LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXVI  

[da pagina 746 a pagina 763]

 

 

Il contatto Labruna-Fachini. Lo strano aggancio di Angelo Ventura da parte del S.I.D.. Conclusioni sul ruolo di Guido Giannettini nell’associazione sovversiva e negli attentati del 1969.

 

 

 

Le implicazioni di uomini del S.I.D. nelle vicende che ci occupano sono evidenti già per quel che si è finora detto.

 

Per completare il quadro sull' argomento non può non farsi un accenno all'oscuro contatto che il cap. Antonio Labruna ebbe, in epoca successiva agli attentati, con Massimiliano Fachini "superstite del gruppo Freda"servendosi della mediazione di Guido Giannettini.

 

Quest'ultimo al riguardo è stato esplicito, nonostante la sua comprovata riservatezza in favore degli elementi del Servizio; e merita ampia credibilità perchè trattasi di una circostanza che egli non aveva alcun interesse ad inventare per le esigenze della sua difesa: verso la seconda metà del 1972 il cap. Labruna gli aveva chiesto di metterlo in contatto con Massimiliano Fachini, facendogli presente che, essendovi in atto provocazioni dirette a compromettere gli ambienti di destra, egli voleva avvisare il Fachini stesso per non farlo cadere in tali provocazioni.

 

Degli altri particolari di questo contatto si è già riferito in narrativa. Quel che preme sottolineare ora è la assoluta negativa opposta dal cap.Labruna, nonchè dal gen. Maletti che pure Giannettini sostiene di aver informato dell'operazione.

 

Il fatto che i due ufficiali abbiano ritenuto di negare ogni loro partecipazione all’episodio riferito dal Giannettini induce a scartare l'ipotesi che si sia trattato di un'operazione di controspionaggio, lecitamente concepita e condotta, nell'ambito delle finalità istituzionali del Reparto "D”.

 

In tal caso, infatti, essi non avrebbero avuto difficoltà a parlarne o, tutt'al più, avrebbero eccepito il segreto militare. Inoltre deve essersi trattato di operazione assai delicata ed importante se di essa ebbero ad occuparsi due ufficiali del S.I.D., dei quali uno addirittura il Capo del Reparto "D".

 

Per risalire alle vere motivazioni che ispirarono il contatto Labruna-Fachini può essere utile richiamare la testimonianza resa nell'udienza dibattimentale del 10 giugno 1978 dal giornalista Beppino Benedetti, il quale ebbe ad intervistare Marco Pozzan durante il periodo in cui questi era latitante ed a pubblicare, poi, su un numero del suo giornale, denominato "Riscossa", il risultato dell'intervista.

 

Ha specificato il Benedetti che il Pozzan si incontrò con lui a Padova nei primi di gennaio del 1973 e gli mostrò un memoriale scritto a mano, riprodotto poi in parte nell'articolo apparso su "Riscossa".

 

L'incontro - secondo la testimonianza del giornalista - avvenne con la mediazione di Massimiliano Fachini e l'intervista fu sottoposta ad una duplice condizione: essa doveva apparire rilasciata in luogo diverso da Padova (in effetti poi su "Riscossa" si fece riferimento a Lugano) ed avvenire un giorno prima della partenza del Pozzan medesimo per una località non precisata.

 

Sulla base di questa testimonianza, valutata in relazione alle altre risultanze processuali, possono farsi le seguenti considerazioni.

 

Massimiliano Fachini, nella cui casa fu poi rinvenuto il memoriale scritto a mano del quale si è ora detto, era la persona adatta da contattare per chi volesse rintracciare il latitante Marco Pozzan in quel periodo di tempo.

 

Fra le persone interessate al rintraccio del suddetto latitante, il cui espatrio clandestino avvenne proprio a metà gennaio 1973, vi era a quell’epoca certamente il cap. Labruna che si occupava - come si è sopra detto - della ricerca di "superstiti del gruppo Freda".

 

La misteriosa partenza del Pozzan per località imprecisata, di cui alla testimonianza "Benedetti", presenta la stessa collocazione temporale del trasferimento di lui da Padova a Roma e poi in Spagna a cura del S.I.D.

