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TRIBUNALE DI MILANO

 

Interrogatorio dell'imputato

 

L’anno 1973 il giorno 1 del mese di giugno alle ore 11,15 nel Tribunale di Milano – Ufficio Istruzione, avanti a noi Dott. LOMBARDI Giudice Istruttore è comparso BERTOLI GIANFRANCO….

 

Interrogato sui fatti di cui al mandato di cattura notificato in data odierna...risponde:

 

"Intendo rispondere".

Faccio tuttavia presente che se talune mie risposte potranno apparire poco chiare, ciò dipende dalle mie cattive condizioni di detenzione che a mio avviso non possono non influire sul mio equilibrio psico-fisico.

 

Faccio presente che io rispondo alle domande che mi vengono poste solo per chiarire i motivi del mio gesto e non per cercare circostanze attenuanti o giustificazioni. Io non riconosco l'Autorità costituita. Rispondo solo perchè voglio chiarire la mia personalità morale ed i motivi ideologici delle mie azioni.

 

Ritenendo che sarei stato ucciso al momento del fatto, ho portato con me tutti i documenti che consentissero la mia identificazione e la ricostruzione dei miei movimenti.

 

L'Ufficio, ad integrazione dell'imputazione sub A), contesta all'imputato che dal fatto è derivata la successiva morte di Panzino Giuseppe, Masarin Federico e Saia Felicita Bartoluzzi. Il Bertoli risponde:

 

Ammetto gli addebiti in ordine al capo A), preciso tuttavia che era mia intenzione gettare la bomba in mezzo agli Ufficiali di P.S. che stavano uscendo dal portone in quel momento e dietro ai quali supponevo ci fossero le Autorità. Non so spiegare per quale motivo la bomba sia esplosa a circa 5 o 6 metri di distanza dal punto.

 

Escludo di aver sbagliato il lancio anche se forse il lancio è stato corto. Probabilmente, una volta toccata terra, la bomba è rotolata lateralmente o è stata spinta istintivamente da qualcuno; ciò sarebbe avvenuto nell'intervallo di tempo tra il lancio ed il tempo di esplosione.

 

Per quanto concerne il reato ex art.495 C.P. sub E), faccio presente che alla Questura ho immediatamente declinato le mie effettive generalità. Ho piuttosto declinato false generalità in altre circostanze, come ho riferito nei precedenti interrogatori al P.M. Ammetto gli altri addebiti contestatimi.

 

A D.R.: Confermo che a casa del Mersi arrivai intorno alle 21; deduco ciò dal fatto che il portone era ancora aperto e la moglie del Mersi mi aveva detto che sarebbe stato chiuso alle 21. Il Mersi arrivò alle 23,15 circa, io andai via alle ore 23, 55 circa. Ritengo che questi orari siano sufficientemente esatti in quanto guardavo spesso l'orologio.

 

Io avevo telefonato alla Signora Mersi alle ore 20,30 prima di andare. Poco dopo il mio arrivo nella abitazione la signora Mersi telefonò al marito il quale ci chiese di raggiungerlo al ristorante, ma per ovvi motivi io non volli andare e preferii aspettarlo.

 

A D.R.: Mi sembra che la Signora Mersi telefonò una sola volta al marito. Non mi pare che la Signora Mersi ricevette altra telefonata mentre io ero lì, mi pare che la figlia del Mersi fu chiamata al telefono anche se non giurerei. Ripeto in questo momento non ricordo se la Signora Mersi abbia ricevuto una telefonata durante il tempo in cui rimasi nella sua abitazione.

 

Faccio però presente che in quel momento ero in uno stato di pieno rilassamento per cui non prestavo soverchia attenzione a quanto accadeva intorno a me. Telefonai al Mersi perchè essendo in uno stato di tensione desideravo che qualcuno mi chiamasse con il mio nome. Inoltre in quel momento non ero sicuro che ci sarebbe stata una qualche manifestazione in memoria di Calabresi.

 

La mia sicurezza precedente aveva vacillato per il fatto che sui giornali non era riportata alcuna notizia sulla celebrazione. Comunque considero la mia visita al Mersi una debolezza.

 

A D.R.: Durante la conversazione col Mersi non feci alcun riferimento specifico alla celebrazione che vi sarebbe stata il giorno seguente. Espressi soltanto il mio punto di vista sulla persona del Calabresi e approvai il gesto di chi lo aveva ucciso. Non riesco a capire come subito dopo il lancio della bomba il Mersi abbia immediatamente intuito che ero stato io pur non conoscendo le caratteristiche di chi aveva compiuto il gesto. Questo dovrebbe chiederlo al Mersi.

 

A D.R.: Appena arrivato la Signora Mersi mi fece sedere nel soggiorno, effettuò la telefonata e poi mi condusse in cucina dove ci trattenemmo fino all'arrivo del Mersi. Mi sembra che la donna non si allontanò mai dalla cucina fino all'arrivo del Mersi. Ricordo soltanto che ad un certo punto mandò la figlia a comprare della birra.

