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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXIII  

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Le giustificazioni del gen. Maletti e del cap. Labruna in ordine al contestato favoreggiamento di Guido Giannettini

 

 

Sia il gen. Maletti che il suo diretto collaboratore cap. Labruna hanno tentato di giustificare i contatti avuti con il Giannettini e gli esborsi di denaro effettuati in suo favore, prima e dopo l'emissione del mandato di cattura nei di lui confronti, affermando di aver agito nell' adempimento del loro dovere. Essi, cioè, hanno sostenuto di aver perseguito la finalità di attingere, proprio a mezzo del Giannettini all'estero, informazioni sull'assetto organizzativo dei gruppi della destra eversiva internazionale nel contesto delle indagini che il Reparto "D" stava svolgendo sul cosiddetto "golpe Borghese".

 

L'esito di tali indagini era stato, poi, riferito in un rapporto conclusivo trasmesso al Ministro della Difesa nel luglio 1974.

 

Nessuna seria prova è stata offerta dagli imputati in ordine alla invocata esimente, pur avendone essi l'onere. Vi sono, anzi, molteplici motivi, basati su inoppugnabili risultanze processuali e su argomentazioni logiche inconfutabili, i quali inducono questa Corte a ritenere che tale assunto difensivo costituisca in realtà un mero pretesto e che il vero movente del delitto sia da ricercare al di fuori dei doveri d'ufficio.

 

Che Guido Giannettini, pur essendo dotato di una pregevole cultura, fosse però un informatore di scarso valore in relazione alle esigenze del Reparto "D", è da ritenersi contestabile.

 

Risulta dalle deposizioni testimoniali dei generali Enzo Viola e Federico Gasca Queirazza, i quali precedettero il gen. Maletti nel comando del Reparto.

 

Risulta anche da quanto più volte hanno dichiarato lo stesso gen.Maletti ed il cap. Labruna in fase istruttoria ed in dibattimento.

 

Il gen. Maletti ha anche precisato di aver deciso proprio per tale motivo, verso il settembre 1972, di non incontrarsi più personalmente con il Giannettini - come fino ad allora era avvenuto (per una prassi seguita anche dai precedenti capi del "D" in omaggio alla privilegiata assunzione del soggetto, che era stato segnalato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa gen. Giuseppe Aloia) - e di delegarne i contatti al cap. Labruna.

 

Quanto ora si è detto non contrasta con la valutazione positiva manifestata dal gen. Maletti per i rapporti che il Giannettini redigeva su ambienti di Paesi esteri. Tale lusinghiero giudizio, anzitutto, va accolto con riserva, sia perchè espresso dal generale per la prima volta in dibattimento, sia perchè - come si è già detto in narrativa - i due più importanti Servizi informativi del nostro Paese (quello del Ministero degli Interni e lo stesso S.I.D. con il citato appunto del 20.3.73) si sono negativamente espressi sul valore di tutti i rapporti di Guido Giannettini sottoposti al loro esame (quindi anche su quelli relativi ad ambienti stranieri) definendoli mere manipolazioni di notizie già divulgate dalla stampa.

[ L'amm. Mario Casardi, succeduto al gen. Vito Miceli nella carica di Capo del S.I.D. il 31.7.1974, ha dichiarato a questa Corte il giorno 11 novembre 1977 di aver saputo dal gen. Maletti che il Giannettini era proprio "una nullità come informatore" e si limitava a manipolare notizie giornalistiche.]

 

 

Nè può valere l'obiezione del Giannettini, secondo il quale la validità del suo lavoro informativo all'estero sarebbe dimostrata dal fatto che ancora oggi il S.I.D. copre con il segreto militare alcuni dei suoi rapporti (quelli sulle operazioni "Tuborg" e "Belville " nonchè sui Servizi segreti israeliani).

 

E' noto, infatti, che la classifica di segretezza viene apposta su deteminati atti dai Servizi di sicurezza in considerazione di varie esigenze, fra le quali rientra la natura stessa della materia su cui si indaga, a prescindere dalla buona qualità o meno dell'apporto informativo fornito dai collaboratori esterni.

