PROCURA DELLA REPUBBLICA IN MILANO

INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO

 

Bertoli ora aggiusta il tiro...

 

L’anno 1973 il giorno 19 del mese di maggio alle ore 10 in Milano, Carceri S.Vittore

 

Avanti a noi Dott. Antonio MARINI

SOSTITUTO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

 

È comparso l’imputato BERTOLI GIANFRANCO……..

 

 

DICHIARAZIONE: “A integrazione di quanto già dichiarato preciso che il mio atto era diretto contro le Autorità. Infatti io ho lanciato la bomba quando ho visto che uscivano dal portone della Questura degli Ufficiali Superiori. Nel caso io fossi riuscito ad entrare in Questura speravo di eliminare il Ministro (cioè il Ministro degli Interni on. Mariano Rumor, nota g.m.) e tutte le autorità presenti, in particolare speravo che fosse presente il dott. Guida e il dott. Amati che io avevo intenzione di eliminare, in quanto secondo me essi si erano resi responsabili della morte di Pinelli”.

 

“Volevo eliminare il dott. Guida perché egli era un ex dirigente di un confino politico ai tempi del fascismo e il dott. Amati perché era stato il Giudice Istruttore che aveva provocato l’arresto di molti anarchici dopo la strage di Piazza Fontana”.

 

“Secondo me la strage di Piazza Fontana è stata organizzata da una parte delle forze di polizia e da una parte della magistratura. Io non credo assolutamente nella responsabilità di Valpreda, soprattutto perché quello non è stato un attentato anarchico. L’attentato anarchico infatti si qualifica storicamente per il fatto che l’attentatore anarchico non fugge ma si fa arrestare”.

 

“Non ritengo che sia stato Valpreda anche perché egli a differenza di me aderiva ad una organizzazione anarchica; io so che il movimento anarchico organizzato respinge l’attentato individuale, perché controproducente. Ribadisco quindi che io avevo intenzione di entrare in Questura e di gettare la bomba contro il gruppo delle autorità”.

 

“Non c’è contraddizione con quanto ho dichiarato precedentemente che avrei detto “allontanatevi tutti perché voglio far saltare il busto di Calabresi”, perché questa era la mia intenzione nel caso in cui fossi arrivato in ritardo, cioè nel caso in cui non fossero state più presenti le Autorità che avevano partecipato alla celebrazione2.

 

“Quindi quando io non sono riuscito, nonostante due tentativi, di entrare in Questura ho atteso fuori aspettando l’uscita delle autorità contro le quali avrei lanciato la bomba. Con questo voglio dire che io non volevo lanciare indiscriminatamente la bomba contro la folla ma soltanto contro il gruppo delle autorità.

 

 

 

A D.R.: “Preciso che la mia intenzione era quella di lanciare la bomba direttamente al centro del portone della Questura. Se non ho colpito tale obiettivo è perché molto probabilmente non ho calcolato bene la direzione anche perché una volta tolta la sicura, avevo paura mi scoppiasse in mano poiché il tempo di esplosione è molto breve. Preciso altresì che quando io ho chiesto ai due agenti in divisa che mi stavano vicino se quella era la celebrazione del Calabresi avevo già tirato fuori dalla tasca la bomba e la tenevo in mano”.

 

“Avuta la conferma ho girato la coppiglia e ho lasciato saltare la levetta tirando subito. Non posso dire se nel momento in cui ho tirato fuori la bomba dalla tasca qualcuno mi abbia visto. Non posso nemmeno dire se quando ho lanciato la bomba qualcuno mi abbia spinto alle spalle e abbia fatto qualche movimento tale da deviare la traiettoria della bomba”.

 

“Quello che ricordo bene è che un attimo prima di lanciare la bomba ho gridato pressappoco questa frase “Calabresi è l’assassino di Pinelli” e forse qualche altra frase come “viva la rivoluzione a morte la borghesia””.