 

Marco Pozzan in dibattimento ha riferito di essere stato avvicinato durante la sua latitanza da un elemento del S.I.D., di cui non ha voluto dire il nome, sin dalla fine del 1972.

 

L’intervento nella seconda metà del 1972 di Guido Giannettini, quale garante del cap. Labruna, può trovare, quindi, logica spiegazione nella necessità di tranquillizzare il Fachini, che era in contatto con il latitante, sulle reali intenzioni dell'ufficiale del S.I.D. in favore del Pozzan.

 

Con ciò non si introduce nel processo un'azzardata ipotesi; ma si opera un accostamento di fatti che, per la loro logica concatenazione, assumono un serio valore indiziario a carico del Labruna.

 

Altro episodio singolare è quello, dettagliatamente esposto in narrativa, relativo al contatto che il S.I.D. nella primavera del 1973 ebbe a realizzare conAngelo Ventura, fratello di Giovanni, tramite il centro C.S. di Verona.

 

Il comandante di quel Centro C.S., ten.col. Angelo Pignatelli, ha tirato fuori una curiosa giustificazione sostenendo – come si è già detto - che si trattò di un errore dovuto ad omonimia (si sarebbe ritenuto erroneamente che Angelo Ventura non era congiunto del noto imputato della strage di piazza Fontana, bensì -fratello del maggiore dei CC. Mauro Venturi in servizio presso il S.I.D.).

 

Tuttavia, a parte il fatto che Angelo Ventura ha sostenuto, invece, di essere stato esattamente identificato dal sottufficiale contattante, il quale gli avrebbe fatto riferimenti non equivoci al processo penale a carico di Giovanni, la tesi del ten.col. Pignatelli appare di per sè stessa poco convincente.

 

Infatti il centro C.S.di Verona aveva ricevuto nel febbraio 1973 dall'Ufficio "D", precisamente dal maggiore Bottallo, la chiara segnalazione che ”il fratello del noto Ventura era stato inviato a prestare il servizio militare di leva a Feltre".

 

E' assai strano che sulla base di questa comunicazione, effettuata per mero scopo informativo e senza richiesta di contatto, si sia pensato ad un congiunto del maggiore Venturi; il quale, come ha dichiarato al Giudice Istruttore di Catanzaro, non aveva fratelli nè cugini con il suo cognome, nè aveva alcun rapporto di amicizia col ten.col.Pignatelli.

 

Appare anche strano che quest'ultimo, ammessa in via d'ipotesi la verità della sua versione, secondo la quale il messaggio del Reparto "D" sarebbe stato interpretato come una richiesta di assistenza in favore del fratello di un collega, abbia potuto pensare di dare attuazione al suo programma assistenziale facendo proporre da un sottufficiale al giovane raccomandato di diventare un informatore di polizia militare.

 

Se già ciascuno di questi episodi, isolatamente considerato, suscita serie perplessità sul comportamento tenuto da uomini del S.I.D., una visione globale degli avvenimenti indica con chiarezza che l'apparato del Servizio fu sistematicamente strumentalizzato, in favore di vari imputati di rilievo del presente procedimento, per esigenze ben diverse da quelle relative alla sicurezza dello Stato.

 

Fra la seconda metà del 1972 ed i primi mesi del 1973, invero, si verificò tutta una serie di fatti che depongono in tal senso: i contatti Fachini-Labruna, la proposta di evasione fatta a Giovanni Ventura, il contatto S.I.D.-Angelo Venturail favoreggiamento e l'espatrio del latitante Marco Pozzan, il quale, con le sue confessioni al Giudice Istruttore di Treviso sulla nota riunione di carattere eversivo tenutasi a Padova il 18 aprile 1969, aveva dato prova di essere un fragile diaframma sulla via della rivelazione di più pericolose verità.

 

Nello stesso periodo di tempo prese l'avvio il favoreggiamento di Guido Giannettini e si protrasse, quando quest'ultimo era stato già da più di un anno spedito all'estero ed a suo carico era sopraggiunto il mandato di cattura, fino alla primavera-estate del 1974.

