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FASCICOLO

 

 

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO

 

Interrogatorio dell'imputato

 

L’anno 1973 il giorno 17 del mese di maggio alle ore 14,35 presso le Carceri Giudiziarie di S.Vittore, avanti a noi Dott. Enrico SCARPINATO e Guido VIOLA e Antonio MARINI SOSTITUTO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA…è comparso l’imputato BERTOLI GIANFRANCO….

 

…contestatogli i reati di strage…Intende fare una dichiarazione iniziale:

 

 

“Non nego quanto ho commesso. In sostanza ammetto tutti gli addebiti. Io non riconosco alcuna autorità, perché secondo me l’uomo è nato libero e deve essere libero e tutte le forme di autorità sono basate soltanto sulla violenza.

 

 

Quando ho commesso i fatti, speravo che subito dopo fossi ucciso; speravo anche che qualcuno mi avrebbe imitato. Tutto il resto non me ne frega niente. La vita è una beffa, un assurdo.

 

 

DOMANDA: Perché ha commesso i fatti addebitatigli?

 

 

RISPOSTA:  E’ ormai stato accertato, anche dalla magistratura che il Commissario Calabresi ha gettato dalla finestra Pinelli. Quando ho appreso la notizia che Calabresi era stato ucciso io ho pensato che la cosa era stata fatta bene, perché quello che l’ha fatta non doveva fuggire ma farsi arrestare e pagare per il suo atto, che del resto doveva essere compiuto.

 

 

DOMANDA: Quando e dove ha appreso che Calabresi era stato ucciso?

 

 

RISPOSTA: Ho appreso la notizia per radio in Israele, anche se la radio non ha fatto il nome di Calabresi; ma ha parlato di un alto funzionario della Questura. Mi trovavo precisamente in un kibbutz, vicino la zona di Gaza, precisamente a Karmia. Mi ero rifugiato in tale kibbutz per sottrarmi alle ricerche della polizia italiana, in quanto mentre mi trovavo a Padova avevo appreso che ero colpito da ordine di cattura dell’autorità giudiziaria di quella città.

 

 

Sul momento avevo pensato di presentarmi alla Questura per chiarire la mia posizione, ma ritenendo che ciò equivalesse da una costituzione da parte mia, preferii fuggire in Israele. Scelsi Israele, anche perché volevo studiare i kibbutz e la forma di vita che vi si svolgeva in quanto mi era stato riferito, anzi l’avevo appreso, che nei predetti luoghi non esisteva la proprietà privata, che la ritengo criminale e colpevole.

 

 

Anche i kibbutz mi delusero, così come mi deluse l’organizzazione dello Stato di Israele che, una volta istituitosi, si fonda su organi rappresentativi che io non condivido.

 

 

Per questo motivo avevo anche pensato di compiere un attentato nei confronti di Golda Meir, ma non lo attuai per le enormi difficoltà tecniche. Una sola volta avrei avuto la possibilità di attentare alla sua vita e cioè in occasione della commemorazione dei morti del ghetto di Varsavia.

 

 

Rinunciai all’impresa, perché col mio gesto avrei potuto essere frainteso nel senso di essere scambiato per un nazista o per un simpatizzante dei movimenti nazionalisti arabi che, in quanto tali, non posso riconoscere.

 

 

Non parlai con alcuno della mia intenzione di attentare alla vita del capo del governo di Israele. Volevo agire soltanto di mia iniziativa perché credo che ogni cosa debba essere compiuta dall’individuo. Del resto, non ne ho parlato con nessuno perché, benché voi possiate pensare che io sia folle per quanto oggi ho commesso, non di meno la mia pazzia arriva al punto tale da informare qualcuno delle mie intenzioni criminose.

 

 

DOMANDA: Ha mai fatto uso di droghe ovvero di sostanze stupefacenti?

 

 

RISPOSTA: No. Ho fumato qualche volta qualche sigaretta di hashish in Israele, perché ritengo che sia una cosa perfettamente lecita e che non fa male alla salute. In passato ero dedito all’alcool, poi ho smesso, perché ritengo che l’alcool fosse dannoso alla lucidità mentale e ciò l’ho fatto all’inizio del mio periodo di latitanza, in quanto temevo che potendomi trovare qualche volta in stato di ebbrezza, avrei potuto tradirmi sulla mia situazione.

 

 

Per il passato ho lavorato presso la Montecatini Alluminio di Porto Marghera, poi in seguito ad un arresto per il furto di una moto vescpa (che non ho mai visto), ho perso il posto. Ho abitato in varie parti: Mestre, Porto Marghera, Venezia ed ho vissuto sempre da solo in camere ammobiliate.

 

 

A questo punto si sospende l’interrogatorio, perché l’Ufficio dispone perizia nella persona dell’imputato.

 

 

Vengono introdotti i periti: Prof. Gianluigi Ponti e Leopoldo Basile, al quale l’Ufficio affida l’incarico peritale, come da verbale a parte.

 

 

Riaperto successivamente il verbale, a domanda risponde:

 

 

RISPOSTA: Io sono arrivato a Milano ieri, verso le ore 16, proveniente da Marsiglia. Non c’era nessuno ad attendermi alla stazione. Ho depositato i bagagli alla stazione e mi sono recato in centro, verso piazza Duomo, con il metrò, cambiando a Piazzale Loreto.

 

 

Preciso che in piazza Duomo ieri, quando sono arrivato, vi erano molti poliziotti ed ho notato che il Duomo era in riparazione. Ho cercato di passare il tempo, gironzolando. La mia intenzione era quella di trovare dei capelloni o degli hippy, come già li avevo incontrati due-tre anni fa, quando sono venuto a Milano e mi sono procurato il passaporto, che mi consentisse di trovare alloggio presso qualcuno che non mi richiedesse i documenti.

 

 

Poiché tuttavia, come ho detto sopra, vi erano molti carabinieri e poliziotti in Piazza Duomo, ho desistito dal mio tentativo.

 

 

Allora mi sono adattato presso una pensione pubblica, la Pensione Italia, sita nei pressi della Stazione e precisamente in via Vitruvio.

 

 

Da Piazza Duomo mi sono portato a piedi verso via Vitruvio, anzi mi sono portato verso la stazione in cerca di una pensione e da qui sono arrivato in via Vitruvio. Debbo far presente che mi preoccupavo di poter trovare una pensione dove non registravano il mio nominativo, nel timore che dai numeri del passaporto, che sapevo rubato, potessero poi venirmi ad arrestare.

 

 

La pensione dove sono andato in via Vitruvio mi fu indicata da una ragazza che mi aveva chiesto se volevo andare con lei. In tale pensione io presentai il mio passaporto falso, di cui ero in possesso. Non sono in grado di dire a quale ora io ho preso alloggio nella pensione.

 

 

Ricordo che mi si disse che nella stanza stavano facendo dei lavori, per cui mi pregarono di ritornare sul tardi. Io senza vedere la stanza andai via dopo che mi avevano detto che la pensione era aperta fino all’una, quindi cominciai a girare per la città, senza una meta e mangiando di tanto in tanto, secondo le mie abitudini, una tartina o una pizzetta, ora in un bar ora nell’altro.

 

 

Sono rientrato verso mezzanotte, e sono andato subito a dormire.

 

 

Questa mattina mi sono alzato verso le otto, sono subito uscito, ho comprato un giornale e ho preso un caffè.

 

 

Quando ho acquistato il giornale ed ho appreso l’ora della manifestazione, ho preso il metrò e mi sono recato in piazza del Duomo. In Piazza Duomo mi sono informato sulla strada da fare per andare in via Fatebenefratelli e mi sono diretto verso la Questura.

 

 

Io mi sono diretto verso la Questura per tirare la bomba. Ammetto, quindi, la circostanza che questa mattina io sono uscito dalla pensione con la bomba nella tasca destra dei pantaloni.

 

 

Ammetto di aver tentato di entrare nell’atrio della Questura ma degli agenti mi hanno impedito di farmi entrare.

 

 

Dopo io sono andato in un bar poco distante ed ho preso un brandy. Prima di andare a prendere il brandy avevo tentato una seconda volta di entrare nell’atrio della Questura, ma ne ero stato allontanato.

 

 

Preciso che era mia intenzione, una volta entrato nell’atrio della Questura, compiere un’azione dimostrativa, nel senso a seconda delle circostanze, avrei gridato una volta portatomi accanto al busto di Calabresi: “allontanatevi tutti” tenendo in mano la bomba, che avrei lanciato contro il busto di Calabresi.

 

 

Se non avessero accolto il mio invito ad allontanarsi tutti era comunque mia intenzione fare esplodere ugualmente l’ordigno. Ho pensato anche che nel caso in cui avessero cercato di fermarmi, avrei fatto esplodere lordigno su di me e lo stesso avrebbe naturalmente colpito anche gli altri.

 

 

A D.R.: Dato che non ero riuscito ad entrare, dopo di essere stato al bar, mi sono riportato davanti alla Questura, sul marciapiede antistante, o meglio di fronte alla Questura nel lato opposto, proprio nel momento in cui uscivano le persone che erano intervenute alla manifestazione.

 

 

Ho visto uscire dei militari ed ho chiesto a due agenti che stavano davanti a me, se si trattava della manifestazione relativa a Calabresi; gli agenti hanno risposto di sì, ed io dopo aver detto “Calabresi è l’assassino di Pinelli!” ho lanciato la bomba verso il portone.

 

 

Dopo che la bomba è scoppiata, alle persone che mi stavano vicino e che mi stavano intorno meravigliati, io ho detto: “Sono stato io”, aggiungendo altre parole che adesso non ricordo.

 

 

Da quel momento non ricordo bene che cosa sia accaduto anche perché sono stato ricondato dalla folla tumultuosa.

 

 

Sono stato preso e condotto in Questura dove mi hanno arrestato.

 

 

A D.R. : Quando compii l’atto io ero solo e accanto a me non vi era alcuna persona che io conoscessi.

 

 

A D.R.: La bomba di cui mi sono servito nell’attentato di questa mattina, l’avevo presa nel kibbutz di Israele dove io mi trovavo; preciso di aver preso la bomba in un alloggio di militari. Nel kibbutz ci sono dei baraccamenti dove abitano civili e militari. Mi è stato possibile entrare nell’alloggio militare innanzitutto perché non vi è, in un kibbutz, una vera e propria discriminazione tra civili e militari e poi perché io avevo ormai confidenza con tutti quelli che vivevano nel kibbutz, confidenza che mi era agevolata dal fatto che parlavo molto bene, e parlo, l’ebraico.