 

Comunque, quale che sia il valore dei rapporti di Giannettini su argomenti di carattere internazionale, il gen. Maletti ha precisato in dibattimento che egli, pur apprezzandoli, li passava ad altro Ufficio, quello denominato "S" e diretto all'epoca dal capitano di vascello Martini, in quanto non interessavano la materia del controspionaggio e della sicurezza interna di competenza del Reparto "D":' il che equivale a dire che il contributo informativo del Giannettini, rispetto ai compiti demandati al settore in cui operavano il gen. Maletti ed il cap. Labruna, era insoddisfacente anche quando i rapporti dell'informatore non erano obiettivamente disprezzabili.

 

Altre caratteristiche di Guido Giannettini, sulle quali si sono trovati concordi tutti i Capi del Reparto "D" (compreso il gen. Maletti) che nelle varie epoche del loro rispettivo comando ebbero a contattarlo, furono sempre la sua sincera e profonda fede politica di uomo di destra nonchè la sua conseguenziale ed assoluta indisponibilità a raccogliere e fornire informazioni al S.I.D.sugli ambienti ideologici cui si sentiva legato.

 

Il riscontro documentale di questo si ricava dal complesso dei rapporti da lui inviati al Servizio, perchè da tali atti si desume che egli rivolse sempre le sue ricerche di notizie negli ambienti dell'estrema sinistra extraparlamentare.

 

Il tardo tentativo, esperito per la prima volta in dibattimento dal cap. Labruna, per convincere la Corte che almeno una volta ricevette dal Giannettini un rapporto sulla destra, non solo si è infranto contro la negativa del Giannettini stesso, ma ha rivelato palesemente la sua natura di maldestro espediente difensivo.

 

Infatti il capitano, che non è stato in grado di esibire tale rapporto, ha stranamente sostenuto di averlo trattenuto presso di sè - come se si fosse trattato di una privata corrispondenza - e di non aver pensato di trasmetterlo al gen. Maletti.

 

Gli unici due rapporti del Giannettini riguardanti in qualche modo la destra sono quelli 0281 del 4.5.69 e 0282 del 16.5.69 (v. parte II cap. IV). Essi però furono rinvenuti solo nella cassetta di Montebelluna e non furono mai inviati al S.I.D., perchè dovevano servire solamente a scopo di infiltrazione e provocazione sempre negli ambienti della sinistra extraparlamentare (v. parte V cap. XIX) come gli era stato ordinato di fare per tutti i rapporti del Giannettini, od almeno di inserirlo fra gli atti del suo Ufficio.

 

E' da rilevare anche che il cap. Labruna non ha saputo indicare la data nè il luogo in cui tale rapporto gli sarebbe stato consegnato, nè il motivo per il quale non ne aveva mai parlato prima benchè più volte interrogato sull'argomento nel corso della fase istruttoria del processo. Quanto all'oggetto dell'informativa, esso sarebbe consistito in rievocazioni del servizio militare prestato durante l'ultimo conflitto mondiale dal principe Iunio Valerio Borghese ed in alcune notizie su "Avanguardia nazionale" già conosciute dal cap. Labruna.

 

Ammessa, quindi, per ipotesi l'esistenza di tale rapporto, esso non sarebbe stato certamente tale da autorizzare la speranza di utili informazioni del Giannettini sulla destra internazionale con riferimento alla sicurezza interna italiana.

 

Traendo le logiche conclusioni da quanto si è finora detto, appare chiaro che Guido Giannettini, collaboratore di scarso valore informativo e per niente incline a spiare in favore del S.I.D. nei settori dell'estrema destra, non poteva essere considerato dal gen. Maletti come elemento da utilizzare efficacemente nel quadro delle indagini in corso per il temuto colpo di Stato del gruppo eversivo di destra diretto dal principe Iunio Valerio Borghese.

 

Non sembra, quindi, assolutamente credibile che per una vaga, astratta ed irragionevole aspettativa di informazioni su quei settori il capo del Reparto “D" ed il suo diretto dipendente cap. Labruna abbiano assunto una responsabilità così pesante come quella di favorire un ricercato per delitti assai gravi, commessi contro quelle stesse Istituzioni statali che essi si proponevano di difendere.

 

Nè la suddetta aspettativa poteva essere ragionevolmente alimentata dalla speranza - di cui ha parlato il gen. Maletti - che il Giannettini, trovandosi in quel periodo all'estero in ristrettezze economiche, si determinasse a tradire per denaro la sua fazione nella quale era assai bene introdotto.

