INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO

TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO

 

Ecco la chiave dell'attentato di Milano!

 

 

L’anno 1974 il giorno 17 del mese di gennaio alle ore 16, 45 nel Carcere di S.Vittore avanti a noi Dott. A.Lombardi e con l’intervento del P.M. Dr. Riccardelli è comparso BERTOLI GIANFRANCO…..che risponde:

 

 

“Prendo atto della facoltà che mi viene riconosciuta di astenermi dal rispondere. Intendo rispondere”.

 

“Sono stato a Parigi più di una volta tra il 1970-1971. Vi ero stato anche precedentemente.In Francia ed anche a Parigi ho dei conoscenti, non posso precisare tali conoscenze perché spesso sono ai limiti o fuori della legalità”.

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli le dichiarazioni del teste Sandolo Serra in ordine alla di lui presenza a Parigi nel 1970-1971.

 

 

 

 

Il Bertoli: “Non ricordo l’episodio, né ricordo la Wolkswagen bianca sulla quale sarei salito accompagnandomi a due uomini ed una donna. Si sarà trattato di alcune mie conoscenze parigine, se questo fatto è effettivamente avvenuto. Prendo atto che si trattava di un orologio da donna ma non ricordo di averlo acquistato”.

 

 

 

A D.R.: “I miei conoscenti di Parigi non erano anarchici né in qualche modo politicamente qualificati; molti vivevano ai margini della legalità”.

 

 

 

 

L’Ufficio domanda: come mai trovandosi in una delle città ideologicamente più vivaci d’Europa non ha cercato di conoscere persone ed ambienti della sua stessa ideologia politica, considerando anche lo stato di bisogno in cui si trovava?

 

 

 

 

Bertoli: “Non avevo né il desiderio né la possibilità di effettuare tali conoscenze”.

 

 

 

 

L’ufficio mostra al Bertoli l’espresso pervenuto da Parigi col timbro 30/8/1973 firmato: I compagni di lotta.

 

 

 

 

Il Bertoli: “Si tratta di uno scherzo o di una lettera provocatoria. Innanzitutto è ben strano che si sia scritta una lettera dicendo “so già che questa lettera non ti giungerà mai nelle mani”. In essa poi si parla di un colloquio che io non saprei assolutamente identificare; la terminologia è poi una brutta imitazione della fraseologia rivoluzionaria”.

 

“Si parla di mondo anarchico rivoluzionario ed è pacifico che esso presuppone la lotta delle masse e non può riferirsi a un “grande eroe di tipo Nietzschiano” secondo una concezione di una certa forma di anarchismo individualista completamente rifiutata dalle forme di anarchismo rivoluzionario; forme che si riallacciano alla tradizione della lotta di classe”.

 

 

 

A D.R.: “Sono un anarchico individualista e non avrei alcuna difficoltà per attuare un’azione di rivolta ad utilizzare mezzi e occasioni che mi fossero offerti da ambienti ideologicamente del tutto diversi (forze di destra, polizia, magistratura, ecc.). Mi regolerei caso per caso”.

 

“Nell’utilizzare comunque i mezzi offerti da tali forze non accetterei mai di compromettere con essi la mia ideologia ricevendo per compiere l’atto una ricompensa di carattere economico. In tal caso probabilmente mi preoccuperei di intascare la somma offerta, senza però compiere l’azione commissionatami, perché essa non sarebbe più un’azione libera”.

 

“Per esempio al tempo dell’attentato di August Vaillant, avvenuto verso la fine del secolo scorso, nel parlamento francese, si disse che era stata la polizia ad armare la mano dell’attentatore, e che lo stesso pur sospettandolo ugualmente effettuò l’attentato. Non ho nessuna obiezione di principio su tale fatto”.

 

 

 

 

A D.R.: “E’ vero che non ho mai simpatizzato con la politica imperialistica del governo israeliano, tuttavia decisi di andare in Israele perché era più comodo (il viaggio costava poco) ed ero attratto dal tipo di vita del kibbutz”.

 

 

 

 

L’Ufficio ribadisce al Bertoli che ben tre persone lo hanno visto verso le ore 9,30 davanti alla Questura vicino ad altri due individui di cui uno dai tratti particolari, come indicati dai testi Gemelli, Jannacci.

 

 

 

 

Il Bertoli: “Ribadisco che davanti alla Questura sono arrivato dopo le ore 10,30 e non ricordo di aver visto un individuo dalle caratteristiche da lei indicatemi: “viso alla nazarena, folta capigliatura con eschimo addosso””.