 

 

Non ricordo bene in quale posto particolare io abbia sottratto la bomba. Mi sembra di averla presa accanto ad un letto dove vi erano altre bombe ed altre armi.

 

 

Chiarisco di aver visto dei civili tirare delle bombe per divertimento.

 

 

DOMANDA: Che cosa intende per divertimento?

 

 

RISPOSTA: Un po’ come i botti che tirano a Napoli. Naturalmente le bombe venivano buttate contro la sabbia, non contro persone.

 

 

A D.R.: Dopo aver sottratto la bomba, l’ho portata nella mia camera depositandola nella mia valigia. Nessuno si è accorto della sottrazione della bomba che è avvenuta un anno fa circa.

 

 

A D.R.: Quando ho sottratto la bomba non l’ho fatto per un motivo ben preciso. Comunque mi ripromettevo di usarla quando sarebbero venuti ad arrestarmi. Quando ho appreso la notizia della morte di Calabresi, tra le altre cose che ho pensato e di cui ho già parlato, ho pnensato anche di fare un attentato dal momento che a seguito della morte di Calabresi c’erano state troppe celebrazioni che non si sarebbero dovute fare, perché le decine di migliaia di persone che avevano partecipato a quelle celebrazioni si erano rese solidali con Calabresi, che io ritenevo un assassino. Su questo non ho alcun dubbio.

 

 

A D.R.: In un primo momento ho pensato di compiere un attentato a Pisa. Avevo intenzione di recarmi in quella città in occasione dell’anniversario della morte di Franco Serantini, avvenuta in quella città il 7 maggio 1972.

 

 

Mi sono informato per acquistare il biglietto, ma non ho trovato nessun mezzo che arrivasse in tempo giusto e utile, in Italia. Ho chiesto informazioni presso l’agenzia di navigazione israeliana, dico meglio: navigazione marittima a Tel Aviv.

 

 

In quel tempo in Israele vi erano molte commemorazioni per cui mi è stato impossibile trovare posto su una nave.

 

 

Quando mi sono reso conto che non potevo più giungere in tempo utile a Pisa per compiere l’attentato il giorno 7 maggio di quest’anno, ho pensato di compiere l’attentato a Milano in occasione della celebrazione di questa mattina.

 

 

Non mi sono informato direttamente sul giorno della celebrazione perché ho pensato che essendo morto Calabresi il giorno diciassette maggio, certamente nell’anniversario della sua morte ci sarebbe stata una celebrazione.

 

 

Non sapevo infatti che durante la celebrazione che ritenevo quasi certa, si sarebbe scoperto un busto di Calabresi nella Questura di Milano.

 

 

A D.R.: Sempre presso la stessa agenzia “ZIM” di Tel Aviv che si trova nel centro della città ho prenotato sulla nave DAN un posto, che partiva da Haifa il giorno 8 maggio 1973. Mi sono imbarcato da solo, ovvero senza essere accompagnato da persone di mia conoscenza, portando nella valigia la bomba che avevo sottratta nel kibbutz. Anzi preciso che la bomba l’avevo in tasca.

 

 

Sono partito con due valigie o meglio con una borsa ed una valigia. Appena entrato in nave hanno perquisito la valigia e la borsa. Dopo che il servizio d’ordine sulla nave ha apposto, sia sulla borsa che sulla valigia il timbro dell’avvenuta perquisizione, io ho lasciato che la valigia andasse con tutti gli altri bagagli, mentre ho trattenuto con me la borsa.

 

 

Quando sono arrivato sul posto dove avveniva la perquisizione personale ho appoggiato a terra la borsa e vi ho infilato dentro la bomba, senza che nessuno mi vedesse. Quindi mi sono fatto perquisire. Alla fine della perquisizione ho raccolto a terra la borsa e sono salito sulla nave.

 

 

Naturalmente per acquistare i biglietti, ho dovuto mostrare alla compagnia di navigazione il passaporto i cui estremi sono stati annotati dalla stessa agenzia.

 

 

A D.R.: Il biglietto di imbarco mi è costato 165 dollari. I soldi me li sono procurati illegalmente, dico meglio: non con un lavoro regolare.

 

 

Quando mi sono imbarcato avevo con me circa cento dollari, circa quattrocento cinquecento franchi; avevo anche delle lire israeliane, l’equivalente di 15 mila lire italiane.

 

 

Non avevo con me lire italiane. Il viaggio è durato cinque giorni in tutto. La nave ha fatto due soste: una a Genova ed una a Marsiglia.

 

 

A Genova la nave si è fermata per circa due ore ed io sono sceso a terra. Gironzolando nei dintorni del porto. A Genova non ho incontrato nessuna persona di mia conoscenza.

 

 

Ho cambiato dei dollari presso una banca del porto, circa cinque dollari. Quando sono sbarcato a Genova mi hanno dato un biglietto provvisorio di sbarco con ivi apposto un timbro.

 

 

Sono sbarcato definitivamente a Marsiglia il 13 maggio alle ore 10 circa. A marsiglia quando sono sbarcato hanno perquisito soltanto la mia valigia; non mi hanno fatto alcuna perquisizione personale. Prima di sbarcare io avevo messo in tasca la bomba.

 

 

DOMANDA: Per quale motivo, dovendo lei recarsi a Milano, non è sbarcato definitivamente a Genova, ma ha preferito sbarcare a Marsiglia?

 

 

RISPOSTA: Feci ciò in quanto temevo che a Genova potessi incontrare qualche poliziotto che scoprisse che il passaporto di cui ero in possesso era falso e comunque proveniente da furto, per via del numero, pensando che fosse stato già segnalato. Inoltre temevo di trovare qualche poliziotto, il quale mi facesse magari delle domande sulla città in cui risultava rilasciato il passaporto e che io non conoscevo, non essendo mai stato a Bergamo.

 

 

A D.R.: Io non avevo mai tirato altre bombe, né di quel genere né di altre, in precedenza. Questa mattina è stata la prima volta. Non c’è stato bisogno di imparare, poiché si tratta di una bomba molto semplice da usare. Io non avevo mai usato bombe a mano e quella di stamattina è stata l’unica volta che io abbia fatto esplodere una bomba.

 

 

A D.R.: Quando è morto Pinelli io mi trovavo a Venezia ed appresi la notizia dalla stampa.

 

 

Si contesta all’imputato di avere in precedenza fatto funzionare delle bombe. Egli risponde:

 

 

“Non ho mai fatto esplodere delle bombe. Se l’avessi fatto non avrei nulla in contrario a dichiararlo”.

 

 

DOMANDA: Lei sa di che tipo è la bomba che ha lanciato questa mattina?

 

 

RISPOSTA: “Nella sua strutturazione meccanica è simile ad una bomba inglese. Quest’ultima l’ho vista anche in Israele e a differenza di quella da me lanciata, quella inglese è quadrettata e produce molto danno; invece quella da me lanciata è liscia ed io pensavo che avesse una maggiore capacità esplosiva e meno offensiva per le persone, perché ritenevo non producesse schegge. Poteva essere letale se colpiva una persona singola”.

 

 

A questo punto il P.M. dopo aver contestato all’imputato che nell’attentato ha perso la vita una giovane donna, che solo per caso si trovava a passare, dà atto che l’imputato scoppia a piangere e pronuncia la frase: “questa ragazza rovina tutto, perché io amo le ragazze”.

 

 

A D.R.: “Io avevo saputo che stamane vi era l’inaugurazione del busto di Calabresi, avendolo appreso dal Corriere, che avevo comprato questa mattina. La notizia era riportata nella pagina della cronaca di Milano, con un titolo su una colonna, mi pare, e che si trovava, se non vado errato, sulla facciata di sinistra aprendo il giornale”

 

 

“Ricordo che nell’articolo era riportata la notizia che lo scultore non aveva mai visto Calabresi e che si era basato su delle fotografie”.

 

 

A D.R.:  “Per quanto riguarda la ragione per cui sono sceso a Marsiglia, debbo precisare, come peraltro già detto, perché avrei incontrato maggiori difficoltà a passare con la bomba di cui ero in possesso. Preciso che a Genova, mi hanno fatto una perquisizione personale, quando sono risalito sulla nave”.

 

 

A D.R.: “A Marsiglia ho alloggiato presso una pensione vicino alla Gare de l’Est, credo che si chiamasse “Hotel du Rhone”. Ho preso alloggio in questa pensione verso mezzogiorno e vi sono rimasto per due giorni. Naturalmente ho dovuto presentare il mio passaporto, i cui estremi sono stati registrati nella pensione”.

 

 

“In questa città io mi ero recato già due anni fa, peraltro senza nessuna ragione specifica, ovvero, praticamente io mi ero recato a Marsiglia per sottrarmi all’ordine di cattura. Mi sono fermato in quella città per circa due mesi ed ho alloggiato nella medesima pensione di cui sopra”.

 

 

“A Marsiglia non ho svolto, in quel periodo, alcuna attività lavorativa. Per vivere mi arrangiavo, anche con mezzi illegali. Non ho fatto alcuna conoscenza particolare, quindi non posso indicare nessuna persona con la quale ho stabilito dei rapporti in quella città”.

 

 

“Devo precisare che quando mi sono recato a Marsiglia la prima volta, come facevo anche nelle altre città in cui andavo, per un primo momento non ho avuto un alloggio fisso, ma ho dormito ora quà ora là, nei posti più impensati”.

 

 

“Un giorno però venni fermato dalla polizia e portato alla centrale. Qui mi hanno identificato attraverso i documenti in mio possesso e poi mi hanno rilasciato. Da questo momento ho pensato che potevo anche alloggiare in una pensione, senza rischiare niente, e quindi sono andato nella pensione sopra indicata”.

 

 

“Nei due giorni in cui sono rimasto a Marsiglia, dopo essere sbarcato proveniente da Israele, non ho incontrato nessuna delle persone che avevo conosciuto due anni fa in quella città”.

 

 

“Ieri, dopo aver pagato regolarmente il prezzo dell’alloggio, alle ore 6 di mattina ho preso il treno alla Gare Saint Charles diretto a Milano, dove sono giunto verso le ore 16”.

