo nelle occasioni in cui frequento il circolo o in occasioni di manifestazioni anarchiche, come quella di ieri per il I° maggio.

 

A D.R.: Non sono al corrente dell'esistenza di un circolo Nestor Machno a Venezia, città nella quale non sono mai stato. Sono stato solo una volta, lo scorso anno, in Mestre per uno spettacolo musicale da me organizzato. Non conosco Mondini Alberto, nè Gottardo Luciano. Conosco invece, [...] nato a Bassano del Grappa.

 

L'Ufficio fa presente al teste che il [...], nato a Bassano del Grappa, aderiva al Circolo Machno di Venezia. Il teste fa presente di aver conosciuto il [...] a Milano nel 1965 e di averlo rivisto un paio di volte in occasione di convegni.

 

A. D.R.: Per quanto mi risulta Giovanni Corradini, attualmente, è a Milano, ove svolge il suo lavoro di architetto; la moglie Eleana, credo che sia la moglie, avrebbe aperto una boutique a Parigi, secondo voci raccolte. Non mi risulta che la stessa fosse chiamata Lea dagli amici; io l'ho chiamata sempre Eleana.

 

L'Ufficio fa presente al teste che risulta che nel periodo localizzato fra la fine del 1970 e il 1971, egli avrebbe informato il commissario Calabresi che il gruppo aveva intenzione di far espatriare un anarchico, perchè colpito da mandato di cattura. Per tale motivo il gruppo di Ponte della Ghisolfa avrebbe procurato un passaporto falsificato, passaporto smarrito da Massimo Magri, che avrebbe consegnato all'anarchico; dagli accertamenti svolti si è appurato che tale anarchico era Gianfranco Bertoli. L'Ufficio, inoltre, fa presente al teste le dichiarazioni di Evola Renato, funzionario della Polizia scientifica di Milano, in ordine all'episodio avvenuto in Parabiago il 7/9/1970, quando fu effettuato un identikit in forma molto riservata.

 

Il teste risponde:

Non ho mai conosciuto Gianfranco Bertoli. Escludo di aver fatto le confidenze predette al Calabresi tra la fine del 1970 e gli inizi del 1971. Non fui io a consegnare la foto di Gianfranco Bertoli all'Ufficio Politico per qualche giorno alla fine del 1970. Escludo di essere io l'individuo cui fa riferimento il teste Evola nel verbale del 17 ottobre 1973 in relazione all'episodio di Parabiago.

 

A D.R.: Mi sono sposato nel 1965. E' vero che mi dilettavo di pittura almeno fino a quando mi sono sposato; è vero che ho posseduto una mercedes di color marrone scuro, vecchio tipo, con le punte posteriori ad angolo retto sui parafanghi (tipo americano). L'auto era targata MI, ma non ricordo il numero di targa; è vero che alcuni anni fa ebbi un incidente con tale auto, nel corso del quale la stessa riportò un'ammaccatura al parafango posteriore; faccio però presente che quando ebbi l'incidente l'auto era di color bianco e che io la feci verniciare tutta appunto in conseguenza di tale incidente.

 

A D.R.: Sono alto metri 1,60.

 

L'Ufficio dà atto che il teste ha i capelli lunghi sulle spalle e i baffi e che le sue caratteristiche fisiche corrispondono esattissimamente a quelle indicate nel verbale del 24.11.1973 in istruzione sommaria dal teste Evola.

 

A questo punto l'Ufficio, ritenuto che vi è fondato motivo che il teste abbia affermato il falso e taciuto in parte ciò che sa sui fatti sui quali è esaminato, lo ammonisce circa la responsabilità penale.

 

Il teste: a questo punto ritengo sia più utile dire la verità. Faccio presente che sono stato reticente perchè ho avuto in passato i guai con la Giustizia e temevo di averne altri: e desidero vivere tranquillo.

 

A. D.R.: Effettivamente sono io la persona che diede i dati per compilare, in Parabiago, il 7/9/1970, l'identikit che mi viene mostrato in questo momento. Prendo atto che sarò sentito come teste dal Dott. Petrone dopo la conclusione del presente verbale, in ordine ai fatti relativi a tale identikit.

