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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXV   

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Profili giuridici degli illeciti penali ascritti al gen. Maletti ed al cap. Labruna. Obiezioni dei difensori

 

 

 

La difesa del gen. Maletti e del cap. Labruna ha osservato, in sede di replica, che il comportamento protettivo agli stessi attribuito in favore del Giannettini e del Pozzan dovrebbe essere più propriamente inquadrato, in ipotesi, nello schema delittuoso della frode processuale tracciato dallo art.374 C.P. anzichè in quello del favoreggiamento personale: ciò in quanto solamente il primo di questi due reati risulterebbe finalizzato - nella previsione del legislatore - a trarre in errore il Giudice, mentre sia l'oggettività che il dolo del secondo sarebbero focalizzati particolarmente sull'aiuto e sulla solidarietà verso l'inquisito.

 

Per confutare la fondatezza di tale tesi difensiva è sufficiente rinviare alle considerazioni già esposte in via preliminare sull'applicabilità, nella specie, dell'art.378 C.P..

 

Il delitto di frode processuale, oltre tutto, come si ricava dall'esplicita dizione legislativa, si riferisce a condotte artificiose poste in essere dall'agente in occasione di atti tassativamente determinati (ispezioni o esperimenti giudiziari, perizie), i quali mancano del tutto nel caso concreto in esame. Nè può validamente sostenersi che l'aiuto, consapevolmente prestato all'inquisito, escluderebbe la responsabilità per favoreggiamento nell'ipotesi in cui fosse stato offerto dall'agente non per un sentimento di solidarietà verso l'inquisito stesso, ma per intralciare l'opera del Giudice.

 

Occorre, infatti, distinguere in chi delinque il "movente" dal "dolo"; il quale ultimo, nel delitto di favoreggiamento personale, è quello cosiddetto "generico".

 

Basta, cioè, che l'imputato abbia avuto la consapevolezza di apprestare l'aiuto vietato dall'art.378 C.P. perchè si realizzi l'elemento psicologico richiesto da tale norma, rimanendo del tutto irrilevante lo scopo di quell'atto di obiettiva solidarietà.

 

Le ragioni sin qui illustrate consentono, quindi, di ritenere nella specie verificati tutti i presupposti di fatto e di diritto necessari per poter affermare la colpevolezza del gen. Maletti e del cap.Labruna in ordine ai delitti di favoreggiamento personale loro contestati.

 

Il concorso delittuoso di questi due imputati va affermato anche in ordine al falso ideologico in atto pubblico loro ascritto al capo "DD" dell'imputazione: illecito finalizzato alla consumazione del favoreggiamento nei confronti di Marco Pozzan.

 

Occorreva munire il Pozzan di passaporto per il suo trasferimento in Spagna e fu quindi necessario, per il rilascio di esso, inviare al Ministero degli Esteri la relativa richiesta con la contestuale prescritta dichiarazione sostitutiva di certificato. Tale dichiarazione concerneva i dati anagrafici del futuro intestatario del passaporto e doveva essere da questi firmata sotto la sua personale responsabilità.

 

La competenza a raccogliere la "dichiarazione sostitutiva" e ad inoltrare la richiesta al Ministero spettava al Comandante del Distaccamento e Capo della Segreteria ten.col. Antonio Viezzer; il quale avrebbe dovuto identificare il dichiarante, farlo firmare in sua presenza ed autenticarne la fotografia.

 

L'intervento del cap. Labruna, che fece pervenire alla Segreteria la dichiarazione suddetta già munita della firma apocrifa "Mario Zanella", e quello del gen. Maletti, che diede assicurazioni sull'identità del dichiarante al ten. col. Viezzer evitando, così, di far comparire dinanzi a quest'ultimo il Pozzan, costituirono il mezzo efficacemente usato per ottenere una documentazione materialmente ed ideologicamente falsa da presentare al Ministero degli Esteri per il rilascio del passaporto.

 

Non vi è dubbio che, nella specie, la falsità abbia avuto per oggetto un documento compreso fra gli atti pubblici di fede privilegiata previsti dall'ultima parte dell'art.476 C.P..

 

Dalla perizia grafica espletata in fase dibattimentale è emerso che due delle firme "Mario Zanella", apposte rispettivamente sull'originale e sulla minuta della dichiarazione sostitutiva sopra menzionata, sono opera autografa del cap. Labruna (v. parte IV cap.VI).