 

 

 

A D.R.: “Non ho mai conosciuto Augusta Farvo, né so dove abitava Valpreda; non ho mai conosciuto Amedeo Bertolo, anche se lei mi dice che venne in più occasioni a Venezia al Circolo Machno per periodo in cui abitavo a Venezia”.

 

 

 

 

A D.R.: “Confermo che il passaporto intestato a Massimo Magri fu da me acquistato da uno sconosciuto nei pressi della Metropolitana. Andai sul luogo più volte. Ricordo che una prima volta diedi la mia foto a colui che doveva fornirmi il passaporto, ma non se ne fece niente perché voleva un anticipo eccessivo”.

 

“Chiesi poi una seconda volta un passaporto falso o un documento ad una seconda persona conosciuta nelle stesse circostanze; alla stessa diedi una seconda fotografia e in un appuntamento successivo mi diede il documento”.

 

“Prendo atto che lei mi comunica che la mia fotografia fu portata all’ufficio politico da un confidente e poi restituita prima di essere apposta sul documento falsificato che mi venne poi consegnato”.

 

 

 

 

A D.R.: “Prendo atto che il Mersi ha dichiarato che io avrei detto quella sera: “Mi hanno abbandonato”. Non ricordo di aver detto tale frase. Il Mersi mi ha messo in imbarazzo perché è un testimone ed io per non nuocergli non ho potuto neppure contraddirlo in alcune sue manifestazioni inesatte, solo per evitargli qualche imputazione di falsa testimonianza”.

 

“Lei deve valutare le affermazioni del Mersi abituato a frequentare gli ambienti della polizia ed a rendersi gradito ad essa colorando alquanto gli episodi”.

 

 

 

A D.R.: “Per quanti sforzi di memoria abbia fatto non sono riuscito a ricordarmi che il Mersi telefonò a casa alle ore 22,30 circa, successivamente alla prima conversazione telefonica; credo proprio che non abbia fatto questa telefonata. Non so spiegarmi l’episodio”.

 

“Può anche essere che abbia telefonato a qualcuno avvertendolo che ero a Milano, pensando che fossi ancora ricercato e che gli abbiano detto che non lo ero più. Ripeto comunque che questa è solo una mia supposizione senza alcun fondamento concreto”.

 

 

 

A D.R.: “Ho conosciuto due individui di nome SEDONA di cui non ricordo il prenome, se non sbaglio uno di nome Luigi ed uno di nome Sandro. Il Sandro lo conobbi nelle carceri giudiziarie di Venezia e detenuto per minaccia a mano armata ad una prostituta, se ben ricordo. Veneiva o doveva andare in un manicomio criminale”.

 

“Ricordo che lo stesso era appassionato di armi ed ebbi alcune conversazioni in materia con lo stesso. Era un tipo fissato per le armi da fuoco. Non ricordo in che periodo fui detenuto a Venezia con il predetto. Fuori delle carceri non ho avuto più contatti con il Sandro. Il Luigi lo conobbi in una occazione di convocazione fattami dalla polizia per una testimonianza in ordine ad una accusa di omicidio nei suoi confronti. Su tale episodio io comunque non sapevo niente”.

 

 

 

 

A D.R.: “Non conosco certo Camillo Virginio o almeno questo nome non mi dice niente. Non conosco EUGENIO RIZZATO. Non ho mai avuto rapporti con lo stesso. Ho visto la sua fotografia sui giornali e ribadisco che non lo conosco”.

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che un detenuto ha riferito al G.I. di aver ricevuto la confidenza dallo stesso Bertoli che implicato nell’attentato alla Questura di Milano era anche Eugenio Rizzato che si era posto in contatto con il Bertoli proprio per organizzare l’azione criminosa.

 

 

 

 

Il Bertoli: “Non ho mai fatto confidenze ad alcun detenuto. Non escludo di aver potuto parlare qualche volta con altri detenuti dell’origine dell’attentato, ma in modo sempre manifestamente scherzoso e tirando in ballo personaggi chiaramente poco credibili come mandanti di una siffatta azione, per esempio Olda Mair o il Dott. Lombardi”.

 

 

 

 

L’Ufficio rende noto al Bertoli il contenuto delle dichiarazioni di Ventrice Antonio in ordine ai suoi contatti con Rizzato e sul resto.

 

A questo punto, su richiesta del P.M. l’Ufficio dispone un confronto tra il Ventrice ed il Bertoli.

 

Fatto, letto e sottoscritto

 

BERTOLI GIANFRANCO