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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXIV   

[da pagina 720 a pagina 734]

 

 

Il favoreggiamento di Marco Pozzan

 

 

Il favoreggiamento di Guido Giannettini non fu il solo intervento protettivo realizzato dal gen.Maletti e dal cap. Labruna in favore di imputati del presente procedimento.

 

 

Infatti anche il latitante Marco Pozzan si sottrasse all'esecuzione di due mandati di cattura, emessi a suo carico dal Giudice Istruttore di Milano rispettivamente il 20 giugno 1972 per associazione sovversiva ed il 9 gennaio 1974 per concorso nella strage di piazza Fontana nonchè in altri reati, rifugiandosi nel territorio spagnolo con l'aiuto del S.I.D.; il quale lo ospitò nei suoi uffici di via Sicilia, gli procurò un passaporto con false generalità e lo fece accompagnare all'estero in aereo - pochi giorni dopo l'emissione del secondo mandato di cattura - da un sottufficiale dei Carabinieri.

 

Si sono esposti analiticamente in narrativa i particolari dell'operazione [vedi parte III cap.X], la quale, riferita dal Pozzan, non è stata nei suoi estremi essenziali negata dai due suddetti ufficiali del S.I.D.

 

Questi ultimi, come si è già detto, hanno impostato la loro difesa sostenendo solamente di aver agito in buona fede. Hanno spiegato di essere incorsi in un mero errore, ignorando che la persona presentatasi al cap. Labruna come Mario Zanella fosse in effetti Marco Pozzan.

 

Lo Zanella - secondo tale assunto difensivo - doveva essere inviato in Spagna per un'operazione di controspionaggio nell'ambiente della estrema destra eversiva.

 

Anche questa volta le giustificazioni offerte sono tutt'altro che convincenti.

 

Marco Pozzan ha sostenuto costantemente, con dovizia di particolari, che il cap. Labruna conosceva bene la sua vera identità; e queste sue dichiarazioni trovano riscontro in quelle di Mariangela Ventura e Pierangela Baietto, rispettivamente sorella e moglie di Giovanni Ventura; le quali hanno precisato di avere appreso da Guido Giannettini le manovre di un settore del S.I.D. intese a far espatriare il Pozzan medesimo.

 

Questo settore era, ovviamente, quello ove operavano il gen. Maletti ed il cap. Labruna, perchè in esso il Giannettini aveva i suoi contatti e poteva attingere notizie riservate.

 

E' assolutamente da scartare l'ipotesi di un inganno perpetrato dal cap.Labruna nei confronti del gen.Maletti. Neanche quest'ultimo ha mai ipotizzato una tale eventualità.

 

Nessun interesse il capitano aveva a tacere la vera identità del Pozzan al suo superiore, sotto le cui direttive e responsabilità egli doveva eseguire quell'operazione.

 

E' da scartare, parimenti, per molteplici motivi, la tesi prospettata insistentemente dai due ufficiali, secondo la quale essi sarebbero rimasti entrambi vittime dell’inganno altrui, così come può spesso avvenire nell’attività di controspionaggio, sempre esposta, per la sua natura, ad insidie ed a rischi di ogni genere.

 

Non va trascurato, anzitutto, il fatto che Marco Pozzan era stato colpito da mandato di cattura per gravissimi reati, dei quali uno specialmente, quello di associazione sovversiva, si rivolgeva contro l'ordinamento costituzionale della Repubblica.

 

Egli era, cioè, un soggetto di particolare interesse per un Servizio di sicurezza come il S.I.D., fra i cui compiti principali particolare rilievo assumeva quello di salvaguardare l'integrità delle Istituzioni statali contro le attività sovversive.

 

Ciò è comprovato concretamente dalle informazioni che da tempo i competenti uffici periferici del Servizio avevano inviato ed inviavano al Reparto "D" sui principali componenti della cosiddetta cellula eversiva veneta, fra i quali era compreso il Pozzan.