 

Il discorso con la donna si mantenne su tono macabro-scherzoso. Dissi ad un certo punto che avevo la bomba in tasca ma lo feci scherzosamente, al che la donna ridendo andò a rovistare nell'impermeabile che era appeso all'attaccapanni.

 

Come ho già riferito in quel momento la bomba era effettivamente nella tasca destra dei miei pantaloni. La bomba era ovoidale della grandezza di un pugno. Io in tasca la tenevo avvolta in una pezzuola perchè non si vedessero i segni sulla stoffa.

 

A D.R.: Prendo atto che il Mersi ha dichiarato che avrei posseduto un passaporto francese acquistato per 500 dollari e poi non utilizzato per il numero progressivo inesistente. Non ricordo di aver parlato al Mersi di tale passaporto. Non ho mai avuto un passaporto francese, oltretutto conosco male il francese per cui non avrei potuto servirmene.

 

A D.R.: Credo di aver sentito il nome Shusterman anche se adesso non riesco a collegarlo a qualche persona. Può darsi che sia uno del Kibbuz, comunque faccio presente che in quell'ambiente ci si chiamava solo per nome.

 

Prendo atto che tale individuo ed un altro amico del kibbuz hanno dichiarato che avevo un appuntamento a Parigi per il 15 maggio. E' probabile che abbia dichiarato ciò, ma ho dichiarato il falso perchè non avevo alcun appuntamento. A Parigi sono stato solo prima di partire per Israele da turista. Non ho amici a Parigi. Non so precisare l'epoca precisa in cui sono stato.

 

A D.R.: E' vero che io ero nervoso perchè il mio passaporto tardava ad arrivare, ciò però non è da ricollegarsi ad un appuntamento fissatomi bensì al fatto che, essendo il passaporto falso temevo che ciò risultasse, e prendo atto che l'amico del kibbuz ha altresì dichiarato che io avevo paura di essere ucciso e decisi di partire dopo aver ricevuto una lettera dalla Francia e che ricevetti denaro dall'Italia.

 

Preciso che, avendo una concezione nichilistica della vita, non posso aver paura di morire. Escludo di aver ricevuto denaro dall'Italia. Escludo di aver deciso di partire dopo aver ricevuto una lettera dalla Francia. E' probabile che i miei discorsi siano stati fraintesi perchè mi esprimevo male in ebraico.

 

Se avessi dovuto ricevere denaro o lettere compromettenti in qualche modo, certamente non me le sarei fatte spedire al Kibbuz ma avrei trovato il modo di farmele recapitare diversamente, come ad esempio fermo posta.

 

Prendo atto che all'albergo Du Rhone di Marsiglia risulta il mio pernottamento per una sola notte. Ribadisco che ho dormito tre notti in tale albergo, come ho già riferito al P.M. Non so spiegarmi come tale circostanza non risulti. Quanto alla mia dichiarazione resa all'albergatrice, che cioè avrei avuto del denaro da alcune persone, non escludo di averla detta.

 

Tale affermazione tuttavia non era veritiera e va inserita nel contesto dei tanti discorsi che io facevo all'atto dell'esibizione del documento, proprio per distrarre l'attenzione dal documento che era palesemente falso. Ribadisco che dal giorno 13 fino alla mattina del 16 maggio non mi sono mai allontanato da Marsiglia.

 

Mi sono trattenuto tre giorni a Marsiglia proprio per arrivare a Milano all'immediata vigilia del 17. Marsiglia era città molto più tranquilla e sicura di Milano per me.

 

A D.R.: A Marsiglia non ho frequentato alcuna persona o tantomeno nessuno che parlasse italiano.

 

A D.R.: In quei giorni ho gironzolato per le strade frequentando qualche bar ed andando al cinema. Prendo atto che hanno dichiarato di avermi visto con una tale Maud e con un signore basso e con gli occhiali; ciò non risponde a verità.

 

A D.R.: E' vero che ho un tatuaggio sul braccio sinistro, me lo sono fatto a Venezia se ben ricordo. Il particolare comunque non ha alcun significato e non ricordo esattamente in che occasione lo feci, comunque certamente me lo feci in Italia. Il tatuaggio indica una A indicante anarchia.

 

A D.R.: Per quanto concerne le parole in ebraico scritte sui fogli del quaderno sequestratomi faccio presente che si tratta di esercizi di lingua. Preciso che scrivevo tali parole per impararle. Quanto alle parole della quarta pagina "fuga, scappa, fuggire, passare la frontiera clandestinamente ecc." sono da porre in relazione alla mia situazione. Imparavo tali parole nel contesto dei miei studi generali. Non bisogna dare a queste parole un significato specifico.

 

Prendo atto di quanto dichiarato dallo Jemmi secondo cui sarei stato amico del Pinelli ed avrei fatto parte di un gruppo anarchico, circostanza che avrei riferito anche al Mersi. Preciso in proposito che non ho mai riconosciuto personalmente Pinelli nè ho mai fatto parte del gruppo anarchico della Ghisolfa o di altri gruppi anarchici.

 

Prendo atto che in un rapporto è riferito che io avrei fatto parte del gruppo anarchico Machno di Venezia. Tale circostanza non risponde a verità. Conosco il nome Machno che è quello di un rivoluzionario russo per aver letto di lui in alcuni testi. Escludo però di aver preso parte al circolo portante tale nome.

