INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO

TRIBUNALE DI MILANO

 

Un racconto sempre più nebuloso e contraddittorio...

 

 

L’anno 1973 il giorno 14 del mese di giugno alle ore 10,45 nel Tribunale di Milano – Ufficio Istruzione, avanti a noi Dott. LOMBARDI Giudice Istruttore è comparso BERTOLI GIANFRANCO….

 

 

Interrogato sui fatti risponde:

 

 

“Intendo rispondere”.

 

 

A D.R.: “Se ben ricordo telefonai alle 20,30 alla signora Mersi da un telefono pubblico situato in una stazione della metropolitana, mi pare si trattasse della stazione Loreto. In questo momento non ho la certezza matematica di tutte le parole che possa io aver detto durante il colloquio con il Mersi e la moglie. E’ provabilissimo comunque che io abbia chiesto dove fosse la chiesa di S. Marco; avevo letto sui giornali italiani in Israele al tempo della uccisione di Calabresi che la cerimonia funebre si era tenuta appunto nella chiesa di S.Marco; avevo letto anche al tempo del funerale che nella chiesa vi sarebbe stata una iscrizione commemorativa; ritenevo che lì vi sarebbe stata il giorno seguente la cerimonia commemorativa”.

 

“Acquistai il Corriere della Sera ed il Corriere d’Informazione e su di essi non trovai alcun accenno ad una eventuale manifestazione, pertanto è provabilissimo che io abbia chiesto al Mersi o alla moglie ove fosse la predetta chiesa. Tutto il discorso tra me e i Mersi va tuttavia valutato nella atmosfera di reciproca diffidenza tra e il sindacalista della CISNAL”.

 

“In effetti io cercavo di portarli casualmente col discorso sulla eventuale manifestazione senza scoprire le mie intenzioni di sapere qualcosa. Se ben ricordo mi dissero che non la conoscevano”.

 

 

 

A D.R.: “Confermo che io la sera precedente, non sapevo che vi sarebbe stata la manifestazione; la mia era solo una supposizione, anzi dico una quasi certezza morale. E’ probabile che abbia detto, lasciando la casa del Mersi: “se non mi ammazzano ci vediamo tra dieci anni”. La frase “dieci anni” voleva significare “quando capiterà”.

 

“Escludo di aver detto al Mersi che avevo paura che mi ammazzassero mentre dormivo, in quanto non ho alcun timore di essere ammazzato ed, oltre tutto, morire nel sonno è la morte migliore. Se dovevo essere ammazzato, pensavo che ciò sarebbe avvenuto nella esecuzione del mio attentato e non altrimenti”.

 

 

 

A D.R.: “Ricordo soltanto, come ho già indicato nel precedente interrogatorio, che all’atto del mio arrivo, la signora Mersi telefonò al marito. Io, quando avvenne tale telefonata, ero nel salotto. Non è vero che mi avvicinai al telefono quando la stessa parlò; anzi, ora, che ricordo meglio, mi sembra che mi avvicinai al telefono mentre ero nel salotto; ciò durante la telefonata fatta dalla signora Mersi”.

 

“Dopo di che passai in cucina. Come ho detto, non ricordo che il telefono squillò durante il tempo in cui mi trattenni in cucina. Non ricordo di essermi mosso dalla cucina se non per andare via. In ogni caso faccio presente che non prestavo soverchia attenzione a quanto avveniva”.

 

 

 

A D.R.: “Quando andai dal Mersi, la portiera mi vide chiaramente e mi domandò da chi andassi. Io risposi che andavo dal Mersi”.

 

 

 

A D.R.: “Non ho mai saputo che Calabresi avesse figli. Seppi che aveva una moglie la prima volta, la mattina dell’attentato leggendo il Corriere della Sera. Vero è che io pensavo che la cerimonia sarebbe avvenuta nel pomeriggio, tanto è vero che la notizia sul giornale mi trovò un po’ impreparato”.

