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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXXII   

[da pagina 818 a pagina 824]

 

 

Le responsabilità emerse in ordine al porto ed alla detenzione abusivi di armi, munizioni ed esplosivo nel Veneto.

 

 

 

La scoperta delle armi e delle munizioni occultate in Castelfranco Veneto nella soffitta dell'abitazione di Giancarlo Marchesin e l'ampia confessione di quest'ultimo, dei coniugi Franco Comacchio ed Ida Zanon nonchè di Ruggero Pan, circa l'abusiva detenzione ed il porto senza licenza delle stesse e di una certa quantità di esplosivo, rendono evidenti le rispettive penali responsabilità di tutte le suddette persone in ordine ai reati loro contestati.

 

Anche Angelo Ventura, dopo l'iniziale atteggiamento di negativa, ha finito col confessare il 22 gennaio 1973 dinanzi al Giudice Istruttore di Milano di aver trasportato le armi, a richiesta di suo fratello Giovanni, prima da Castelfranco Veneto a Treviso nell'appartamento di Via Manin, poi in casa del Pan ed, infine, nell'abitazione della Zanon.

 

E’ evidente che si trattò non di semplice trasporto, ma di vero e proprio "porto in luogo pubblico" in senso tecnico-giuridico, giacchè le modalità con cui venne attuato (mediante una cassetta ed un paio di borse, come hanno riferito i coniugi Comacchio ed il Pan) erano tali da consentire la possibilità dell'uso immediato delle armi stesse durante il tragitto (v.Cass. Sez. II 1°.12.1975 n.1731 Nunnari per l'analoga ipotesi di armi trasportate in una valigia).

 

Nè, per l’imputazione di porto abusivo di armi, può accogliersi la richiesta di assoluzione formulata dalla difesa del Pan, in quanto quest'ultimo ha esplicitamente ammesso nel suo interrogatorio del 22.5.1973 che le due borse, contenenti le armi, furono portate dai fratelli Ventura in casa di una sua zia e poi da lui trasferite in casa di sua nonna.

 

Nello stesso interrogatorio il Pan ha detto di aver restituito per incarico di Giovanni Ventura a Franco Freda, nell'aprile 1971, una pistola P/38 che a questi apparteneva; onde è emerso a suo carico un ulteriore episodio di porto abusivo di armi.

 

Si è già detto, trattando della questione relativa alla proprietà delle armi sopra menzionate e delle relative munizioni, che esse appartenevano a Giovanni Ventura e Franco Freda e che entrambi costoro si adoperarono perchè rimanessero nascoste. E' quindi palese la responsabilità degli stessi per concorso nei reati di porto e detenzione abusivi di tali cose.

 

La responsabilità concorsuale di Franco Freda e Giovanni Ventura si lega, ovviamente, a quella di Angelo Ventura, Ruggero Pan, Franco Comacchio ed Ida Zanon anche per quel che concerne la detenzione ed il porto dell'esplosivo che i coniugi Comacchio-Zanon rinvennero fra le armi prelevate dalla casa della nonna di Ruggero Pan ed abbandonarono, poi, in una zona campestre disabitata.

 

Va solo precisato, al riguardo, che Ruggero Pan, il quale si limitò a detenere l'esplosivo suddetto senza portarlo fuori dalla casa ove esso gli era stato consegnato, va assolto con ampia formula dal porto abusivo dello stesso, contestatogli al cap. T-6 dell'imputazione, e ritenuto colpevole limitatamente alla detenzione di cui al precedente capo T-5.

 

E' appena il caso di accennare alla palese infondatezza della tesi prospettata dal difensore del Pan, secondo la quale questo imputato dovrebbe essere dichiarato non punibile - in ordine ai delitti di detenzione di armi ed esplosivo - per aver agito sotto le intimidazioni di Franco Freda e, cioè, in uno stato di necessità reale o putativa.

 

Per la confutazione di tale tesi bastano gli interrogatori dello stesso Pan, il quale ha più volte ammesso, in termini non equivoci, di aver liberamente accettato di ricevere e di tenere presso di sè per un certo tempo quelle cose compromettenti, dati i rapporti di amicizia che lo legavano a Giovanni Ventura.

 

I fratelli Ventura (Giovanni, Angelo e Luigi) vanno, infine, riconosciuti colpevoli di illegale detenzione delle armi e munizioni da guerra rinvenute, nella loro comune abitazione in Castelfranco Veneto, durante la perquisizione ivi eseguita il 20 dicembre 1969 (capo S dell'imputazione).

 

Tutti e tre hanno ammesso, nei loro interrogatori, di averle consapevolmente detenute. Hanno sostenuto di averle conservate come cimeli di guerra, a ricordo del loro defunto genitore che ne era stato il precedente possessore, ma non hanno con ciò offerto giustificazioni valide per escludere l'antigiuridicità penale del fatto ad essi contestato.

 

Ricorre, tuttavia, nella specie l'attenuante prevista dallo art.5 della legge 2.10.67 n.895, non essendovi dubbio sulla lieve entità del fatto in considerazione della quantità e della qualità delle armi e munizioni detenute, le quali costituivano un esiguo ed antico residuo bellico custodito come ricordo di famiglia.