 

I tempi di queste operazioni coincidono con quelli che segnano le progressive tappe di maggiore interesse della istruttoria di Milano. Pozzan aveva parlato, poi ritrattato ed in seguito, per evitare di essere chiamato ancora dal Magistrato, si era reso irreperibile ed, infine latitante quando fu spedito in Spagna; Fachini era un elemento utile per il rintraccio di Pozzan quando fu contattato dal cap.Labruna; Giovanni Ventura era alla vigilia delle sue rivelazioni quando gli fu proposto di evadere; le indagini del Giudice Istruttore stavano per arrivare al Giannettini quando questi fu fatto espatriare.

 

La stessa improvvisa scomparsa, avvenuta con perfetta scelta di tempi e di modalità di esecuzione alla vigilia della sentenza di questa Corte, degli imputati Franco Freda e Giovanni Ventura, nonostante la stretta sorveglianza alla quale essi erano sottoposti da parte dell'Autorità di P.S. e le loro scarsissime disponibilità di mezzi economici o di altro genere, non può non lasciare perplessi.

 

Certo non può addebitarsi anch'essa, difettando prove concrete in tal senso, alla stessa matrice dalla quale provennero gli intralci istruttori di cui si è detto.

 

Tuttavia, poichè obiettivamente si pone come un evento omogeneo rispetto alla serie di fughe e di manovre occulte che hanno ostacolato per anni la ricerca della verità nell'attuale procedimento, lascia senza risposta interrogativi assai allarmanti.

 

In tale contesto si inseriscono significativamente, e vanno con attenzione valutate, alcune parti della conversazione svoltasi il 10 gennaio 1973 fra il Giannettini ed il cap. Labruna negli uffici del S.I.D. di via Sicilia.

 

 

Esse sono testualmente le seguenti.

 

"Giannettini: ora, da quello che ho potuto ricostruire, è risultato che poi questo elemento che si era infiltrato nel partito cinese era Giovanni Ventura. Come mai Ventura a quell'epoca si era avvicinato ai movimenti cinesi, questo non lo so. Non lo so, ma ritengo che si trattasse - lo ha fatto d'accordo con Freda ovviamente - che si trattasse di una tendenza che era un pò in molti gruppi di destra come era avvenuto, per esempio, all'Università di Roma.

Qui potremmo ricordare anche l'affare Delle Chiaie. C'è una tendenza ad avvicinarsi alla contestazione e vedere se fosse stato possibile, non dico strumentalizzarla, ma penetrarvi ed operare all'interno della contestazione stessa. Probabilmente Freda ha fatto avvicinare Ventura a qualche elemento "cinese" con obiettivi di questogenere…………………………………………………………….

...........................................(pag.1...del testo trascritto)........

 

Labruna: Avete avuto delle informazioni?

 

Giannettini: Abbiamo avuto delle informazioni. lo, a suo tempo, ho fornito un sacco di notizie sulla contestazione, sulle persone della contestazione, sui cinesi, sui "gruppi cinesi", sui dirigenti del Veneto e qualche volta anche dell'Emilia; anche schede personali molto precise -fino nei dettagli - di personaggi marxisti-leninisti. Anzi, mi ricordo che con Gasca si parlava dell'eventualità di strumentalizzare qualcuno di questi elementi e poi anche questo è un progetto che rimase per aria, insomma.

 

Labruna:... Ma Freda come ha saputo... (incomprensibile).

 

Giannettini: Non so se lo sapesse...

 

Labruna: Lo ha immaginato?

 

Giannettini:...perchè con Freda non parlai mai del Servizio, ovviamente. Con Freda parlai della situazione politica generale, dissi di avere dei contatti allo Stato Maggiore insomma. Indubbiamente, siccome Freda è una persona intelligente forse poteva anche comprendere, immaginare qualcosa, ma io non dissi mai assolutamente nulla. Non so che cosa di questo, Freda, potesse dire a Ventura, qualcosa forse sì, insomma. Cioè, io incoraggiavo questo dicendo che poteva interessare ambienti politici e non politici che a loro volta erano interessati acchè la situazione italiana si raddrizzasse e quindi era bene seguire questi movimenti, questo...Parlai soltanto di qualche amico allo Stato Maggiore, insomma" (pag.5 testo trascritto).