 

Certamente non ho partecipato al Comitato Pace e Libertà. Ritengo tale affermazione offensiva nei miei confronti e probabilmente il verbalizzante ha equivocato con qualche altro Bertoli.

 

A questo punto, ore 13,35, si sospende l'interrogatorio che sarà ripreso alle ore 17 di oggi, dando avviso all'imputato ed al difensore.

Letto, confermato e sottoscritto.

GIANFRANCO BERTOLI

 

 

Si dà atto che alle ore 17,10 si riapre il verbale alla presenza dell'avv. Brienza.

 

A D.R.: Non so chi sia la Lea il cui nome è scritto in ebraico sul libro sequestratomi. Non ricordo di aver scritto tale nome. Non conosco tale Barbara Lee, Ivan Magri ed Artina Luigi. Conosco Gardi Sandro che è un giovane di Mestre. E' una conoscenza come tante altre. Non mi risulta che sia impegnato ideologicamente. Certamente però egli conosce le mie idee visto che mi ha scritto a S.Vittore. Sono tre anni che non lo vedo.

 

A D.R.: E' vero che sono capace di costruire bombe. Se avessi voluto commettere una strage vera e propria avrei potuto costruire una bomba ad orologeria sempre che avessi avuto il materiale adatto. E' una cosa molto elementare.

 

A rettifica di quanto sopra esposto preciso che intendevo dire: se avessi voluto costruire una bomba senza farmi arrestare avrei potuto costruire una bomba ad orologeria.

 

A D.R.: Nessuno mi ha insegnato queste cose. Le ho imparate, almeno dal punto di vista teorico, leggendo su riviste italiane o straniere, non ricordo bene.

 

Prendo atto che i consulenti di ufficio hanno accertato una notevole quantità di alcool nel mio sangue e che cinque ore prima del fatto potevo essere in stato di ebbrezza; escludo di essere mai stato in stato di ebbrezza; infatti avevo bevuto solo un cognac qualche minuto prima del fatto nonchè qualche birra a casa del Mersi la sera precedente.

 

A D.R.: In questo momento non ricordo quanti soldi avevo quando sono partito da Haifa. Prendo atto di avere già risposto a questa domanda e di avere precisato quanto denaro avevo; francamente, tuttavia, in questo momento non ricordo. Faccio presente che non sono mai stato ordinato per il denaro. Non so mai quanto ho in tasca.

 

A D.R.: Confermo che presi la bomba nella camera di un militare durante una sua temporanea assenza. Non ricordo in quale punto era la bomba, se in terra od in qualche altro posto. Mi impossessai della stessa circa un anno fa e custodii la stessa in camera mia. In camera vivevo solo, almeno da oltre un anno a questa parte. Precedentemente avevo vissuto con altre persone del Kibbuz.

 

I fratelli Jemmi sono stati da me ospitati nel Kibbuz clandestinamente per alcuni giorni. Prendo atto che la Polizia israeliana ha dichiarato che era impossibile passare la frontiera con la bomba. Il mio caso dimostra che i servizi segreti israeliani, almeno nel mio caso, stavolta hanno fallito.

 

La tecnica da me usata è stata già diffusamente esposta al P.M. in due occasioni ed è inutile ripeterla. Faccio in ogni caso presente che i controlli sono particolarmente rigidi per gli arabi e per gli orientali e per gli stranieri in genere. Io usando la mia abituale tecnica di imbonimento parlai miltissimo ed in ebraico per cui fui scambiato per ebreo ed il controllo fu meno rigoroso.

 

A D.R.: Parlo correttamente l'ebraico se debbo tenere una conversazione semplice. Essendo la popolazione ebraica composta da emigrati di vari paesi, ne consegue che gli accenti sono numerosi e che non occorre pertanto una perfezione linguistica per farsi passare per ebreo.

 

Per quanto concerne la frontiera francese e la frontiera italiana, faccio presente che le mie valigie non sono state neppure aperte.

 

A D.R.: Arrivai a Milano alle 16 circa ed impiegai il mio tempo fino alle 20,30 nel modo già indicato al P.M.: cambiai il denaro, depositai i bagagli alla stazione, girovagai per il centro e presi alloggio nella pensione. Fino alle 20,30 non sono stato con alcuna persona. Alle 20,30 telefonai alla moglie del Mersi ed alle 21 circa, come ho riferito mi recai a casa sua. Non ricordo se il Mersi telefonò a casa durante la mia permanenza anche se ribadisco che in quel periodo avevo la mente rivolta a tutt'altro.

 

La Signora Mersi comunque stette sempre vicino a me e non mi sembra sia mai andata a rispondere al telefono. Ci sono alcune cose che ricordo benissimo ed altre un po' meno.