 

Quest'ultimo ha negato la circostanza ed ha fatto presente che una delle firme può essere stata apposta da qualcuno dei sottufficiali suoi dipendenti (v. verb. ud. 19.7.1977).

 

Questi due interventi sono del tutto pacifici in atti, essendo stati ammessi sia dal gen. Maletti che dal cap. Labruna.

 

Il fascicolo del Ministero degli Esteri relativo al suddetto passaporto trovasi in cart.33 fasc.91 foll.118-120 istruttoria "Giannettini".

 

Invero è indiscutibile, anzitutto, la qualità di pubblico ufficiale del ten. col. Viezzer. Altrettanto certa è la pubblicità della funzione da lui esercitata in relazione all'atto da lui compiuto.

 

Egli, fra i suoi compiti, aveva anche quello di inoltrare - come si è detto - le richieste di passaporto, corredate dalle prescritte dichiarazioni dei futuri intestatari, al Ministero degli Esteri; e non può contestarsi quindi la sua competenza, che gli derivava dall'ordinamento interno del Reparto "D".

 

Nessuno ha mai sostenuto che il suddetto ufficiale abbia esercitato, usurpandole, funzioni che non gli competevano. Il ten. col.Viezzer, nell'attestare quei fatti da lui compiuti o direttamente percepiti (identificazione del dichiarante ed apposizione della firma da parte di questi), esercitava una speciale potestà certificatrice in ordine ai fatti stessi, cristallizzandoli in una documentazione destinata a costituire il necessario presupposto probatorio per il rilascio del passaporto.

 

Prescrive, infatti, testualmente l'art.16 della legge 21/XI/1967 n.1185 sul rilascio dei passaporti:

 

"All'atto della presentazione della domanda (l'istante n.d.e.) deve comprovare nei modi di legge la sua identità, il possesso della cittadinanza italiana e lo stato di famiglia".

 

Tale disposto va messo in relazione con quello contenuto nell'art.20 della legge 4.1.1968 n.15 recante la normativa generale sulla documentazione amministrativa, laddove è previsto che "la sottoscrizione di istanze da produrre agli organi della pubblica amministrazione può essere autenticata... dal funzionario competente a ricevere la documentazione”, ossia, nella specie, proprio dal ten. col. Viezzer, al quale doveva essere presentata la richiesta di passaporto dello "Zanella".

 

 

Pertanto ricorrono nel caso in esame i requisiti tipici del cosiddetto "atto pubblico fidefaciente" più volte posti in luce dalla giurisprudenza del Supremo Collegio: la provenienza dell'atto da un pubblico ufficiale (anche di fatto), l'attestazione "de visu et de auditu" di fatti giuridicamente rilevanti, la speciale funzione certificatrice in relazione ad un particolare scopo probatorio perseguito dalla Pubblica Amministrazione (v. Cass. sez. 111 10.5.1976 Lazzaro ed altri,Cass. sez. V 10.5.1973 Ferretti ed altri, Cass. sez.V 24.3. 1972 Garbo, Cass. sez.VI 7.10.1969 Doddi).

 

Con riferimento alla suddetta imputazione di falso ideologico i difensori degli imputati hanno sostenuto l'irritualità dell'effettuata contestazione di concorso nel reato, sotto il profilo della incompatibilità con la formula di proscioglimento adottata per l'autore materiale dell'atto falso, ten.col. Antonio Viezzer, dal Giudice Istruttore.

 

Quest'ultimo, una volta prosciolto il Viezzer "trattandosi di persona non punibile per aver ritenuto, per errore di fatto, di obbedire ad un ordine legittimo", avrebbe dovuto conseguentemente modificare la contestazione originaria di concorso delittuoso fra i tre, in quanto all'atto del rinvio a giudizio il Maletti ed il Labruna venivano automaticamente ad assumere la veste di autori dell'inganno dal quale sarebbe derivato l'errore del Viezzer.

 

L'ultimo difensore, in sede di replica, soffermandosi a criticare la motivazione di quel proscioglimento istruttorio, ha puntualizzato che l'errore del ten.col. Viezzer non cadde sull'oggetto della sua attestazione, ma sull'insindacabilità dell'ordine impartitogli dal suo superiore: in altri termini Viezzer sapeva che l'atto era ideologicamente falso.