 

 

Il Giannettini, sollecitato all'udienza dibattimentale del 17 marzo 1977 a chiarire il senso delle suddette frasi, ne ha fornito una spiegazione riduttiva sostenendo di avere inteso riferirsi semplicemente al suo lavoro informativo ed all'interesse degli ambienti di destra a raddrizzare, mediante contromanovre sul piano politico, la situazione italiana ormai squilibrata verso sinistra.

 

Trattasi, com'è di tutta evidenza, di una spiegazione inaccettabile sotto il profilo logico, giacchè non si comprende davvero quali efficaci contromanovre sul piano politico fossero in grado di compiere i movimenti politici di destra senza un saldo collegamento con il Potere.

 

Nè alcun chiarimento accettabile il Giannettini ha fornito per spiegare a quali settori intendesse riferirsi con quel suo richiamo ad ambienti "non politici" anch'essi "interessati acchè la situazione italiana si raddrizzasse".

 

Tali ambienti, in verità, non potevano che essere quelli "militari" del S..I.D., con i quali egli era in contatto e di cui esprimeva le tendenze nei suoi rapporti con Freda e Ventura.

 

Il fatto stesso che l'oggetto della sua conversazione con il cap. Labruna ruotasse in quel momento proprio sui suoi legami con gli alti vertici militari e sulla sufficiente consapevolezza che di tali legami avevano Freda e Ventura fa chiaramente intendere che egli, con il suo accenno ad "ambienti politici e non politici", si riferiva a settori che esercitavano pubblici poteri e che avevano quindi, oltre all'interesse, la capacità di "raddrizzare" la situazione italiana.

 

Sicchè non vi è davvero necessità di un'interpretazione “autentica” del Giannettini per cogliere l’effettivo significato del suo discorso; il quale è indubbiamente allusivo, con espressioni involute e caute ma non equivoche, ad incoraggiamenti all'azione da lui indirizzati al Freda ed al Ventura, già impegnati "ad operare all’interno della contestazione", con il garantito avallo di "ambienti politici e non politici" interessati a seguire e “strumentalizzare" per i propri fini i movimenti dei gruppi estremisti.

 

Non mancano davvero, negli atti processuali, obiettivi elementi idonei a confermare l'esattezza di questa interpretazione.

 

Strumentalizzare gli oltranzisti di sinistra rientrava nella cosiddetta strategia eversiva di "seconda linea" esposta - come è noto - da Giovanni Ventura nei suoi interrogatori e da Franco Freda nella sua opera "La disintegrazione del sistema": l'obiettivo intermedio, da raggiungere con la utilizzazione di tutte le spinte demolitrici presenti nel Paese, era l'abbattimento del sistema attuale, per giungere in un secondo tempo all'edificazione di uno Stato nuovo.

 

L'accenno del Giannettini alla tendenza del gruppo "Freda-Ventura" a "penetrare ed operare all'interno della contestazione" si colloca in perfetta sintonia con le rivelazioni fatte al Giudice Istruttore di Treviso da Marco Pozzan; il quale ha precisato di aver appreso dal Freda che nella riunione eversiva di Padova del 18 aprile 1969 "si era convenuto di approfittare della tensione politica e sociale in atto inserendosi con iniziative utili ad acuirla".

 

Un discorso dello stesso genere aveva fatto il Freda a Ruggero Pan, il quale nei seguenti termini lo ha ricostruito dinanzi al Giudice Istruttore di Treviso: "Mi disse che già da alcuni anni eseguiva attentati e che aveva intenzione di potenziare tale programma terroristico approfittando della tensione sindacale che si delineava per l'autunno".

[Nota: v. interr.Pan in data 11.1.72 in cart.2 fasc.6 fol.24r. istruttoria "Freda"; v. anche in vol.26/1 fol.50 istruttoria "Freda": rapporto del Questore di Padova in data 16.4.69 diretto al Ministero degli Interni Divisione Affari Riservati. In tale rapporto si scrive di una conferenza, indetta presso la sala della Gran Guardia il 13.4.69 dal circolo culturale "R.Brasillac", durante la quale il conferenziere dott. Mario Balzarini "ha concluso esortando i giovani missini ad allearsi coi gruppi maoisti...il noto dott. Franco Freda è stato il sostenitore più accanito di tale alleanza in quanto, a suo dire, ciò che conta di più è lottare contro l'attuale governo, con tutti i mezzi e contro tutte le istituzioni ed in primo luogo contro la polizia...". Così prosegue il citato rapporto: "Da qualche tempo a questa parte in detto circolo si danno convegno giovani di destra e del movimento marxista filocinese fra i quali il sunnominato Freda Franco svolge intensa attività di propaganda a favore dell'unità di azione di tutti i giovani rivoluzionari di qualsiasi tendenza".]