 

 

L'Ufficio domanda per quale motivo egli avesse tanta fretta di tornare a mezzanotte alla Stazione Centrale, visto che, anche le corse della metropolitana finivano, poteva tranquillamente prendere un taxi. Bertoli risponde:

 

Avevo la necessità di tornare entro l'una alla pensione, ora in cui si chiudeva. Non volevo inoltre prendere un taxi per una certa diffidenza verso i taxisti. Probabilmente se prendevo il taxi il Mersi mi avrebbe accompagnato ed io volevo evitare ciò. Comunque io presi la metropolitana e mi fermai alla fermata della stazione. Scesi ed andai alla pensione in Via Vitruvio tra le 0,30 e le ore 0,45. La mattina seguente uscii alle ore 8 circa.

 

Appena uscito andai alla stazione a comprare il giornale dove appresi della manifestazione. Presi il metrò ed andai a Piazza Duomo dove acquistai un paio di calze, andai in un gabinetto e mi cambiai i calzini buttando via quelli sporchi. Chiesi poi dove si trovasse Via Fatebenefratelli e mi dissero che prendendo un taxi avrei pagato 1.000 lire.

 

Io sapevo che la cerimonia era alle 10,30 e non volevo arrivare prima per evitare di essere notato. Oltretutto all'inizio di ogni cerimonia la sorveglianza è rigida ma successivamente si affievolisce. Io, arrivando verso le 10,45, ero convinto che sarei potuto entrare col pretesto di far vidimare il passaporto o con altro pretesto qualsiasi. 

 

Mi diressi a piedi da Piazza Duomo ed arrivai in Via Fatebenefratelli passando da Via Manzoni, alle 10,45 circa. La cerimonia era già iniziata. Con la faccia più naturale di questo mondo cercai di entrare disinvoltamente ma un borghese mi impedì l'ingresso. Mi allontanai e dopo qualche minuto ripassai davanti all'ingresso e trovai un agente di P.S. che con una paletta sotto il braccio mi disse di circolare.

 

Pensavo che la celebrazione sarebbe durata ancora per parecchio, almeno fino a mezzogiorno. Entrai in un bar distante circa 50 metri e presi un cognac. Uscito dal bar mi resi conto che la cerimonia era già finita e la gente stava uscendo. Affrettai il passo e camminando buttai via la pezzuola che avvolgeva la bomba. Mi portai sul marciapiede opposto di fronte all'ingresso. Degli ufficiali in uniforme stavano uscendo dal portone, vi era un vasto spiegamento di poliziotti.

 

Vicino a me ve ne erano due ai quali domandai: "E' la cerimonia di Calabresi questa?" Risposero affermativamente e come infastiditi. Per tutta risposta io estrassi la bomba dalla tasca, tolsi il dispositivo di sicurezza e gridai: "Calabresi è l'assassino di Pinelli. Viva l'anarchia e viva la rivoluzione".

 

Dopo di che lanciai la bomba nel modo indicato all'inizio di questo interrogatorio. Escludo che alcuno abbia sviato il mio braccio durante il lancio. Ripeto il lancio fu preciso ma un po' corto. Era diretto agli Ufficiali in uscita. 

 

Se non fossi stato attorniato da altri avrei preso più slancio e la bomba superando le teste di coloro che erano all'ingresso sarebbe caduta all'interno dell'androne dove supponevo ci fossero le autorità. O perchè spinta da alcuno o perchè rotolò la bomba esplose lateralmente. Mi dispiace che siano morti degli estranei. Ne soffro ma non mi sento responsabile moralmente.

 

A D.R.: Comunque sono certo che arrivai davanti alla Questura alle 10,45 e non prima. Sono piuttosto certo degli orari che indico in quanto in quel frangente controllavo continuamente l'orologio.

 

A D.R.: Appena lanciata la bomba i due poliziotti mi guardarono interdetti per qualche frazione di secondo. Io dissi loro: "sono stato io" e mostrai loro le mani vuote per far capire che non avevo armi.

 

A D.R.: Precedentemente al mio viaggio in Israele io mi trattenni a Milano. Credo di esservi stato nell'Ottobre del 1970 e mi trattenni per uno o due mesi fino a che mi procurai il passaporto. Non ricordo se vidi il Mersi in tale periodo o se in altra circostanza in cui venni a Milano prima di partire. Dopo il novembre venni più volte a Milano procurandomi di che vivere con mezzi illegali che non intendo precisare.

 

Ho dormito nei posti più vari, in treni fermi, in cinema e dove ne avevo la possibilità. Non ho mai avuto in quel periodo un domicilio fisso. Naturalmente avevo degli amici ma avendo detto di aver vissuto con attività illecite non posso rivelarne i nomi che equivarrebbe ad accusarli. Oltretutto si trattava di conoscenze occasionali senza alcun risvolto ideologico.

 

A D.R.: Conobbi il Tommasoni in un istituto per ex carcerati. Ricordo che ebbi una discussione con un prete, discussione nella quale io professai ateismo e riferii citazioni di Russel e Bakunin. Il Tommasoni si inserì nella discussione, se ben ricordo, e così feci la sua conoscenza. I rapporti con lo stesso furono improntati ad una diffidenza reciproca. Sapevo infatti che egli era confidente del Commissario Juliano, anche se con me si professò anarchico.