 

E', quindi, inconcepibile che i veri dati anagrafici di costui possano essere sfuggiti agli uomini del controspionaggio; i quali, fra l'altro, trattennero il soggetto in questione più giorni nei loro uffici di via Sicilia (prima di avviarlo in aereo verso la Spagna) ed ebbero, perciò, tutto il tempo necessario per controllarne l’identità.

 

D'altra parte è ragionevole ritenere che Marco Pozzan ben difficilmente sarebbe uscito dall'oscurità della sua latitanza, per avventurarsi in un tentativo così follemente temerario di inganno nei confronti di un Servizio di sicurezza dello Stato.

 

E' chiaro, quindi, che intanto egli decise di mettersi nelle mani di elementi del S.I.D., in quanto aveva seri motivi per confidare che essi erano interessati a proteggerlo ed a farlo scomparire dal territorio nazionale.

 

Lo stesso suo viaggio da Padova (luogo ove trascorse la sua latitanza fino a pochi giorni prima dell'espatrio) a Roma, ove era atteso alla stazione ferroviaria "Termini" dal cap. Labruna, conferma eloquentemente la sua versione anzichè quella data dal suddetto ufficiale; il quale ha sostenuto che quell'incontro alla stazione costituiva la prima presa di contatto fra il S.I.D. e Marco Pozzan.

 

Invero è evidente che quel viaggio non sarebbe stato dal Pozzan intrapreso di sua iniziativa ed allo scoperto - con il gravissimo rischio di essere facilmente riconosciuto ed arrestato - senza la compagnia protettiva degli uomini del Servizio, che lo avevano intercettato - come da lui riferito - a Padova.

 

Merita, altresì, considerazione l'inconsueta procedura del rilascio di un regolare passaporto chiesto dal S.I.D. al Ministero degli Esteri al nome fittizio di “Mario Zanella”.

 

Essa fu adottata solo in due casi - come ha riferito il ten. col. Antonio Viezzer - per i cosiddetti collaboratori civili: per lo "Zanella" e, precedentemente, nel novembre 1972 per una persona che accompagnò il cap. Labruna in Spagna.

 

E' questa una circostanza che la difesa del gen.Maletti e del cap. Labruna ha cercato di presentare come sintomo univoco della regolarità e della buona fede con le quali fu impostata l'operazione; ma la Corte è di contrario avviso.

 

 

Invero, proprio il fatto che non si sia pensato ad un accorgimento qualsiasi (fra quelli comunemente usati dai Servizi segreti) per superare i controlli di frontiera, bensì ad un passaporto regolarmente rilasciato dalla competente Autorità, denota piuttosto la cura di evitare rischi, data, evidentemente, la qualità del latitante e la gravità del pregiudizio che sarebbe derivato agli organizzatori di quell’illecito espatrio se esso si fosse scoperto.

 

Si trattò di quelle stesse particolari esigenze di cautela che suggerirono anche di far accompagnare in aereo il falso "Zanella", fino al territorio spagnolo, da un sottufficiale del Servizio.

 

Il suddetto accompagnatore, maresciallo del CC. Mario Esposito, ha sostenuto che lo "Zanella" si dileguò poi in Spagna portando con sè il passaporto. Diversa versione ha fornito Mario Pozzan, facendo presente che il passaporto medesimo rimase, invece, nelle mani del sottufficiale; ed a tal riguardo l'istruzione dibattimentale ha consentito di acquisire un valido elemento di controllo.

 

E' risultato, infatti, da una comunicazione ufficiale del Ministero degli Esteri che il Pozzan, un certo tempo dopo il suo espatrio, si allontanò dalla Spagna e vi rientrò poi "dalla frontiera di Port Bou il 26 aprile 1973 con un passaporto intestato a Michele Raso".

