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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXII      

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L’attività di favoreggiamento compiuta dal gen. Gian Adelio Maletti e dal cap. Antonio Labruna nei confronti di Guido Giannettini

 

 

 

Il delitto di favoreggiamento personale, previsto dall’art. 378 C.P., non si realizza solamente nell'ipotesi di aiuto apprestato ad un soggetto per porlo al riparo dalle ricerche dirette e dalle misure coercitive dell'Autorità dopo la commissione di un reato.

 

Esso, invero, prende vita, come chiaramente risulta dal testo della norma incriminatrice, al lume anche dell'interpretazione datane da autorevole dottrina e copiosa giurisprudenza, già quando si impiegano mezzi idonei a frustrare comunque le investigazioni della Polizia o del Magistrato in ordine all'accertamento di un determinato illecito penale; e non assume alcuna rilevanza, a tal fine, il fatto che il soggetto favorito sia oggetto diretto o solo indiretto delle suddette investigazioni, sia colpito o meno da un provvedimento restrittivo della libertà personale, abbia assunto la qualità di imputato o si presenti come semplice sospettato oppure sia addirittura ignoto all'Autorità inquirente. E', del pari, irrilevante l'opinione dell'innocenza della persona favorita (v. ad es. Cass. 10.7.76 n.1237).

 

L'obiettività giuridica dell'illecito in esame va individuata, com'è noto, nell'interesse fondamentale a che l’opera di investigazione dell'Autorità per l'accertamento dei reati non rimanga intralciata, rallentata o vanificata; e taleinteresse riceve protezione dalla norma di cui al citato art.378 C.P. non solo con riferimento alla necessità di evitare ostacoli al compimento degli atti di coercizione (fermo, arresto, accompagnamento, ordine o mandato di cattura), ma anche in relazione all'esigenza di evitare turbamenti dell'attività svolta dalla Polizia o dagli Organi Giudiziari per la ricerca di notizie relative al reato e per acquisire e conservare il materiale probatorio occorrente per la pronuncia di merito (v. Cass. sez. I^ 11.XI.71 Di Gennaro ed altri in Cass. Pen. Mass. ann.1973 p.754 m.935).

 

Partendo da tale impostazione il Supremo Collegio ha ravvisato conseguentemente, con varie pronunce che hanno suscitato echi concordi nella migliore dottrina (v. per tutte Cass. sez. IIIA 5.6.67 D'Asaro in Cass.pen. Mass.ann. 1968p. 404 m. 603; Cass. 14.10.1977 n.2370 Barni in Mass. dec. pene1978 m. 138618), la sussistenza del delitto di favoreggiamento personale anche nel fatto di chi operi quando le investigazioni dell'Autorità non sono ancora iniziate perché "anzi, in tal caso l'attività del favoreggiatore è più pericolosa per l'interesse tutelato, dato che rende più difficili le investigazioni stesse".

 

Nè è richiesta una condotta commissiva dalla legge penale in quanto, considerata l'estrema varietà dei modi con cui è possibile eludere le indagini, anche "il silenzio, la reticenza, il rifiuto di fornire notizie, pur nella loro genericità, costituiscono comportamenti omissivi idonei a configurare l'ipotesi di reato in discorso". (v. Cas~.6.6.77 n.1040 Esposito ed altri).

 

Le suddette notazioni sull'ampiezza operativa della norma in esame appaiono opportune per puntualizzare, preliminarmente, la rilevanza penale ex art.378 C.P. della condotta tenuta dal gen. Maletti e dal cap. Labruna, in favore del Giannettini, anche nel periodo in cui quest'ultimo non era stato ancora formalmente incriminato dal Giudice Istruttore di Milano e colpito da mandato di cattura.

 

Un segno non equivoco che le investigazioni giudiziarie si erano ormai orientate verso Guido Giannettini fu rappresentato dalla perquisizione eseguita dal Magistrato il 18 maggio 1973 nel domicilio del Giannettini stesso e nel successivo invio al S.I.D., con richiesta di collaborazione informativa, di vari documenti nell'occasione sequestrati.

 

Di ciò ben si rese conto il gen. Maletti, il quale a quell’epoca aveva da tempo assunto la direzione del Reparto “D" del S.I.D.

 

Lo ha ammesso senza esitazione in dibattimento (v. verb. udienza 5.7.77), precisando che dopo quella perquisizione fu chiaro un irrigidimento della Magistratura milanese nei confronti del Giannettini; per cui al S.I.D. si imponeva una decisione: se continuare o interrompere i rapporti col Giannettini stesso.