 

E' evidente, infatti, che, se il Giannettini era così bene introdotto negli ambienti della destra internazionale a Parigi od altrove, era proprio per questo in condizioni di ricevere validi aiuti per il suo mantenimento senza essere costretto a ricorrere al tradimento dei suoi compagni di fede.

 

Del resto doveva essere già sufficiente al gen. Maletti quanto già conosceva, sui rapporti del suo informatore con Freda e Ventura, per convincerlo che la prosecuzione di quel contatto informativo era divenuta ormai inutile e pericolosa in relazione alle finalità del Servizio.

 

Valide ragioni militano, perciò, in favore dell'attendibilità di quanto Guido Giannettini ha riferito opponendosi alla versione dei due ufficiali delS.I.D.: cioè che, in realtà, a lui non furono mai chieste dal Servizio informazioni sulla destra, bensì solamente - come era sempre avvenuto in precedenza quando era in Italia - sugli ambienti della sinistra.

 

Trattavasi del tipo di collaborazione che era congeniale alla sua posizione ideologica e che aveva caratterizzato il di lui rapporto col S.I.D. sin dalla sua assunzione.

 

Non si ravvisano, davvero, motivi adeguati i quali possano far pensare ad un radicale ed improvviso mutamento di rotta della di lui attività spionistica.

 

Il gen. Maletti ha sostenuto, fra l'altro, al riguardo, che il Giannettini ricevette a Parigi dal cap. Labruna nell'aprile 1974 un particolare incarico: quello di fornire notizie sui gruppi della destra eversiva internazionale anche con riferimento alla matrice degli attentati dinamitardi di cui al presente processo.

 

Paradossalmente, quindi, le indagini affidate al Giannettini - secondo tale assunto- avrebbero dovuto avere una tale estensione da comprendere pure gli attentati dei quali egli stesso era imputato.

 

Ciò - com'è evidente - in un solo caso sarebbe stato logicamente concepibile: precisamente nell'ipotesi in cui a lui fosse stato dato il compito di indagare nell'opposta sponda della sinistra extraparlamentare e di trovare, in quest'ultimo ambiente, gli eventuali agganci in relazione agli attentati terroristici compiuti in Italia nel 1969.

 

In tal caso, infatti, sarebbe stato preciso interesse del Giannettini prospettare, circa i delitti a lui contestati, ipotesi di responsabilità alternativa rispetto alla parte politica cui egli apparteneva.

 

La versione del Giannettini sul tipo della sua attività informativa riceve, quindi, elementi di conferma logica, indirettamente, anche dalle tesi difensive del gen. Maletti.

 

Altrettanto va detto per le affermazioni del cap. Labruna, il quale, benchè in dibattimento si sia sforzato di allinearsi con il suo generale, ponendo in particolare rilievo la importanza delle investigazioni sul cosiddetto "golpe Borghese" e la tentata utilizzazione del Giannettini per l'acquisizione di notizie preferibilmente sulla destra, in coscienza ha precisato che il Giannettini stesso non si impegnò ad orientare le sue ricerche informative in settori ideologici determinati (di destra o di sinistra). Il suo impegno, invece, era stato generico, nel senso che aveva promesso di procurare materiale di interesse per il Servizio.

 

Il Giannettini aveva escluso comunque - secondo quanto ha ricordato in dibattimento il cap. Labruna - di poter fornire notizie su ambienti dei quali non aveva conoscenza, come quelli dei movimenti "Fronte nazionale” ed "Avanguardia Nazionale" (ossia proprio gli ambienti che interessavano la materia del presunto "golpe Borghese").

 

In sede istruttoria il capitano aveva dichiarato che era stato più che altro il Giannettini a premere insistentemente dalla Francia per essere autorizzato a ricerche informative (ovviamente nel campo ideologico ove solitamente egli veniva impiegato) e che il Reparto "D", lungi dal dimostrarsi tendente a conferirgli nuovi incarichi, aveva resistito sostanzialmente a tali pressioni del suo informatore facendo presente di non aver bisogno di notizie dall'estero.

 

Nessun riferimento aveva fatto egli, in tale sede, al particolare incarico dato al Giannettini nell'ambito delle indagini sul "golpe Borghese"; e ciò benché alla data della sua deposizione testimoniale, quella del 22 agosto 1974, nessun motivo di cautela sussistesse per indurlo alla segretezza (il rapporto conclusivo sul “golpe Borghese" era stato "varato" dal S.I.D. nel luglio 1974).