 

“Volevo infatti andare con l’abito adatto, ripulito, e ben rasato, in modo che mi fosse più facile entrare negli uffici della Polizia. Oltretutto visto che ero stato dal Mersi, non volevo che fossi facilmente riconoscibile. Per questo avevo deciso di rasarmi prima dell’attentato”.

 

“Ritengo in ogni caso, provocatorio da parte della Questura il fatto che la cerimonia fosse stata programmata di mattina, orario in cui in Questura andavano persone estranee per rilascio di autorizzazioni ed altre cose. Ribadisco, mi dispiace che siano morte persone estranee alla manifestazione. Se però è vero, come ho sentito che alcuni dei morti si erano recati per assistere alla manifestazione, non ho alcun rimpianto per la loro morte; anch’essi hanno aderito all’atteggiamento provocatorio delle Autorità nell’onorare Calabresi”.

 

“Vero è che io tentai due volte di entrare, assumendo un atteggiamento disinvolto. Ciò avvenne circa cinque o dieci minuti prima dell’attentato; i due tentativi di entrare avvennero a breve distanza l’uno dall’altro; una volta mi respinse un individuo in borghese (il maresciallo Oscuri, dopo il fermo, mi disse di essere stato lui, ma io non feci caso alla persona che mi impedì l’ingresso); la seconda volta mi respinsero degli agenti in divisa”.

 

“La responsabilità dei morti la faccio risalire alle Autorità in quanto, effettuando la manifestazione in quell’orario, fecero sì che si formasse un cordone di individui, estranei e quindi innocenti intorno alle Autorità”.

 

 

 

A D.R.: “La mia aspirazione era di gettare la bomba nel momento in cui c’era la massima Autorità presente; sarei stato lieto di gettare la bomba verso Rumor. Purtroppo non mi accorsi del momento in cui uscì dal cortile perché ero nel bar. Ho riferito nel precedente interrogatorio, infatti, che la cerimonia durò più a lungo”.

 

 

 

A D.R.: “La mattina del 17 uscii alle ore 8 circa dalla pensione. Mi trattenni nei pressi della stazione, andai in un bar a prendere qualcosa (non ricordo cosa ho consumato). Si trattava di un bar nei pressi della stazione ma non ricordo di che bar trattasi. Nel bar chiesi di servirmi della toiletta; …acquistai il Corriere della Sera nell’edicola situata nel piazzale antistante la stazione”.

 

“Prendo atto che a codesto Ufficio è stato comunicato che sarei stato visto nei pressi della stazione alle ore 9,30 nei paraggi di una banca. Ribadisco che io mi intrattenni circa un’ora nei pressi della stazione senza far attenzione a dove io vagavo. Verso le 9,15 circa o forse prima, presi il Metrò e mi recai a Piazza Duomo. Acquistai delle calze in un negozio di via Torino, se ben ricordo”.

 

“Ciò avvenne un po’ prima delle 9,30. Chiesi ad un signore ove si trovasse via Fatebenefratelli e questi mi rispose: “con un taxi ci vorranno mille lire”. Preferii andare a piedi. Chiedendo indicazioni attraversai via Manzoni e arrivai in via Fatebenefratelli in un momento in cui la cerimonia era già incominciata. Volevo arrivare non prima della cerimonia fissata per le ore 10,30. Arrivai pertanto verso le ore 10,40 circa se non erro”.

 

“Arrivai all’ingresso della Questura provenendo dalla sinistra, tentai due volte di entrare, passai poi oltre l’ingresso camminando sul marciapiede ove è la Questura stessa; feci 50-60 metri procedendo verso la destra ed andai in un bar posto 50-100 m. sul marciapiede di fronte della Questura e, alla destra della stessa. Consumai un cognac poi tornai indietro, provenendo quindi dalla destra della Questura e andai a gettare la bomba”.