 

Il generale ha aggiunto, a tal riguardo, di non aver avuto alcuna remora a proseguire i contatti con lui dopo la lettera del 12 luglio 1973, con la quale il Capo del Servizio, al Giudice Istruttore di Milano che gli chiedeva di palesare l'eventuale qualità di collaboratore del S.I.D. di Guido Giannettini; aveva opposto il segreto militare.

 

In realtà questa prosecuzione di contatti, con una persona già chiaramente inquisita in sede giudiziaria, non può considerarsi aderente ad una linea di condotta ufficialmente imposta da organi superiori con efficacia vincolante per il Capo del Reparto “D".

 

La linea ufficiale del S.I.D. si era concretata ed esaurita nel sollevare l'eccezione di segretezza; e ciò non comportava certamente la necessità nè l'opportunità che il rapporto di collaborazione col Giannettini continuasse.

 

Pertanto il gen. Maletti, allorchè si assunse la responsabilità di mantenere i contatti col suo suddetto collaboratore e di elargirgli più volte somme di denaro all'estero, avvalendosi dell’opera del cap. Labruna, ebbe ad agire del tutto al di fuori dei suoi doveri di ufficio ed, ovviamente, con la chiara consapevolezza di intralciare l'attività investigativa del Magistrato Istruttore, dal quale l'inquisito veniva cosi tenuto lontano.

 

Lo stesso espatrio di Guido Giannettini avvenuto il 9 aprile 1973 e cioè in una data di poco precedente a quella della perquisizione domiciliare sopra citata, era stato preordinato dal gen. Maletti ed attuato, con l'efficace collaborazione del cap. Labruna, in modo da non lasciarne segno alcuno nei controlli di frontiera.

 

Lo scopo evidente era quello di evitare che il Giudice Istruttore, ormai sulle tracce del Giannettini medesimo (Giovanni Ventura aveva cominciato a confessare il 17 marzo 1973 ed il Reparto “D” seguiva attentamente il processo, come si vedrà), potesse convocarlo o, comunque, reperirlo sul territorio nazionale.

 

Ciò è stato ripetutamente affermato dal Giannettini pure in dibattimento e deve ritenersi rispondente al vero; anche se i due ufficiali accusati dell'operazione hanno sempre e tenacemente negato la circostanza, sostenendo che fu solo il Giannettini a volersi allontanare dall'Italia con il pretesto di un servizio giornalistico da svolgere all' estero.

 

Vari elementi concorrono nell'accreditare la versione di Guido Giannettini sull'avvenimento.

 

Va, anzitutto, posta in rilievo la riluttanza del Giannettini stesso a fornire notizie compromettenti per il S.I.D. e per gli ambienti militari in genere.

 

Di questo egli ha dato nel corso del procedimento molteplici dimostrazioni.

 

Possono esemplificativamente a tal proposito ricordarsi: 

 

la spontanea osservanza da parte sua dell'obbligo di segretezza, circa la propria qualità di collaboratore del S.I.D., fino al momento in cui tale sua qualità fu rivelata dal Ministro della Difesa dell'epoca, on. Giulio Andreotti, con la nota intervista concessa al "Mondo" nel giugno 1974; 

 

il suo tentativo, pur dopo le rivelazioni del Ministro, di coprire ancora il S.I.D. - e specificamente il gen. Maletti ed il cap. Labruna - nascondendo per un certo tempo di essere stato contattato e finanziato dal Servizio all'estero durante la sua latitanza;

 

l'ulteriore suo tentativo di favorire i due suddetti ufficiali precisando, nel primo suo interrogatorio reso al Giudice Istruttore di Milano il 16 agosto 1974, di aver ricevuto l’ultimo finanziamento del S.I.D. alla fine di dicembre 1973 e, cioè, prima dell'emissione del mandato di cattura nei suoi confronti (fu poi lo stesso S.I.D. a smentirlo informando il Magistrato del denaro rimessogli nell'aprile 1974); 

 

il tenore delle sue dichiarazioni in occasione dei confronti avvenuti in sede giudiziaria fra lui ed il cap. Labruna, precisamente nelle parti in cui egli, pur trovandosi in posizione di netto contrasto con il capitano, ha spesso cercato di contraddirlo il meno possibile, nonostante la sua posizione di evidente vantaggio per il controllo recato alle sue dichiarazioni dalla evidenza di alcuni fatti (v. ad es. confronto Giannettini-Labruna del 22.8.1974, dinanzi al Giudice Istruttore di Milano, nel quale il capitano ha cominciato con l'escludere di essere intervenuto durante la registrazione del "nastro” avvenuta negli uffici del S.I.D. di via Sicilia, pur essendo evidente dal testo della registrazione stessa che si trattò di una conversazione vera e propria fra i due e non di un monologo del Giannettini); 

 

la sua memoria del 9 marzo 1976, presentata durante la fase istruttoria di Catanzaro, con la quale ha addebitato al Governo "Andreotti" la sua copertura all'estero fino ad un certo periodo di tempo ed ha giustificato sotto questo profilo, l’analogo comportamento dei militari del S.I.D. costretti ad eseguire le decisioni prese dai vertici politici.