 

Mi resi conto che il Tommasoni non era anarchico in quanto dell'ideale anarchico non conosceva che qualcosa letta sui giornali. Non ho avuto col Tommasoni altri rapporti che quelli derivanti dal vivere insieme in una comunità.

 

 

L'Ufficio domanda al Bertoli come abbia vissuto dal 1951 in poi. Il Bertoli risponde:

 

E' una storia molto lunga e porterebbe via molto tempo. Faccio presente che non mi sento in condizioni fisiche adatte per continuare l'interrogatorio. Sono stanco e penso di avere la febbre. In altro interrogatorio parlerò della mia vita, delle mie conoscenze e dei motivi ideologici del mio gesto. Ne parlerò anche in memoriali perchè molte cose in un interrogatorio non si possono adeguatamente spiegare.

 

Letto, confermato e sottoscritto

GIANFRANCO BERTOLI

 

 

 

 

TRIBUNALE DI MILANO

 

Interrogatorio dell'imputato

 

L’anno 1973 il giorno 14 del mese di giugno alle ore 10,45 nel Tribunale di Milano – Ufficio Istruzione, avanti a noi Dott. LOMBARDI Giudice Istruttore è comparso BERTOLI GIANFRANCO….

 

 

 

Interrogato sui fatti risponde:

 

“Intendo rispondere”.

A D.R.: “Se ben ricordo telefonai alle 20,30 alla signora Mersi da un telefono pubblico situato in una stazione della metropolitana, mi pare si trattasse della stazione Loreto. In questo momento non ho la certezza matematica di tutte le parole che possa io aver detto durante il colloquio con il Mersi e la moglie. E’ provabilissimo comunque che io abbia chiesto dove fosse la chiesa di S. Marco; avevo letto sui giornali italiani in Israele al tempo della uccisione di Calabresi che la cerimonia funebre si era tenuta appunto nella chiesa di S.Marco; avevo letto anche al tempo del funerale che nella chiesa vi sarebbe stata una iscrizione commemorativa; ritenevo che lì vi sarebbe stata il giorno seguente la cerimonia commemorativa”.

 

 

“Acquistai il Corriere della Sera ed il Corriere d’Informazione e su di essi non trovai alcun accenno ad una eventuale manifestazione, pertanto è provabilissimo che io abbia chiesto al Mersi o alla moglie ove fosse la predetta chiesa. Tutto il discorso tra me e i Mersi va tuttavia valutato nella atmosfera di reciproca diffidenza tra e il sindacalista della CISNAL”.

 

 

“In effetti io cercavo di portarli casualmente col discorso sulla eventuale manifestazione senza scoprire le mie intenzioni di sapere qualcosa. Se ben ricordo mi dissero che non la conoscevano”.

 

 

A D.R.: “Confermo che io la sera precedente, non sapevo che vi sarebbe stata la manifestazione; la mia era solo una supposizione, anzi dico una quasi certezza morale. E’ probabile che abbia detto, lasciando la casa del Mersi: “se non mi ammazzano ci vediamo tra dieci anni”. La frase “dieci anni” voleva significare “quando capiterà”.

 

 

“Escludo di aver detto al Mersi che avevo paura che mi ammazzassero mentre dormivo, in quanto non ho alcun timore di essere ammazzato ed, oltre tutto, morire nel sonno è la morte migliore. Se dovevo essere ammazzato, pensavo che ciò sarebbe avvenuto nella esecuzione del mio attentato e non altrimenti”.

 

 

A D.R.: “Ricordo soltanto, come ho già indicato nel precedente interrogatorio, che all’atto del mio arrivo, la signora Mersi telefonò al marito. Io, quando avvenne tale telefonata, ero nel salotto. Non è vero che mi avvicinai al telefono quando la stessa parlò; anzi, ora, che ricordo meglio, mi sembra che mi avvicinai al telefono mentre ero nel salotto; ciò durante la telefonata fatta dalla signora Mersi”.

 

 

“Dopo di che passai in cucina. Come ho detto, non ricordo che il telefono squillò durante il tempo in cui mi trattenni in cucina. Non ricordo di essermi mosso dalla cucina se non per andare via. In ogni caso faccio presente che non prestavo soverchia attenzione a quanto avveniva”.

 

 

A D.R.: “Quando andai dal Mersi, la portiera mi vide chiaramente e mi domandò da chi andassi. Io risposi che andavo dal Mersi”.

 

 

A D.R.: “Non ho mai saputo che Calabresi avesse figli. Seppi che aveva una moglie la prima volta, la mattina dell’attentato leggendo il Corriere della Sera. Vero è che io pensavo che la cerimonia sarebbe avvenuta nel pomeriggio, tanto è vero che la notizia sul giornale mi trovò un po’ impreparato”.

 

 

“Volevo infatti andare con l’abito adatto, ripulito, e ben rasato, in modo che mi fosse più facile entrare negli uffici della Polizia. Oltretutto visto che ero stato dal Mersi, non volevo che fossi facilmente riconoscibile. Per questo avevo deciso di rasarmi prima dell’attentato”.