 

 

 

A D.R.: “Prendo atto che mi si comunica che di fronte alla Questura spostato leggermente a sinistra vi è un bar, denominato Bar della Annunciata; escludo di essere andato a consumare qualche cosa quella mattina. Ho impiegato circa un’ora da Piazza Duomo a via Fatebenefratelli; ripeto comunque che io non avevo fretta e quindi mi fermavo spesso a vedere le vetrine per evitare di arrivare prima che la manifestazione iniziasse”.

 

“Se fossi arrivato molto prima a visionare i luoghi avrei potuto destare sospetti, dico meglio: sarei stato notato. Arrivare molto tempo prima, quando non c’era nessuno, per studiare i luoghi non mi era più possibile, visto che la cerimonia non era programmata per il pomeriggio, come prevedevo”.

 

 

 

A D.R.: “Confermo che io ho sempre nascosto la bomba nella mia tasca destra per tutta la serata precedente e per la mattina del 17. Portavo l’impermeabile sul braccio destro e quindi coprivo anche la tasca del pantalone, la tasca destra dei pantaloni; ciò per evitare che si notasse il rigonfiamento”.

 

“Quando chiesi la stanza alla pensione di via Vitruvio, pagai anticipatamente; non ricordo se fu la pensionante a chiedere di pagare anticipatamente o se fui io a farlo spontaneamente, come è mia abitudine. Molte volte con questo sistema non venivo registrato negli alberghi”.

 

“Confermo che non salii sulla stanza, ma uscii immediatamente perché nella stanza vi erano dei lavori”.

 

 

 

A D.R.: “Lasciai i bagagli al deposito bagagli della stazione perché era mia intenzione trovare una pensione dove non mi registrassero e per fare ciò dovevo girare un po’ ed era inutile portarmi dietro i bagagli. Poiché dal passaporto, oltretutto, risultava che abitavo a Bergamo, mi sembrava più logico presentarmi senza bagagli”.

 

 

 

A D.R.: “Quando partii da Haifa avevo oltre cento dollari, oltre a lire israeliane e franchi francesi. Cambiai tale denaro alla stazione di Milano”.

 

 

 

A D.R.: “Non vedo perché avrei dovuto cambiarli tutti; mi limitai a cambiare quelli che mi occorrevano. Se non ci fosse stata la manifestazione sarei ripartito; avrei deciso dopo verso quale destinazione dirigermi; comunque sarei andato all’estero o in qualche località estiva per guadagnare qualcosa”.

 

 

 

A D.R.: “Il periodo immediatamente precedente alla mia partenza per Israele sono stato a Marsiglia per un lungo periodo, circa un mese. Precedentemente sono stato in varie località francesi, cinque o sei anni fa; ritengo comunque che tale mio periodo francese di cinque o sei anni fa non abbia alcuna relazione con il procedimento”.

 

“Nel periodo marsigliese avevo alloggiato alla pensione Du Rhone per tutto il tempo, dopo che ero stato fermato dalla polizia francese per un controllo dei miei documenti; da tale controllo non risultò alcunché di irregolare. In tale periodo ho vissuto nel modo come vivono i latitanti: lavori saltuari, piccoli espedienti, ecc. Frequentavo le persone che vivevano nella mia stessa situazione: marocchini, algerini, spagnoli, italiani, corsi”.

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che risulta che egli nei tre giorni di Marsiglia incontrò alcuni ufficiali italiani; il Bertoli risponde effettivamente: “ricordo ora di avere incontrato dei sottufficiali italiani molto simpatici in un bar e con gli stessi mangiai e bevvi. Si parlò di organizzare un piccolo party con donne, se avessero voluto i sottufficiali avrei potuto organizzarlo. Gli stessi alla fine, visto che avevamo tutti bevuto molto non vollero fare più niente”.