 

Secondo l'avviso della Corte dalla suddetta formula di proscioglimento e dalle critiche sulla stessa avanzate non può derivare alcuna conseguenza invalidante in ordine alla ritualità dell'imputazione di concorso in falso ideologico di cui sono rimasti a rispondere il gen. Maletti ed il cap. Labruna.

 

Il ten.col.Viezzer è stato prosciolto in fase istruttoria per una causa di giustificazione, che è stata ritenuta sussistente, sotto il profilo putativo, nei suoi esclusivi confronti e che non comporta un mutamento così radicale del fatto da tradursi in un vizio di contestazione nei riguardi dei coimputati.

 

Quanto all'imputazione di falso materiale in atto pubblico, della quale devono rispondere il gen. Maletti ed il cap.Labruna (v. capo GG), per avere il secondo in concorso con il primo - come sopra si è detto - apposto la falsa firma di "Mario Zanella” sulla richiesta di passaporto, essa deve essere degradata nella meno grave ipotesi delittuosa di falsità in scrittura privata.

 

Risulta, dalle concordi dichiarazioni del gen. Maletti, del cap. Labruna e del ten.col. Viezzer, che a quest'ultimo la richiesta di passaporto fu presentata già munita della firma del richiedente.

 

L’apocrifa sottoscrizione fu, quindi, apposta in calce ad una istanza di natura privatistica, che, non essendo stata ancora completata dall'autenticazione del ten.col.Viezzer, non aveva in quel momento assunto la veste nè l'efficacia di una dichiarazione sostitutiva di certificato redatta ai sensi dell'art.2 legge 4 gennaio 1968 n.15.

 

E' ravvisabile, conseguentemente, nella specie, lo schema di delitto tracciato dall'art.485 C.P.

 

Ricorrono le aggravanti previste dall'art.61 nn.2 e 9 dello stesso codice per lo scopo perseguito (favoreggiamento del Pozzan) mediante quelle operazioni strumentali dal gen.Maletti e dal cap.Labruna, nonché per l'abuso da parte loro di pubbliche funzioni.

 

E' palesemente inaccoglibile la tesi difensiva, avanzata in sede di replica, secondo la quale il delitto di falsità materiale non sarebbe mai configurabile nel caso in esame perchè avrebbe per oggetto firme apocrife: quelle di Zanella Mario personaggio inesistente.

 

Neanche se lo Zanella fosse realmente esistito il falso sarebbe stato configurabile, secondo l'ultimo difensore, perchè il consenso alla falsificazione dato dall'apparente firmatario avrebbe avuto effetto discriminante.

 

Per respingere questa tesi è sufficiente ricordare che, essendo la normativa penale sul falso finalizzata alla tutela della fede pubblica anche in ordine all'autenticità delle scritture, la sottoscrizione col nome di persona diversa (sia pure con il consenso della stessa) o di persona immaginaria integra comunque l'ipotesi di falsità materiale punibile ex art.485 C.P., se accompagnata– come nella specie - dal fine di ricavarne un vantaggio e dalla consapevolezza dell'alterazione del vero da parte dell'agente.

 

In tal senso è ormai consolidato l'orientamento interpretativo della Corte di Cassazione.

 

Non sono necessarie molte argomentazioni per dimostrare che il gen. Maletti ed il cap. Labruna furono coinvolti, come loro contestato al capo "CC" dell'epigrafe, anche nel piano di evasione predisposto per Giovanni Ventura.

 

Della serietà di tale piano e dell'implicazione del S.I.D. si è già trattato. Il fatto appartiene storicamente allo stesso periodo di tempo in cui maturarono il favoreggiamento di Pozzan e quello del Giannettini; il quale all'epoca aveva i suoi contatti, nell'ambito del Servizio, proprio con i due suddetti ufficiali.

 

Questi ultimi, pertanto, non possono essere considerati estranei a quella “parte del S.I.D." interessata - secondo i riferimenti fatti dal Giannettini stesso a Mariangela Ventura - al progetto di evasione.

