TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO

 

Interrogatorio dell'imputato

 

L’anno 1974 il giorno 24 del mese di giugno alle ore 16,30 nel Carcere di S.Vittore avanti a noi Dott. A.Lombardi e con l’intervento del P.M. Dr. Riccardelli è comparso BERTOLI GIANFRANCO…..che risponde:

 

 

Ad integrazione del capo A) del predetto mandato di cattura, l’Ufficio contesta il reato ex art. 422 c.p., per avere, al fine di uccidere, compiuto atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità; in particolare lanciava un ordigno sulla folla, che stazionava innanzi la Questura di Milano, cagionando la morte di Bortolon Gabriella, Panzini Giuseppe, Masarin Federico e Saia Felicita ed il ferimento di 46 persone; in Milano, il 17 maggio 1973.

 

 

L’imputato precisa che il capo d’imputazione è male formulato, in quanto, come ha già precisato nei precedenti interrogatori, gettò la bomba nei confronti delle persone che stavano uscendo dalla Questura, dopo avere assistito alla manifestazione per la celebrazione di Calabresi, e non sulla folla che stazionava dinanzi alla Questura.

 

 

A D.R.: “Prendo atto che risulta in atti che io sarei stato in Marsiglia, in via Cannabiére. Certamente ciò è vero in quanto la via Cannabiére è una, anzi è la via principale di Marsiglia ed è normale che io, avendo soggiornato tre giorni in Marsiglia, possa essere stato visto in quella via, che, naturalmente, conosco molto bene. L’albergo ove ho dimorato è distante circa cento metri dalla predetta via”.

 

 

A D.R.: “Escludo di aver mai parlato con alcuno prima del 17 maggio del mio progetto di compiere un attentato in occasione della manifestazione dell’anniversario del Calabresi. Prendo atto che dalle indagini è emerso che un individuo ha spedito da Vienna una lettera che preannunciava l’attentato. Ritengo che l’individuo in persona sia dotato di facoltà paranormali”.

 

 

A D.R.: “Ho avuto occasione di parlare più volte con i fratelli JEMMI durante il loro soggiorno nel kibbutz e ad essi ho sempre manifestato il mio odio per Calabresi. Abbiamo parlato a lungo tra di noi su Calabresi e Pinelli; non saprei cosa essi hanno capito dei miei discorsi e se hanno frainteso qualcosa. Non ho mai supposto che uno di essi aderisse al movimento giovanile di Ordre Nouveau, in quanto non hanno mai manifestato tali loro tendenze”.

 

 

“Quando ho detto che se volevo potevo far andare Mersi dentro quando volevo, mi riferivo a circostanze ed episodi che non intendo rivelare perché non sono un confidente della Polizia. Comunque, mi riferivo a fatti di tanti anni fa. Il MERSI non ha l’abito mentale della coerenza, cioè non è abituato a dire cose esatte; egli, infatti, ha riferito numerose inesattezze persino sul modo come mi ha conosciuto. Egli non era che un confidente della Polizia che cercava di incastrarmi”.

 

 

“Prendo atto che MERSI e la DI LALLA hanno dichiarato che io avrei detto che ero invischiato in cose da cui non potevo uscire, che temevo rappresaglie, che ero ricattato. Escludo di aver detto queste cose. Escludo, altresì, di aver detto che i veri amici mi avevano abbandonato”.

 

 

“Non è vero che dissi che temevo di essere controllato e pedinato da altre persona. Vero è che rifiutai di entrare nel Bar con il MERSI e rifiutai il taxi che egli mi offrì, ma non perché temevo di essere controllato, ma solo perché non volevo tenerlo appiccicato a me”.

 

 

L’Ufficio fa presente all’imputato il contenuto delle dichiarazioni del teste escusso in data 2/5/1974 sulle circostanze dell’aiuto dato da alcuni anarchici milanesi, fra cui Amedeo Bertolo, per consentirgli l’espatrio clandestino; dichiarazioni che collimano perfettamente con quanto emerso dalle dichiarazioni del teste PANESSA e che ha un riscontro obiettivo nel rinvenimento della sua foto (quella con la barba ad U) nel fascicolo esistente in Questura prima del suo espatrio.