 

 

 

A D.R.: “Confermo che dormii tutte e tre le notti dal 14 al 16 all’albergo Du Rhone. Confermo che tenni i miei bagagli nella pensione”.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che dissi al proprietario dell’albergo che avevo un appuntamento a Parigi. Preciso anzi che posso anche averlo detto per dire qualcosa. Non è vero che dissi al proprietario che avevo dormito presso amici alla periferia di Marsiglia in quanto, ribadisco, ho dormito tutte e tre le notti all’albergo Du Rhone”.

 

 

 

A D.R.: “Confermo che presi la bomba in un altro appartamento del kibbutz, neanche adesso ricordo i particolari del luogo dal quale prelevai la bomba. Ho visto altre volte persone nel kibbutz che portavano indosso bombe dello stesso tipo di quella da me asportata, circolano nel kibbutz altri tipi di bombe; sono i militari che abitualmente le portano con sè”.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che io andai in Israele per una delusione amorosa. Può darsi che abbia risposto così a qualcuno perché ovviamente non potevo dire che ero ricercato dalla polizia”.

 

L’Ufficio domanda al Bertoli che in Italia prima di partire per Israele ha convissuto per un lungo periodo con una donna. Il Bertoli risponde:

 

“Tutto ciò attiene la mia vita strettamente intima e preferisco su tale punto mantenere il mio riserbo e su tale punto non intendo rispondere per una questione di principio”.

 

 

 

A D.R.: “E’ vero che espatriai clandestinamente in Svizzera per sottrarmi ad un mandato di cattura; non ricordo esattamente in che epoca ciò avvenne ma certamente avvenne nell’inverno del 1970. Sono stato in parecchie città, Zurigo, Losanna, Ginevra; non mi pare di essere stato a Bienne e Biell. Dopo la Svizzera mi recai in Francia. Non sono mai stato in Germania né in Olanda. Andai in Svizzera col passaporto falso intestato al Magri”.

 

 

 

 

L’ufficio fa presente al Bertoli quanto dichiarato da NOAH SHUSTERMANN e RACHEL VERED e riportato su alcuni settimanali. Il Bertoli risponde:

 

“E’ vero che io ho manifestato il timore di essere ammazzato ma ciò è da ricollegarsi al fatto che io avevo già deciso di commettere l’attentato e non escludevo l’eventualità di rimanere ucciso. E’ vero che ho ricevuto alcune lettere dalla Francia ma preciso che ne ho ricevute anche dalle altre parti del mondo. Si trattava di persone conosciute nel kibbutz che una volta andate via mantenevano rapporti epistolari con me”.

 

“Non ricordo di avere ricevuto a metà aprile una lettera; è possibile ma ciò non è da ricollegarsi con la mia partenza. Vero è che già a metà febbraio avevo deciso di partire; in effetti avevo già programmato l’attentato da molti mesi. Posso aver detto che dovevo incontrare degli amici per un appuntamento. Si trattò di frasi dette così per dare una giustificazione alla mia partenza”.

 

“Dissi che dovevo incontrare delle persone in Francia ma riferii ciò per giustificare il fatto che avevo chiesto il biglietto per Marsiglia. Non ho mai detto di essere ricattato. Non ricordo di aver mai detto che conoscevo persone importanti che non mi avrebbero fatto mancare mezzi e protezione”.

 

 

 

A D.R.: “Non ho mai conosciuto Pinelli né Valpreda. Non sono mai stato alla sede dell’associazione anarchica “Ponte della Ghisolfa”. Non ricordo alcun individuo di nome Ellis del gruppo “Nestor Machno” di Venezia. Posso aver conosciuto appartenenti a tale circolo per averli visti a Venezia ma non li ho frequentati come tali, cioè come appartenenti al circolo anarchico. Non conosco Augusta Farvo, la giornalaia protettrice degli anarchici”.

 

 

 

A D.R.: “Il 16 maggio arrivai con il treno alle 16 a Milano. Depositati i bagagli alla stazione, cambia il denaro all’ufficio cambio della stazione dove mi trattenni fino a poco prima delle 17. Poi presi la metropolitana e mi recai a Piazza Duomo. Girovagai nei pressi del Duomo cercando un alloggio, dopo di che mi guardai in giro per vedere se c’era qualcuno al quale avvicinarmi perché mi indicasse una pensione dove non potessi essere registrato”.

