INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO

TRIBUNALE DI MILANO

 

Aumentano le "inesattezze"... 

 

 

L’anno 1973 il giorno 25 del mese di luglio alle ore 10,10 nel Carcere di S.Vittore, avanti a noi Dott. A.Lombardi, con l’intervento del P.M. Dr. L. Riccardelli è comparso BERTOLI GIANFRANCO che….risponde:

 

 

“Prendo atto della facoltà che mi viene riconosciuta di astenermi dal rispondere. Intendo rispondere”.

 

 

 

A D.R.: “Confermo di aver ricevuto nel kibbutz alcune lettere da persone che avevo conosciuto nel kibbutz stesso e che successivamente erano andati via da Israele; preciso che gli stessi mi conoscevano nella identità di Massimo Magri. Non ho conosciuto alcun italiano nel kibbutz. Ho visto occasionalmente qualche italiano fuori del kibbutz ma con lo stesso non ho stretto amicizia né ho tenuto corrispondenza epistolare”.

 

 

 

A D.R.: “Non posso escludere che qualche lettera sia arrivata a me dall’Italia sempre da parte di individui che avevano lasciato il kibbutz. Prendo atto che precedentemente ho dichiarato di non avere ricevuto lettere dall’Italia: intendevo dire di non aver ricevuto lettere da amici italiani e non escludevo perché non lo ricordavo che alcune delle lettere degli stranieri conosciuti nel kibbutz potessero provenire dall’Italia”.

 

“Nessuno in Italia sapeva che io ero in Israele”.

 

 

 

 

L’Ufficio legge al Bertoli le dichiarazioni della teste DINA AZZOLARI che smistava la posta nel kibbutz, la quale ha precisato che l’imputato riceveva circa una volta al mese lettere dall’Italia come arguiva dai francobolli italiani attaccati alle lettere.

 

 

L’Ufficio legge altresì al Bertoli le dichiarazioni dello SHUSTERMANN rese il 18/5/1973 nelle quali vengono confermate le lettere ricevute dall’Italia e si precisa che l’imputato dichiarò che si trattava di lettere di compagni che stavano all’estero e che gli raccontavano la situazione del suo gruppo; il teste indicato vide anche un giornale francese che sarebbe stato inviato all’imputato da amici anarchici.

 

 

Si fa presente al Bertoli che anche la teste LEA COEN-COHEN ha dichiarato che l’imputato riceveva lettere e giornali per posta dall’Italia. Lo Shustermann ha altresì precisato che l’imputato nel 1971 ricevette un pacco di giornali anarchici in lingua italiana.

 

 

 

L’imputato precisa:

 

“Ero io che scrivevo a gruppi anarchici di vari Paesi per farmi inviare delle riviste. Non intendo indicare i gruppi ai quali scrivevo né la zona italiana dalla quale ricevevo tali riviste”.

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che tale giustificazione non può reggere per le numerose lettere che egli riceveva dall’Italia.

 

 

 

Il Bertoli: “Confermo la giustificazione data all’inizio dell’interrogatorio”.

 

 

 

A D.R.: “Non mi risulta di avere ricevuto posta da Mestre”.

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente che l’imputato ricevette delle lettere da Mestre come risulta dal timbro postale e dalla data di alcuni francobolli italiani regalati al figlio di un amico del kibbutz.

 

 

 

Il Bertoli: “Non controllavo il timbro dei francobolli trattandosi di lettere non importanti. Ove avessi avuto necessità di ricevere lettere compromettenti me li sarei fatte spedire fermo posta. Eì vero che regalai alcuni francobolli italiani, francesi e di altri paesi al figlio del mio amico del kibbutz”.

 

“Escludo di aver detto allo Shustermann che alcune lettere erano dei miei compagni che mi raccontavano la situazione del gruppo; essendo un individualista anarchico non potevo essere inserito in un gruppo”.

 

 

 

 

L’ufficio fa presente al Bertoli le dichiarazioni di Jacque Jemmi del 24/6/1973.

 

 

 

 

Il Bertoli risponde: “Non ho mai detto di essere stato con Pinelli in una cellula del movimento anarchico, né di averlo conosciuto personalmente, né di avergli scritto una lettera. Certamente lo Jemmi, col quale conversavo in francese, ha ricordi confusi e interpretò male le mie affermazioni. Non mi risulta che esistano cellule nel movimento anarchico perché la cellula è una forma strutturale del movimento marxista-comunista”.