 

 

“Ritengo in ogni caso, provocatorio da parte della Questura il fatto che la cerimonia fosse stata programmata di mattina, orario in cui in Questura andavano persone estranee per rilascio di autorizzazioni ed altre cose. Ribadisco, mi dispiace che siano morte persone estranee alla manifestazione. Se però è vero, come ho sentito che alcuni dei morti si erano recati per assistere alla manifestazione, non ho alcun rimpianto per la loro morte; anch’essi hanno aderito all’atteggiamento provocatorio delle Autorità nell’onorare Calabresi”.

 

 

“Vero è che io tentai due volte di entrare, assumendo un atteggiamento disinvolto. Ciò avvenne circa cinque o dieci minuti prima dell’attentato; i due tentativi di entrare avvennero a breve distanza l’uno dall’altro; una volta mi respinse un individuo in borghese (il maresciallo Oscuri, dopo il fermo, mi disse di essere stato lui, ma io non feci caso alla persona che mi impedì l’ingresso); la seconda volta mi respinsero degli agenti in divisa”.

 

 

“La responsabilità dei morti la faccio risalire alle Autorità in quanto, effettuando la manifestazione in quell’orario, fecero sì che si formasse un cordone di individui, estranei e quindi innocenti intorno alle Autorità”.

 

 

A D.R.: “La mia aspirazione era di gettare la bomba nel momento in cui c’era la massima Autorità presente; sarei stato lieto di gettare la bomba verso Rumor. Purtroppo non mi accorsi del momento in cui uscì dal cortile perché ero nel bar. Ho riferito nel precedente interrogatorio, infatti, che la cerimonia durò più a lungo”.

 

 

A D.R.: “La mattina del 17 uscii alle ore 8 circa dalla pensione. Mi trattenni nei pressi della stazione, andai in un bar a prendere qualcosa (non ricordo cosa ho consumato). Si trattava di un bar nei pressi della stazione ma non ricordo di che bar trattasi. Nel bar chiesi di servirmi della toiletta; …acquistai il Corriere della Sera nell’edicola situata nel piazzale antistante la stazione”.

 

 

“Prendo atto che a codesto Ufficio è stato comunicato che sarei stato visto nei pressi della stazione alle ore 9,30 nei paraggi di una banca. Ribadisco che io mi intrattenni circa un’ora nei pressi della stazione senza far attenzione a dove io vagavo. Verso le 9,15 circa o forse prima, presi il Metrò e mi recai a Piazza Duomo. Acquistai delle calze in un negozio di via Torino, se ben ricordo”.

 

 

“Ciò avvenne un po’ prima delle 9,30. Chiesi ad un signore ove si trovasse via Fatebenefratelli e questi mi rispose: “con un taxi ci vorranno mille lire”. Preferii andare a piedi. Chiedendo indicazioni attraversai via Manzoni e arrivai in via Fatebenefratelli in un momento in cui la cerimonia era già incominciata. Volevo arrivare non prima della cerimonia fissata per le ore 10,30. Arrivai pertanto verso le ore 10,40 circa se non erro”.

 

 

“Arrivai all’ingresso della Questura provenendo dalla sinistra, tentai due volte di entrare, passai poi oltre l’ingresso camminando sul marciapiede ove è la Questura stessa; feci 50-60 metri procedendo verso la destra ed andai in un bar posto 50-100 m. sul marciapiede di fronte della Questura e, alla destra della stessa. Consumai un cognac poi tornai indietro, provenendo quindi dalla destra della Questura e andai a gettare la bomba”.

 

 

A D.R.: “Prendo atto che mi si comunica che di fronte alla Questura spostato leggermente a sinistra vi è un bar, denominato Bar della Annunciata; escludo di essere andato a consumare qualche cosa quella mattina. Ho impiegato circa un’ora da Piazza Duomo a via Fatebenefratelli; ripeto comunque che io non avevo fretta e quindi mi fermavo spesso a vedere le vetrine per evitare di arrivare prima che la manifestazione iniziasse”.

 

 

“Se fossi arrivato molto prima a visionare i luoghi avrei potuto destare sospetti, dico meglio: sarei stato notato. Arrivare molto tempo prima, quando non c’era nessuno, per studiare i luoghi non mi era più possibile, visto che la cerimonia non era programmata per il pomeriggio, come prevedevo”.

 

 

A D.R.: “Confermo che io ho sempre nascosto la bomba nella mia tasca destra per tutta la serata precedente e per la mattina del 17. Portavo l’impermeabile sul braccio destro e quindi coprivo anche la tasca del pantalone, la tasca destra dei pantaloni; ciò per evitare che si notasse il rigonfiamento”.

 

 

“Quando chiesi la stanza alla pensione di via Vitruvio, pagai anticipatamente; non ricordo se fu la pensionante a chiedere di pagare anticipatamente o se fui io a farlo spontaneamente, come è mia abitudine. Molte volte con questo sistema non venivo registrato negli alberghi”.

 

 

“Confermo che non salii sulla stanza, ma uscii immediatamente perché nella stanza vi erano dei lavori”.