[ Nota: v., fra le decisioni più recenti, Cass.sez. V 25.2. 1977 n.344 Marzollo ed altri in Mass.uff.1977 m. 137.345: "E' falso (non genuino) il documento che non proviene dall'autore apparente. Si ha pertanto falsità in scrittura privata, in quanto viene offeso l'interesse alla genuinità del documento, sia se si appone la firma apocrifa di persona esistente, sia se si sottoscrive col nome di persona immaginaria".]

 

Tuttavia, come si è già detto relativamente alla posizione dell'imputato Guido Giannettini, mancando la prova che l'organizzazione del piano sia andata oltre la fase della proposta alle persone interessate, non può affermarsi nella specie l'avvenuto compimento di atti esecutivi idonei a configurare il "tentativo" punibile ex art. 56 C.P.

 

Passando, infine, dopo la trattazione dei singoli illeciti penali dei quali sono imputati il gen.Maletti ed il cap.Labruna, ad una valutazione globale della condotta dagli stessi tenuta, va presa in esame una considerazione di fondo enunciata in loro favore.

 

La difesa dei due ufficiali ha posto in particolare rilievo, durante la replica, il fatto che i propri assistiti non operavano nel S.I.D. all'epoca delle oscure trame eversive del 1969 e che, successivamente, essi poterono subire pesanti condizionamenti, nella libertà di scelta, dalla loro posizione di eredi delle "nefandezze altrui" commesse negli anni precedenti.

 

Questo rilievo difensivo presenta, indubbiamente, aspetti di verità perchè, in effetti, il gen.Maletti cominciò a svolgere le sue funzioni nel S.I.D., quale Capo del Reparto "D", solo nel giugno 1971 ed il cap.Labruna prestava la sua opera in altro settore del Servizio nel 1969.

 

Tuttavia, per quanto difficile e condizionata possa essere stata la loro scelta, è indiscutibile che essi raccolsero ed accettarono - sia pure entro certi limiti - quell'eredità di "nefandezze", pur avendo il preciso dovere di rifiutarla.

 

Invero, le illegittime ed innegabili coperture dagli stessi apprestate, in favore di esponenti dei gruppi eversivi che operarono nel 1969, dimostrano con tutta evidenza la loro solidarietà con quegli ambienti inquinati del Potere ai quali la difesa si è riferita.

 

Ciò basta per delineare con chiarezza l'illegittimità e l'inescusabilità - sotto il profilo penale - della condotta tenuta da entrambi;e non depone certo in loro favore il fatto che nel processo, per i silenzi e le menzogne di imputati e non imputati, non siano stati scoperti i personaggi ispiratori nè chiariti i termini degli accordi nell'ambito dei quali la suddetta solidarietà è maturata.

 

I reati commessi dai due ufficiali del S.I.D. costituiscono indubbiamente l'esplicazione di un medesimo disegno criminoso. Essi vanno, quindi, unificati sotto il profilo della continuazione ai sensi dell'art.81 cpv.C.P. e sulla base del delitto più grave: quello di falso ideologico in atto pubblico fidefaciente di cui al capo "DD" dell'epigrafe.

 

Appare, infine, conforme a giustizia tener conto adeguato della particolare situazione del cap. Antonio Labruna; il quale, benchè responsabile di aver accolto consapevolmente le disposizioni manifestamente criminose dategli dal gen. Maletti e di aver collaborato ancora con questi nella condotta mistificante tenuta nel corso del processo, tuttavia ebbe pur sempre ad agire - come il suddetto generale ha riconosciuto - nella veste di esecutore di ordini ed in una posizione subalterna caratterizzata dallo speciale rigore che il vincolo gerarchico assume nell'ambiente militare.

 

Sotto tale aspetto egli appare meritevole delle attenuanti generiche, che si ritengono equivalenti alle aggravanti di cui agli artt.61 n.2 e 476 u.p C.P.

 

Di tali attenuanti non può godere il gen.Maletti, che, per il suo alto grado e per la sfera di autonomia che ad esso si accompagnava, aveva ben maggiore libertà di determinazione.

 

Il luminoso passato dello stesso e la brillante carriera militare da lui rapidamente percorsa non diminuiscono, ma rendono più grave la sua responsabilità, perchè, proprio per questi suoi precedenti, egli avrebbe dovuto avvertire con particolare sensibilità l'esigenza morale e giuridica di respingere recisamente le compromissioni delittuose nelle quali si è, invece, irretito.

 

(continua al capitolo XXVI Parte Quinta)