LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXXI      

[da pagina 806 a pagina 817]

 

 

La posizione di Antonio Massari

 

 

 

Si è detto in narrativa delle circostanze nelle quali è sorta l'incriminazione di Antonio Massari e degli interrogatori da questi resi.

 

Con il mandato di cattura contro di lui emesso il 27 ottobre 1973 per il delitto di associazione sovversiva il Giudice Istruttore di Milano ha indicato due elementi probatori di accusa: 1) l'essersi il Massari adoperato attivamente per la stampa ed il successivo occultamento del cosiddetto "secondo libretto rosso" dal titolo "Programma del Fronte popolare rivoluzionario"; 2) l'avere egli sostenuto gli alibi offerti da Giovanni Ventura per gli attentati ai treni e per la strage di Milano.

 

Circa il primo dei suddetti elementi va, anzi tutto, richiamato quanto già analiticamente si è esposto, sul "secondo libretto rosso”, per dimostrare che Giovanni Ventura con la stampa clandestina di quest'opera, voluta dal Freda per il compimento di un'operazione eversiva “di seconda linea", in effetti anche dopo gli attentati dell'8-9 agosto 1969 ebbe a continuare la sua delittuosa collaborazione col Freda stesso.

 

Antonio Massari certamente coadiuvò, come ha infine ammesso nel corso dei suoi interrogatori, Giovanni Ventura facendo stampare il libello presso la tipografia Casilina.

 

Le esitazioni da lui dimostrate prima di ammettere tale circostanza e l'indubbia clandestinità con cui si procedette alla stampa (il tipografo Duilio Panzironi ha ricordato con la sua testimonianza la preoccupazione, manifestata dal Massari, di fare spedire gli opuscoli stampati senza farne rimanere traccia nella tipografia) indicano le cautele tipiche di chi è consapevole dell'illiceità di un determinato comportamento.

 

Tuttavia da questo episodio non può pervenirsi, automaticamente, alla conclusione che Antonio Massari ebbe in tal modo ad agire perchè anch'egli legato alla associazione sovversiva nella quale erano coinvolti Giovanni Ventura e Franco Freda.

 

Appare, infatti, tutt'altro che irragionevole quanto il Massari suddetto ha sostenuto nelle sue difese: cioè che egli prese l'incarico di far stampare gli opuscoli presso la "Casilina", tipografia che abitualmente eseguiva lavori del genere per conto della società editrice "NS" di cui lo stesso Massari faceva parte, solo per aderire, a titolo di favore, ad una richiesta del Ventura, dati i rapporti di amicizia e di affari editoriali che a costui lo legavano e senza conoscere il vero scopo al quale gli opuscoli stessi erano destinati.

 

Nè il contenuto di tali opuscoli (il programma di un "Fronte popolare rivoluzionario" del quale si è già detto) era tale da suscitare di per sè stesso particolare allarme, trattandosi, di un tipo di libello piuttosto ricorrente nella pubblicistica dei movimenti di contestazione dell'epoca.

 

A qualificare la sua posizione come quella di un correo di Giovanni Ventura non può certamente aggiungersi che egli si sia adoperato per confortare gli alibi prospettati dal suo amico. E' completamente al di fuori della realtà processuale che abbia appoggiato, in relazione agli attentati ai treni, la tesi difensiva del Ventura circa la cena alla quale questi avrebbe partecipato la sera dell'8 agosto 1969 fino ad ora tarda.

 

Egli infatti, indicato dallo stesso Ventura come presente a tale cena, in un primo momento ha dichiarato di non ricordare la circostanza (v. interrogatorio del 17.9.1973) e poi l'ha addirittura escluso (v. interrogatorio del 24.11.1973).

 

Quanto alla strage di Milano, non può certo definirsi un testimone d'alibi proprio il Massari, che ha dichiarato di aver ricevuto in casa sua la visita di Giovanni Ventura solo nella serata del 12 dicembre 1969: quando cioè le bombe erano scoppiate da tempo sia a Roma che a Milano.

 

Vi è da precisare che egli, per nulla tendente ad avallare alibi altrui, non ha esitato, anzi, a rivelare al Magistrato una particolare visita fattagli da Mariangela Ventura dopo l'arresto del di lei fratello.

 

“Ella veniva a chiedermi - ha dichiarato al Giudice Istruttore di Milano il 17.9.1973 - se ero stato sentito da Lei, ed in particolare insisteva perchè io mi ricordassi che il pomeriggio del 12 dicembre ero nello studio di Giannola e che il giorno prima avevo telefonato per avvertire che il fratello (Luigi) stava male - Cose peraltro non vere”.

