INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO

PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO

 

Tanti (troppi) discorsi sul kibbutz...

 

 

L’anno 1973 il giorno 24 del mese di maggio alle ore 11,30 avanti a noi Dott. Antonio MARINI Sostituto Procuratore della Repubblica è comparso l’imputato BERTOLI GIANFRANCO….egli risponde:

 

 

A D.R.: “Ribadisco che la bomba l’ho sottratta da un alloggio militare del kibbutz. Non è vero che nel kibbutz era impossibile trovare bombe a mano, anzi la cosa era piuttosto facile. Infatti nel kibbutz circolavano molti militari armati e molti di loro avevano in dotazione delle bombe a mano”.

 

“Non posso dire con esattezza quando mi sono impossessato della bomba; forse un anno fa o forse 8 mesi fa. Quando mi sono impossessato della bomba avevo intenzione di compiere un attentato ma non sapevo ancora che tipo di attentato avrei posto in essere”.

 

“Comunque era mia intenzione compiere un attentato contro una qualsiasi Autorità. Comunque era da molto tempo che pensavo di fare qualche attentato contro Autorità Italiane. Ho pensato anche di compiere un attentato contro Calabresi che io ritenevo l’assassino di Pinelli, ma in seguito ho desistito dal mio proposito per le difficoltà tecniche di attuazione sia perché ero incerto se l’attentato individuale potesse essere o meno producente”.

 

“Ciò ho pensato quando ancora mi trovavo in Italia, a Venezia. Quando ho saputo dell’attentato a Calabresi, sono rimasto particolarmente disgustato per l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Calabresi. Io pensavo che fosse odiato da tutti e invece ho dovuto constatare che l’opinione pubblica ne aveva fatto un martire”.

 

“Di qui è nato l’odio per coloro che non avevano capito le motivazioni che secondo me erano dietro l’attentato. E’ nata in me anche una sorta di sfiducia nella capacità rivoluzionaria nelle masse popolari, che ormai sono condizionate dal sistema e accettano i valori del sistema stesso, rendendosi schiavi”.

 

“Ribadisco che ho saputo dell’attentato a Calabresi prima dalla radio poi dalla stampa. Non posso dire se quando ho saputo dell’attentato di Calabresi ero già in possesso della bomba. Rircordo che quando ho visto dalle fotografie dei giornali le Autorità Italiane che partecipavano ai funerali di Calabresi ho pensato che in quel momento ci doveva essere qualcuno che avrebbe dovuto lanciare una bomba”.

 

“Mi ha urtato in modo pazzesco che in quel momento non ci fosse nessuno a lanciare una bomba. Mi ha disgustato la supinità della gente che partecipava ai funerali. Ricordo che qualche giorno prima avevo letto sul Corriere della Sera o sulla Stampa, che in quel tempo io leggevo spesso comprandoli direttamente a Tel Aviv o incaricando qualcuno che si recava in quella città, che era stato assassinato dalla Polizia Franco Serantini di Pisa”.

 

“In quella occasione ho pensato con rabbia che i morti erano sempre da una parte e che dall’altra parte non c’era nessuno che era capace di vendicarli. In sostanza qualcuno in grado di fare come dice la Bibbia: occhio per occhio dente per dente”.

 

“Inoltre quando ho letto che un giovane era stato arrestato a Roma perché aveva scritto delle parole poco rispettose sulla morte di Calabresi e che era stato arrestato e condannato a due anni mi sono detto che ci voleva qualcuno deciso a vendicarsi contro la Polizia ovvero contro la struttura sociale interna”.

 

“Si è maturato quindi in me il proposito di compiere un attentato per svegliare la coscienza delle masse”.

 

“Preciso che quando ho letto dei funerali di Calabresi ho sognato per un momento di essere presente e di buttare una bomba, ed è stato da questo momento che ho pensato che forse ci sarebbe stato un anniversario della morte di Calabresi nel corso del quale io avrei potuto attuare il mio proposito, ed è stato da questo momento che mi sono determinato senza alcuni dubbi a compiere un attentato in Italia”.