 

 

Nella stessa direzione convergono le dichiarazioni di Giovanni Ventura circa il costante controllo esercitato da Guido Giannettini sull'evolversi dell'attività eversiva e terroristica della cosiddetta “cellula veneta".

 

Naturalmente gli scopi difensivi del Ventura hanno indotto costui - come si è già detto - a circoscrivere nei limiti degli attentati incruenti le istigazioni a parteciparvi rivoltegli dal Giannettini ed a tacere sui fatti più gravi per evitare di compromettere sè stesso. Resta, comunque, ferma ed efficacissima, sul piano accusatorio, una sostanziale chiamata in correità da parte del Ventura nei confronti del Giannettini.

 

Ulteriori argomentazioni per smentire Guido Giannettini, allorchè afferma di non aver varcato i limiti dei suoi compiti esclusivamente informativi nel prospettare al gruppo Freda-Ventura l'interesse di "ambienti politici e non politici... acchè la situazione italiana si raddrizzasse”, possono trarsi dalla lettera del 15 settembre 1973 che egli inviò al gen.Maletti dalla Francia.

 

In tale lettera, dopo aver trattato delle operazioni da lui compiute per il Servizio e del pericolo costituito dal continuo slittamento a sinistra della politica italiana, così testualmente egli si esprime avviandosi verso la conclusione:

 

“Nessuno meglio di Lei è in grado di apprezzare la situazione attuale, e le sue prospettive per un futuro, se non immediato, senz'altro molto vicino. Non le apprendo dunque nulla di nuovo sottolineandole l'importanza di tutta una serie di punti obbligati, di nodi del problema, alla cui logica non si può sfuggire, e che conducono ad una sola soluzione accettabile: - Come ha confermato l'esempio cileno, ogni esperienza di potere della sinistra che non sia appoggiata direttamente e con la forza dall'U.R.S.S., provoca fatalmente l'intervento delle forze vitali del paese come unica alternativa alla guerra civile;

 

- poichè l'Italia fa parte della sfera d’influenza occidentale, secondo l'accordo ratificato il 21 giugno scorso a San Clemente da Nixon e da Breznev un sostegno diretto e decisivo da parte dell'U.R.S.S. alla sinistra italiana è impensabile;

 

- ciò significa che, in mancanza di un intervento preventivo, le Forze Armate italiane non potranno ristabilire l’ordine senza passare attraverso una guerra civile lunga, sanguinosa e disastrosa come quella di Spagna del 1936-1939.

 

Tutto questo indica quali responsabilità pesino su ognuno di noi, e ci spingano ormai a ritenere non più valida una interpretazione restrittiva e di routine dei nostri compiti.

 

Ogni, eventuale richiamo a una pretesa legittimità da qualunque parte venisse non potrebbe nascondere che fini e interessi equivoci, che non saranno mai i nostri, poichè in Italia non esiste più una legittimità, non esiste più uno Stato, non esiste più una linea politica degna di questo nome.

 

Tutto quanto accade nel nostro paese - è mio dovere sottolinearlo alla Sua attenzione - è manipolato dall’esterno, dai servizi speciali tedeschi, inglesi, israeliani e americani. Mancano unicamente una linea politica e una causa autenticamente italiana.

 

Per, una tale causa, tengo ad assicurarla che, malgrado qualche limite d'importanza secondaria imposto dalla presente situazione, non esiterei a mettere ancora e in ogni momento a disposizione tutte le mie energie, le mie capacità, le mie possibilità e tutti i mezzi e i contatti di cui dispongo.

 

Voglia gradire, caro Generale, i sensi della mia più alta stima e considerazione, e i miei migliori saluti".