 

Di conseguenza il massimo edittale, previsto dall'art.2 della legge n.895 del 1967 nel testo vigente all'epoca di commissione del reato, deve ritenersi ridotto ad una misura inferiore agli anni cinque; e si rende, così, operativo il termine prescrizionale massimo di anni sette e mesi sei (con il calcolo di tutte le interruzioni), ai sensi degli artt.157 e segg. C.P., trattandosi di illecito penale già esaurito alla data del 20.12.1969.

 

Tutte le altre imputazioni concernenti le armi e l'esplosivo costituiscono indubbiamente, nel loro complesso ed in rapporto a ciascun imputato, considerata la natura dei fini perseguiti, singoli atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso. Esse, devono, quindi, essere opportunamente unificate con il vincolo della continuazione ai sensi dell'art. 81 cpv.C.P.

 

Per completezza di esposizione sull'argomento deve prendersi in esame la tesi difensiva sostenuta dagli imputati Marchesin e Comacchio, i quali hanno assunto di aver detenuto armi e munizioni allo scopo di conservare una prova a carico dei Ventura, di procurarne delle altre e di ragguagliare poi l'Autorità Giudiziaria adempiendo, così, ai loro doveri di sinceri democratici, iscritti da anni alla sezione di Castelfranco Veneto del Partito Socialista Italiano.

 

Ad evidenziare la pretestuosità di tale assunto difensivo basta porre in rilievo il fatto che per molti mesi costoro tennero occultato tutto quel pericoloso materiale, il quale poi per un puro caso fu scoperto dall'Autorità Giudiziaria.

 

Ben diverso atteggiamento essi avrebbero tenuto, ovviamente, se avessero davvero inteso collaborare alacremente con gli Organi di Giustizia.

 

Nè può darsi credito agli stessi, quando affermano di aver ritardato la denuncia delle armi per procurarsi altri elementi probatori contro i Ventura.

 

Invero, già fin dal 1969 Franco Comacchio aveva ricevuto da Giovanni Ventura, insieme alla proposta di deporre ordigni esplosivi su convogli ferroviari, la consegna del timer da impiegare in ordigni dello stesso genere; ed, a quanto egli stesso ha riferito, ebbe a gettarlo via, senza pensare affatto a conservarlo, benchè esso costituisse un riscontro obiettivo di notevole importanza.

 

Egli poi, oltre alle armi, le quali già, costituivano per il loro numero e la loro qualità una prova assai grave ed eloquente a carico dei Ventura, aveva ricevuto da Angelo Ventura (all'epoca dell'arresto del fratello Giovanni e cioè nell' aprile 1971) un passaporto falso di Franco Freda ed altra documentazione compromettente da sottrarre ad eventuali perquisizioni domiciliari.

 

Non vi era, quindi, alcun ragionevole motivo per tenere ancora all'oscuro il Magistrato penale di ogni cosa fino al 6 novembre 1971: ossia fino al giorno in cui la casuale scoperta del deposito di armi nella soffitta di casa Marchesin ebbe a provocare l'interrogatorio di quest'ultimo e del Comacchio.

 

Pertanto il fatto che il Marchesin ed il Comacchio vantano un'antica milizia, nelle file del P.S.I. rimane un dato poco rilevante e, comunque, soverchiato, sul piano del significato probatorio, dal concreto e non giustificabile appoggio dagli stessi fornito, con l'occultamento di quelle armi e di quel materiale esplodente, proprio a coloro che essi pretendono oggi di aver assoggettato ad un controllo di tipo poliziesco per finalità democratiche.

 

Tali pretese finalità democratiche non sarebbero state comunque, sufficienti per autorizzare quell'abusiva e clandestina detenzione di armi comuni e da guerra con relativo ingente munizionamento.

 

Va, infine, aggiunto, per quanto specificamente riguarda il Comacchio, che la sua iscrizione sin dal 1959 nelle liste sezionali del P.S.I. di Castelfranco Veneto non poteva certo sfuggire nel piccolo centro di Castelfranco Veneto ai Ventura; i quali, se fossero stati certi di trovarsi di fronte ad un avversario politico, non strumentalizzabile per i loro noti programmi di infiltrazione e compromissione in danno della sinistra, non lo avrebbero preso in considerazione come la persona più adatta da rendere depositaria di segreti concernenti un'organizzazione eversiva e delle armi che ne costituivano la dotazione.

 

Non può, comunque, disconoscersi che gli imputati Marchesin, Comacchio, Zanon e Pan - pur se non si adoperarono spontaneamente ed efficacemente per elidere od attenuare le conseguenze dei loro reati (onde non è concedibile la chiesta attenuante di cui all'art.62 n.6 C.P.) - hanno tuttavia reso nel procedimento dichiarazioni confessorie e riferimenti utili per la ricostruzione di vari altri fatti costituenti oggetto della indagine giudiziaria.

 

Essi appaiono, quindi, meritevoli delle attenuanti generiche.Tali attenuanti non possono essere concesse agli altri imputati degli stessi reati, trattandosi di soggetti che hanno tenuto un diverso comportamento nel processo e che si presentano di ben maggiore pericolosità sociale.

 

(continua al capitolo XXXIII Parte Quinta)