 

“I miei dubbi restavano ancora su quale potesse essere l’obiettivo più idoneo per colpire le coscienze. Comunque da quel momento ho organizzato la mia vita nella prospettiva dell’attentato. Ho evitato di bere alcool, mentre prima bevevo molto; mi sono rinchiuso in me stesso, evitando di parlare anche con gli amici; non mi sono nemmeno più curato delle cerimonie o delle feste che si facevano nel kibbutz; ho evitato accuratamente ogni confidenza sul mio proposito”.

 

“Con ciò voglio dire che davanti a me vi era ormai un unico obiettivo: cioè quello di recarmi in Italia e di compiere l’attentato”.

 

 

 

A D.R.: “Ribadisco che io con la mia mentalità non avrei mai accettato di far parte di una organizzazione; quindi non avrei mai accettato di eseguire l’attentato su ordinazione”.

 

“Intendo dichiarare a questo proposito che ogni organizzazione quali che siano gli scopi che si propone, finisce per divenire fine a sé stessa e in ultima analisi diventa una forza di conservazione, perdendo di vista gli stessi scopi originariamente prefissi. Per me tutte le organizzazioni anche a scopo terroristico sono strutturate gerarchicamente, sicchè non lasciano spazio all’azione individuale e alla libera determinazione dell’individuo”.

 

 

 

A D.R.: “Sono stato a Gaza, è una cittadina a popolazione araba distante circa 10 chilometri dal kibbutz soltanto una o due volte, senza scopi particolari. In quella città non ho conoscenti”.

 

 

 

A D.R.: “A proposito dei due fratelli francesi, dopo averci pensato attentamente, debbo dire che la contestazione che mi è stata fatta l’altro giorno sulla grossa somma di denaro che ho ricevuto dalla Francia la ammetto. E’ vero che io ho ricevuto una lettera contenente due biglietti da 20 dollari provenienti dalla Francia. La lettera e quindi i soldi erano stati inviati dalla madre dei due fratelli francesi che avevano dato durante la loro permanenza nel kibbutz il mio indirizzo”.

 

“Siccome i due quando ho ricevuto la lettera non si trovavano più nel kibbutz, io ho pensato di restituire indietro la somma di denaro a loro diretta. Mi sono quindi recato dalla signora addetta alla corrispondenza nella segreteria del kibbutz, pregandola di spedire una lettera raccomandata all’indirizzo del mittente ovvero della madre di questi due ragazzi, con la restituzione della somma di denaro”.

 

“Ricordo che i due fratelli francesi erano stati nel kibbutz un anno prima. Michel era rimasto soltanto per 20 giorni, mentre Jacque si fermò più di sei mesi. Io feci amicizia con loro, però essi non alloggiavano nella mia stessa stanza. In quel periodo è arrivato nel kibbutz un altro francese di nome Claude che si è fermato nel kibbutz soltanto per un mese”.

 

“Una sera tra i due fratelli francesi e il Claude scoppiò una lite alla quale io ho assistito perché avvenne nella mia stanza. Non è vero che si picchiarono. Ricordo che durante una specie di colluttazione fra i tre il Michel dette una spinta al Claude il quale andò ad urtare contro un vetro della finestra producendosi una ferita. La lite finì qui”.

 

“Essa fu determinata dal fatto che i due francesi ma soprattutto Michel avevano scherzato pesantemente sul Claude sul suo credo religioso. Il Claude diceva di essere un giudeo cristiano; anche i due gli dissero allora che doveva farsi circoncidere con l’acqua santa”.

 

“Questa affermazione non piacque al Claude il quale si irritò buttandosi sul Michel che stava sul letto, afferrandolo per la gola. Michel reagì spingendo il Claude contro la finestra”.

 

“A seguito della lite, a cui io non ho partecipato ma soltanto assistito, le autorità del kibbutz decisero di mandare via i tre Francesi ma poi non se ne fece niente. Michel andò via di propria iniziativa dopo una decina di giorni; Claude andò via dopo circa un mese e Jacque dopo circa sei mesi”.