 

Per quanto concerne l'episodio delle fotografie indicato dal maresciallo Panessa nel verbale del 22/6/1973, di cui Lei mi ha dato sommaria notizia, i fatti si sono svolti nel modo seguente:

Premetto che rivelai queste cose al dottor Calabresi dietro le sue pressioni e per evitare atti di ritorsione nei miei confronti. Comunque, tornando ai fatti, ricordo che un giorno ero al Circolo della Ghisolfa e sentii i compagni esponenti del gruppo, cioè Amedeo Bertolo, Umberto del Grande e un altro compagno di nome Cesare, che discutevano se era il caso di aiutare un anarchico, di cui non riferirono il nome, ad espatriare.

 

Ricordo che c'erano anche altre persone che discutevano su ciò, ma non ricordo chi fossero. Ricordo i tre suddetti solo perchè erano gli esponenti più qualificati. I compagni che discutevano erano, comunque, quattro o cinque. Gli stessi erano incerti se aiutare l'anarchico in quanto non lo conoscevano ed anche perchè bisognava sborsare una somma aggirantesi sulle lire 200 mila circa per acquistare un passaporto falso.

 

Non so se gli stessi conoscevano il nome della persona che bisognava favorire. Comunque, per quanto ricordi, non la nominarono. A deciderli a favorire l'individuo fu la garanzia di un vecchio compagno di Venezia, che aveva parlato agli esponenti del gruppo invitandoli ad aiutarlo.

 

I compagni del Circolo, in un primo momento, avevano anche tenuto che si trattasse d'una trappola della Polizia, ma poi l'intervento del compagno di Venezia li spinse ad agire.

 

A. D.R.: Escludo che abbiano essi stessi falsificato il passaporto; ritengo che si rivolsero a qualcuno della malavita per acquistare un passaporto falso. Io quella sera vidi alcune foto dell'individuo che doveva espatriare sul tavolo. Me ne impadronii di una e la portai al dottor Calabresi, che me la restituì dopo un'ora circa; io, che avevo le chiavi del Circolo, non volevo far sapere che una foto era stata asportata. Qualche giorno dopo vidi sul tavolo il passaporto con la foto dell'individuo applicata e vidi, anche, che la foto dell'effettivo titolare del passaporto era stata staccata e messa da parte. 

 

Me ne impadronii e la diedi al dottor Calabresi: non ricordo se anche questa seconda fotografia mi fu restituita; ricordo, però, che c'era sul retro un timbro d'uno studio fotografico.

 

L'Ufficio domanda al teste se si tratti di un timbro di una ditta di Bergamo.

 

Il teste: mi sembra proprio che si trattasse del timbro di una ditta di Bergamo. Quando seppi dell'attentato alla Questura, vedendo la foto di Bertoli sul giornale, quella cioè applicata sul passaporto con la barba ad U, riconobbi subito che si trattava della foto che era stata applicata sul passaporto che avevo visto al Circolo della Ghisolfa. Mi resi conto che i miei compagni avevano fatto una fesseria ad aiutare il Bertoli. Ritengo che non immaginassero nemmeno lontanamente quale matto stessero aiutando.

 

A. D.R.: Dopo tale episodio, che localizzo alla fine del 1970, non ho mai più sentito parlare dell'anarchico aiutato. Neppure dopo la strage ho mai sentito alcuno fare riferimento all'episodio.

 

L'Ufficio domanda al teste se gli risulti che in Quartoggiaro, in una palazzina, sita nei pressi di un bar-tabacchi, avanti il quale vi sono delle file di alberi, vi sia un individuo, meridionale, età 50/55 anni, che avrebbe falsificato il passaporto.

 

Il teste: non conosco alcuno nella zona che fa di questi lavori, anche se non è improbabile che vi sia qualcuno che falsifichi passaporti; infatti ricordo che in Quartoggiaro, in un bar-tabacchi, situato nella zona centrale, vi sono degli alberi; il Bar in oggetto è frequentato da gente della malavita e in esso mi risulta che neppure la Polizia ha il coraggio di entrarci.

 

A. D.R.: Gli anarchici che vanno a Parigi come primo recapito si recano presso una libreria, che è anche sede di un giornale anarchico francese, ove vi è una compagna che gestisce il negozio. E' bassa, rotondetta, capelli castani. Non si tratta della Eleana Vincileoni, che, invece, per quanto mi risulti, gestisce una boutique.

Letto, confermato e sottoscritto

Rovelli Enrico

Antonio Lombardi, G.I.

 

Questa la situazione che affiora dalle carte dell'istruttoria al maggio 1974.