 

 

A D.R.: “Il passaporto trovato in mio possesso me lo sono procurato qui a Milano, circa due o tre anni fa. Ero arrivato in questa città proveniente da Venezia. Vi ero venuto perché volevo sottrarmi alla cattura in una città più grande di Venezia, cioè pensavo che a Milano mi fosse più facile nascondermi. Mi sono fermato in Milano per circa dieci giorni. Non ho alloggiato in nessun posto perché non avevo nessun documento. Ho dormito pertanto in luoghi di fortuna, ora in un cinema, ora alla stazione ferroviaria, ora in qualche magazzino”.

 

 

A questo punto il dott. Scarpinato si allontana.

 

 

A D.R.: “Per tutto quel periodo ho frequentato i capelloni che stazionano in Piazza Duomo vicino la fermata del metrò. E’ stato qui che ho chiesto se qualcuno potesse procurarmi un documento falso. Mi sono rivolto ad un ragazzo, di cui non so indicare il nome, il quale mi ha fatto conoscere un’altra persona che era in grado di fornirmi il documento falso”.

 

 

“A questa persona io ho consegnato due fotografie, o meglio una soltanto, con l’accordo che appena mi avesse portato il documento falso io gli avrei dato la somma di £. 150 mila lire. Questa persona però non s’è fatta più vedere. Nei giorni successivi ho incontrato un’altra persona disposta a fornirmi il documento falso, alla quale ho consegnato un’altra mia fotografia, con l’accordo che appena mi avesse consegnato il documento gli avrei pagato la somma di £.150 mila”.

 

 

“Dopo due giorni, la stessa persona mi ha portato un passaporto, con su la mia fotografia, intestato però a certo MAGRI Massimo. Io gli ho consegnato la somma di £.50 mila ed un orologio”.

 

 

“Non so indicare la generalità di questa persona. Non conosco né ho conosciuto mai Magri Massimo. Una volta venuto in possesso del documento falso, mi sono mosso più liberamente, recandomi anche all’estero. Sono stato a Zurigo, a Ginevra, Marsiglia, Parigi”.

 

 

“Ho deciso di recarmi in Israele, quando mi trovavo a Marsiglia e infatti sono partito da questa città, con una nave, diretto a Haifa. Una volta giunto in Israele, non ho avuto nessuna difficoltà ad entrare in un kibbuz”.

 

 

A domanda del difensore, l’imputato precisa che quando è giunto a Milano per compiere l’attentato, ha evitato di prendere contatto con qualsiasi persona, per non compromettere nessuno nella sua azione, trattandosi di azione individuale,

 

 

DOMANDA: All’imputato viene contestato che dalle indagini di polizia giudiziaria è emerso che egli in Milano conosce tale Rodolfo Mersi e la di lui moglie.

 

 

RISPOSTA: “E’ vero, io conosco Rodolfo Mersi e sua moglie. Li conoscevo già da vent’anni. Li ho incontrati ieri appena arrivato a Milano, recandomi nella loro abitazione. Mi sono recato nella loro abitazione ieri sera verso le ore 21 e mi sono trattenuto per circa mezz’ora. Può darsi che con loro abbia parlato di bombe, perché si è parlato del Libano e di Israele”.

 

 

“Ho conosciuto Rodolfo Mersi a Venezia, al tempo in cui egli trafficava in armi. A quel tempo egli non aveva lavoro e faceva l’informatore della Polizia. In quel tempo egli mi chiese se gli potevo fornire delle armi. Io gli risposi di sì e prendemmo degli accordi. Però temendo che egli facesse la spia lo seguii e mi accorsi che parlava con un agente della politica”.

 

 

“Allora, quando lo incontrai, abbiamo messo in chiaro la storia e siamo diventati amici. Egli si era rivolto a me perché gli procurassi delle armi, perché in quel tempo, anno 1954, o nel 1955, io avevo reputazione di commerciante in armi”.

 

 

“In effetti io in quel periodo commerciavo in armi e per questo motivo sono stato denunciato e processato come potete constatare dai miei precedenti penali”.

 

 

A D.R.: “A quell’epoca il Mersi era un esponente di un movimento fascista, cioè il movimento dei profughi giuliani. Io in quell’epoca non svolgevo alcuna attività politica e me la ridevo quando il Mersi mi parlava di patriottismo e delle finalità che si proponeva il movimento al quale apparteneva. A quell’epoca io ero vagamente orientato a sinistra. Frequentavo le sedi del PCI, di cui però non ho avuto mai la tessera”.

 

 

“La differenza di idee non ci ha impedito peraltro di fare amicizia, perché mi sembrava un bravo ragazzo. A quell’epoca il Mersi non era sposato, ma era già fidanzato con l’attuale moglie”.

 

 

“Non ho mai frequentato, a quell’epoca, sedi fasciste o quella del movimento profughi giuliani”.

 

 

A D.R.: “Sapevo che il Mersi si trovava a Milano, perché due anni fa l’ho incontrato per caso in questa città, vicino a Piazza Duomo. Intanto lui si era sposato ed abitava già nella casa in cui sono andato a trovarlo ieri. Anche in quell’occasione sono andato a casa sua, a mangiare, ma non vi sono rimasto a dormire”.

 

 

A D.R.: “Ieri, prima di recarmi dal Mersi, gli ho telefonato. Ho trovato il suo numero di telefono sull’elenco, in quanto non lo avevo annotato. Al telefono mi ha risposto la moglie, la quale mi ha invitato ad andarli a trovare. Gli ho telefonato verso le ore 20/20,30, e dietro sua indicazione mi sono recato in via Pericle n.5. Per arrivarci ho usato la metropolitana. In casa ho trovato oltre la moglie, la quale mi aveva risposto al telefono, anche la figlia. Il Mersi è arrivato verso le ore 23,15”.

 

 

L’Ufficio contesta all’imputato di aver dichiarato che si era trattenuto nella casa del Mersi soltanto per mezz’ora. Poi invece ha dichiarato che il Mersi è arrivato in casa soltanto alle 23,15. Si chiede quindi all’imputato come spiega questa discordanza, o meglio questa diversa versione dei fatti in merito alla durata di permanenza nella abitazione del Mersi.

 

 

RISPOSTA: “La discordanza è soltanto apparente; quando io ho dichiarato che mi ero fermato in casa del Mersi soltanto mezz’ora, intendevo riferirmi alla mezz’ora di tempo trascorsa dal momento in cui è arrivato il Mersi al momento in cui io sono andato via”.

 

 

L’Ufficio contesta ancora all’imputato che egli ha dichiarato “mi sono trattenuto nell’abitazione del Mersi per mezz’ora”, dopo aver dichiarato che vi era arrivato alle ore 21.

 

 

RISPOSTA: “Ribadisco che la discordanza è solo apparente e mi riporto a quanto ho già dichiarato sopra. Dalle ore 21 alle ore 23,15 mi sono intrattenuto con la moglie del Mersi e con la sua figliola parlando del più e del meno. Facevo dei discorsi vari, raccontavo delle cose fantastiche, dicevo che ero un appartenente di Al Fatah, che ero in grado di far saltare il Parlamento, che se mi davano centomila lire gli eliminavo la portiera e via dicendo”.

 

 

“La signora Antonietta rideva e facevo questi discorsi più che altro per scaricarmi della tensione che era in me a causa di ciò che avrei dovuto fare l’indomani. Non ricordo comunque con precisione i discorsi che si fecero perché non davo ad essi alcuna importanza”.

 

 

“La figlia era presente, usciva ed entrava nella stanza. Verso le ore 23 sopraggiunse Rodolfo che era stato avvertito per telefono dalla moglie della mia visita. Comunque era l’orario di rientro. Infatti non ha  affatto anticipato il ritorno per me”.

 

 

“Ho consumato una frugale cena, mangiando un uovo e bevendo della birra. Poi si è parlato delle mie grane, della mia vita difficile; il Mersi mi ha chiesto perché non tornassi a Venezia ed io gli ho risposto che a Venezia ho delle rogne ed il Mersi mi ha consigliato di tirarmi fuori dalle rogne”.

 

 

A questo punto all’imputato viene consegnato l’elenco telefonico di Milano anno 1971-1972 che parte dalla lettera M con richiesta di cercare l’indirizzo del Mersi con relativo numero telefonico.

 

 

L’imputato, avuto in mano l’elenco dichiara che non è quello il volume nel quale ha cercato il numero di telefono, ma l’altro che porta il nome della moglie del Mersi: DI LALLA Antonietta via Pericle 5.

 

 

A D.R.: “Ho cercato il numero sotto il nome Di Lalla perché sapevo che il telefono era a lei intestato. Questa circostanza l’avevo appresa l’ultima volta che avevo incontrato i coniugi Mersi, cioè circa due anni fa, come ho detto sopra”.

 

 

A D.R.: “Quando ho ricontrato il Mersi a Milano, circa due anni fa, parlando con lui mi sono reso conto che egli non aveva una ideologia ben precisa, cioè egli non aveva subìto nessuna evoluzione ideologica, anche perché era incapace di avere una idea propria. Egli restava, comunque, vagamente di destra. Devo precisare a questo proposito che il Mersi più che per convinzione, simpatizzava per la destra”.

 

 

A D.R.: “In quella occasione ho visto il Mersi soltanto due volte, la prima volta è stata quando l’ho incontrato per caso in Piazza Duomo, la seconda quando sono stato invitato a casa sua a mangiare. Il mersi non mi ha presentato nessuno dei suoi amici; io l’ho visto la prima volta da solo, la seconda volta insieme alla moglie ed alla figlia. Anche ieri il Mersi non mi ha presentato nessuno dei suoi amici”.

 

 

“Non è vero che ho parlato con il Mersi della celebrazione che si sarebbe tenuta oggi in Questura. Non ne ho parlato perché ancora non sapevo bene se quella celebrazione si fosse tenuta o meno. Io in effetti ero venuto a Milano nella certezza che la celebrazione sarebbe avvenuta il giorno 17, però ieri ho letto i giornali e non vi ho trovato alcuna notizia in ordine a questa celebrazione; in sostanza io ho avuto la certezza della celebrazione che sarebbe avvenuta soltanto questa mattina leggendo il Corriere della Sera.

 

 

A D.R.: “Non è vero che ho detto al Mersi che ero venuto a Milano per compiere un attentato e che avevo con me una bomba. Come ripeto ho parlato di bombe soltanto genericamente”.

 

 

A D.R.: “Ho lasciato il Mersi verso le ore 23,45 perché dovevo prendere l’ultima corsa della metropolitana per portarmi in albergo”.