A D.R.: “Michel e Jacque mi dissero che erano di Parigi; non ricordo se mi dissero che venivano in Israele dalla Grecia o dalla Turchia. Mi dissero che avevano viaggiato in autostop. Claude non mi disse da dove veniva; fra me e lui non vi era alcuna affinità perché avevamo dei punti di vista assolutamente contrapposti. Egli infatti era religioso mentre io sono ateo. Mentre i due fratelli invece erano molto vicini al mio punto di vista in quanto erano ragazzi che amavano la libertà ed erano ideologicamente su posizioni di sinistra. Che io sappia non facevano parte di nessuna organizzazione politica. Con loro ho discusso di politica, come del resto facevo con tutti”.

 

“Non mi dissero che avevano avuto dei guai con la giustizia. Non mi fecero vedere i loro passaporti. Non mi dissero che erano nord-africani. Io so soltanto che parlavano francese e nel dialetto parigino”.

 

 

 

A D.R.: “A quanto posso ricordare essi sono ritornati nel kibbutz assieme nell’autunno del 1972. Essi erano venuti con l’intenzione di restare nel kibbutz ma le autorità dissero che non li volevano accettare. Allora io di nascosto li ho ospitati nella mia stanza facendoli rimanere per qualche sero. Preciso che io li ho ospitati sempre di nascosto per parecchie volte, cioè essi si fermavano nel kibbutz per due o tre giorni poi scomparivano, quindi ritornavano, si fermavano alcuni giorni e scomparivano di nuovo”.

 

“Non ricordo l’ultima volta che li ho ospitati. Ricordo comunque che la lettera a loro o meglio a me indirizzata arrivò dopo che loro erano già partiti definitivamente. In merito alla restituzione del denaro devo precisare che io non li ho consegnati alla Rachel Vared, che è il capo dei volontari nel kibbutz, ma come ripeto all’addetta alla corrispondenza che adesso non ricordo come si chiama”.

 

 

 

A D.R.: “Il Michel mi disse che aveva fatto il servizio militare nei paracadutisti francesi. Quando partirono i due fratelli mi dissero che si sarebbero imbarcati ad Haifa, diretti in Grecia, e che poi da lì sarebbero ritornati in Francia in autostop. Mi dissero anche che avevano due moto. Anzi io queste moto le ho viste..ma poi queste moto si guastarono ed essi le fecero trasportare fino ad Haifa dove le imbarcarono dirette in Francia”.

 

 

 

A D.R.: “Per ottenere il visto di ingresso in Israele presso il Consolato di quel paese in Marsiglia ho impiegato 5 minuti. Mi sono recato al Consolato, ho chiesto che cosa dovevo fare per ottenere il visto di ingresso in Israele; loro mi hanno detto che avrei dovuto portare una fotografia e riempire un modulo; sono uscito fuori, ho fatto le fotografie in una cabina automatica, sono ritornato, ho riempito il modulo con un po’ di balle ed ho ottenuto subito il visto. Tutto nella stessa giornata”.

 

“Mi trovavo a Marsiglia da un mese,…Ho abitato sempre all’Hotel du Rhone tranne i primi tempi in cui dormivo in posti occasionali. Intendo dichiarare che a Marsiglia vi sono molte pensioni che affittano le stanze ad ore e dove è possibile alloggiare senza esibire documenti”.

 

 

 

A D.R.: “Mi sono imbarcato per Israele a Marsiglia, perché l’idea di andare in quel paese mi è venuta mentre mi trovavo in quella città”.

 

 

 

A D.R.: “Non ho nessuna conoscenza particolare a Marsiglia; durante la mia permanenza ho fatto soltanto conoscenze occasionali”.

 

 

 

A D.R.: “Ammetto che ero in possesso di un biglietto di andata e ritorno da Marsiglia ad Haifa e da Haifa a Marsiglia. Comunque questo biglietto era valido soltanto per un anno. Scaduto l’anno sono stato costretto, quando sono ritornato a Marsiglia a fare un nuovo biglietto. Per ottenere il biglietto di andata e ritorno, usufruendo di uno sconto, ho pagato la somma di circa 1000 franchi francesi, poco più di £ 100.000”.