 

E' chiara, perciò, la artificiosità delle ulteriori precisazioni con le quali l'ufficio ha voluto legare, in dibattimento, la figura del Giannettini alle indagini sul suddetto "golpe".

 

Guido Giannettini, quindi, non solo era indisponibile a fornire informazioni sulla destra, ma non fu neanche destinatario di un incarico del genere da parte del S.I.D.

 

 

Crolla, conseguentemente, anche il presupposto di fatto sul quale il gen. Maletti ed il cap. Labruna hanno impostato le loro giustificazioni in ordine al commesso favoreggiamento.

 

Possono ancora richiamarsi, - per completezza di trattazione, altri elementi di riscontro della pretestuosità di tali giustificazioni.

 

Un'evidente e grave contraddizione si rileva fra l'assunto del gen. Maletti di avere insistito, nel corso del vertice militare del 30 giugno 1973, per la rivelazione della qualità del Giannettini alla Magistratura ed il suo preteso intento di utilizzare ancora il Giannettini stesso contro la destra eversiva, le indagini per il citato "golpe Borghese" erano già concretamente iniziate nel gennaio 1973, come ha detto nell'udienza dibattimentale del 7 Luglio 1977 il gen.Maletti; ed è assurdo ritenere che questi nel giugno dello stesso anno, quando ancora quella delicata operazione non si era conclusa, si sia determinato a "bruciare" il suo informatore.

 

Nè può seguirsi il sofisma dello stesso generale allorchè egli, a contestazione di tale contraddittorietà di comportamento, risponde che la sua decisione di impiegare il Giannettini in un nuovo tipo di rapporto informativo, contro la destra eversiva internazionale, maturò solo nel luglio 1973: precisamente dopo la lettera del Capo Servizio con la quale era stato opposto il segreto al Giudice Istruttore di Milano a copertura del suddetto informatore.

 

Invero già nell'aprile del 1973 era iniziata la serie delle illecite protezioni offerte dal S.I.D. al Giannettini con l'espatrio cautelativo di cui si è detto.

 

Avevano fatto seguito almeno altri due contatti dopo l'espatrio: uno a maggio, nell'aeroporto di Fiumicino ed un altro a luglio nell'aeroporto di Orly in Francia.

 

 

Il cap.Labruna ha precisato in dibattimento (udienza del 18 luglio 1977) che al più tardi in quest'ultimo incontro, avvenuto il 10 luglio 1973 come è stato riferito dal S.I.D. con nota del 5.9.74, e forse anche prima, egli per incarico del gen. Maletti avrebbe conferito al Giannettini l’incarico di indagare sulla destra.

 

Ciò posto e poichè la lettera del Capo del Servizio oppositiva del segreto reca la data del 12 luglio 1973, è facile la constatazione che l’assunto del gen. Maletti, relativo ad un preteso mutamento del tipo di rapporto con il suo informatore dopo tale data, si trova in contrasto anche con le dichiarazioni del cap. Labruna.

 

Va, poi, opportunamente considerato l'atteggiamento tenuto dal Capo del Reparto "D" nell' epoca in cui si era ormai definitivamente accertato che il Giannettini non aveva inteso collaborare contro la destra.

 

 

Nell'udienza dibattimentale del 4 luglio 1977 il gen. Maletti ha ammesso che, dopo aver ricevuto dal Giannettini la lettera del 15 settembre 1973 ed il cosiddetto "dossier S.Marco" del 26 aprile 1974, si era ormai reso conto della inutilità di questi rapporti per i fini del Servizio e del fatto che Giannettini non gli avrebbe mai dato la collaborazione da lui sperata.

 

In tale situazione una ulteriore copertura, nei confronti del Giannettini medesimo, non poteva essere più motivata neanche con quelle giustificazioni che il gen. Maletti ed il cap.Labruna hanno addotto nel tentativo di dimostrare la legittimità del loro operato.

 

Poi era sopraggiunta l'intervista al "Mondo"del giugno 1974, con la quale il Ministro della Difesa aveva reso di pubblico dominio la qualità del Giannettini di collaboratore del S.I.D.; e così era venuta meno ogni residua ragione di riservatezza sui rapporti intercorsi fra tale collaboratore ed il Servizio.