 

 

A D.R.: “Il Mersi non sapeva che io ero andato in Israele. L’ho informato di questo soltanto quando l’ho visto ieri”.

 

 

A D.R.: “Il Mersi non mi ha offerto di dormire in casa sua. Quando mi ha chiesto per quale motivo fossi venuto a Milano, gli ho dato delle risposte generiche senza però dirgli il vero motivo”.

 

 

A D.R.: “Avevo rivisto il Mersi circa dieci anni fa a Venezia in Piazza Roma e in questa occasione mi sono intrattenuto con lui soltanto dieci minuti”.

 

 

A D.R.: “Da quando l’ho conosciuto il Mersi ha sempre svolto l’attività di cameriere. Nel 1954, 1955 egli svolgeva l’attività in una trattoria di Venezia di cui non ricordo il nome. Quando l’ho rivisto due anni fa, egli mi ha fatto intendere che svolgeva attività di direttore ovvero di caposala in un ristorante di Milano. Io non ho fatto caso a questa sua affermazione perché ogni volta che ci incontravamo ci raccontavamo reciprocamente delle frottole”.

 

 

“Comunque egli mi disse che stava bene. Non ricordo se io gli abbia chiesto o egli mi abbia detto da quanto tempo si era trasferito a Milano”.

 

 

A D.R.: “Conosco tale Faccin Gastone il quale è stato coimputato con me per l’ordine di cattura per cui sono fuggito. Lo conobbi a Padova in un dormitorio per ex carcerati, forse nel 1970 e comunque certamente prima dell’emissione dell’ordine di cattura”.

 

 

“Con il Faccin si lavorava insieme presso una impresa di costruzioni di Padova. Con il Faccin ho lavorato insieme un mese o poco più. Ho cercato di convincerlo alle mie idee, ma non mi sembrò una persona abbastanza intelligente o meglio non ricettiva alle mie istanze ideologiche”.

 

 

“A me il Faccin diceva che era anarchico, ma in realtà non sapeva neppure cosa significasse tale termine. Gli ho passato delle riviste, dei libri, ma non so che profitto ne abbia tratto”.

 

 

“Nel predetto dormitorio ho conosciuto anche tale Tommasoni Gianfranco. Quest’ultimo non era individuo da frequentare perché era un informatore di professione che ad un certo momento non è stato onesto nemmeno con il suo datore di lavoro”.

 

 

“Anche il Tommasoni si disse anarchico. Ricordo infatti un episodio: un giorno nel predetto dormitorio, poiché era domenica, uno dei preti che lo dirigevano mi domandò perché non andavo a messa. Gli risposi che la cosa non mi interessava. Ne venne fuori una discussione di carattere filosofico ed io manifestai le mie idee anarchiche. Il Tommasoni si inserì nel discorso dicendo che anche lui la pensava come me”.

 

 

“Io però ho sempre diffidato di costui. Qualcuno mi disse che il Tommasoni era stato implicato nella vicenda delle bombe del commissario Juliano. A Padova si parlava di Freda e si sapeva che era un avvocato che si professava nazi-maoista. Io però non condividevo le idee di Freda che non ho mai conosciuto di persona”.

 

 

Si dà atto che a questo punto il Maresciallo Mignosa viene sostituito nelle funzioni di segretario dal brigadiere Di Lectis. Il Dr. Scarpinato riprende l’interrogatorio unitamente agli altri Magistrati.

 

 

“Non conosco tale Magri Massimo, nome che ho assunto con il falso passaporto. Ripeto, detto passaporto mi fu consegnato già compilato, io detti solo la mia foto in quanto la data di nascita del Magri non corrispondeva alla mia, come non corrispondeva neppure lo stesso, tanto che ha dovuto correggere l’1,70 in uno e settantanove. Non conosco nessuna persona con il cognome Magri. E’ vero che a Marsiglia alla pensione “Du Rhone” mi sono presentato come chimico e che all’atto della partenza ho dichiarato che sarei andato a Parigi. Ciò l’ho fatto senza alcuno scopo”.

 

 

A D.R.: In merito al passaporto devo precisare che la persona che me l’ha venduto mi è apparsa come un ladro di autovetture. Naturalmente è stata una mia impressione; comunque con questa persona non ho fatto alcun discorso di carattere politico; né ho discusso di politica con le altre persone alle quali io andavo chiedendo se fossero state in grado di procurarmi un documento falso”.

 

 

“Intendo dire che le persone che ho conosciuto intorno alla metropolitana di Piazza Duomo erano persone che non si interessavano di politica. Mi sembravano piuttosto dei delinquenti comuni che si arrangiavano a sbarcare il lunario con mezzi illegali”.

 

 

A D.R.:  In merito alla struttura della bomba devo precisare che si tratta di una bomba a mano a tempo. Per farla esplodere bisogna girare un anello posto all’estremità superiore, estrarlo lasciando saltare la linguetta e quindi lanciarla. Quando dico che la bomba era a tempo, vuol dire che essa prima di esplodere impiega circa 4 secondi e mezzo. Quando viene lanciata emette un fischio caratteristico perché brucia la miccia a lenta combustione”.

 

 

“Il tipo di bomba che ho lanciato era a struttura liscia. A metà dell’ovale si trova un rilievo nella cui parte superiore è scritta la marca o meglio il numero di matricola della casa che fabbrica quelle bombe ed il tempo che occorre per la deflagrazione, che come ho detto è di quattro secondi e mezzo”.

 

 

A D.R.: “Durante la mia permanenza nel kibbutz ho fatto esplodere ben due volte delle bombe che però non erano del tipo di quella usata oggi. Si trattava di bombe fumogene che fanno soltanto del rumore e provocano una fumata. Questo tipo di bombe vengono usate nelle esercitazioni militari. Impossessarsi di simili bombe in un kibbutz è più facile che non impossessarsi di quel tipo che io oggi ho lanciato”.

 

 

“Accade qualche volta che i militari ritornando dalle esercitazioni lascino incustoditi i sacchi che le contengono. Infatti io mi sono impossessato delle due bombe fumogene da un sacco a spalle che un militare aveva lasciato incustodito”.

 

 

“Qualche giorno dopo averle sottratte le ho fatte esplodere in aperto deserto. Preciso che le ho sottratte da solo e da solo le ho fatte esplodere. Ho sottratto le bombe con la convinzione che non commettevo un fatto grave; anzi ritenevo che fosse normale, perché nessuno l’avrebbe preso per un fatto grave”.

 

 

A D.R.: “Quando sono arrivato in Israele, sbarcando con la nave a Haifa mi sono subito recato a Tel Aviv. Qui ho chiesto dove si trovava la sede dell’organizzazione del Kibbutz. Credo che a Tel Aviv esistano quattro organizzazioni del genere. Io mi sono recato a quella denominata “La Giovane Guardia”, che ha sede in via Leonardo Da Vinci”.

 

 

“Qui ho chiesto di essere mandato in un kibbutz. Non ricordo se ho dovuto riempire dei moduli. Ricordo però che ho dovuto presentare il passaporto. Dopo aver adempiuto alcune formalità mi è stata consegnato l’indirizzo del kibbutz ed io subito sono partito per quella destinazione”.

 

 

“Nel kibbutz mi hanno subito messo a lavorare. Ho svolto vari lavori. Ho fatto cioè lavori agricoli in generale e tutto quello che mi ordinavano di fare. Per la mia attività lavorativa non venivo retribuito. Infatti nel kibbutz non esiste una vera e propria retribuzione per il lavoro svolto. Ogni tanto viene consegnata una piccola somma di denaro per le piccole spese che uno può fare quando va in città”.

 

 

“Nei primi tempi io non mi sono mai recato in città. In seguito però dopo aver acquisito familiarità con la lingua mi sono recato spesso a Tel Aviv per guadagnare del denaro. Prima mi ero recato nella città vicina, cioè Aschelon, anche a Gaza. Quando mi recavo a Tel Aviv scambiavo le lire israeliane di cui ero in possesso con dollari”.

 

 

“Lo scambio avveniva con i turisti ai quali io facevo credere che la banca avrebbe cambiato la loro valuta ad un prezzo inferiore a quello che io pagavo, in sostanza dicevo ai turisti che il prezzo a cui io acquistavo la loro valuta era superiore  a quello che loro avrebbero potuto realizzare attraverso il cambio ufficiale. Poi una volta venuto in possesso di valuta estera e soprattutto di dollari li rivendevo agli israeliani ad un prezzo superiore di quello che io avevo pagato”.

 

 

“Devo dire però che mi procuravo il denaro anche con altri espedienti, che non ritengo bello dichiarare. Qualche volta ho rubato delle radioline dalle macchine in sosta che poi rivendevo agli arabi. Preciso che il kibbutz ha contribuito nell’acquisto del biglietto del viaggio. Quando cioè io ho fatto presente che volevo ritornare in Italia e non avevo i mezzi necessari per pagarmi il viaggio, il Kibbutz mi ha dato circa 50 mila lire”.

 

 

A D.R.: “Non è vero che sono stato scacciato dal kibbutz. E’ vero invece che me ne sono andato di mia spontanea volontà. Sono rimasto nel kibbutz circa due anni. Naturalmente durante questo periodo ho fatto delle amicizie. Però non intendo fare alcun nome delle persone che ho conosciuto e con le quali ho trattenuto rapporti di amicizia, perché non voglio coinvolgerle in questi fatti”.

 

 

A D.R.: “Andando via dal kibbutz mi sono recato a Haifa, dove mi sono imbarcato nello stesso giorno. I biglietti li avevo acquistati nei giorni precedenti. A Haifa conosco della gente, ma sono soltanto delle conoscenze occasionali”.

 

 

A D.R.: “Nel kibbutz non vi era nessun italiano. A haifa non ho conosciuto nessun italiano. Non ho conosciuto nessun italiano in tutto il periodo in cui sono rimasto in Israele; ho soltanto incontrato qualche turista italiano occasionalmente quando mi recavo in città. Anche sulla nave che mi ha portato in Italia non ho incontrato nessun italiano”.

 

 

A D.R.: “E’ probabile che io ieri sera abbia parlato di Calabresi con la signora Di Lalla ed era anche probabile che io ne abbia parlato nel modo che risulta dalle dichiarazioni della stessa Di Lalla. Del resto quando io parlavo di Calabresi non usavo certo espressioni gentili. Come ho già detto lo ritenevo un assassino, cioè quello che sono adesso io”.