 

Di maggiore significato accusatorio appare un avvenimento ricordato dal teste Mario Quaranta sia in fase istruttoria che in dibattimento.

 

Ha riferito questi di aver partecipato nella prima quindicina di maggio del 1973 ad una riunione organizzata in casa sua, dati i rapporti di amicizia che lo legavano a Giovanni Ventura, per stabilire quale fosse la migliore impostazione difensiva da adottare in favore di quest'ultimo nel presente procedimento.

 

Alla riunione avevano preso parte il suo amico Elio Franzin, familiari del Ventura e l'avv. Giancarlo Ghidoni, che a quel tempo era difensore dello stesso Ventura. Ad un certo momento Ventura Mariangela, sorella di Giovanni, mentre si parlava dei fatti costituenti oggetto del processo in corso, aveva esclamato:

 

"E se c'entrassero anche quelli della sinistra?" Ella non aveva chiarito, poi, il significato di tale suo interrogativo; perciò il Quaranta, al termine dell'incontro e mentre gli altri partecipanti si stavano allontanando, l'aveva tratta in disparte nel suo studio per chiederle in proposito una chiara spiegazione.

 

La Mariangela così testualmente - secondo la testimonianza del Quaranta - aveva risposto: "mettere le bombe sui treni è più facile di quanto tu possa pensare; è bastato al Massari prendere il treno da Roma, arrivare a Venezia, scendere e mettere la bomba su un treno che, in coincidenza da Venezia, partiva per il sud. Il Massari si fermò da noi alcuni giorni".

 

Il Quaranta si era, allora, precipitato giù per le scale di casa sua ed aveva raggiunto di corsa l' avv. Ghidoni. Questi, da lui informato di quanto aveva riferito Mariangela, gli aveva promesso di parlare presto con la stessa e di ottenere da lei ulteriori chiarimenti; indi, la mattina successiva gli aveva telefonato per dirgli: "Guarda c'è stato un equivoco, te ne parlerò".

 

In effetti - ha concluso sul punto il teste Quarantal’avv. Ghidoni non aveva più parlato di quel fatto.

 

Mariangela Ventura, sentita specificamente su tale circostanza dal Giudice Istruttore di Catanzaro e poi in dibattimento, ha recisamente negato di aver reso al Quaranta le confidenze da questi riferite.

 

Ella ha spiegato che l'accenno a "quelli della sinistra" era stato da lei fatto in rapporto ad una particolare preoccupazione nutrita da suo fratello Giovanni, il quale era propenso a "non tirare in ballo molti amici della sinistra che altrimenti dovrebbero essere chiamati a testimoniare”.

 

Ha, inoltre, sostenuto che l'unico riferimento da lei fatto, in presenza del Quaranta, al Massari era stato in relazione all'ospitalità concessa a quest'ultimo, in casa Ventura a Castelfranco Veneto, verso la fine della prima decade di agosto del 1969.

 

Sulla storicità dell'episodio riferito dal teste Quaranta non vi sono dubbi, nonostante la secca smentita di Mariangela Ventura.

 

Invero l'episodio stesso è stato oggetto di una inequivoca conferma da parte dell' avv. Giancarlo Ghidoni, come agevolmente si ricava dal seguente verbale di interrogatorio reso da Giovanni Ventura il 30 ottobre 1973:

 

 

da Verbale del 30 ottobre 1973

 

“Giudice Istruttore: Nell'agosto del 1969 e nel periodo degli attentati Lei ospitò la donna e la figlia di Massari?

Ventura: Le ho già detto che non le ospitai io, ma mia madre.

Domanda: Ricorda quando ha viaggiato in treno insieme al Massari da Roma a Padova o Venezia?

Ventura: Ci fu certamente un viaggio in treno che feci insieme al Massari nella seconda metà del 1969. Mi pare che sia un solo viaggio, in estate.

Giudice Istruttore: A questo punto legga la parte della deposizione di Mario Quaranta del 29 ottobre 1973, relativa alle confidenze fatte allo stesso Quaranta da Mariangela Ventura circa la partecipazione del Massari agli attentati ai treni dell'agosto.

Ventura: Conosco l'episodio, ma mia sorella mi ha detto di non aver mai fatto discorsi del genere al Quaranta.

Giudice Istruttore: Mi sembra che non si possa discutere sul fatto che Quaranta disse subito all'avv. Ghidoni quanto gli aveva poco prima detto Mariangela. E' vero avv. Ghidoni?

Risposta avv. Ghidoni: Sì, Quaranta mi ha fatto questo discorso.

Giudice Istruttore: E' quindi un fatto immediato e non una costruzione del Quaranta.