 

Ciò nonostante il gen. Maletti, richiesto ufficialmente con nota del 17.6.74 dal Capo del S.I.D., suo diretto superiore, di comunicargli le notizie in suo possesso sul "caso Giannettini", che era nel frattempo divenuto oggetto di clamorosi servizi giornalistici, ebbe a rispondere con una dichiarazione scritta del giorno successivo nella quale, oltre alla falsa attestazione che ogni rapporto con l'informatore era cessato nel marzo 1973, leggesi, fra l'altro, testualmente:

 

"dopo l'instaurazione di procedimento penale e l'emissione di ordine di cattura da parte dell'Autorità Giudiziaria nei confronti del Giannettini, non si è più avuto notizie sulle sue attività e recapito".

 

A tale dichiarazione il generale ne fece seguire altra dello stesso tenore in data 20 giugno; e poi una terza datata 29 giugno, con la quale, su richiesta di ulteriori precisazioni, ammise i contatti del luglio e del settembre 1973 tacendo, però, quelli verificatisi dopo l'emissione del mandato di cattura.

 

Questo comportamento del Capo del Reparto "D" fu tanto più grave in quanto si trattava di dichiarazioni scritte che egli sapeva destinate ad informare il Ministro della Difesa (nella nota del 17 giugno 1974, ora citata, il Capo del S.I.D. gen. Miceli lo aveva esplicitamente reso edotto che le notizie richiestegli sul Giannettini erano attese dal Ministro, on. Giulio Andreotti, per le ore dodici dell'indomani).

 

Per effetto di quelle dichiarazioni ideologicamente false fu, così, tratto volutamente in errore il titolare del dicastero politicamente responsabile dell'operato del Servizio di Sicurezza ed indotto a rendere a sua volta, come ha ricordato il gen. Miceli nella sua deposizione del 26.4.74 (14), dichiarazioni inesatte al Parlamento circa gli ultimi contatti avvenuti fra il S. I.D. e Guido Giannettini.

 

L’inchiesta successivamente svolta, per incarico del Ministro ingannato, dal Capo di Stato Maggiore della difesa amm.Eugenio Henke, si concluse con un giudizio di netta censura sull’operato del Capo del Servizio gen. Vito Miceli, al quale venne fatto carico di non aver esercitato adeguatamente i suoi poteri di sorveglianza sulle iniziative intraprese autonomamente dal Capo del Reparto “D" .

 

La parte conclusiva della relazione di inchiesta stranamente omise di estendere in maniera esplicita il suddetto giudizio di censura al gen. Maletti, benchè fosse stato proprio quest'ultimo l'autore della grave disinformazione provocata a livello politico.

 

Nel corso della relazione stesa, tuttavia, oltre a darsi atto che il gen. Miceli fu tenuto all'oscuro dal gen. Maletti degli ultimi contatti tenuti dal Reparto "D" con il Giannettini dopo l'emissione del mandato di cattura a carico di costui, fu inevitabile rilevare - sia pure con molta cautela - che la condotta tenuta dal gen. Maletti era sostanzialmente priva di giustificazioni.

 

Significativo , al riguardo, è il seguente brano:

 

"Non sembra esservi dubbio che, alla base della disinformazione verificatasi a proposito dell'incontro tra l'ufficiale del S.I.D. e il giornalista Giannettini avvenuto il 26 o 27 aprile c. a., vi sia stata un'errata valutazione da parte degli organi operativi del Servizio; i quali, nell'intento di non creare turbative all'operazione in corso in direzione della destra eversiva, operazione che poi ha consentito di arrivare al rapporto consegnato a V.S. on.le nel mese di luglio u.s., sono stati indotti a tenere celata, perfino al Ministro, quella particolare azione.

Anche se l'errore è stato commesso in buona fede, e tutto lascia ritenere che sia così, è chiaro che la cautela usata nella circostanza è stata invero eccessiva e quasi inammissibile, se si considera che il Giannettini era ormai isolato e allo scoperto e nessun'altra rivelazione sul suo conto avrebbe potuto compromettere la prosecuzione della più vasta operazione in corso sopraindicata".

 

 

Le spiegazioni date dal gen. Maletti, circa queste ultime sue gravi reticenze, non sono davvero soddisfacenti.