 

 

 

A questo punto considerata l’ora tarda (ore 14) si sospende l’interrogatorio dell’imputato per riprenderlo alle ore 15.

Letto, confermato e sottoscritto.

 

GIANFRANCO BERTOLI

 

 

 

Alle ore 15,05 si riapre l’interrogatorio del Bertoli Gianfranco alla presenza del difensore avv. Messina Dionisio.

 

 

 

 

A D.R.: “Mi sono procurato tale somma di denaro con vari espedienti. Non intendo comunque specificare con quali espedienti. Cioè su questo punto non intendo rispondere anche per non coinvolgere in questa inchiesta altre persone”.

 

“Intendo dichiarare a questo proposito che tutte le volte che sono stato arrestato, pur avendo commesso dei reati in concorso con altre persone, non ho mai fatto il nome dei miei correi; anzi qualche volta sono stato condannato al loro posto”.

 

“Non intendo citare alcun caso del genere. Del resto basta spulciare i miei precedenti penali per rendersi conto di quanto affermo”.

 

“Quando mi sono imbarcato da Marsiglia per Haifa ho subìto i controlli normali del bagaglio e del passaporto. Non ho subìto alcuna perquisizione personale. Portavo con me gli stessi bagagli che mi sono stati sequestrati cioè la stessa valigia e la stessa borsa”.

 

 

 

 

A D.R.: “Per il rinnovo dei visti se ne occupava direttamente il kibbutz. Solo una volta mi sono occupato personalmente del rinnovo del visto, perché avevo tardato a riceverlo e allora ho dovuto andare personalmente per mettere a posto la cosa o meglio per chiarire il ritardo. In questa occasione ho dovuto pagare 20 lire israeliane per il ritardo, denaro che però mi è stato risarcito dal kibbutz”.

 

“Normalmente il passaporto viene trattenuto dalle autorità israeliane per qualche tempo prima della concessione del nuovo visto. L’ultimo visto della durata di un mese l’ho ottenuto dopo aver telefonato alle Autorità che detenevano il mio passaporto,…..[…]”.

 

“Comunque il Kibbutz oltre a pagarmi …mi ha anche dato un’altra somma di denaro: circa 200 lire israeliane; somma che mi spettava perché durante la mia permanenza non ho mai preso alla fine del mese le trenta lire che il kibbutz passava a tutti i volontari”.

 

“Su quest’ultima circostanza chiarisco che non sempre io lasciavo al kibbutz il compenso mensile, ma soltanto qualche volta. Chiarisco anche che io non andavo ogni mese ad incassare la somma suddetta, ma ogni tanto, quando avevo bisogno di denaro…..richiedevo al kibbutz; così qualche volta ho chiesto 50 lire, altre volte 100 lire e così via. Alla fine si è fatto un conguaglio ed è risultato che mi spettavano ancora 200 lire.

 

 

 

 

A D.R.: “Dell’acquisto del biglietto si è interessato direttamente il kibbutz”.

 

 

 

A D.R.: “Sono sbarcato a Marsiglia il giorno 13 maggio u.s. Ricordo che era domenica, non ricordo a che ora. A Marsiglia non ho subìto alcun controllo, mi hanno soltanto chiesto se avevo qualcosa da dichiarare; io naturalmente ho risposto di no. Appena sceso, ho preso l’autobus noleggiato dalla Società di navigazione per condurre i viaggiatori fino alla stazione”.

 

“Ivi giunto, cioè alla stazione di Saint Charles, ho depositato la valigia e la borsa con dentro la bomba in una cassetta di sicurezza della stazione, di cui non ricordo il numero. Ho chiuso a chiave e mi sono recato all’Hotel du Rhone a vedere se c’era posto. Qui ho preso una stanza e sono di nuovo uscito. Sono ritornato alla stazione; ho ripreso le valigie che ho portato in albergo, andando sempre a piedi”.