Avv. Ghidoni: Mariangela dice che ha riferito delle sue supposizioni”.

 

 

 

L'avv. Ghidoni, nell'udienza dibattimentale dell'undici agosto 1978, ha ripreso l'argomento nella sua nuova veste di testimone.

 

Ha cominciato a deporre negando di essere stato avvicinato dal Quaranta dopo la riunione svoltasi in casa di questi e di essere stato reso edotto del coinvolgimento di Massari da Mariangela Ventura.

 

Poi, a precisa contestazione da parte del Presidente della Corte delle chiare risultanze emergenti dal verbale di interrogatorio sopra indicato, non ha potuto non confermare la parte di esso che si riferiva alle sue personali dichiarazioni; ed ha cercato di armonizzare alla meglio queste ultime con le sue successive asserzioni dibattimentali, dicendo che il Quaranta in effetti gli aveva fatto qualche volta discorsi su supposizioni fatte da Mariangela Ventura, ma non proprio quella sera della riunione.

 

Rimane, quindi, sostanzialmente fermo quanto dichiarato in fase istruttoria, sia pure nella veste di difensore, dell'avv. Ghidoni; il quale ben maggiore sensibilità avrebbe certo dimostrato per i problemi della giustizia se, volendo lasciare nell'ombra una circostanza di fatto ritenuta potenzialmente pregiudizievole per il suo ex assistito, avesse fatto ricorso alle norme sul segreto professionale invece di avventurarsi in una testimonianza compiacente dinanzi a questa Corte.

 

Altro e delicato problema, dopo quello relativo all'accertamento della verità storica dell'episodio, attiene alla sua interpretazione.

 

Nel legare il nome di Massari agli attentati ai treni dell'agosto 1969 Mariangela Ventura non fece menzione alcuna al Quaranta delle fonti dalle quali avrebbe appreso quanto da lei riferito, sicchè è preclusa alla Corte ogni indagine per valutare la serietà e l'attendibilità delle fonti stesse.

 

Non può neanche affermarsi con sicurezza l'esistenza stessa di fonti primarie della notizia; giacchè non può scartarsi l'ipotesi che la ventunenne Mariangela abbia inteso esprimere solo un suo convincimento basato su elementi congetturali e, comunque, non controllabili in questa sede.

 

La coincidenza del viaggio di Giovanni Ventura ed Antonio Massari sullo stesso treno con partenza da Roma e destinazione Castelfranco Veneto nel periodo dell'8-9 agosto 1969, ossia in quello stesso torno di tempo nel quale si verificarono gli attentati ai convogli ferroviari, deve ritenersi certa per le argomentazioni svolte circa la responsabilità del Ventura in ordine a quei fatti delittuosi.

 

Orbene tale coincidenza, se da un lato spinge suggestivamente a far ritenere non priva di un obiettivo fondamento la confidenza fatta dalla sorella del Ventura a Mario Quaranta, d’altro lato è un elemento che consiglia di valutare con estrema cautela la posizione di Antonio Massari.

 

Anzitutto l'aver viaggiato insieme in treno non implica, di per sè, che il Massari abbia esercitato un controllo continuo ed attento sulle mosse del suo compagno di viaggio, o lo abbia addirittura aiutato a deporre un ordigno esplosivo a Venezia (come sostenuto nella requisitoria scritta del P.M.) oppure a Roma (come sostenuto nel provvedimento di rinvio a giudizio del Giudice Istruttore, il quale, evidentemente incredulo sull'attendibilità di Mariangela Ventura, ha ritenuto invece che a Venezia operarono solo Freda e Pozzan).

 

Non va, poi, trascurata la considerazione che Antonio Massari, se fosse stato materialmente implicato nell'esecuzione degli attentati ai treni, non avrebbe certo smentito l'alibi prospettato da Giovanni Ventura per la sera dell'8 agosto 1969, in quanto si trattava di una copertura estensibile anche a sè stesso.

 

Nè il Ventura, da parte sua, avrebbe trovato conveniente escogitare un alibi ancorato alla parola di un suo complice, con il quale avesse delinquito nelle stesse circostanze di tempo e di luogo.

 

E' da considerare, inoltre, che il Massari era conosciuto come uomo di sinistra, giacchè in tale direzione ideologica egli da anni si impegnava con la sua attività editoriale, giornalistica e politica.

 

Egli era, cioè, esposto, proprio per questo suo orientamento, alle insidie di Giovanni Ventura; il quale ha ammesso di aver avuto da Franco Freda il preciso incarico di operare in direzione della cosiddetta "seconda linea": ossia di agganciare elementi di sinistra non solo per comprometterli direttamente nell' esecuzione di attentati, ma anche per coinvolgerli in "attività di contro-informazione e di inquinamento”.