 

 

A D.R.: “Lasciai i bagagli al deposito bagagli della stazione perché era mia intenzione trovare una pensione dove non mi registrassero e per fare ciò dovevo girare un po’ ed era inutile portarmi dietro i bagagli. Poiché dal passaporto, oltretutto, risultava che abitavo a Bergamo, mi sembrava più logico presentarmi senza bagagli”.

 

 

A D.R.: “Quando partii da Haifa avevo oltre cento dollari, oltre a lire israeliane e franchi francesi. Cambiai tale denaro alla stazione di Milano”.

 

 

A D.R.: “Non vedo perché avrei dovuto cambiarli tutti; mi limitai a cambiare quelli che mi occorrevano. Se non ci fosse stata la manifestazione sarei ripartito; avrei deciso dopo verso quale destinazione dirigermi; comunque sarei andato all’estero o in qualche località estiva per guadagnare qualcosa”.

 

 

A D.R.: “Il periodo immediatamente precedente alla mia partenza per Israele sono stato a Marsiglia per un lungo periodo, circa un mese. Precedentemente sono stato in varie località francesi, cinque o sei anni fa; ritengo comunque che tale mio periodo francese di cinque o sei anni fa non abbia alcuna relazione con il procedimento”.

 

 

“Nel periodo marsigliese avevo alloggiato alla pensione Du Rhone per tutto il tempo, dopo che ero stato fermato dalla polizia francese per un controllo dei miei documenti; da tale controllo non risultò alcunché di irregolare. In tale periodo ho vissuto nel modo come vivono i latitanti: lavori saltuari, piccoli espedienti, ecc. Frequentavo le persone che vivevano nella mia stessa situazione: marocchini, algerini, spagnoli, italiani, corsi”.

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che risulta che egli nei tre giorni di Marsiglia incontrò alcuni ufficiali italiani; il Bertoli risponde effettivamente: “ricordo ora di avere incontrato dei sottufficiali italiani molto simpatici in un bar e con gli stessi mangiai e bevvi. Si parlò di organizzare un piccolo party con donne, se avessero voluto i sottufficiali avrei potuto organizzarlo. Gli stessi alla fine, visto che avevamo tutti bevuto molto non vollero fare più niente”.

 

 

A D.R.: “Confermo che dormii tutte e tre le notti dal 14 al 16 all’albergo Du Rhone. Confermo che tenni i miei bagagli  nella pensione”.

 

 

A D.R.: “Non è vero che dissi al proprietario dell’albergo che avevo un appuntamento a Parigi. Preciso anzi che posso anche averlo detto per dire qualcosa. Non è vero che dissi al proprietario che avevo dormito presso amici alla periferia di Marsiglia in quanto, ribadisco, ho dormito tutte e tre le notti all’albergo Du Rhone”.

 

 

A D.R.: “Confermo che presi la bomba in un altro appartamento del kibbutz, neanche adesso ricordo i particolari del luogo dal quale prelevai la bomba. Ho visto altre volte persone nel kibbutz che portavano indosso bombe dello stesso tipo di quella da me asportata, circolano nel kibbutz altri tipi di bombe; sono i militari che abitualmente le portano con sè”.

 

 

A D.R.: “Non è vero che io andai in Israele per una delusione amorosa. Può darsi che abbia risposto così a qualcuno perché ovviamente non potevo dire che ero ricercato dalla polizia”.

 

 

L’Ufficio domanda al Bertoli che in Italia prima di partire per Israele ha convissuto per un lungo periodo con una donna. Il Bertoli risponde:

 

 

“Tutto ciò attiene la mia vita strettamente intima e preferisco su tale punto mantenere il mio riserbo e su tale punto non intendo rispondere per una questione di principio”.

 

 

A D.R.: “E’ vero che espatriai clandestinamente in Svizzera per sottrarmi ad un mandato di cattura; non ricordo esattamente in che epoca ciò avvenne ma certamente avvenne nell’inverno del 1970. Sono stato in parecchie città, Zurigo, Losanna, Ginevra; non mi pare di essere stato a Bienne e Biell. Dopo la Svizzera mi recai in Francia. Non sono mai stato in Germania né in Olanda. Andai in Svizzera col passaporto falso intestato al Magri”.

 

 

L’ufficio fa presente al Bertoli quanto dichiarato da NOAH SHUSTERMANN e RACHEL VERED e riportato su alcuni settimanali. Il Bertoli risponde:

 

 

“E’ vero che io ho manifestato il timore di essere ammazzato ma ciò è da ricollegarsi al fatto che io avevo già deciso di commettere l’attentato e non escludevo l’eventualità di rimanere ucciso. E’ vero che ho ricevuto alcune lettere dalla Francia ma preciso che ne ho ricevute anche dalle altre parti del mondo. Si trattava di persone conosciute nel kibbutz che una volta andate via mantenevano rapporti epistolari con me”.

 

 

“Non ricordo di avere ricevuto a metà aprile una lettera; è possibile ma ciò non è da ricollegarsi con la mia partenza. Vero è che già a metà febbraio avevo deciso di partire; in effetti avevo già programmato l’attentato da molti mesi. Posso aver detto che dovevo incontrare degli amici per un appuntamento. Si trattò di frasi dette così per dare una giustificazione alla mia partenza”.