 

 

 

A D.R.: “Escludo di avere inviato lettere ad alcuno nei giorni precedenti alla partenza avvenuta l’8/5/1973”.

 

 

 

 

L’ufficio comunica all’imputato che la teste Azzolari ha dichiarato che egli prima di lasciare il kibbutz scrisse in Italia e che lo Shustermann ha precisato che l’imputato il 3/5/73 arrivò al lavoro con ritardo di circa mezz’ora, contrariamente al solito, giustificando il ritardo col fatto che aveva dovuto scrivere una lettera e spedirla subito.

 

 

 

Il Bertoli: “Queste circostanze sono inesistenti. Faccio presente che in Israele hanno tutto l’interesse a trovare collegamenti tra me e l’Italia e la Francia, per esempio non hanno detto che mi censuravano per avere io partecipato ad una manifestazione politica in Israele, né hanno indicato gli israeliani che frequentavo”.

 

 

 

 

L’Ufficio domanda chi siano questi israeliani.

 

 

 

 

Il Bertoli risponde: “Non intendo rispondere su queste conoscenze in quanto non hanno relazione coi fatti per cui si procede”.

 

 

 

 

A D.R.: “Già da circa un anno, cioè poco dopo i funerali di Calabresi, avevo deciso di compiere l’atto dimostrativo il 17/5/1973; avevo anche deciso di andare prima a Marsiglia perché ivi mi sarebbe stato più facile passare con i miei documenti fasulli; pertanto anche la decisione di passare per Marsiglia era maturata circa un anno prima o poco dopo”.

 

 

 

 

L’Ufficio legge al Bertoli le dichiarazioni del WEINBERG del 24/6/73 e dello SHUSTERMANN del 20/6/1973. In esse si dice che egli precisò fra la metà di marzo e la metà di aprile che si preparava per un ritorno all’estero. Nell’aprile riferì di aspettare una lettera importante che avrebbe indicato i particolari del viaggio. Successivamente riferì che la lettera che aspettava era giunta, che doveva recarsi in Francia e forse dopo sarebbe andato in Italia; in ogni caso doveva giungere a Marsiglia entro il 15/5/73 dove avrebbe dovuto incontrare un compagno che lo attendeva.

 

 

 

 

Bertoli: “Sono tutte fantasie. Non escludo di aver detto che dovevo trovarmi a Marsiglia entro il 15/5/73 e di aver parlato di un amico che mi aspettava. Avevo necessità di trovarmi in Francia entro il 15/5/73 perché il 17/5/73 dovevo compiere l’attentato, e parlai di un amico per respingere le insistenze che gli amici del kibbutz mi facevano perché rimanessi con loro”.

 

“Escludo altresì di aver detto allo Shustermann, tra il febbraio e l’aprile del 1973, di aver ricevuto per lettera delle brutte notizie che mi avrebbero scosso. Può darsi che abbia commentato qualche brutta notizia appresa dai giornali”.

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente tuttavia al Bertoli che il teste ha fatto riferimento a delle lettere.

 

 

 

 

Il Bertoli: “Lo Shustermann non può sapere queste cose perché fra il febbraio e l’aprile si assentò per circa 50 giorni”.

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che egli più volte dichiarò a vari testi che sarebbe tornato al kibbutz probabilmente dopo due mesi, se non lo uccidevano.

 

 

 

 

Il Bertoli: “Si trattava di frasi prive di significato in risposta alla domanda se sarei tornato”.

 

 

 

 

A D.R.: “Vero è che dissi che vi sono degli uomini che una volta erano anarchici e che una volta arricchiti avevano finanziato gruppi anarchici. Mi riferivo ai vari esempi nella storia come Cafiero, Jacob, ecc.”.

 

 

 

A D.R.: “Vero è che dissi una volta allo Shustermann di aver partecipato a delle dimostrazioni politiche nel corso delle quali ero stato ferito e ricoverato all’ospedale. Tali circostanze sono inesatte; fui costretto ad inventarle per giustificare una lieve cicatrice per quale ero stato indiziato di furto, non potevo certo in quella sede parlare di un furto. Tale frase va inquadrata nel contesto di un discorso molto più ampio sul comportamento della Polizia durante una manifestazione”.

 

“Escludo di aver detto che Valpreda apparteneva al gruppo della mia ideologia, né sono stato mai interrogato dal Calabresi. Non ricordo di aver conoscuto tali Bracha Eduard Daniel e Ivonne Chanet. Ho conosciuto numerosi cittadini francesi in Israele di cui non ricordo i nomi. Faccio presente che tali nomi sono molto comuni in Israele, cioè mi riferisco a “Daniel””.