 

“Dopo l’esplosione coloro che stavano dietro di me mi hanno guardato perplessi, io per non impaurirli ho alzato le mani mostrando le palme dicendo: “sono stato io; sparatemi, ammazzatemi carogne””.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che ho detto al Mersi che avevo intenzione di compiere un colpo grosso, è stato lui che nel corso del colloquio mi ha detto che ero uno sciocco a non fare qualcosa di grosso invece di tante fesserie che non risolvono il problema della vita”.

 

“Ma quando egli parlava di fare qualcosa di grosso alludeva a reati contro il patrimonio dai quali avrei potuto ottenere una grossa somma di denaro. Egli mi diceva ciò perché era a conoscenza che io mi trovavo in condizioni economiche molto disagiate”.

 

 

 

A D.R.: “Sapevo che il Mersi era stato condannato per furto. Ricordo che all’epoca in cui ci frequentavamo in Venezia negli anni 1954-1955 egli si atteggiava a “gangsterino”. Diceva sempre che aveva in mente di fare colpi grossi, onde procurarsi del denaro”.

 

 

A D.R.: “Non sono sicuro se ho conosciuto il Mersi nel 1954 o nel 1955 come egli afferma. E’ porbabile che io l’abbia conosciuto in qualche bar della zona di Ponte Rialto di Venezia. E’ probabile che io abbia parlato anche di armi con il Mersi perché lui sapendo che io avevo subìto una condanna per vendita di armi mi chiese se potevo acquistargliele”.

 

“In un primo momento ho creduto che effettivamente il Mersi avesse intenzioni seriamente di acquistare delle armi poi sono venuto a sapere che era un confidente della polizia e che quindi lo faceva per mettermi nei guai. Per questa ragione non ho mai dato delle armi al Mersi. La condanna di cui ho parlato prima per la vendita delle armi si riferisce al periodo 1954 quando io mi trovavo a Venezia”.

 

“La vendita consistette in un mitra “Beretta” e di due pistole, una di fabbricazione belga mod. “Bayard” ca. 7,65 e l’altra di fabbricazione americana calibro 9. Per questo traffico ho agito insieme a Sorteni Giorgio di Venezia e un altro ragazzo a nome Ivo Naccari il quale però c’entrava molto relativamente. Il mitra era del Naccari mentre le due pistole erano mie. Vendemmo il mitra e le due pistole a un gruppo che si denominava “fronte anticomunista italiano” finanziato da tale Ugo Marinotti di Vittorio Veneto”.

 

“Costui era un industriale, un pezzo grosso del cotonificio Veneziano, fratello di Gianfranco Marinotti che era il presidente della Snia-Viscosa”.

 

“Io ho parlato soltanto una volta con Ugo Marinotti il quale però si presentò sotto falso nome. Si discusse di armi che loro volevano comprare per armare dei gruppi di destra. L’ho incontrato in Venezia nell’estate del 1954 negli uffici della Compagnia di Navigazione Testarin. Venni a sapere che la persona con la quale avevo avuto l’incontro era il Marinotti, perché successivamente parlando con un carabiniere amico del Sorteni costui ci disse che la persona che aveva dato il nome falso era il Marinotti”.

 

“Le armi di cui sopra furono portate dal Sorteni nel suddetto ufficio di navigazione e consegnate a quell’organizzazione. Io quel giorno non sono salito su negli uffici ma ho aspettato il Sorteni in un bar. Le armi furono consegnate per campionatura di una fornitura di armi per un milione. Il Sorteni quando ritornò nel bar mi disse di non aver ricevuto alcuna somma di denaro”.

 

“Ma io non gli ho creduto perché il Sorteni era un bidonista, ma in sostanza anch’io ero un bidonista perché in effetti noi non eravamo in grado di fornire le armi promesse perché non eravamo in grado di procurarle”.

 

“Noi avevamo intenzione di riempire delle casse con sassi e paglia, dare l’appuntamento agli acquirenti, farli venire sul posto con il denaro e mentre loro avrebbero guardato le casse noi li avremmo rapinati, usando una pistola in nostro possesso e un tirapugni”.