 

Ciò fa fondatamente ritenere che egli non aveva più con sè il passaporto "Zanella"; giacchè, se ne fosse stato ancora in possesso, gli sarebbe riuscito comodo servirsene invece di affrontare le difficoltà relative alla falsificazione di un nuovo documento.

 

Rimane, quindi, accreditato l'assunto del Pozzan circa il ritiro del passaporto “Zanella” effettuato dal mar. Esposito dopo l'ingresso in territorio spagnolo.

 

Tale ritiro, evidentemente ordinato al mar. Esposito dai suoi superiori, trova una logica spiegazione se collegato all'espatrio di un latitante consapevolmente favorito; giacchè in tal caso:

 

1) rappresentava un rischio lasciare nelle mani del Pozzan tracce documentali idonee a far risalire al S.I.D. nell’eventualità di indagini per quell’illecita operazione;

2) Il Pozzan medesimo, ben introdotto nell’ambiente di destra dei fuoriusciti italiani in Spagna, non aveva bisogno di documenti od altri aiuti dal S.I.D. –

 

 

Esso non è, invece, spiegabile se posto in relazione all’assunto difensivo del gen. Maletti e del cap. Labruna, in quanto è davvero inverosimile che un soggetto da loro inviato all'estero, per una missione delicatissima e con la prospettiva del suo ritorno in patria, sia stato lasciato privo del passaporto predisposto proprio per lui.

 

Cozza, inoltre, logicamente contro la tesi dell’infortunio professionale, sostenuta dai due ufficiali, il comportamento tenuto dagli stessi dopo la fuga del Pozzan nel territorio spagnolo.

 

Il gen. Maletti ha ammesso di non aver svolto particolari indagini dopo aver constatato l’inganno ordito in danno del S.I.D. dal falso Zanella e dalla persona che aveva presentato quest'ultimo al cap. Labruna.

 

Ha detto anche di essersi limitato a chiedere un chiarimento sulla questione al suddetto ufficiale senza, peraltro, pretendere da questi che gli palesasse l'identità della fonte responsabile di aver presentato lo "Zanella" come tale.

 

Il cap. Labruna, da parte sua, ha sempre insistito nel tenere celata, anche in sede giudiziaria, l’identità di questa sua fonte cosiddetta fiduciaria, allegando motivi di timore per l’incolumità propria, dei suoi familiari, nonchè della fonte stessa.

 

I due ufficiali del S.I.D. hanno, quindi, tenuto una linea di condotta ben diversa ed, anzi, opposta a quella che avrebbe assunto chiunque fosse rimasto realmente vittima di una macchinazione idonea a condurlo sul banco degli imputati ed a comprometterlo irrimediabilmente nella carriera e nell'onore.

 

Se, nel caso concreto, vi fosse stata effettivamente l'induzione in errore lamentata dai due imputati, il gen. Maletti si sarebbe dato cura, anche per il suo personale interesse, di indagare ben più a fondo sull’increscioso episodio ed avrebbe, comunque, obbligato con la propria autorità il suo ufficiale subalterno a dirgli il nome ed a condurlo sulle tracce dell'infedele garante di "Mario Zanella".

 

Il cap.Labruna, poi, non si sarebbe sentito legato da alcun dovere di protezione nei confronti di quella sua fonte mentitrice, che - secondo le sue affermazioni dibattimentali - si era dileguata dopo l’espatrio del Pozzan senza farsi più rintracciare; e non sarebbe stato certo il timore di rappresaglie per sè o per i propri familiari a tappare la bocca in dibattimento ad un Ufficiale dell'Arma, aduso ai rischi inevitabilmente connessi all'esercizio delle sue funzioni.

 

 

In ogni caso, il cap. Labruna, qualunque fosse stato l'atteggiamento da lui ritenuto opportuno dinanzi al Giudice, non avrebbe avuto davvero alcun motivo di mantenere il segreto sull'identità della stessa fonte dinanzi al gen. Maletti, suo diretto superiore, da lui coinvolto nelle gravi conseguenze di quell'inganno altrui.