 

 

“Quella sera abbiamo parlato anche di Valpreda. E’ vero che io ho avanzato delle critiche verso costui, ma le mie critiche erano dirette non all’atto criminoso che gli viene attribuito, ma al suo comportamento successivo ed in particolare alla sua aspirazione di diventare membro del parlamento italiano. Io del resto non ho mai conosciuto Valpreda”.

 

 

A D.R.: “Non è vero che ho parlato ai coniugi Mersi dell’attentato che avevo in mente di compiere. Non è vero nemmeno che io ho detto loro che ero in possesso di una bomba. Non è vero che lasciandoli ho detto loro che avevo un appuntamento a mezzanotte alla stazione”.

 

 

“Per quanto riguarda quest’ultima circostanza intendo precisare che forse ho anche parlato di un appuntamento presso la stazione, ma se l’ho fatto è stato soltanto per dire qualcosa che giustificasse la mia volontà di andarmene in quel momento”.

 

 

A D.R.: “La bomba per tutto il tragitto da Marsiglia a Milano l’ho avuta sempre in tasca, cioè nella tasca dei pantaloni, perché temevo che alla frontiera avessero potuto perquisire la valigia. Anche durante tutta la mia permanenza a Milano, sino a questa mattina, ho portato la bomba in tasca nei miei spostamenti nella città”.

 

 

“Anche quando mi sono recato in casa del mio amico Mersi portavo la bomba in tasca, cioè sempre nella tasca dei pantaloni. Se mi avessero fermato avevo intenzione di farla scoppiare, perché non avrei permesso che mi arrestassero”.

 

 

“Preciso che ho indossato questi pantaloni perché hanno delle tasche più profonde. Del resto riuscivo a nascondere meglio la bomba perché indossavo un impermeabile”.

 

Letto, confermato e sottoscritto; l’interrogatorio viene chiuso alle ore 00,5 del giorno 18.

BERTOLI GIANFRANCO

 

Il P.M., poiché non sussistono le condizioni previste dall’art. 246 1^ parte C.P.P. per disporre che l’arrestato sia posto in libertà; considerato che l’arresto è avvenuto in flagranza di reato; ritenuto che nei confronti dell’imputato sono emerse prove evidenti di colpevolezza, emergendo soprattutto dalla sua ampia confessione, ordina che l’imputato rimanga in stato di arresto a disposizione dell’A.G. competente e ne dà formale comunicazione all’imputato.

Milano, li 18.5.1973

 

 

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO 

 

Interrogatorio dell'imputato 

 

L'anno 1973 il giorno 19 del mese di maggio alle ore 10 alle Carceri di S.Vittore avanti a noi dott. Antonio MARINI Sostituto Procuratore della Repubblica è comparso l'imputato Bertoli Gianfranco...egli risponde:

 

 

A D.R.: "A integrazione di quanto già dichiarato preciso che il mio atto era diretto contro le Autorità. Infatti io ho lanciato la bomba quando ho visto che uscivano dal portone della Questura degli Ufficiali Superiori. Nel caso io fossi riuscito ad entrare in Questura speravo di eliminare il Ministro e tutte le Autorità presenti, in particolare speravo che fosse presente il dott. Guida e il dott. Amati che io avevo intenzione di eliminare, in quanto, secondo me essi si erano resi responsabili della morte di Pinelli.

 

Volevo eliminare il dott. Guida perchè egli era un ex dirigente di un confino politico ai tempi del fascismo e il dott. Amati perchè era stato il Giudice Istruttore perchè aveva provocato l'arresto di molti anarchici dopo la strage di Piazza Fontana.

 

Secondo me la strage di Piazza Fontana è stata organizzata da una parte delle forze di polizia e da una parte della magistratura. Io non credo assolutamente nella responsabilità di Valpreda, sopratutto perchè quello non è stato un attentato anarchico.

 

L'attentato anarchico infatti si qualifica storicamente per il fatto che l'attentatore anarchico non fugge ma si fa arrestare. Non ritengo che sia stato Valpreda anche perchè egli a differenza di me aderiva ad una organizzazione anarchica.

 

Io so che il movimento anarchico organizzato respinge l'attentato individuale, perchè controproducente. Ribadisco quindi che io avevo intenzione di entrare in Questura e di gettare la bomba contro il gruppo delle Autorità.

 

Non c'è contraddizione con quanto ho dichiarato precedentemente che avrei detto "allontanatevi tutti perchè voglio far saltare il busto di Calabresi", perchè questa era la mia intenzione nel caso in cui fossi arrivato in ritardo, cioè nel caso in cui non fossero state più presenti le Autorità che avevano partecipato alla celebrazione.

 

Quindi quando io non sono riuscito, nonostante due tentativi, di entrare in Questura ho atteso fuori aspettando l'uscita delle autorità contro le quali avrei lanciato la bomba. Con questo voglio dire che io non volevo lanciare indiscriminatamente la bomba contro la folla ma soltanto contro il gruppo delle autorità.

 

A D.R.: Preciso che la mia intenzione era quella di lanciare la bomba direttamente al centro del portone della Questura. Se non ho colpito tale obiettivo è perchè molto probabilmente non ho calcolato bene la direzione anche perchè una volta tolta la sicura, avevo paura mi scoppiasse in mano poichè il tempo di esplosione è molto breve.

 

Io ho chiesto ai due agenti in divisa che mi stavano vicino se quella era la celebrazione del Calabresi. Avevo già tirato fuori dalla tasca la bomba e la tenevo in mano. Avuta la conferma ho girato la coppiglia e ho lasciato saltare la levetta tirando subito. Non posso dire se nel momento in cui ho tirato fuori la bomba dalla tasca qualcuno mi abbia visto.

 

Non posso nemmeno dire se quando ho lanciato la bomba qualcuno mi abbia spinto alle spalle o abbia fatto qualche movimento tale da deviare la traiettoria della bomba. Quello che ricordo bene è che un attimo prima di lanciare la bomba ho gridato pressapoco questa frase "Calabresi è l'assassino di Pinelli" e forse qualche altra frase come "viva la rivoluzione a morte la borghesia".

 

Dopo l'esplosione coloro che stavano dietro di me mi hanno guardato perplessi, io per non impaurirli ho alzato le mani mostrando le palme dicendo: "Sono stato io; sparatemi, ammazzatemi carogne".

 

A D.R.: Non è vero che ho detto al Mersi che avevo intenzione di compiere un colpo grosso, è stato lui che nel corso del colloquio mi ha detto che ero uno sciocco a non fare qualcosa di grosso invece di tante fesserie che non risolvono il problema della vita. Ma quando egli parlava di fare qualcosa di grosso alludeva a reati contro il patrimonio dai quali avrei potuto ottenere una grossa somma di denaro. Egli mi diceva ciò perchè era a conoscenza che io mi trovavo in condizioni economiche molto disagiate.

 

A D.R.: Sapevo che il Mersi era stato condannato per furto. Ricordo che all'epoca in cui ci frequentavamo in Venezia negli anni 1954-1955 egli si atteggiava a "ghensterino". Diceva sempre che aveva in mente di fare colpi grossi, onde procurarsi del denaro.

 

A D.R.: Non sono sicuro se ho conosciuto il Mersi nel 1954 o nel 1955 come egli afferma. E' probabile che io l'abbia conosciuto in qualche bar della zona di ponte Rialto di Venezia. E' probabile che io abbia parlato anche di armi con il Mersi perchè lui sapendo che io avevo subìto una condanna per vendita di armi mi chiese se potevo acquistargliele.

 

In un primo momento ho creduto che effettivamente il Mersi avesse intenzioni seriamente di acquistare delle armi poi sono venuto a sapere che era un confidente della polizia e che quindi lo faceva per mettermi nei guai. Per questa ragione non ho mai dato delle armi al Mersi.

 

La condanna di cui ho parlato prima per la vendita delle armi si riferisce al periodo 1954 quando io mi trovavo a Venezia. La vendita consistette in un mitra "Beretta" e di due pistole, una di fabbricazione belga mod. "Bayard" cal. 7,65 e l'altra di fabbricazione americana calibro 9.

 

Per questo traffico ho agito insieme a Sorteni Giorgio di Venezia e un altro ragazzo a nome Ivo Naccari il quale però c'entrava molto relativamente. Il mitra era del Naccari mentre le due pistole erano mie. Vendemmo il mitra e le due pistole a un gruppo che si denominava "fronte anticomunista italiano" finanziato da tale Ugo Marinotti di Vittorio Veneto.

 

Costui era un industriale, un pezzo grosso del Cotonificio Veneziano, fratello di Gianfranco Marinotti che era il presidente della Snia-Viscosa.

 

Io ho parlato soltanto una volta con Ugo Marinotti il quale però si presentò sotto falso nome. Si discusse di armi che loro volevano comprare per armare dei gruppi di destra. L'ho incontrato in Venezia nell'estate del 1954 negli uffici della Compagnia di Navigazione Testarin. Venni a sapere che la persona con la quale avevo avuto l'incontro era il Marinotti perchè successivamente parlando con un carabiniere amico del Sorteni costui ci disse che la persona che aveva dato il nome falso, che adesso però non ricordo, era il Marinotti.

 

Le armi di cui sopra furono portate dal Sorteni nel suddetto ufficio di navigazione e consegnate a quell'organizzazione. Io quel giorno non sono salito su negli uffici ma ho aspettato il Sorteni in un bar. Le armi furono consegnate per campionatura di una fornitura di armi per un milione. Il Sorteni quando ritornò nel bar mi disse di non aver ricevuto alcuna somma di denaro. Ma io non gli ho creduto perchè il Sorteni era un bidonista, ma in sostanza anch'io ero un bidonista perchè in effetti noi non eravamo in grado di consegnare loe armi promesse perchè non eravamo in grado di procurarle.

 

Noi avevamo intenzione di riempire delle casse con sassi e paglia, dare l'appuntamento agli acquirenti, farli venire sul posto con il denaro e mentre loro avrebbero guardato le casse noi li avremmo rapinati, usando una pistola in nostro possesso e un tirapugni.

 

Tale appuntamento non ci fu perchè tutto si esaurì in vari rinvii, in diffidenze reciproche, e in ultimo con l'intervento dei carabinieri. Un giorno infatti venne il Sorteni a chiamarmi dicendomi di andare con lui nella caserma dei carabinieri. Qui ci fecero vedere le armi che noi avevamo consegnato nell'ufficio di navigazione e ci contestarono il fatto.