 

 

 

E' un linguaggio chiarissimo, con il quale si rivolge senza mezzi termini un invito al colpo di Stato. Il destinatario di tale invito, gen.Maletti, sentito in proposito dal Giudice Istruttore di Catanzaro il 2 luglio 1915, ha dichiarato di aver avuto l'impressione che il Giannettini, nello scrivere quella lettera, si proponesse intenti ricattatori nei confronti suoi e del Servizio.

 

Ciò avrebbe dovuto indurre il generale, quanto meno, a troncare immediatamente ogni rapporto con quella fonte pericolosa e non a contattarla ancora, con ulteriori rimesse di denaro, fino ad epoca successiva all'emissione del mandato di cattura nei confronti della fonte stessa!

 

La diagnosi politica esposta da Guido Giannettini nella lettera suddetta non costituiva una nuova sua formulazione di fine anno 1973, ma era sempre quella da lui compiutamente elaborata - come si evince dalla registrazione del suo colloquio con il cap. Labruna negli uffici del S.I.D. di via Sicilia - all'epoca dei suoi contatti con Freda e Ventura.

 

Già in occasione del noto convegno all'Hotel romano Parco dei Principi del 1965 egli aveva avvertito come un gravissimo ed imminente pericolo l'infiltrazione comunista nel nostro Paese; ed i primi governi di centro-sinistra in Italia lo avevano convinto di quello "squilibrio politico verso sinistra" cui, secondo il suo avviso (più volte da lui espresso nei numerosi memoriali allegati agli atti), occorreva porre tempestivo rimedio.

 

E' evidente, pertanto, che, nel riferirsi, durante quella sua conversazione con il cap. Labruna, all'esigenza di seguire e strumentalizzare i movimenti oltranzisti per "raddrizzare" la situazione italiana verso equilibri più graditi ad "enti politici e non politici", intendeva richiamarsi a quella linea operativa poi indicata apertamente nella lettera al gen.Maletti: cioè lo sfruttamento del trauma provocato nella pubblica opinione dalle esplosioni estremistiche per rendere accettabile, anche se illegittimo sul piano costituzionale, un intervento restauratore delle Forze Armate.

 

Nello stesso ordine di idee si erano mossi sostanzialmente Franco Freda e Giovanni Ventura sin dal 1966 con la spedizione, della quale si è già trattato, di circa duemila lettere dirette ad istigare gli ufficiali delle Forze Armate Nazionali ad un pronunciamento autoritario ed anticostituzionale.

 

Queste manifestazioni di propositi sovversivi, fatte da Guido Giannettini più o meno esplicitamente ad uomini qualificati del S.I.D. come il gen.Maletti ed il cap. Labruna, non si prestano, proprio per le circostanze ambientali in cui furono esternate e per la qualità dei personaggi ai quali vennero rivolte, ad essere considerate mere millanterie, ma piuttosto richiami sintomatici a precedenti effettive intese già maturate segretamente nell'ambito dei pubblici organismi ai quali il Giannettini stesso era legato.

 

Le scandalose protezioni a quest'ultimo concesse - come si è già dimostrato da quegli stessi esponenti del Servizio informazioni, anche dopo la sua incriminazione e senza alcun giustificato motivo, costituiscono la prova definitiva che egli non agì per proprio conto ed al di fuori delle suddette intese nelle sue delittuose relazioni con Franco Freda e Giovanni Ventura; i quali, a loro volta, si sentirono autorizzati a confidare in autorevoli appoggi provenienti da quel medesimo apparato statale alla cui sovversione essi tendevano - come obiettivo intermedio del loro programma rivoluzionario - e nel cui seno si annidavano elementi disposti a dare uno sbocco politico agli attentati.

 

Guido Giannettini, anello di congiunzione fra questi elementi (rimasti in processo senza volto e senza nome) interessati per fini propri al controllo dell'attività terroristica ed il gruppo di Freda e Ventura, svolse quindi un ruolo di primo piano; onde ben può affermarsi che la sua attività nell'associazione sovversiva si svolse - come a lui contestato - a livello di direzione e di sovraintendenza organizzativa.