 

Vi è da aggiungere che, avendo lasciato il falso Zanella un'importante traccia di sè con la fotografia allegata alla pratica del suo passaporto (fotografia che è uguale – come si è accertato indibattimento- a quella apposta sulla carta di identità rilasciata al Pozzan medesimo dal Comune di Padova il 28.8.70), sarebbe stato logico ed agevole condurre immediate investigazioni per accertare rapidamente le sue vere generalità e la sua eventuale condizione di ricercato dalla Autorità.

 

Doveroso sarebbe stato, poi, ad indagini utilmente concluse, informare l'Autorità Giudiziaria dell’avvenuto espatrio di un noto latitante e della buona fede degli uomini del S.I.D. che avevano condotto l'operazione.

 

 

Nulla, invece, fu fatto di tutto ciò. Il gen. Maletti, che nella deposizione istruttoria del 30 marzo 1976 aveva negato di avere svolto indagini al riguardo, successivamente nell'udienza dibattimentale del 7 luglio 1977 ha riferito di essersi ricordato, parlando con il cap. Labruna, che era stato questi ad investigare per l'identificazione del fuggitivo.

 

Tuttavia il suddetto capitano, nell'udienza del 19 di quello stesso mese, ha precisato che le indagini svolte dopo l’espatrio dello "Zanella-Pozzan" non erano state dirette su quest'ultimo, ma finalizzate esclusivamente a rintracciare il di lui presentatore.

 

Sicchè deve concludersi sul punto che l'omissione di ogni concreta e possibile ricerca, sulla vera identità dello "Zanella", può spiegarsi solo con il fatto che tale identità era già perfettamente conosciuta da coloro che organizzarono l’espatrio.

 

In verità proprio dalla particolare fotografia del Pozzan, utilizzata per il rilascio del passaporto, si sono tratti elementi inoppugnabili per ritenere che il Pozzan medesimo era ben noto al cap. Labruna quando venne ospitato negli uffici di via Sicilia.

 

Ha riferito il suddetto ufficiale in dibattimento, all'udienza del 19 luglio 1977, che lo Zanella, avendogli detto di non essere in possesso delle fotografie necessarie per corredare la pratica di rilascio del passaporto, fu da lui incaricato di farsele scattare a Roma.

 

Quest'ultima circostanza certamente non corrisponde a verità, in quanto la immagine fotografica apposta sulla dichiarazione sostitutiva di certificato inviata al Ministero degli Esteri (identica- come si è sopra detto - a quella della carta di identità rilasciata dal Comune di Padova) era di almeno tre anni prima.

 

Quindi, poichè è da escludere che sia stato il Pozzan a fornire le fotografie (il cap.Labruna non aveva motivo di dire il falso negando che il cosiddetto Zanella le avesse già con sè al momento del suo ingresso negli uffici del S.I.D.), non rimane che una sola altra ipotesi.

 

A procurarsele fu lo stesso capitano, il quale, pertanto, sapeva perfettamente chi era la persona in esse ritratta.

 

 

Una indiretta conferma di questa consapevolezza del cap. Labruna si ricava dal fatto che egli ha dichiarato di aver tratto i dati anagrafici, necessari per il rilascio del passaporto, da una carta d'identità esibitagli dal falso Zanella.

 

Tale documento fu poi trovato in possesso di Marco Pozzan dall'Autorità spagnola; e si è potuto constatare che esso era intestato al vero nome dello stesso Pozzan: il che, ovviamente, suona come ulteriore smentita di quanto sostenuto dal capitano.

 

D'altra parte le modalità stesse con le quali venne eseguito il trasferimento del Pozzan in Spagna sono illuminanti sulle vere finalità dell' operazione.