 

In verità ci contestarono diverse versioni dei fatti, volevano che io ammettessi di conoscere il deposito ove erano le armi ma visto inutile il tentativo di farmi fare simile affermazione, che io del resto non potevo fare perchè in effetti non esistevano depositi di armi, mi arrestarono per detenzione e vendita di armi insieme al Sorteni e all'Ibvo Naccari.

 

Ci fu il processo ed io fui condannato a lire 20.000 di multa. Prima del processo ci fu garantito una pena mite dopo che noi promettemmo di tirare fuori alcuni nomi. Ho subìto un'altra condanna per detenzione di armi cioè per detenzione di una pistola Beretta ma questo è avvenuto successivamente e anche in questa occasione fui condannato a una pena pecuniaria.

 

A D.R.: Non è vero che ho parlato con il Mersi di un deposito di armi ad Asiago, o meglio di un deposito di tritolo appartenente ad un gruppo di partigiani comunisti.

 

A D.R.: Non ho mai frequentato il circolo degli anarchici della Ghisolfa. Ho sentito parlare di tale circolo ma non so nemmeno dove si trova.

 

A D.R.: Non è vero che io abbia detto al Mersi quando ci incontrammo a Milano nel 1969 che per 20.000 lire sarei stato disposto a far fuori chiunque. Ciò è semplicemente ridicolo. Oltretutto una pistola costa di più.

 

A D.R.: E' vero che la moglie del Mersi avvertì il marito che io ero a Milano e che io mi trovavo nella loro casa. E' vero anche che il Mersi ci invitò a raggiungerlo sul posto di lavoro ma io rifiutai, perchè non volevo che mi vedessero insieme a loro in modo da comprometterli. E' vero che quando il Mersi arrivò nella sua abitazione la moglie Di Lalla gli disse che io avevo delle bombe.

 

E' vero che io ho parlato di bombe con la moglie del Mersi ma lo avevo fatto per scherzo. Non ricordo se ho detto in particolare alla signora Mersi che io avevo una bomba in tasca, forse l'ho anche detto però non gli ho detto l'uso che ne volevo fare. Non feci vedere a nessuno dei due la bomba.

 

A D.R.: E' vero che il Mersi mi voleva intrattenere in casa sua dopo che io gli avevo fatto presente che dovevo prendere l'ultima corsa della metropolitana, assicurandomi che mi avrebbe accompagnato lui stesso con un taxi alla pensione ove io avevo preso alloggio. Io però non accettai e verso le ore 23,55 li lasciai.

 

Comunque il Mersi mi accompagnò fino alla stazione della Metropolitana, dove lo lasciai definitivamente. E' vero che fu lui stesso a pagare il biglietto perchè io non avevo moneta spicciola italiana.

 

A D.R.: Sono sceso alla stazione della metropolitana nei pressi della Stazione Centrale, di qui sono andato in via Vitruvio entrando nella pensione poco dopo la mezzanotte. Quando sono entrato ho salutato una donna che era dietro il banco della portineria. Mi sono fatto dare le chiavi della mia stanza e sono salito sù andando subito a dormire. Non ho fatto alcuna telefonata.

 

A D.R.: Il pezzetto di carta che mi viene mostrato è quello sul quale io ho trascritto il numero telefonico del Mersi che ho trovato su un elenco telefonico. Ho trovato facilmente tale numero perchè mi ricordavo che il telefono era intestato alla moglie del Mersi, Di Lalla Antonietta.

 

A D.R.: Nego ancora una volta di aver detto al Mersi o alla moglie che avevo intenzione di compiere un attentato l'indomani mattina in occasione della celebrazione dell'anniversario della morte di Calabresi. Non gliel'ho detto anche perchè temevo che egli avrebbe potuto avvertire la polizia.

 

A D.R.: Non conosco alcuna ragazza in Milano. Non è vero che ho avuto una fidanzata in questa città.

 

A D.R.: Non è vero che quando sono sbarcato a Marsiglia mi sono recato a Parigi. Non avevo alcuna ragione di recarmi in quella città. Sono rimasto a Marsiglia per due giorni senza alcuna precisa ragione o meglio perchè volevo venire a Milano soltanto il giorno prima dell'attentato. A Marsiglia non ho incontrato nessuna persona di mia conoscenza. Ho gironzolato per la città senza meta in attesa di prendere il treno per Milano.

 

Come ripeto ho preso il treno alla Gare di Saint Charles alle ore 6 del mattino. Tale circostanza può essere accertata dal biglietto che io ho acquistato alla stessa stazione e che avevo in tasca al momento del mio arresto, che credo mi sia stato sequestrato insieme a tutti gli altri oggetti.

 

Sul treno non ho avuto alcun controllo della dogana alla frontiera. Sono giunto alla Stazione Centrale di Milano alle ore 15,45 e mi sono messo subito alla ricerca di un alloggio. Dopo aver depositato le valigie nel deposito bagagli della Stazione mi sono subito recato in Piazza Duomo per andare a trovare o meglio per andare a vedere se rintracciavo qualcuno dei ragazzi conosciuti in precedenza nei pressi della stazione della Metropolitana.

 

Ho avvicinato soltanto un ragazzo arabo di cui non so il nome al quale ho chiesto se conosceva un posto dove io potessi dormire per quella sera ed egli mi disse di andare nei pressi della stazione o qualcosa del genere. io gli dissi che avrei preferito dormire in una casa privata dove cioè avrei potuto evitare di essere registrato. Lui mi rispose che non era in grado di indicarmi alcuna persona che avesse potuto ospitarmi.

 

A D.R.: Il nome Tassinari Guido l'ho già sentito ma non sono in grado di dire se l'ho conosciuto. Non ho avuto comunque mai un amico che si chiamasse Tassinari Guido.

 

A D.R.: Non conosco Ivan Magri, a meno che non lo abbia conosciuto in mezzo agli altri capelloni che io frequentavo in Milano. Non conosco nemmeno Susanna Magri. Io non conosco alcuna persona di Bergamo, nè sono stato in quella città. Non conosco Ugo Donini. Non so chi sia.

 

A D.R.: Non ho mai avuto le chiavi dell'armeria del kibbuz dove sono stato in Israele. La bomba me la sono procurata nel modo già descritto. Non mi sono mai procurato altre armi, nè ho cercato di farlo. Non ho cercato di procurarmi delle armi o degli esplosivi nel kibbuz per poi venderle quando mi recavo in città. Posso soltanto dire che se avessi avuto la possibilità mi sarei procurata un'altra bomba. Avendone un'altra, l'avrei usata nel momento dell'arresto, dopo aver lanciato la prima ed allo scopo di uccidermi.

 

A D.R.: Ribadisco ancora una volta che ho agito da solo, che dietro di me non c'è nessuno, che non faccio parte di alcuna organizzazione e che non vi ho mai fatto parte, essendo contrario al principio stesso di organizzazione. Ribadisco altresì che nessuno mi ha detto che il giorno 17 maggio 1973 ci sarebbe stata la celebrazione per l'anniversario della morte di Calabresi.

 

Letto, confermato e sottoscritto.

GIANFRANCO BERTOLI

 

 

 

 

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO

 

Interrogatorio dell'imputato 

 

L'anno 1973 il giorno 21 del mese di maggio alle ore 11,50 alle Carceri di S.Vittore avanti a noi dott. Antonio MARINI Sostituto Procuratore della Repubblica è comparso l'imputato Bertoli Gianfranco...egli risponde:

 

 

 

A D.R.: E' vero che ho detto al gestore dell'Hotel Du Rhone che mi sarei recato a Parigi, ma in effetti non ci sono stato. Se avessi avuto veramente intenzione di andare a Parigi avrei detto all'albergatore che sarei andato a Berlino. Con questo voglio dire che non avevo alcuna intenzione di informare le persone dei miei spostamenti.

 

A D.R.: Può anche essere vero che io abbia ricevuto una lettera dalla Francia quando mi trovavo nel kibbuz nel periodo di Pasqua. Comunque questa lettera non ha determinato la mia partenza da Israele. Naturalmente ricevevo della corrispondenza dall'estero ma questa riguardava soltanto persone che erano state nel kibbuz e che io avevo conosciute. Durante la mia permanenza nel kibbuz ho conosciuto i fratelli Jenimi Michael e Jacques.

 

A D.R.: Non è vero che ho ricevuto una lettera contenente una cospicua somma di denaro dall'Italia. Non ho mai ricevuto denaro dall'Italia nè da alcuna altra parte.

 

A D.R.: Non ho fatto mai parte del Movimento "Pace e Libertà". Non è vero che ho svolto azione di pestaggio nei confronti degli avversari, percependo un compenso mensile.

 

A D.R.: Non conosco tale D'Antona. Non conosco Andrea Slamiz. Non l'ho mai frequentato.

 

A D.R.: Non ho mai fatto parte del gruppo "Ordine Nuovo".

 

A D.R.: Non conosco Mohamed Mansor Saed. Non ho mai sentito questo nome. Non riconosco nella fotografia che mi viene mostrata alcuna persona di mia conoscenza.

 

L'Ufficio dà atto di aver mostrato al Bertoli la fotografia del Mohamed. Non è lui l'arabo che ho incontrato in Piazza Duomo quando sono arrivato a Milano il giorno prima dell'attentato. Non è lui l'arabo con cui sono andato a bere due birre in un bar nei pressi di Piazza Duomo. Quell'arabo io l'ho incontrato per caso e non gli ho chiesto nemmeno il nome nè io gli ho dato il mio. Ribadisco che è stato un incontro occasionale.

 

Io l'ho avvicinato in Piazza Duomo per chiedergli se sapesse indicarmi dove potevo alloggiare senza essere registrato. Siamo stati insieme per circa 20 minuti e poi ognuno è andato per la sua strada.

 

A D.R.: Ribadisco che ho lasciato la casa del Mersi verso le ore 23,45. Ho preso la Metropolitana dopo 5-10 minuti e sono sceso alla Stazione Centrale, avviandomi subito verso l'albergo. Non posso dire a che ora sono entrato in albergo. Posso soltanto dire che non riuscivo più a trovare la strada, essendo andato per la prima volta in quell'albergo di giorno.

 

Posso anche dire che sono rientrato in albergo assolutamente prima dell'una. Ribadisco che non avevo alcun appuntamento alla stazione; che non ho incontrato alcuna persona e se ho detto al Mersi che avevo un appuntamento a mezzanotte è stato perchè volevo andare via.