 

Egli, nell' ambito dei quadri direttivi di tale criminosa società, non rappresentava solo sè stesso e la sua profonda avversione per il mondo della sinistra; ma assicurava soprattutto un avallo politico - militare che, qualsiasi fosse la misura della sua obiettiva corrispondenza con la realtà, non poteva non essere accolto, comunque, dai suoi correi, come una garanzia di successo e di impunità: ossia come un potente fattore di istigazione e di rafforzamento dei loro propositi criminosi.

 

Indissolubile si presenta, pertanto, sotto il profilo del concorso morale nel reato, il legame che unisce il Giannettini medesimo a Franco Freda e Giovanni Ventura in tutti i delitti da costoro commessi.

 

L'altezza del ruolo da lui svolto implica logicamente, come risulta del resto dalle dichiarazioni del Ventura, una visione completa, da parte sua, del disegno eversivo e della progressione terroristica programmata.

 

Implica, in altri termini, la previsione e l'accettazione, da parte dello stesso, anche dei più gravi sviluppi criminali nella strage di Milano del 12 dicembre 1969.

 

In ordine a questi ultimi gravissimi sviluppi non risulta che il Giannettini abbia tempestivamente assunto un comportamento di desistenza volontaria e ciò abbia comunicato ai suoi correi, adoperandosi per far cessare le conseguenze della sua attiva partecipazione all'escalation" terroristica.

 

Risulta, anzi, proprio il contrario, desumibile dall’atteggiamento di operosa solidarietà da lui tenuto - come si è detto - negli anni successivi al 1969 verso elementi della cosiddetta cellula eversiva veneta.

 

Sicchè egli rimane inevitabilmente e completamente agganciato dal meccanismo giuridico del concorso criminoso ai suoi complici Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

Sulla cosiddetta desistenza volontaria, peraltro neanche invocata dal Giannettini il quale ha negato tutti i fatti a lui contestati, la Corte di Cassazione ha puntualizzato che essa "quando non risulti già chiaramente provata dalle risultanze istruttorie, deve essere dimostrata da chi la invochi”.

 

Con altre decisioni ha, altresì precisato che "nel caso di concorso di più persone nel reato, l'azione criminosa deve essere considerata unica e inscindibile rispetto a tutti i componenti e, pertanto, la desistenza volontaria di uno dei compartecipi non trae rilevanza qualora non sia riuscita ad impedire l'azione degli altri concorrenti", o - secondo un indirizzo giurisprudenziale meno rigoroso - ad impedire almeno "le conseguenze degli atti in precedenza compiuti in modo che questi risultino del tutto irrilevanti rispetto all'evento realizzato dagli altri correi”.

 

Le pesanti consapevolezze di cui Guido Giannettini era portatore all'estero fondatamente gli fecero paventare eventuali interventi di chi poteva avere interesse ad eliminarlo per seppellire con lui segreti pericolosi.

 

E' indubbiamente questo il motivo dei timori che egli ebbe a manifestare chiedendo esplicitamente protezione, allorchè si presentò per costituirsi, verso il tardo pomeriggio dell'otto agosto 1974, nell'Ambasciata d'Italia a Buenos Aires.

 

Trova, così, adeguata spiegazione il velato ma abbastanza chiaro messaggio da lui subito lanciato al S.I.D., all'atto della sua costituzione, nel corso del colloquio avuto con il rappresentante del Servizio "in loco": il gen. Salvatore Curcuruto addetto militare presso l'Ambasciata stessa.

 

E' un messaggio che reca una solenne promessa di silenzio, come si coglie agevolmente fra le righe del testo registrato del colloquio:

 

"Soprattutto, questo per chiarire, mi si chiederà se io appunto per caso fossi il tramite tra una congiura militare e alcuni esecutori, questo lo negherò. Certamente, perchè non è vero perchè oltretutto danneggerebbe le F.F.A.A., ma dì più me personalmente. Se questa congiura non c'è, allora io sono una persona che per altri motivi ha avuto contatto con questa persona [Nota: il cap.Labruna] e non per sconvolgere mezzo mondo. Quindi appunto la mia linea di condotta sarà quella di precisare la mia posizione in base a quello praticamente che si sa già, a questo punto non posso tradire più nessun segreto perchè... è per questo che io posso presentarmi e dire tutto perchè è tutto di pubblico dominio, dichiarato dal Ministro della Difesa".

 

(continua al capitolo XXVII Parte Quinta)