 

Il mar. Mario Esposito ha riferito al Giudice Istruttore di Catanzaro il 23 marzo 1976 di aver accompagnato in aereo tal Mario Zanella per ordine datogli dal cap. Labruna, il quale gli aveva detto solamente che il suddetto Zanella, una volta giunto in Spagna, doveva consegnargli qualcosa o prendere contatto con una persona nell'ambito delle indagini condotte all'epoca dal S.I.D. per evitare il pericolo di un colpo di Stato in Italia.

 

All'arrivo in territorio spagnolo lo Zanella si era allontanato, dicendo che doveva incontrarsi riservatamente con una persona e promettendogli che avrebbe ripreso contatto con lui poco dopo o, in caso di ritardo, nell'Hotel "Barrajas" di Madrid.

 

Senonchè alle 23 di quello stesso giorno del viaggio, il 15 gennaio1973, il mar.Esposito - secondo quanto risulta dal seguito del suo interrogatorio - si era premurato di avvisare telefonicamente del fatto che lo Zanella non aveva ancora ripreso contatto con lui, il cap. Labruna; il quale, nell'occasione, gli aveva ordinato di rientrare in Italia il giorno successivo.

 

Orbene, tutto ciò è in contrasto con l'asserita missione che lo Zanella - secondo quanto hanno sostenuto il gen.Maletti ed il cap.Labruna - avrebbe dovuto compiere in Spagna: ossia un tentativo di penetrazione, a scopo informativo, nei movimenti eversivi della estrema destra italiana operante in quel Paese.

 

Era un compito molto delicato che, nel novembre dell’anno precedente, non era riuscito allo stesso cap. Labruna allorchè questi – come ha riferito - si era recato in territorio spagnolo per cercare contatti con l'ambiente di Stefano Delle Chiaie.

 

E' inspiegabile, quindi, come il mar.Esposito, inviato anch'egli con lo Zanella, non sia stato munito di adeguate istruzioni, tanto da sentire il bisogno di telefonare al suo superiore alla prima difficoltà perché non sapeva come regolarsi.

 

La stessa telefonata e la stessa autorizzazione a tornare il giorno dopo in Italia appaiono incomprensibili in relazione al tipo di missione affidata allo Zanella; il quale, proprio perchè si trovava ancora all'inizio e cioè nella fase più delicata di quel tentativo di penetrazione, poteva aver bisogno di un lasso di tempo più lungo del previsto per riprendere contatto con il mar.Esposito.

 

Sicchè le perplessità di quest'ultimo la stessa sera dell'arrivo in Spagna (non aveva ancora elementi sicuri per ritenere che lo Zanella lo avesse definitivamente "seminato") ed il suo rientro in Italia nel giorno successivo non costituiscono certo l'atteggiamento tipico di chi ha il compito di controllare le prime mosse ed i primi eventuali risultati di una persona da infiltrare in un ambiente di sovversivi.

 

Tanto valeva spedire all'estero il solo Zanella e risparmiare il mar. Esposito per impieghi più costruttivi!

 

Altra circostanza degna di essere segnalata è costituita dal diverso tipo di biglietto aereo nell'occasione usato: biglietto cumulativo di andata e ritorno per il mar. Esposito, di sola andata per lo Zanella.

 

Eppure anche quest'ultimo, come ha precisato il cap. Labruna nell'udienza dibattimentale del 19 luglio1977, doveva tornare in Italia a missione compiuta; e tale missione per quanto comportasse un certo periodo di soggiorno in Spagna a discrezione dello Zanella, non poteva per sua natura durare molto (certamente non più della validità del biglietto aereo di andata-ritorno e, cioè, non più di un anno). Sicchè il biglietto "di sola andata"per lo Zanella è un ulteriore elemento idoneo a far propendere ragionevolmente per l'ipotesi di un espatrio definitivo.

 

Non può essere, infine, sottaciuto un rilievo che nasce da una interessante intervista concessa dal gen. Maletti al giornalista Giuseppe Rosselli ed apparsa sul n.119 del quotidiano "Paese sera" recante la data dell'otto maggio 1977.