 

A D.R.: Ho lasciato il mio bagaglio alla stazione perchè quando sono arrivato non sapevo ancora dove alloggiare e non volevo portarmi dietro le valigie durante la ricerca dell'alloggio, sopratutto perchè speravo in un alloggio di fortuna. Quando non l'ho trovato e ho invece preso alloggio alla pensione Italia non ho ritirato il mio bagaglio alla stazione, sebbene la pensione Italia fosse lì nei pressi, perchè non avevo alcun bisogno del mio bagaglio, in quanto avevo già deciso di fermarmi la notte e se nella mattinata avessi potuto porre in essere l'attentato, come era nei miei propositi, è chiaro che non avevo più bisogno del bagaglio e sarei morto o sarei stato arrestato.

 

D'altra parte nel caso in cui la celebrazione non ci fosse stata ed io non avessi potuto compiere l'attentato, me ne sarei subito andato da Milano ovvero, se avessi deciso di rimanere avrei ugualmente cambiato alloggio perchè alla pensione Italia il prezzo era per me troppo caro.

 

Letto, confermato e sottoscritto.

GIANFRANCO BERTOLI

 

 

 

 

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO

 

Interrogatorio dell'imputato

 

L’anno 1973 il giorno 24 del mese di maggio alle ore 11,30 avanti a noi Dott. Antonio MARINI Sostituto Procuratore della Repubblica è comparso l’imputato BERTOLI GIANFRANCO….egli risponde:

 

 

A D.R.: “Ribadisco che la bomba l’ho sottratta da un alloggio militare del kibbutz. Non è vero che nel kibbutz era impossibile trovare bombe a mano, anzi la cosa era piuttosto facile. Infatti nel kibbutz circolavano molti militari armati e molti di loro avevano in dotazione delle bombe a mano”.

 

 

“Non posso dire con esattezza quando  mi sono impossessato della bomba; forse un anno fa o forse 8 mesi fa. Quando mi sono impossessato della bomba avevo intenzione di compiere un attentato ma non sapevo ancora che tipo di attentato avrei posto in essere”.

 

 

“Comunque era mia intenzione compiere un attentato contro una qualsiasi Autorità. Comunque era da molto tempo che pensavo di fare qualche attentato contro Autorità Italiane. Ho pensato anche di compiere un attentato contro Calabresi che io ritenevo l’assassino di Pinelli, ma in seguito ho desistito dal mio proposito per le difficoltà tecniche di attuazione sia perché ero incerto se l’attentato individuale potesse essere o meno producente”.

 

 

“Ciò ho pensato quando ancora mi trovavo in Italia, a Venezia. Quando ho saputo dell’attentato a Calabresi, sono rimasto particolarmente disgustato per l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Calabresi. Io pensavo che fosse odiato da tutti e invece ho dovuto constatare che l’opinione pubblica ne aveva fatto un martire”.

 

 

“Di qui è nato l’odio per coloro che non avevano capito le motivazioni che secondo me erano dietro l’attentato. E’ nata in me anche una sorta di sfiducia nella capacità rivoluzionaria nelle masse popolari, che ormai sono condizionate dal sistema e accettano i valori del sistema stesso, rendendosi schiavi”.

 

 

“Ribadisco che ho saputo dell’attentato a Calabresi prima dalla radio poi dalla stampa. Non posso dire se quando ho saputo dell’attentato di Calabresi ero già in possesso della bomba. Rircordo che quando ho visto dalle fotografie dei giornali le Autorità Italiane che partecipavano ai funerali di Calabresi ho pensato che in quel momento ci doveva essere qualcuno che avrebbe dovuto lanciare una bomba”.

 

 

“Mi ha urtato in modo pazzesco che in quel momento non ci fosse nessuno a lanciare una bomba. Mi ha disgustato la supinità della gente che partecipava ai funerali. Ricordo che qualche giorno prima avevo letto sul Corriere della Sera o sulla Stampa, che in quel tempo io leggevo spesso comprandoli direttamente a Tel Aviv o incaricando qualcuno che si recava in quella città, che era stato assassinato dalla Polizia Franco Serantini di Pisa”.

 

 

“In quella occasione ho pensato con rabbia che i morti erano sempre da una parte e che dall’altra parte non c’era nessuno che era capace di vendicarli. In sostanza qualcuno in grado di fare come dice la Bibbia: occhio per occhio dente per dente”.

 

 

“Inoltre quando ho letto che un giovane era stato arrestato a Roma perché aveva scritto delle parole poco rispettose sulla morte di Calabresi e che era stato arrestato e condannato a due anni mi sono detto che ci voleva qualcuno deciso a vendicarsi contro la Polizia ovvero contro la struttura sociale interna”.

 

 

“Si è maturato quindi in me il proposito di compiere un attentato per svegliare la coscienza delle masse”.

 

 

“Preciso che quando ho letto dei funerali di Calabresi ho sognato per un momento di essere presente e di buttare una bomba, ed è stato da questo momento che ho pensato che forse ci sarebbe stato un anniversario della morte di Calabresi nel corso del quale io avrei potuto attuare il mio proposito, ed è stato da questo momento che mi sono determinato senza alcuni dubbi a compiere un attentato in Italia”.

 

 

“I miei dubbi restavano ancora su quale potesse essere l’obiettivo più idoneo per colpire le coscienze. Comunque da quel momento ho organizzato la mia vita nella prospettiva dell’attentato. Ho evitato di bere alcool, mentre prima bevevo molto; mi sono rinchiuso in me stesso, evitando di parlare anche con gli amici; non mi sono nemmeno più curato delle cerimonie o delle feste che si facevano nel kibbutz;  ho evitato accuratamente ogni confidenza sul mio proposito”.

 

 

“Con ciò voglio dire che davanti a me vi era ormai un unico obiettivo: cioè quello di recarmi in Italia e di compiere l’attentato”.

 

 

A D.R.: “Ribadisco che io con la mia mentalità non avrei mai accettato di far parte di una organizzazione; quindi non avrei mai accettato di eseguire l’attentato su ordinazione”.

 

 

“Intendo dichiarare a questo proposito che ogni organizzazione quali che siano gli scopi che si propone, finisce per divenire fine a sé stessa e in ultima analisi diventa una forza di conservazione, perdendo di vista gli stessi scopi originariamente prefissi. Per me tutte le organizzazioni anche a scopo terroristico sono strutturate gerarchicamente, sicchè non lasciano spazio all’azione individuale e alla libera determinazione dell’individuo”.

 

 

A D.R.: “Sono stato a Gaza, è una cittadina a popolazione araba distante circa 10 chilometri dal kibbutz soltanto una o due volte, senza scopi particolari. In quella città non ho conoscenti”.

 

 

A D.R.: “A proposito dei due fratelli francesi, dopo averci pensato attentamente, debbo dire che la contestazione che mi è stata fatta l’altro giorno sulla grossa somma di denaro che ho ricevuto dalla Francia la ammetto. E’ vero che io ho ricevuto una lettera contenente due biglietti da 20 dollari provenienti dalla Francia. La lettera e quindi i soldi erano stati inviati dalla madre dei due fratelli francesi che avevano dato durante la loro permanenza nel kibbutz il mio indirizzo”.

 

 

“Siccome i due quando ho ricevuto la lettera non si trovavano più nel kibbutz, io ho pensato di restituire indietro la somma di denaro a loro diretta. Mi sono quindi recato dalla signora addetta alla corrispondenza nella segreteria del kibbutz, pregandola di spedire una lettera raccomandata all’indirizzo del mittente ovvero della madre di questi due ragazzi, con la restituzione della somma di denaro”.

 

 

“Ricordo che i due fratelli francesi erano stati nel kibbutz un anno prima. Michel era rimasto soltanto per 20 giorni, mentre Jacque si fermò più di sei mesi. Io feci amicizia con loro, però essi non alloggiavano nella mia stessa stanza. In quel periodo è arrivato nel kibbutz un altro francese di nome Claude che si è fermato nel kibbutz soltanto per un mese”.

 

 

“Una sera tra i due fratelli francesi e il Claude scoppiò una lite alla quale io ho assistito perché avvenne nella mia stanza. Non è vero che si picchiarono. Ricordo che durante una specie di colluttazione fra i tre il Michel dette una spinta al Claude il quale andò ad urtare contro un vetro della finestra producendosi una ferita. La lite finì qui”.

 

 

“Essa fu determinata dal fatto che i due francesi ma soprattutto Michel avevano scherzato pesantemente sul Claude sul suo credo religioso. Il Claude diceva di essere un giudeo cristiano; anche i due gli dissero allora che doveva farsi circoncidere con l’acqua santa”.

 

 

“Questa affermazione non piacque al Claude il quale si irritò buttandosi sul Michel che stava sul letto, afferrandolo per la gola. Michel reagì spingendo il Claude contro la finestra”.

 

 

“A seguito della lite, a cui io non ho partecipato ma soltanto assistito, le autorità del kibbutz decisero di mandare via i tre Francesi ma poi non se ne fece niente. Michel andò via di propria iniziativa dopo una decina di giorni; Claude andò via dopo circa un mese e Jean dopo circa sei mesi”.

 

 

A D.R.: “Michel e Jean mi dissero che erano di Parigi; non ricordo se mi dissero che venivano in Israele dalla Grecia o dalla Turchia. Mi dissero che avevano viaggiato in autostop. Claude non mi disse da dove veniva; fra me e lui non vi era alcuna affinità perché avevamo dei punti di vista assolutamente contrapposti. Egli infatti era religioso mentre io sono ateo. Mentre i due fratelli invece erano molto vicini al mio punto di vista in quanto erano ragazzi che amavano la libertà ed erano ideologicamente su posizioni di sinistra. Che io sappia non facevano parte di nessuna organizzazione politica. Con loro ho discusso di politica, come del resto facevo con tutti”.

 

 

“Non mi dissero che avevano avuto dei guai con la giustizia. Non mi fecero vedere i loro passaporti. Non mi dissero che erano nord-africani. Io so soltanto che parlavano francese e nel dialetto parigino”.

 

 

A D.R.: “A quanto posso ricordare essi sono ritornati nel kibbutz assieme nell’autunno del 1972. Essi erano venuti con l’intenzione di restare nel kibbutz ma le autorità dissero che non li volevano accettare. Allora io di nascosto li ho ospitati nella mia stanza facendoli rimanere per qualche sero. Preciso che io li ho ospitati sempre di nascosto per parecchie volte, cioè essi si fermavano nel kibbutz per due o tre giorni poi scomparivano, quindi ritornavano, si fermavano alcuni giorni e scomparivano di nuovo”.