 

 

 

 

A D.R.: “I due Jemmi sono venuti al kibbutz sempre improvvisamente: Intendo dire che essi non mi hanno mai preannunciato con lettera o in altro modo il loro arrivo”.

 

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente che la VERED dichiarò che egli circa mezzo anno fa le avrebbe riferito che stavano per giungere al kibbutz i due fratelli Jemmi.

 

 

 

 

Bertoli: “Si trattò di uno scherzo che io feci alla donna perché sapevo che ella non poteva soffrire i due fratelli Jemmi. Non saprei precisare di che tendenza ideologica erano i Jemmi. Il Michel si mostrò estraneo ad ogni ideologia, mentre lo Jacque lo definirei un anarchico in potenza per il suo senso di repulsione per le istituzioni, anche se privo di preparazione filosofica”.

 

“Prendo atto che l’Ufficio mi comunica che i due francesi facevano parte di un sottogruppo aderente a “Ordine Nuovo francese”. Ciò è possibile in quanto ritengo alla base di qualsiasi posizione estremistica di destra o di sinistra, vi è sempre un senso di rivolta nei confronti della società attuale”.

 

 

 

 

A D.R.: “Confermo di aver preso la bomba nel kibbutz e di averla nascosta nella valigia. Prendo atto che gli accertamenti svolti e la dichiarazione della Vared escluderebbero che una bomba di quel tipo possa essere esistita nel kibbutz. Il fatto che io l’abbia trovata esclude tale ipotesi”.

 

“Vero è che mi sono trovato in una manifestazione delle “pantere nere” a Gerusalemme il 1 maggio 1972. Preciso che mi trovai per caso nella manifestazione in quanto incuriosito dal fatto che vi fossero bandiere rosse e nere. Queste ultime si riferivano appunto al gruppo estremista israeliano. Mi avvcinai a chiedere spiegazioni e mi indicarono che le bandiere nere significavano quel movimento”.

 

“Ci fu una carica della polizia e dovemmo tutti scappare. Non ho visto altre volte i giovani con i quali mi fermai a discutere e con i quali ero precedentemente fuggito in seguito a carica della polizia”.

 

 

 

 

A D.R.: “Prendo atto di quanto dichiarato dai testi Gemelli e Jannacci che mi avrebbero visto alle ore 9,30 davanti la Questura vicino ad un individuo. Escludo tale circostanza e confermo quanto dichiarato dal cameriere Galoppini. Escludo di essere entrato nel bar dell’Annunziata, cioè quello di fronte alla Questura, tre le ore 9,30 e le ore 9,45. Presi un cognac qualche minuto prima del lancio nel bar che è alla destra della Questura sul marciapiede opposto a circa 50-60 metri di distanza”.

 

 

 

 

A D.R.: “Non sono mai stato a Roma nella mia vita; non conosco il CLAPS. Prendo atto che sarei stato visto nel novembre del 1969 in compagnia del Claps a Roma. Non è vero. Nel novembre del 1969 non ero detenuto”.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che ho lavorato in Svizzera in una fabbrica di fari d’auto. In Svizzera sono stato alcuni giorni dove ho fatto il turista. Non ho conosciuto alcuna persona. Non conosco alcun individuo del nome Giuseppe Chittaro detto “Job”, almeno questo nome adesso non mi dice niente”.

 

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente che dai numerosi testi escussi in Marsiglia è emerso che egli dormì nell’albergo solo la prima notte e che le due mattine seguenti dei giorni 14 e 15 maggio si limitò a passare per l’albergo e pagare la stanza. A conferma di ciò gli inservienti dell’albergo hanno confermato che il letto non fu disfatto”.

 

 

 

 

Il Bertoli: “Confermo quanto ho detto”.

 

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che andai all’albergo senza le valigie, preciso che andai una prima volta senza bagagli in quanto li avevo lasciati alla stazione e poi tornai con le valigie dopo aver preso la stanza. Preciso di aver lasciato per due ore i bagagli alla stazione negli appositi scomparti, nei quali si mettono i bagagli; si inseriscono due monete da un franco ed esce fuori la chiavetta. Il tutto è automatico e non viene dato alcun cartellino”.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che dissi all’albergatrice che avevo amici nei dintorni di Marsiglia e che mi feci indicare dalla stessa una zona di Marsiglia che dovevo raggiungere”.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che prima di partire per Israele andai al Consolato ebraico di Marsiglia in compagnia di un individuo alto, dalla taglia atletica, capelli neri, col quale ebbi una vivace discussione”.