 

“Tale appuntamento non ci fu perché tutto si esaurì in vari rinvii e in diffidenze reciproche e in ultimo con l’intervento dei carabinieri. Un giorno infatti venne il Sorteni a chiamarmi dicendoni di andare con lui nella caserma dei carabinieri. Qui ci fecero vedere le armi che noi avevamo consegnato nell’ufficio di navigazione e ci contestarono il fatto”.

 

“In verità ci contestarono diverse versioni dei fatti, volevano che io ammettessi di conoscere il deposito ove erano le armi ma visto inutile il tentativo di farmi fare simile affermazione, che io del resto non potevo fare perché in effetti non esistevano depositi di armi, mi arrestarono per detenzione e vendita di armi insieme al Sorteni e all’Ivo Naccari.”

 

“Ci fu il processo ed io fui condannato a lire 20.000 di multa. Prima del processo ci fu garantito una pena mite dopo che noi promettemmo di tirar fuori alcuni nomi. Ho subìto un’altra condanna per detenzione di armi cioè per detenzione di una pistola Beretta ma questo è avvenuto successivamente e anche in questa occasione fui condannato a una pena pecuniaria”.

 

 

 

A D.R.: “Non è vero che ho parlato con il Mersi di un deposito di armi ad Asiago, o meglio di un deposito di tritolo appartenente ad un gruppo di partigiani comunisti”.

 

 

A D.R.: “Non ho mai frequentato il circolo degli anarchici della Ghisolfa. Ho sentito parlare di tale circolo ma non so nemmeno dove si trova”.

 

 

A D.R.: “Non è vero che io abbia detto al Mersi quando ci incontrammo a Milano nel 1969 che per 20.000 lire sarei stato disposto a far fuori chiunque. Ciò è semplicemente ridicolo. Oltretutto una pistola costa di più”.

 

 

A D.R.: “E’ vero che la moglie del Mersi avvertì il marito che io ero a Milano e che mi trovavo nella loro casa. E’ vero anche che il Mersi ci invitò a raggiungerlo sul posto di lavoro ma io rifiutai, perché non volevo che ci vedessero insieme a loro in modo da comprometterli”.

 

“E’ vero che quando il Mersi arrivò nella sua abitazione la moglie Di Lalla gli disse che io avevo delle bombe. E’ vero che io ho parlato di bombe con la moglie del Mersi ma lo avevo fatto per scherzo. Non ricordo se ho detto in particolare alla signora Mersi che io avevo una bomba in tasca, forse l’ho anche detto però non gli ho detto l’uso che ne volevo fare. Non feci vedere a nessuno dei due la bomba”.

 

 

 

A D.R.: “E’ vero che il Mersi mi voleva intrattenere in casa sua dopo che io gli avevo fatto presente che dovevo prendere l’ultima corsa della metropolitana, assicurandomi che mi avrebbe accompagnato lui stesso con un taxi alla pensione ove io avevo preso alloggio. Io però non accettai e verso le ore 23,55 li lasciai”.

 

“Comunque il Mersi mi accompagnò fino alla stazione della metropolitana, dove lo lasciai definitivamente. E’ vero che fu lui stesso a pagare il biglietto perché io non avevo moneta spicciola italiana”.

 

 

 

A D.R.: “Sono sceso alla stazione della metropolitana nei pressi della Stazione Centrale, di qui sono andato in via Vitruvio entrando nella pensione poco dopo la mezzanotte. Quando sono entrato ho salutato una donna che era dietro il banco della portineria. Mi sono fatto dare le chiavi della mia stanza e sono salito su andando subito a dormire. Non ho fatto alcuna telefonata.

 

 

A D.R.: “Il pezzetto di carta che mi viene mostrato è quello sul quale io ho trascritto il numero telefonico del Mersi che ho trovato su un elenco telefonico. Ho trovato facilmente tale numero perché mi ricordavo che il telefono era intestato alla moglie del Mersi, Di Lalla Antonietta.