 

Il mandato di cattura nei confronti del Giannettini fu emesso, come si è detto in narrativa, il 9.1.1974.

 

La parola di Guido Giannettini, quindi, nelle infrequenti occasioni in cui rivela circostanze imbarazzanti per i militari del S.I.D., non può certo essere liquidata alla svelta come quella di un mentitore.

 

Del resto un espatrio organizzato per lui dal gen. Maletti e dal cap. Labruna, se si tien conto delle successive protezioni - anche di carattere economico - attuate nei suoi confronti all'estero, è un evento tutt'altro che inconcepibile ed anomalo.

 

Esso si inquadra, anzi, logicamente, nel contesto di tutte le coperture di cui egli potette godere da parte del S.I.D. e che lo tennero, per lungo tempo, al riparo dalle ricerche del Giudice Istruttore di Milano.

 

Vi sono inoltre da segnalare due fatti estremamente significativi, che lo stesso cap. Labruna ha esplicitamente ammesso e che forniscono un appagante controllo della veridicità di quanto riferito dal Giannettini sulle modalità del suo espatrio:

 

il pernottamento del Giannettini medesimo negli uffici di copertura del S.I.D. di via Sicilia immediatamente prima della sua partenza per Parigi e la circostanza che egli fu accompagnato all' aeroporto dal maresciallo Mario Esposito, il quale lavorava alle dirette dipendenze del cap. Labruna.

 

E' ben difficile armonizzare questi due fatti con l’ipotesi di un viaggio deciso autonomamente dal Giannettini per gli asseriti motivi attinenti alla sua attività di giornalista.

 

Egli abitava a Roma e non aveva certo alcun bisogno di essere ospitato per una o due notti in un ufficio del S.I.D. nè di essere scortato fino al momento della partenza da un militare del Servizio.

 

Sicchè è innegabile che tale serie di accorgimenti denota, in maniera palese, un interesse di elementi del S.I.D. ad allontanare Guido Giannettini dalla sua abitazione romana ed a spedirlo, con opportune cautele, all'estero proprio nel periodo in cui si stava concentrando su di lui l'attenzione del Giudice Istruttore.

 

Non va trascurato di considerare che il gen. Maletti ed il cap. Labruna organizzarono l'espatrio del Giannettini e continuarono a proteggerlo all'estero nonostante fossero a conoscenza dei rapporti che lo legavano a Franco Freda ed a Giovanni Ventura.

 

Ciò i due ufficiali hanno recisamente negato; ed il gen. Maletti in particolare ha sostenuto che solo dalla lettera del 15 settembre 1973, inviatagli da Parigi a mezzo del cap. Labruna dal Giannettini, egli seppe che quest'ultimo utilizzava il Freda come fonte di informazioni nel Veneto.

 

Le risultanze processuali offrono, invece, la prova che il gen. Maletti ed il cap. Labruna sapevano molto di più e da parecchio tempo prima della citata lettera del 15 settembre 1973.

 

Guido Giannettini, il quale - come si è già detto – si è dimostrato in genere restio a fornire elementi di accusa contro gli ufficiali del S.I.D., ha più volte dichiarato che nell'aprile 1972, essendo apparso sul settimanale "Il Mondo" un articolo di Piero Sanavio che lo indicava come sospetto compartecipe della nota riunione di carattere sovversivo tenutasi a Padova il 18 aprile 1972, aveva pensato di difendere la propria reputazione con una querela contro l'autore del pezzo giornalistico ed aveva chiesto al gen. Maletti una sua autorizzazione al riguardo. Aveva cosi informato già da allora il generale dei rapporti informativi da lui avuti con Franco Freda e Giovanni Ventura mediante una lettera inviatagli tramite il cap. Labruna.

 

Il gen. Maletti lo aveva poi dissuaso dall'intraprendere iniziative giudiziarie e gli aveva dato modo di parlare dettagliatamente con il cap. Labruna dei suddetti rapporti intercorsi fra lui ed il gruppo Freda-Ventura.