 

 

 

 

A D.R.: “Vero è che andai in Israele con una lettera della HATSHOMER HATZAIR. Tale lettera mi fu data da un funzionario di tale istituto al quale io mi ero rivolto manifestando l’intenzione di vivere nel kibbutz. Il funzionario fu felicissimo di darmi la lettera di presentazione; la lettera mi fu data senza neppure chiedermi documenti e senza naturalmente che fosse presa alcuna informazione”.

 

“Io dissi tra l’altro che mi chiamavo Roberto Magri”.

 

 

 

 

A D.R.: “Prendo atto di quanto dichiarato dal FACCIN in ordine alle continue visite che io facevo a Venezia e Mestre, e in ordine agli amici anarchici che gli presentai nelle occasioni in cui egli venne con me a Venezia. Faccio presente che io non ho mai negato che conoscevo molti anarchici a Venezia dei quali non intendo fare i nomi”.

 

“Dalle indicazioni fornite dal Faccin, nel suo esame, non saprei precisare a quali miei amici si riferisca. Non escludo di aver più volte parlato di una donna che faceva parte del gruppo degli anarchici di Venezia. In questo momento non ricordo la circostanza. Oltretutto a Venezia vi erano all’epoca tre o quattro gruppi anarchici e non so a quale ci si riferisca”.

 

 

 

A D.R.: “Non intendo dire i nomi dei gruppi anarchici veneziani”.

 

 

 

A D.R.: “Vero è che portai più volte all’OASI dei volantini anarchici che avevo ricevuto a Venezia. Preciso anzi che non posso dire di averli ricevuti a Venezia perché non lo ricordo; posso averli anche ciclostilati io”.

 

 

 

A D.R.: “Non ho mai avuto contatti col circolo della Ghisolfa di Milano”.

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che il Faccin ha dichiarato che egli aveva ritagli di giornale in cui si faceva riferimento a fatti riguardanti il circolo Ponte della Ghisolfa, che frequentò tale circolo dove aveva delle conoscenze”

 

 

 

 

Il Bertoli: “Non è mia abitudine collezionare ritagli di giornale. E’ possibile che abbia avuto pubblicazioni edite da tale gruppo. Escludo di avere avuto contatti con i membri del circolo del Ponte della Ghisolfa, neppure in occasioni delle visite che lei mi dice che essi fecero a Venezia. Non è vero che io, per un certo periodo, dormii nel circolo “Nestor Machno”. Può darsi che mi sia recato qualche volta in tale circolo, ma in questo momento non lo ricordo”.

 

 

 

 

A D.R.: “Non ricordo di aver conosciuto Gottardo Giuliano, Mondini Alberto, Meneguzzo Luciano e Berti Gianpietro. Può darsi che abbia parlato con loro ma i nomi non mi dicono niente”.

 

 

 

 

A D.R.: “E’ vero che quando abbandonai l’OASI mi recai a Venezia dove mi trattenni per un certo tempo. Non intendo precisare dove alloggiai e se fui ospitato da qualcuno. Mi trattenni a Venezia tre o quattro giorni, poi tornai a Padova dove appresi da un giornale che ero ricercato. Per tale motivo sparii dalla circolazione. Non intendo dire dove andai e se fui ospitato da alcuno”.

 

 

 

 

A D.R.: “Vero è che precedentemente al 1970 ero stato a Parigi e a Lione dove conobbi varie persone tra cui anche anarchici spagnoli. Non è vero che gli stessi avevano come emblema una A cerchiata di rosso o di giallo: è una illazione del Faccin. Non ho più avuto contatti con gli stessi”.

 

 

 

A D.R.: “Escludo di avere conosciuto Amedeo Bertoli in una delle occasioni in cui egli venne a Venezia. Non sono stato al convegno degli anarchici del 1968 a Carrara”.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che nella conversazione avuta col Mersi la sera prima dell’attentato io dissi che non potevo trovare lavoro perché il Circolo Ponte della Ghisolfa mi aveva scaricato. Trattasi di una invenzione. Ritengo che le dichiarazioni del Mersi siano viziate dalle sue tendenze politiche. Il Ponte della Ghisolfa è uno dei circoli anarchici più noti in Italia ed è probabile che qualcuno cerchi di coinvolgerlo nella vicenda”.

 

“Null’altro da aggiungere”.

 

 

Fatto, letto e sottoscritto

 

BERTOLI GIANFRANCO