 

 

Il BERTOLI: “E’ questa una macchinazione della Polizia per incastrare gli anarchici. L’Ufficio fa presente all’imputato che la sua foto, con la barba ad U, era già stata acquisita in data 17 gennaio 1971, come risulta dalla fotocopia della lettera inviata ai vari Questori con allegata la fotografia predetta (la stessa, poi, rinvenuta sul suo passaporto). Non è possibile pertanto, come l’imputato assume, che la foto sia stata inserita successivamente all’attentato, in quanto copia della missiva in oggetto è inserita nel fascicolo processuale del procedimento per tentato omicidio presso la Corte di Assise di Padova; missiva che ha consentito, attraverso il numero della Questura di Milano, cui faceva riferimento, l’acquisizione, da parte di questo Ufficio, e del fascicolo intestato a Gianfranco Bertoli e della foto in esso inserita. Di tale fascicolo e foto precedentemente si era ignorata l’esistenza.

 

 

 

L’Ufficio fa presente all’imputato che egli non poteva non conoscere l’Amedeo Bertolo, sia perché è un esponente qualificato del Movimento anarchico, avendo preso le veci di Pinelli come depositario della Croce Nera, sia per l’affinità con il suo cognome, sia perché, una volta giunto a Milano da Marsiglia, egli si recò sotto l’abitazione di Augusta FARVO e chiese di Amedeo Bertolo, episodio già esaurientemente contestato e provato attraverso le numerose deposizioni testimoniali e il riconoscimento della teste Seija Anneli, che descrisse dettagliatamente anche i singoli capi di vestiario indossati dal Bertoli quel pomeriggio, né poteva la teste, come assume l’imputato, riferirsi agli indumenti indossati dal Bertoli e visti per televisione, in quanto la stessa descrisse esattamente anche i colori degli indumenti, riscontrati esattamente con gli indumenti sequestrati.

 

 

A questo punto il BERTOLI chiede che venga sospeso l’interrogatorio, data l’ora tarda (ore 22,30) anche perché si sente male. L’Ufficio rinvia l’interrogatorio alle ore 16,30 di domani 25 giugno 1974.

 

Letto, confermato e sottoscritto

GIANFRANCO BERTOLI

 

 

 

Continuazione dell'interrogatorio in data 25 giugno 1974 – ore 16,30

 

 

L’Ufficio dà atto che si prosegue nell’interrogatorio del Bertoli, sospeso alle ore 22,30 del 24/6/1974 per un malessere dell’imputato.

 

 

A D.R.: “Non sono andato da Bertolo: Se ci fossi andato, lo avrei fatto per chiarire i motivi del gesto che andavo a compiere. Avrei detto agli anarchici di Milano che io non accetto il loro metodo di lotta, ma credo soltanto nell’atto individuale di rivolta, inteso nel suo significato propagandistico verso gli altri”.

 

 

A D.R.: “Ho rinunciato a cercarlo perché avrebbe potuto dissuadermi. Preciso, anzi, che avrei rinunciato a cercare non Bertolo Amedeo, che non conosco, ma qualsiasi altra persona che avrebbe potuto dissuadermi. Sono andato da MERSI, che era la persona che più disprezzavo, in quanto ero convinto che, parlando con lui, mi sarei rafforzato nel mio proposito. Ribadisco, però, che non ho cercato Amedeo Bertolo il 16/5 perché non l’ho mai conosciuto, né ho mai letto suoi scritti sulle riviste anarchiche”.

 

 

A D.R.: “Non è vero che il passaporto di Massimo Magri mi fu dato da elementi aderenti al Circolo Ponte della Ghisolfa. Esso mi fu dato da un individuo di cui non so indicare ora neppure le caratteristiche fisiche, dato il tempo trascorso.

 

 

Chiedo di essere messo a confronto con Amedeo Bertolo per vedere se è la persona che mi ha dato il passaporto”.

 

 

Letto, confermato e sottoscritto

GIANFRANCO BERTOLI

 

 

Continuazione dell'interrogatorio/confronto con Amedeo Bertolo in data 25 giugno 1974 – ore 17,45

 

BERTOLI G.: Ho chiesto un confronto con BERTOLO Amedeo per rendermi conto se trattasi di persona che ho mai vista o conosciuta. Posso dire ora che questa persona io non l'ho mai vista, nè conosciuta. Ho solo letto il suo nome sulla Storia dell'Anarchismo italiano di Pier Carlo Masini molti anni fa. Faccio inoltre presente le teorie anarchiche professate dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, perchè credo solo nell'atto individuale, che va inteso come propaganda del fatto.