 

 

A D.R.: “Nego ancora una volta di aver detto al Mersi o alla moglie che avevo intenzione di compiere un attentato l’indomani mattina in occasione della celebrazione dell’anniversario della morte di Calabresi. Non gliel’ho detto anche perché temevo che egli avrebbe potuto avvertire la polizia”.

 

 

A D.R.: “Non conosco alcuna ragazza in Milano. Non è vero che ho avuto una fidanzata in questa città”.

 

 

A D.R.: “Non è vero che quando sono sbarcato a Marsiglia mi sono recato a Parigi. Non avevo alcuna ragione di recarmi in quella città. Sono rimasto a Marsiglia per due giorni senza alcuna precisa ragione o meglio perché volevo venire a Milano soltanto il giorno prima dell’attentato”.

 

“A Marsiglia non ho incontrato nessuna persona di mia conoscenza. Ho gironzolato per la città senza meta in attesa di prendere il treno per Milano. Come ripeto ho preso il treno alla Gare di Saint Charles alle ore 6 del mattino. Tale circostanza può essere accertata dal biglietto che io ho acquistato alla stessa stazione e che avevo in tasca al momento del mio arresto, che credo mi sia stato sequestrato insieme a tutti gli altri oggetti”.

 

“Sul treno non ho avuto alcun controllo della dogana alla frontiera. Sono giunto alla Stazione Centrale di Milano alle ore 15,45 e mi sono messo subito alla ricerca di un alloggio. Dopo aver depositato le valigie nel deposito bagagli della Stazione mi sono subito recato in Piazza Duomo per andare a trovare o meglio per andare a vedere se rintracciavo qualcuno dei ragazzi conosciuti in precedenza nei pressi della stazione della metropolitana”.

 

“Ho avvicinato soltanto un ragazzo arabo di cui non so il nome al quale ho chiesto se conosceva un posto dove io potessi dormire per quella sera ed egli mi disse di andare nei pressi della stazione o qualcosa del genere. Io gli dissi che avrei preferito dormire in una casa privata dove cioè avrei potuto avitare di essere registrato. Lui mi rispose che non era in grado di indicarmi alcuna persona che avesse potuto ospitarmi”.

 

 

 

A D.R.: “Il nome Tassinari Guido l’ho già sentito ma non sono in grado di dire se l’ho conosciuto. Non ho avuto comunque mai un amico che si chiamasse Tassinari Guido”.

 

 

A D.R.: “Non ho mai sentito nominare Petra Krause. Non ho mai sentito nominare Ognissante, Massimo Artina e Barbara Ratto. Non conosco costoro”.

 

 

A D.R.: “Non conosco Ivan Magri, a meno che non lo abbia conosciuto in mezzo agli altri capelloni che io frequentavo in Milano. Non conosco nemmeno Susanna Magri. Non conosco alcuna persona di Bergamo, né sono stato in quella città. Non conosco Ugo Donini. Non so chi sia”.

 

 

A D.R.: “non ho mai avuto le chiavi dell’armeria del kibbutz dove sono stato in Israele. La bomba me la sono procurata nel modo già descritto. Non mi sono mai procurato altre armi, né ho cercato di farlo. Non ho cercato di procurarmi delle armi o degli esplosivi nel kibbutz per poi venderle quando mi recavo in città. Posso soltanto dire che se avessi avuto la possibilità mi sarei procurata un’altra bomba. Avendone un’altra l’avrei usata nel momento dell’arresto, dopo aver lanciato la prima ed allo scopo di uccidermi”.

 

 

A D.R.: “Ribadisco ancora una volta che ho agito da solo, che dietro di me non c’è nessuno, che non faccio parte di alcuna organizzazione e che non vi ho mai fatto parte, essendo contrario al principio stesso di organizzazione. Ribadisco altresì che nessuno mi ha detto che il giorno 17 maggio 1973 ci sarebbe stata la celebrazione per l’anniversario della morte di Calabresi”.

 

Letto, confermato e sottoscritto

GIANFRANCO BERTOLI