 

 

“Non ricordo l’ultima volta che li ho ospitati. Ricordo comunque che la lettera a loro o meglio a me indirizzata arrivò dopo che loro erano già partiti definitivamente. In merito alla restituzione del denaro devo precisare che io non li ho consegnati alla Rachel Vared, che è il capo dei volontari nel kibbutz, ma come ripeto all’addetta alla corrispondenza che adesso non ricordo come si chiama”.

 

 

A D.R.: “Il Michel mi disse che aveva fatto il servizio militare nei paracadutisti francesi. Quando partirono i due fratelli mi dissero che si sarebbero imbarcati ad Haifa, diretti in Grecia, e che poi da lì sarebbero ritornati in Francia in autostop. Mi dissero anche che avevano due moto. Anzi io queste moto le ho viste..ma poi queste moto si guastarono ed essi le fecero trasportare fino ad Haifa dove le imbarcarono dirette in Francia”.

 

 

A D.R.: “Per ottenere il visto di ingresso in Israele presso il Consolato di quel paese in Marsiglia ho impiegato 5 minuti. Mi sono recato al Consolato, ho chiesto che cosa dovevo fare per ottenere il visto di ingresso in Israele; loro mi hanno detto che avrei dovuto portare una fotografia e riempire un modulo; sono uscito fuori, ho fatto le fotografie in una cabina automatica, sono ritornato, ho riempito il modulo con un po’ di balle ed ho ottenuto subito il visto. Tutto nella stessa giornata”.

 

 

“Mi trovavo a Marsiglia da un mese,…Ho abitato sempre all’Hotel du Rhone tranne i primi tempi in cui dormivo in posti occasionali. Intendo dichiarare che a Marsiglia vi sono molte pensioni che affittano le stanze ad ore e dove è possibile alloggiare senza esibire documenti”.

 

 

A D.R.: “Mi sono imbarcato per Israele a Marsiglia, perché l’idea di andare in quel paese mi è venuta mentre mi trovavo in quella città”.

 

 

A D.R.: “Non ho nessuna conoscenza particolare a Marsiglia; durante la mia permanenza ho fatto soltanto conoscenze occasionali”.

 

 

A D.R.: “Ammetto che ero in possesso di un biglietto di andata e ritorno da Marsiglia ad Haifa e da Haifa a Marsiglia. Comunque questo biglietto era valido soltanto per un anno. Scaduto l’anno sono stato costretto, quando sono ritornato a Marsiglia a fare un nuovo biglietto. Per ottenere il biglietto di andata e ritorno, usufruendo di uno sconto, ho pagato la somma di circa 1000 franchi francesi, poco più di £ 100.000”.

 

 

A questo punto considerata l’ora tarda (ore 14) si sospende l’interrogatorio dell’imputato per riprenderlo alle ore 15.

 

 

Letto, confermato e sottoscritto.

 

GIANFRANCO BERTOLI

 

 

 

Alle ore 15,05 si riapre l’interrogatorio del Bertoli Gianfranco alla presenza del difensore avv. Messina Dionisio.

 

 

 

A D.R.: “Mi sono procurato tale somma di denaro con vari espedienti. Non intendo comunque specificare con quali espedienti. Cioè su questo punto non intendo rispondere anche per non coinvolgere in questa inchiesta altre persone”.

 

 

“Intendo dichiarare a questo proposito che tutte le volte che sono stato arrestato, pur avendo commesso dei reati in concorso con altre persone, non ho mai fatto il nome dei miei correi; anzi qualche volta sono stato condannato al loro posto”.

 

 

“Non intendo citare alcun caso del genere. Del resto basta spulciare i miei precedenti penali per rendersi conto di quanto affermo”.

 

 

“Quando mi sono imbarcato da Marsiglia per Haifa ho subìto i controlli normali del bagaglio e del passaporto. Non ho subìto alcuna perquisizione personale. Portavo con me gli stessi bagagli che mi sono stati sequestrati cioè la stessa valigia e la stessa borsa”.

 

 

A D.R.: “Per il rinnovo dei visti se ne occupava direttamente il kibbutz. Solo una volta mi sono occupato personalmente del rinnovo del visto, perché avevo tardato a riceverlo e allora ho dovuto andare personalmente per mettere a posto la cosa o meglio per chiarire il ritardo. In questa occasione ho dovuto pagare 20 lire israeliane per il ritardo, denaro che però mi è stato risarcito dal kibbutz”.

 

 

“Normalmente il passaporto viene trattenuto dalle autorità israeliane per qualche tempo prima della concessione del nuovo visto. L’ultimo visto della durata di un mese l’ho ottenuto dopo aver telefonato alle Autorità che detenevano il mio passaporto,…..[…]”.

 

 

“Comunque il Kibbutz oltre a pagarmi …mi ha anche dato un’altra somma di denaro: circa 200 lire israeliane; somma che mi spettava perché durante la mia permanenza non ho mai preso alla fine del mese le trenta lire che il kibbutz passava a tutti i volontari”.

 

 

“Su quest’ultima circostanza chiarisco che non sempre io lasciavo al kibbutz il compenso mensile, ma soltanto qualche volta. Chiarisco anche che io non andavo ogni mese ad incassare la somma suddetta, ma ogni tanto, quando avevo bisogno di denaro…..richiedevo al kibbutz; così qualche volta ho chiesto 50 lire, altre volte 100 lire e così via. Alla fine si è fatto un conguaglio ed è risultato che mi spettavano ancora 200 lire.

 

 

A D.R.: “Dell’acquisto del biglietto si è interessato direttamente il kibbutz”.

 

 

A D.R.: “Sono sbarcato a Marsiglia il giorno 13 maggio u.s. Ricordo che era domenica, non ricordo a che ora. A Marsiglia non ho subìto alcun controllo, mi hanno soltanto chiesto se avevo qualcosa da dichiarare; io naturalmente ho risposto di no. Appena sceso, ho preso l’autobus noleggiato dalla Società di navigazione per condurre i viaggiatori fino alla stazione”.

 

 

“Ivi giunto, cioè alla stazione di Saint Charles, ho depositato la valigia e la borsa con dentro la bomba in una cassetta di sicurezza della stazione, di cui non ricordo il numero. Ho chiuso a chiave e mi sono recato all’Hotel du Rhone a vedere se c’era posto. Qui ho preso una stanza e sono di nuovo uscito. Sono ritornato alla stazione; ho ripreso le valigie che ho portato in albergo, andando sempre a piedi”.

 

 

“All’Hotel ho depositato le valigie, mi sono cambiato, sono uscito ancora ed ho girovagato nel vecchio porto, rientrando in albergo a notte alta. Ricordo di essere stato al cinema ed anche a vedere lo strip tease; non so però se questo l’ho fatto la prima sera o la seconda sera, perché in quell’albergo sono rimasto soltanto per tre notti”.

 

 

“Nel giorno successivo non ho fatto niente di particolare, ho cercato di passare il tempo. Così ho fatto anche nel terzo giorno”.

 

 

A D.R.: “Nego di essermi spostato da Marsiglia. Mi sono spostato da questa città soltanto quando ho preso il treno diretto a Milano, alle ore 6 del giorno 16, alla stazione di Saint Charles. Il biglietto lo avevo acquistato il giorno prima, direttamente alla stazione, alla biglietteria, non ricordo a che ora”.

[…]

 

 

A D.R.: “Dei miei spostamenti a Milano ne ho già parlato e non intendo ripetermi. Ribadisco che non ho incontrato alcuna persona che conoscevo, all’infuori dei coniugi Mersi. Ho telefonato in casa Mersi da una stazione della Metropolitana, mi pare che sia quella di Loreto.

 

 

A D.R.: “Può essere che io abbia chiesto al Mersi dove fosse l’ubicazione di una chiesa in Milano. Ricordo che la cerimonia funebre di Calabresi si svolse nella chiesa di S.Marco. Quindi io posso aver chiesto al Mersi dove si trovasse questa chiesa, perché in un primo momento pensavo che la celebrazione dell’anniversario di Calabresi si svolgesse in quella chiesa”.

 

 

“Non è vero che ho chiesto al Mersi dove fosse quella chiesa perché avevo un appuntamento con la persona che avrebbe dovuto consegnarmi la bomba in quel luogo. Ancora una volta ripeto che la bomba l’ho portata da Israele”.

 

 

A D.R.: “Escludo nel modo più assoluto che il Mersi fosse a conoscenza del mio arrivo a Milano prima della mia telefonata nella sua abitazione. Escludo ancora una volta che io gli abbia parlato dell’attentato che avevo in mente di compiere. Escludo che ne abbia parlato anche con altre persone”.

 

 

A D.R.: “Nel 1960 in occasione di un processo sono stato sottoposto a perizia psichiatrica. In quella occasione io fornii al perito risposte tali da farmi credere imbecille. L’ho fatto apposta per farmi ritenere incapace di intendere e volere. Se si leggeranno le risposte che io ho dato al perito vi accorgerete subito che sono risposte idiote date a ragion veduta”.

 

 

“Comunque io non sono pazzo né sono un imbecille e non intendo adesso ad essere sottoposto a perizia psichiatrica. Ripeto che ho agito con piena coscienza e volontà, esaminando e vagliando tutti i minimi particolari della mia azione al fine di raggiungere il risultato voluto. Mi dispiace soltanto di aver causato la morte di quella povera ragazza. Il mio obiettivo esclusivo era quello di provocare la morte delle Autorità che partecipavano a quella celebrazione”.

 

 

“Poiché ancora si mette in dubbio la mia convinzione anarchica e individualista e si tenta di farmi passare quale appartenente ad una organizzazione, debbo dire che le mie idee anarchico individualiste le ho già esposte in un diario che ho scritto in carcere a Venezia 4 o 5 anni fa. Tale diario oggi si trova in mano ad un prete al quale lo consegnai quando sono uscito dalle carceri”.

 

 

“Tale prete si chiama Don Giuseppe Visentin ed è parroco della chiesa di S.Marco a Mestre. L’ho consegnato a padre Visentin perché nonostante sia un prete, è un bravo uomo. Egli durante la mia permanenza è venuto spesso a trovarmi, perché conosceva molto bene la mia famiglia e particolarmente mio fratello Pietro Antonio che è un uomo molto religioso…[…]

 

[manca il testo finale di questo verbale che è dunque incompleto, g.m.]