 

Non è, quindi, improbabile che la giovane Mariangela Ventura, su ispirazione del fratello Giovanni ed al fine di giovare alla di lui difesa, abbia strumentalizzato il suddetto viaggio in treno e tirato fuori il nome di Massari, in quella riunione del maggio 1973, solo per prospettare al marxista-leninista Mario Quaranta, nell'ambito di un disegno ricattatorio, possibili futuri coinvolgimenti della "sinistra" nel processo qualora il di lei congiunto, seguendo i consigli del Quaranta medesimo, avesse riferito al Magistrato tutto quello che sapeva.

 

Fu questa, comunque, la netta impressione riportata durante il colloquio dal Quaranta; il quale ebbe, nell'occasione, altresì a notare l'acredine manifestata dai familiari del Ventura nei riguardi del Massari, che essi ritenevano causa del negativo coinvolgimento politico ed economico di Giovanni a Roma.

 

Pertanto la parola di Mariangela Ventura, la quale, ovviamente, non poteva ammettere in sede giudiziaria di aver reso una "confidenza" del genere al Quaranta senza compromettere il fratello (che insieme al Massari aveva effettuato quel viaggio in treno), non solo è priva di adeguati ed univoci riscontri probatori, ma si presenta anche sollecitata dall’interesse di far prevalere una determinata linea difensiva.

 

Essa non può costituire, di conseguenza, prova sufficiente in ordine alla partecipazione, contestata ad Antonio Massari, agli attentati ai treni dell'8-9 agosto 1969.

 

Le stesse considerazioni, sopra esposte, valgono anche per un'altra "confidenza", di ben minore portata accusatoria, fatta ad Elio Franzin, intellettuale "marxista-leninista" amico del Quaranta e di Giovanni Ventura:

 

"La Mariangela mi disse che Massari le aveva detto che Giovanni non doveva assolutamente fare il nome di Giannettini e che lui poteva trovare un altro avvocato al posto di Ghidoni. Ciò nel contesto sempre nel discorso che io facevo perchè parlasse. Lei, come la madre del resto, temevano sul serio che se Ventura avesse parlato sarebbe stato ucciso mentre, in caso contrario, il S.I.D. lo avrebbe protetto”.

 

 

In reciso contrasto probatorio con tutte le dichiarazioni confidenziali di Mariangela Ventura, tendenti ad accomunare le posizioni del fratello Giovanni e del Massari, si pone, infine, la testimonianza dell'attendibile Guido Lorenzon.

 

Questi, nella deposizione del 4 gennaio 1972 dinanzi al Giudice Istruttore di Treviso, ha ricordato: “Ho conosciuto Massari a Roma. Ricordo che un giorno il Ventura mi raccomandò di non confidare al Massari quali fossero le sue idee politiche (era chiara l'allusione alle sue idee di destra anche perchè sapevo che il Massari era di sinistra). Mi suggerì anche di non far visita al Massari”.

 

 

 

L'insufficienza della prova di accusa emersa a carico di Antonio Massari impone l'assoluzione dello stesso con formula dubitativa.

 

La suddetta formula assolutoria va limitata alle imputazioni relative agli attentati ai treni.

 

Per quanto riguarda, invece, l'accusa di aver partecipato ad una associazione sovversiva, prevale la declaratoria di estinzione del reato per avvenuta prescrizione.

 

 

Invero, poichè unica è l'associazione sovversiva per la quale è stato instaurato il presente procedimento e poichè la cessazìone di tale delittuosa attività è stata formalmente fissata al 12 dicembre 1969 (data dell'ultimo più grave episodio di terrorismo contestato) nelle imputazioni di Guido Giannettini, Massimiliano Fachini e Pietro Loredan, non vi è motivo di ritenere - in assenza di indicazioni specifiche contrarie - che al Massari si sia voluta attribuire una partecipazione associativa protratta oltre la suddetta data.

 

Pertanto è ormai decorso il periodo di tempo (sette anni e mezzo, tenuto conto delle interruzioni, ai sensi degli artt.157 p.p. n.4 e 160 u.p. C.P.) necessario per far prescrivere il reato in questione.

 

Per i reati relativi, in genere, agli attentati ai treni, non è ravvisabile il difetto di contestazione prospettato nelle sue conclusioni finali dal difensore del Massari, essendo stati a quest'ultimo i reati stessi regolarmente contestati in fase istruttoria nel corso degli interrogatori, anche se non compresi formalmente in alcun mandato.

 

(continua al capitolo XXXII Parte Quinta)