 

“All’Hotel ho depositato le valigie, mi sono cambiato, sono uscito ancora ed ho girovagato nel vecchio porto, rientrando in albergo a notte alta. Ricordo di essere stato al cinema ed anche a vedere lo strip tease; non so però se questo l’ho fatto la prima sera o la seconda sera, perché in quell’albergo sono rimasto soltanto per tre notti”.

 

“Nel giorno successivo non ho fatto niente di particolare, ho cercato di passare il tempo. Così ho fatto anche nel terzo giorno”.

 

 

 

 

A D.R.: “Nego di essermi spostato da Marsiglia. Mi sono spostato da questa città soltanto quando ho preso il treno diretto a Milano, alle ore 6 del giorno 16, alla stazione di Saint Charles. Il biglietto lo avevo acquistato il giorno prima, direttamente alla stazione, alla biglietteria, non ricordo a che ora”.

[…]

 

 

 

 

A D.R.: “Dei miei spostamenti a Milano ne ho già parlato e non intendo ripetermi. Ribadisco che non ho incontrato alcuna persona che conoscevo, all’infuori dei coniugi Mersi. Ho telefonato in casa Mersi da una stazione della Metropolitana, mi pare che sia quella di Loreto.

 

 

 

A D.R.: “Può essere che io abbia chiesto al Mersi dove fosse l’ubicazione di una chiesa in Milano. Ricordo che la cerimonia funebre di Calabresi si svolse nella chiesa di S.Marco. Quindi io posso aver chiesto al Mersi dove si trovasse questa chiesa, perché in un primo momento pensavo che la celebrazione dell’anniversario di Calabresi si svolgesse in quella chiesa”.

 

“Non è vero che ho chiesto al Mersi dove fosse quella chiesa perché avevo un appuntamento con la persona che avrebbe dovuto consegnarmi la bomba in quel luogo. Ancora una volta ripeto che la bomba l’ho portata da Israele”.

 

 

 

A D.R.: “Escludo nel modo più assoluto che il Mersi fosse a conoscenza del mio arrivo a Milano prima della mia telefonata nella sua abitazione. Escludo ancora una volta che io gli abbia parlato dell’attentato che avevo in mente di compiere. Escludo che ne abbia parlato anche con altre persone”.

 

 

 

A D.R.: “Nel 1960 in occasione di un processo sono stato sottoposto a perizia psichiatrica. In quella occasione io fornii al perito risposte tali da farmi credere imbecille. L’ho fatto apposta per farmi ritenere incapace di intendere e volere. Se si leggeranno le risposte che io ho dato al perito vi accorgerete subito che sono risposte idiote date a ragion veduta”.

 

“Comunque io non sono pazzo né sono un imbecille e non intendo adesso ad essere sottoposto a perizia psichiatrica. Ripeto che ho agito con piena coscienza e volontà, esaminando e vagliando tutti i minimi particolari della mia azione al fine di raggiungere il risultato voluto. Mi dispiace soltanto di aver causato la morte di quella povera ragazza. Il mio obiettivo esclusivo era quello di provocare la morte delle Autorità che partecipavano a quella celebrazione”.

 

“Poiché ancora si mette in dubbio la mia convinzione anarchica e individualista e si tenta di farmi passare quale appartenente ad una organizzazione, debbo dire che le mie idee anarchico individualiste le ho già esposte in un diario che ho scritto in carcere a Venezia 4 o 5 anni fa. Tale diario oggi si trova in mano ad un prete al quale lo consegnai quando sono uscito dalle carceri”.

 

“Tale prete si chiama Don Giuseppe Visentin ed è parroco della chiesa di S.Marco a Mestre. L’ho consegnato a padre Visentin perché nonostante sia un prete, è un bravo uomo. Egli durante la mia permanenza è venuto spesso a trovarmi, perché conosceva molto bene la mia famiglia e particolarmente mio fratello Pietro Antonio che è un uomo molto religioso…[…]

 

[manca il testo finale di questo verbale che è dunque incompleto, g.m.]