 

“Conobbi un algerino con il quale mi trattenni una mezz’ora fra le 17,30 e le 18, se ben ricordo. Con lo stesso algerino mi recai in due bar della zona di piazza Duomo. L’algerino è alto circa m.1,70, senza barba, non molto scuro, senza alcun segno particolare, non ricordo se aveva la giacca o la camicia”.

 

“Lasciato l’algerino presi la metropolitana di Piazza Duomo e mi recai alla stazione. Di lì andai alla pensione in via Vitruvio. Arrivai alla pensione tra le 18,30 e le 19, presi la stanza ed uscii di nuovo. Ripresi il metrò e andai nuovamente presso il Duomo. Bevvi qualcosa, presi una tartina in un bar e girovagai finchè alle 20,30 telefonai alla signora Mersi”.

 

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che risulta a questo Ufficio che egli nel pomeriggio del 16 maggio alle ore 18,30 circa si recò sotto l’abitazione di Augusta Farvo, citofonò, si qualificò e aggiunse di essere un anarchico veneziano giunto da poco a Milano. Chiese l’indirizzo di una persona che la donna che rispose al citofono rispose: lo cerchi sull’elenco telefonico.

 

Il Bertoli risponde: “Escludo tale circostanza, si tratta di un equivoco o di qualcuno che mente per suoi fini particolari. Non conosco Augusta Farvo, né ho mai sentito parlare di lei. Non ho mai conosciuto alcun anarchico milanese come tale. Può darsi che lo abbia conosciuto come individuo e non come anarchico”.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che Valpreda mi abbia conosciuto, non avrei alcun motivo per negarlo. Egli è in errore. Non è vero che ho dichiarato ad un amico del kibbutz che ho conosciuto Pinelli. Non ho avuto alcun rapporto con il Calabresi”.

 

 

 

A D.R.: “Il 17/5/1972, giorno in cui fu ucciso Calabresi, io ero nel kibbutz. Appresi la notizia dalla radio, non ricordo se l’appresi quel giorno o il giorno seguente. Ricordo che un amico inglese mi disse di aver ascoltato dalla radio inglese della BBC la notizia della morte di un alto funzionario di polizia di Milano. Non ricordo se ciò avvenne lo stesso giorno dell’omicidio. Non ricordo come si chiamava l’inglese. Successivamente ascoltai la notizia in israeliano e poi dalla radio italiana”.

 

“Non ricordo di avere conosciuto BERTOLO AMEDEO, un anarchico milanese aderente al Circolo Ponte della Ghisolfa. Questo nome non mi è nuovo però in questo momento non riesco a collegarlo con niente. Non è vero che lo stesso mi diede il passaporto falso. Prendo atto che lei mi dice che il Bertolo è un giovane distinto di trent’anni con gli occhiali. L’individuo che mi diede il passaporto falso aveva circa 19 anni ed era un capellone. Non conosco alcuna signora che abbia per cognome MAIMONE”.

 

Letto, confermato e sottoscritto

 

BERTOLI GIANFRANCO

 

 

 

 

L’Ufficio fa presente, a richiesta del Bertoli, che la persona di cui egli ha cercato, anzi avrebbe cercato, citofonando alla Farvo è Amedeo Bertolo. Il Bertoli risponde:

 

“Non è vero, oltre tutto avrei prima visto sulla guida telefonica”.

 

 

 

L’Ufficio fa presente al Bertoli che è possibile che abbia cercato l’indirizzo ad altri in quanto lo stesso aveva da poco cambiato indirizzo. Il bertoli risponde: “Ci sono anche i centralini della SIP che forniscono indicazioni sul cambiamento di indirizzo”.

 

Letto, confermato e sottoscritto

 

BERTOLI GIANFRANCO