 

 

“Dissi che dovevo incontrare delle persone in Francia ma riferii ciò per giustificare il fatto che avevo chiesto il biglietto per Marsiglia. Non ho mai detto di essere ricattato. Non ricordo di aver mai detto che conoscevo persone importanti che non mi avrebbero fatto mancare mezzi e protezione”.

 

 

A D.R.: “Non ho mai conosciuto Pinelli né Valpreda. Non sono mai stato alla sede dell’associazione anarchica “Ponte della Ghisolfa”. Non ricordo alcun individuo di nome Ellis del gruppo “Nestor Machno” di Venezia. Posso aver conosciuto appartenenti a tale circolo per averli visti a Venezia ma non li ho frequentati come tali, cioè come appartenenti al circolo anarchico. Non conosco Augusta Farvo, la giornalaia protettrice degli anarchici”.

 

 

A D.R.: “Il 16 maggio arrivai con il treno alle 16 a Milano. Depositati i bagagli alla stazione, cambia il denaro all’ufficio cambio della stazione dove mi trattenni fino a poco prima delle 17. Poi presi la metropolitana e mi recai a Piazza Duomo. Girovagai nei pressi del Duomo cercando un alloggio, dopo di che mi guardai in giro per vedere se c’era qualcuno al quale avvicinarmi perché mi indicasse una pensione dove non potessi essere registrato”.

 

 

“Conobbi un algerino con il quale mi trattenni una mezz’ora fra le 17,30 e le 18, se ben ricordo. Con lo stesso algerino mi recai in due bar della zona di piazza Duomo. L’algerino è alto circa m.1,70, senza barba, non molto scuro, senza alcun segno particolare, non ricordo se aveva la giacca o la camicia”.

 

 

“Lasciato l’algerino presi la metropolitana di Piazza Duomo e mi recai alla stazione. Di lì andai alla pensione in via Vitruvio. Arrivai alla pensione tra le 18,30 e le 19, presi la stanza ed uscii di nuovo. Ripresi il metrò e andai nuovamente presso il Duomo. Bevvi qualcosa, presi una tartina in un bar e girovagai finchè alle 20,30 telefonai alla signora Mersi”.

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che risulta a questo Ufficio che egli nel pomeriggio del 16 maggio alle ore 18,30 circa si recò sotto l’abitazione di Augusta Farvo, citofonò, si qualificò e aggiunse di essere un anarchico veneziano giunto da poco a Milano. Chiese l’indirizzo di una persona che la donna che rispose al citofono rispose: lo cerchi sull’elenco telefonico.

 

 

Il Bertoli risponde: “Escludo tale circostanza, si tratta di un equivoco o di qualcuno che mente per suoi fini particolari. Non conosco Augusta Farvo, né ho mai sentito parlare di lei. Non ho mai conosciuto alcun anarchico milanese come tale. Può darsi che lo abbia conosciuto come individuo e non come anarchico”.

 

 

A D.R.: “Non è vero che Valpreda mi abbia conosciuto, non avrei alcun motivo per negarlo. Egli è in errore. Non è vero che ho dichiarato ad un amico del kibbutz che ho conosciuto Pinelli. Non ho avuto alcun rapporto con il Calabresi”.

 

 

A D.R.: “Il 17/5/1972, giorno in cui fu ucciso Calabresi, io ero nel kibbutz. Appresi la notizia dalla radio, non ricordo se l’appresi quel giorno o il giorno seguente. Ricordo che un amico inglese mi disse di aver ascoltato dalla radio inglese della BBC la notizia della morte di un alto funzionario di polizia di Milano. Non ricordo se ciò avvenne lo stesso giorno dell’omicidio. Non ricordo come si chiamava l’inglese. Successivamente ascoltai la notizia in israeliano e poi dalla radio italiana”.

 

 

“Non ricordo di avere conosciuto BERTOLO AMEDEO, un anarchico milanese aderente al Circolo Ponte della Ghisolfa. Questo nome non mi è nuovo però in questo momento non riesco a collegarlo con niente. Non è vero che lo stesso mi diede il passaporto falso. Prendo atto che lei mi dice che il Bertolo è un giovane distinto di trent’anni con gli occhiali. L’individuo che mi diede il passaporto falso aveva circa 19 anni ed era un capellone. Non conosco alcuna signora che abbia per cognome MAIMONE”.

 

Letto, confermato e sottoscritto

BERTOLI GIANFRANCO

 

 

 

L’Ufficio fa presente, a richiesta del Bertoli, che la persona di cui egli ha cercato, anzi avrebbe cercato, citofonando alla Farvo è Amedeo Bertolo. Il Bertoli risponde:

 

 

“Non è vero, oltre tutto avrei prima visto sulla guida telefonica”.

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che è possibile che abbia cercato l’indirizzo ad altri in quanto lo stesso aveva da poco cambiato indirizzo. Il bertoli risponde: “Ci sono anche i centralini della SIP che forniscono indicazioni sul cambiamento di indirizzo”.

 

Letto, confermato e sottoscritto

BERTOLI GIANFRANCO