 

In fase istruttoria egli si è difeso sostenendo di aver celato la verità, in quelle sue dichiarazioni scritte, perchè sapeva che esse erano destinate al Ministero della Difesa e, cioè, ad ambienti non sicuri sotto il profilo delle esigenze di riservatezza.

 

E' facile tuttavia obiettare che, a parte l'insussistenza - per quel che si è detto - di particolari motivi di riservatezza dati gli sviluppi della situazione nella specie, è davvero inconcepibile contestare ad un Ministro il diritto di essere informato esattamente dagli organi che dipendono dal suo dicastero.

 

In dibattimento egli ha assunto, invece, di essere stato reticente nel riferire i suoi ultimi contatti col Giannettini in quanto il suo diretto superiore gen. Miceli, al quale doveva rimettere le dichiarazioni scritte richiestegli, appariva coinvolto personalmente nel “golpe Borghese" e doveva, essere, quindi, tenuto all'oscuro di tutto ciò che si riferiva alle indagini sul "golpe" medesimo.

 

E' da notare, anzitutto, la novità di quest'ultima tesi difensiva, con la quale la diffidenza, prima espressa per gli ambienti del Ministero della Difesa, è stata spostata in direzione del Capo del Servizio.

 

Il generale ha evidentemente omesso di considerare, nel momento in cui l'ha proposta, che esattamente il contrario risulta da una precedente dichiarazione a sua firma (allegata alla relazione di inchiesta 3.9.74 dell'amm. Henke di cui si è detto e riprodotta, nella sua sostanza, durante la deposizione testimoniale da lui resa al G.I. di Milano il 6.12.1974).

 

In tale dichiarazione leggesi, fra l'altro, quanto segue:

 

"Verso la fine di giugno c. a. (1974 n.d.e.) il Capo Servizio, convocatomi nel suo ufficio, mi chiedeva se fosse possibile dichiarare - a mia firma - che nessun contatto era avvenuto tra elementi alle mie dipendenze ed il Giannettini durante il periodo di latitanza di quest'ultimo (ossia dal 9 gennaio 1974).

Ritenendo di poter dedurre che il quesito postomi era motivato da una non esplicita ma sottintesa opportunità di salvaguardare l'azione di penetrazione negli ambienti dell'estrema destra eversiva tuttora in atto ad opera del cap. Labruna e che - se interrotta a causa di eventuale propagazione di indiscrezioni sull'incontro suddetto del 27 aprile 1974 - avrebbe potuto causare l'inaridimento dell'azione stessa (per rifiuto di altre fonti dello stesso ambiente di mantenere aperto il dialogo col cap. Labruna):

- rispondevo potersi affermare che nessun contatto era avvenuto tra miei dipendenti ed il Giannettini dopo il 9 gennaio 1974;

- aderivo allo specifico invito ad assumermi la responsabilità di una dichiarazione sottoscritta in tal senso...".

 

 

E' agevole constatare che nella suddetta dichiarazione il gen. Miceli non viene presentato certo in veste di sospetto golpista, ma come correo dello stesso gen. Maletti in un falso ideologico organizzato, in concorso tra loro, per esigenze della loro comune lotta contro la destra eversiva.

 

Questa prima versione offerta dal gen. Maletti non fu riconosciuta attendibile dall'amm. Henke, il quale nella citata relazione di inchiesta, valutando la posizione del gen. Miceli, ha escluso che questi "fosse a conoscenza dell'incontro avvenuto il 26 o 27 aprile c.a." (1974 n. d. e.) tanto più che a lui non fu comunicato nulla in proposito e non fu fatto vedere il famoso dossier acquisito nell'occasione come ha lealmente riconosciuto lo stesso gen. Maletti .

 

La nuova versione dibattimentale, la quale - già per il fatto di essere nettamente opposta alla prima - non depone certo per la veridicità della parola di chi l'ha fornita, è anch' essa inattendibile per vari motivi di ordine logico.

 

Appare, infatti, assurdo che motivi di diffidenza nei confronti del suo superiore diretto abbiano spinto il gen. Maletti a rendere false dichiarazioni che egli sapeva destinate al Ministro della Difesa, anzichè ad informare quest'ultimo della verità attraverso canali diversi da quelli della rigida gerarchia militare.

 

Anzi proprio i sospetti di infedeltà del suo Capo Servizio avrebbero dovuto indurlo a mettersi in diretto ed immediato contatto con il superiore comando dello Stato Maggiore della Difesa o addirittura, se necessario, col Ministro.