 

 

Nel corso di tale intervista il generale ha affermato, fra l'altro, testualmente:

 

"Mi risulta che (Pozzan n.d.e.) aveva, per cosi dire, autorevoli amicizie in Italia e specialmente all'estero...".

 

Poi, in dibattimento, dato atto preliminarmente dell'assoluta fedeltà del pezzo giornalistico alle dichiarazioni da lui effettivamente rese, ha spiegato in modo ben poco convincente il significato delle sue espressioni sopra riportate. Ha detto di aver inteso riferirsi, circa le autorevoli protezioni godute dal Pozzan in Italia, a colui che aveva presentato lo "Zanella" al cap. Labruna e, circa le protezioni all'estero, agli ambienti nei quali il Pozzan si era mosso.

 

In seguito, nell'udienza del 7 luglio 1977, ha aggiunto che l'autorevole presentatore dello Zanella si trovava in Italia ma non era un italiano e che, con l'aggettivo “autorevole", egli aveva inteso qualificare semplicemente una"persona che godeva la fiducia di un rappresentante del Servizio".

 

Tuttavia il vero significato delle espressioni usate dal gen.Maletti nell'intervista, secondo il comune senso logico ed accantonando le distorsioni e le acrobazie linguistiche di chi ha voluto con esse occultare quanto sapeva e sa su determinati avvenimenti, non offre davvero ardui problemi interpretativi ed è ben diverso da quello che il generale vorrebbe fare apparire.

 

Marco Pozzan godeva in Italia ed all'estero di protezioni particolarmente efficaci, perchè offerte da personaggi o centri di potere influenti e capaci di giovarsi, con la loro autorità, dei nostri Servizi di sicurezza.

 

La storia del suo trasferimento in Spagna va riguardata e compresa, quindi, non nell'ottica dell'errore prospettata dalla difesa, bensì in quella dei condizionamenti "autorevoli" ai quali ha fatto chiaro - anche se fugace – riferimento l'ex capo del Reparto "D" conversando con il giornalista di "Paese sera".

 

Le risultanze processuali lasciano intravedere i motivi dei potenti appoggi di cui potè godere Marco Pozzan, l'uomo che tante cose sapeva quale fedele gregario di Franco Freda e che, dinanzi al Giudice Istruttore di Treviso, aveva mostrato segni di fragilità piegandosi a riferire vari dettagli - sia pure in un secondo momento ritrattati - su uno dei più delicati momenti dell'attività eversiva: la nota riunione di Padova del 18 aprile 1969, alla quale - secondo le notizie giornalistiche di Piero Sanavio dell'aprile 1972 – avrebbero partecipato personaggi legati agli ambienti del S.I.D.

 

Non si è potuto accertare quanto fondate fossero tali notizie, ma si è già puntualizzato come il gen.Maletti - benchè avesse ricevuto più segnali di allarme in ordine a quella riunione - si guardò bene dall'impegnarsi in indagini approfondite per far completa luce sull'episodio.

 

E' certo comunque che il Pozzan, ottenuta la libertà provvisoria dal Magistrato di Treviso, si rese ben presto irreperibile; e ciò prima ancora che venisse emesso nei suoi confronti mandato di cattura da parte del Giudice Istruttore di Milano.

 

Questo suo comportamento lo indica ancora una volta come fragile depositario di verità imbarazzanti e denuncia il suo timore di ulteriori eventuali impatti con gli organi giudiziari.

 

La latitanza in Italia fu il primo rimedio da lui istintivamente trovato. Il secondo e più efficace soccorso gli venne con l'espatrio all’estero da parte di chi, evidentemente, aveva interesse ad attuare un favoreggiamento personale ancorato - come qualche mese più tardi per il Giannettini - alla necessità del silenzio.

 

(continua al capitolo XXV Parte Quinta)