 

La cronistoria dei rapporti medesimi, preceduta da un preciso riferimento alla lettera dell'aprile 1972 da lui inviata al generale, il Giannettini - a suo dire - aveva curato verso la fine del 1972 di incidere su nastro (registrato negli Uffici del S.I.D. di via Sicilia, in quanto desiderava far pervenire al generale stesso un resoconto più dettagliato e fedele di quello che il cap. Labruna poteva fargli in base ai ricordi delle loro conversazioni.

 

Quanto sopra il Giannettini ha ripetuto anche in sede di confronto con il gen. Maletti, il quale non lo ha smentito, ma si è limitato a dire di non ricordare la circostanza della lettera dell'aprile 1972 e di aver saputo dell'esistenza del "nastro" solo quando il cap. Labruna ebbe a parlarne al Giudice Istruttore di Milano nell'agosto 1974.

[Nota: L'originale di tale nastro è stato rimesso al Giudice Istruttore di Catanzaro dal S.I.D. con nota 10.2.76 (cart.35 fase;96/7). La copia del nastro stesso (con la relativa trascrizione) era stata consegnata al G.I. di Milano dal cap. Labruna nel corso della sua dep. del 6.12.74 (cart.27/20). Ancora prima il Giannettini aveva parlato al G. I. di Milano della suddetta registrazione (v. interr. del 17.8.74)].

 

In realtà vi sono ragionevoli motivi per ritenere che anche questa volta sia stato il Giannettini a dire il vero.

 

Infatti è assolutamente certo, anzitutto, che almeno nel settembre del 1973 il gen. Maletti ebbe cognizione dell'esistenza del "nastro", avendo ad esso il Giannettini fatto espresso riferimento nella citata lettera del 15 settembre di quello stesso anno inviata al generale dalla Francia.

 

Dal testo della registrazione, ascoltata in udienza, risultano dettagliatamente rievocati i rapporti Giannettini-Freda-Ventura ed, anche se non risulta alcun cenno alla precedente lettera dell'aprile 1972, può a tal riguardo accordarsi credito al Giannettini quando ipotizza che il nastro sia stato mutilato, nella sua parte iniziale, per fare sparire ogni traccia della lettera in questione.

 

E’ emerso invero, da un accertamento peritale espletato in dibattimento che il cosiddetto "originale"del nastro, trasmesso dal S.I.D. a richiesta del Giudice Istruttoredi Catanzaro, non è, in effetti, che una "copia", come quella precedentemente inviata al Giudice Istruttore di Milano.

 

Acquista, quindi, credibilità e concretezza l'ipotesi di un occultamento o di una distruzione del "vero" originale del nastro, all'evidente scopo di tenere celata una parte del suo contenuto senza ricorrere a manipolazioni grossolane facilmente accertabili.

 

Sull’argomento "nastro" il cap. Labruna, è stato assai reticente e contraddittorio nel corso del procedimento, negando in un primo momento dinanzi al Giudice Istruttore di Milano il 22 agosto 1974 di aver assistito alla registrazione ed esibendo poi allo stesso Magistrato, il 6 dicembre 1974, una copia della registrazione stessa (con relativa trascrizione) dalla quale risultano chiaramente le sue domande ed i suoi interventi durante il racconto del Giannettini.

 

In una successiva deposizione, resa al Giudice Istruttore di Catanzaro il 28 giugno 1975, egli ha finito con l'ammettere che in effetti oggetto della registrazione magnetofonica era stata una conversazione fra lui ed il Giannettini, ma ha continuato a negare di averne reso edotto il gen. Maletti.

 

Quest'ultimo assunto è davvero inaccettabile sotto il profilo logico, perchè, a parte il fatto che - secondo il Giannettini – il nastro registrato era destinato proprio al gen. Maletti, è inverosimile che il capitano abbia tenuto sempre all'oscuro il suo diretto superiore di circostanze rilevantissime relative all'attività informativa di un collaboratore del S.I.D. e, cioè, dei suoi rapporti con persone accusate di gravissimi delitti contro le Istituzioni fondamentali dello Stato.

 

Di tali rapporti, comunque, il gen. Maletti aveva avuto già innegabilmente sentore. Egli non ha negato che effettivamente Guido Giannettini ebbe a chiedergli consiglio sull'opportunità o meno di sporgere querela per il contenuto dell’articolo diffamatorio apparso sul "Mondo" nell'aprile 1972; ed ha ammesso di aver dissuaso il suo collaboratore dall'azione giudiziaria.