 

Pretestuoso, inoltre, si appalesa il timore che il gen. Maletti avrebbe nutrito, secondo quel che egli ha più volte sostenuto, di seminare l'allarme fra le altre fonti del Servizio dicendo tutta la verità sul Giannettini.

 

Invero quest 'ultimo era stato già "bruciato" dal Ministro della Difesa con le sue clamorose rivelazioni alla stampa; e nessun ufficiale del S.I.D., sia pure di grado elevato, aveva il diritto di contrastare, con una sua personale valutazione, quella preminente del Ministro circa la migliore forma di tutela degli interessi relativi agli organismi da lui dipendenti.

 

L'eventuale sfiducia delle altre fonti, che da quell'episodio potevano aver tratto la convinzione di non ricevere più adeguata tutela ed essere quindi indotte a non collaborare ulteriormente con il Servizio, era fra le possibili ed inevitabili conseguenze di quella decisione presa a livello politico ed ormai largamente pubblicizzata.

 

A nulla, quindi, servivano ulteriori reticenze del gen. Maletti sul caso Giannettini.

 

Per tutte le argomentazioni sin qui svolte, è chiaro che il gen. Maletti non poteva essere o ritenersi autorizzato legittimamente, da alcunchè o da chicchessia, a coprire Guido Giannettini con ripetuti atti di protezione nei confronti dell'Autorità Giudiziaria.

 

Pur tenendo conto della particolare autonomia che viene normalmente riconosciuta ai Servizi di Sicurezza, i quali proprio per le loro finalità istituzionali sono spesso costretti a tenere comportamenti non ortodossi sul piano dell'osservanza formale dei precetti giuridici, è evidente che non può agli stessi accordarsi una privilegiata ed incondizionata area di immunità nel campo della normativa penale.

 

Sicchè è sempre necessario verificare, una volta accertato che gli agenti di tali Servizi abbiano realmente operato per eseguire i compiti loro demandati dall'ordinamento statale, la sussistenza di un rapporto di proporzione fra gli interessi sacrificati dalla loro condotta non ortodossa e quelli preminenti che abbiano inteso soddisfare.

 

Resta, comunque, fermo ed indiscutibile che ai Servizi segreti può riconoscersi una sfera di discrezionalità limitatamente alla scelta dei mezzi, giammai nella determinazione degli scopi.

 

Nel caso concreto in esame il gen. Maletti non ha esitato a sacrificare un interesse fondamentale, quale l'accertamento della verità in un procedimento penale per gravissimi reati commessi contro l'integrità delle Istituzionidemocratiche dello Stato, privilegiando quello, pretestuosamente peraltro prospettato, di acquisire notizie sulla destra eversiva internazionale a mezzo di un collaboratore cui le notizie stesse non furono in effetti neanche richieste eche, comunque, non sarebbe stato in grado di fornirle per la sua scarsa capacità informativa e per la sua fede politica.

 

Si noti che questo collaboratore era fra gli imputati principali del procedimento penale sopra indicato.

 

In definitiva può senz'altro affermarsi che il gen. Maletti non ha fornito un'adeguata ed accettabile spiegazione circa i motivi e gli scopi che lo indussero a favorire Guido Giannettini; e ciò depone logicamente - come si è già accennato - per una loro inconfessabile illiceità.

 

Alla penale responsabilità del generale suddetto, per il delitto di favoreggiamento in esame, si aggiunge, sotto il profilo concorsuale, quella del cap. Labruna; il quale, curando la parte esecutiva di quelle operazioni (dall'organizzazione dell'espatrio del Giannettini in Francia a tutti i contatti e finanziamenti nei confronti dello stesso fino all'aprile 1974) non potette non rendersi conto, dato anche la sua qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, che l'ordine impartitogli dal suo superiore era manifestamente criminoso.

 

Egli ben conosceva i limiti della capacità e della disponibilità informative del Giannettini, nonchè l'insussistenza di incarichi a quest'ultimo affidati sui movimenti della destra eversiva internazionale; onde chiara consapevolezza ebbe di coadiuvare il gen. Maletti in una delittuosa opera di favoreggiamento non ricollegabile all'adempimento di un dovere di ufficio o ad altra causa di giustificazione.

 

(continua al capitolo XXIV Parte Quinta)