 

BERTOLO A.: Non conosco l'individuo che mi sta di fronte. Il Giudice mi ha palesato che le risultanze processuali confermano che Lei ha cercato di me il pomeriggio del 16 maggio, cioè prima di compiere l'atto di cui contesto la esemplarità. Se tale episodio è realmente avvenuto, come il Giudice mi ha fatto presente, lo stesso episodio, a mio avviso, potrebbe trovare due sole spiegazioni nell'ipotesi della Sua buonafede. L'una che abbia cercato di me in quanto anarchico conosciuto e di vecchia militanza, per cercare confidenze, o consigli o per discutere con me la sua convinzione; l'altra è che qualcuno, in qualche modo, la abbia indirizzato a cercare di me, a sua insaputa o con motivazioni plausibili per la sua coscienza. E' evidente che nel secondo caso chi l'avesse eventualmente indirizzata a me, perseguiva uno scopo provocatorio.

 

BERTOLI G.: Se avessi avuto dei dubbi, magari inconsci su quello che dovevo fare, avrei forse cercato di parlare con qualcuno per chiarirli. Ma questi dubbi non li avevo. Anche se avessi trovato uno di loro, anarchico, lo avrei evitato.

 

L'Ufficio ribadisce ancora una volta al BERTOLI Gianfranco le risultanze processuali che confermano, o che egli chiese del BERTOLO in quel pomeriggio e tra di esse vi è anche una dichiarazione di un anarchico come Valpreda.

 

BERTOLI G.: Non ho niente a che fare con Valpreda, che non considero un vero anarchico. Ritengo lo stesso individuo fantasioso, poco serio, tanto è vero che si è presentato candidato alle elezioni.

 

BERTOLO A.: Poichè mi è stato riferito che lei avrebbe affermato che avrebbe compiuto un attentato anche nell'ipotesi che la sua mano fosse armata all'attentato da fascisti o dall'apparato statale, poliziotti, magistrati, etc., ritengo che non sia infondata la possibilità cui ho accennato prima che qualcuno possa avere strumentalizzato la sua buonafede e la sua sacrosanta rabbia contro lo Stato.

 

BERTOLI G.: Ho risposto ad una domanda teorica postami dagli inquirenti, i quali si rifacevano al concetto Egoista espresso dallo Stirner nella sua opera "L'unico e la sua proprietà", che o per altro motivo non abbiano letto o letto molto superficialmente, i quali mi chiedevano se, proprio in base alle mie convinzioni filosofiche di negazione dei concetti assoluti di morale, di bene o di male, e di etica, quali sono comunemente accettati ed imposti, avrei forse potuto, pur di compiere un atto di rivolta individuale o di propaganda mediante il fatto, di servirmi di mezzi fornitimi da altri, ma solo sul piano teorico. Comunque tengo a precisare che non ho mai avuto intenzione, col mio gesto, di nuocere agli anarchici non stirneriani, cioè non individualisti, anche se dissento dalla loro ideologia.

 

BERTOLO A.: L'episodio da lei negato e di cui viceversa il giudice istruttore è certo, cioè il tentativo di mettersi in contatto con me, cui sarebbe seguito, a breve distanza di tempo, una visita a un esponente della CISNAL, potrebbe spiegarsi con la ipotesi di una strumentalizzazione a Sua insaputa di chi ha interesse a mescolare i così detti opposti estremismi e ad invalidare anche in questo modo la esemplarità del suo gesto. Dalle fotografie pubblicate sui rotocalchi che indicherebbero una sua familiarità con il fascista Freda.

 

BERTOLI G.: I motivi per cui sono andato da MERSI li ho esaurientemente indicati al G.I. Se fossi per caso andato a cercare di lei, ciò sarebbe avvenuto per chiarire quel che volevo fare, e forse anche inconsciamente per tentare di essere convinto del contrario di quello che stavo per fare. Comunque non rinnego, oggi, quello che ho fatto.

 

Letto, confermato e sottoscritto.

GIANFRANCO BERTOLI

AMEDEO BERTOLO