 

Ebbe, quindi, contezza di quanto il giornalista Piero Sanavio aveva scritto circa una presunta partecipazione del Giannettini o di un agente del S.I.D. alla riunione eversiva di Padova del 18 aprile 1969.

 

Sempre nel 1972 il generale ricevette, inoltre, una confidenza - come ha precisato nelle udienze dibattimentali dei giorni 8 e 9 luglio1977 - circa la partecipazione di un sedicente ufficiale o collaboratore del S.I.D. alla citata riunione di Padova.

 

Tale confidenza e l'articolo di Sanavio non potevano non assumere, nella valutazione del Capo del Reparto “D", il significato di un reciproco controllo su un fatto assai allarmante degno del massimo approfondimento: un illecito legame fra un collaboratore del Servizio ed una cellula sovversiva.

 

Fu, infatti, attivato, sia pure senza particolare cura e senza alcun esito fruttuoso [Non fu presa alcuna annotazione scritta della notizia ricevuta sulla riunione del 18.4.69 nè fu interessato, per le opportune informazioni, il centro CS competente per territorio], il cap. Labruna per lo svolgimento di indagini sulla questione - secondo quel che ha dichiarato il gen. Maletti in dibattimento il 9 luglio 1977 - ed è, perciò, incredibile che fra i due ufficiali non sia corsa parola alcuna su quello che il Giannettini ebbe ampiamente a riferire al suddetto capitano, circa le sue fonti informative nel Veneto (Freda e Ventura), molto prima della citata lettera del 15 settembre 1973 inviata dal Giannettini stesso al gen. Maletti dalla Francia.

 

In verità emerge anche da altre risultanze che molto tempo prima del settembre 1973 il gen. Maletti era in possesso di notizie assai illuminanti sulle relazioni Giannettini-Freda-Ventura.

 

Contro questi ultimi due, in stato di custodia preventiva per il reato di associazione sovversiva, strage ed altro, il Giudice Istruttore di Milano stava già procedendo penalmente quando inviò al S.I.D., il 21 dicembre 1972, le "veline" rinvenute nella cassetta di sicurezza di Montebelluna, affinchè ne venissero accertate la provenienza e le circostanze in cui erano giunte a Giovanni Ventura.

 

Incaricato dell' esame delle "veline" suddette fu il Reparto "D"; ed il suo Capo, gen. Maletti, ben presto scoprì - come ha ammesso esplicitamente in dibattimento - che si trattava di rapporti redatti da Guido Giannettini per il S.I.D. ed evidentemente da lui passati anche ed abusivamente al Ventura.

 

La risposta del S.I.D. al Giudice Istruttore di Milano, resa tardivamente con un appunto datato 20.3.1973, non reca alcun cenno di tale scoperta dato l'atteggiamento di assoluta chiusura all'epoca assunto dal Servizio, circa l'identità delle proprie fonti fiduciarie, nei confronti della Magistratura; ma resta fermo il fatto che fra il 21dicembre 1972 ed il 20 marzo 1973 il gen. Maletti fu già ingrado di rendersi perfettamente conto di un oscuro ed abusivo apporto informativo da parte di Guido Giannettini nei confronti di soggetti imputati di gravissimi delitti contro l’assetto costituzionale dello Stato.

 

Tale apporto informativo, secondo le dichiarazioni rese al Giudice Istruttore di Milano da Giovanni Ventura in vari interrogatori fin dal 10 giugno 1972, sarebbe consistito più propriamente in un particolare scambio di notizie: nel senso che il Ventura, in cambio di quei rapporti poi rinvenuti nella cassetta di Montebelluna, avrebbe tenuto l'autore dei rapporti stessi al corrente dell'attività eversiva di Franco Freda e degli altri elementi operativi a quest'ultimo collegati.

 

Il Capo del Reparto "D" del S.I.D., che di tutte le risultanze istruttorie milanesi veniva costantemente e tempestivamente informato, era pertanto in condizioni ideali per valutare quanto fosse allarmante il comportamento del Giannettini, il quale non aveva mai reso edotto il Servizio di quel che il Ventura gli avrebbe riferito.

 

Non risulta che il gen. Maletti, cui incombeva - data la sua qualità di responsabile dei Servizi di controspionaggio e di sicurezza interna - il preciso dovere di chiarire il ruolo effettivamente svolto da quel suo collaboratore esterno (anzichè disporne l'espatrio clandestino) in relazione alle trame eversive della cosiddetta cellula veneta, abbia in realtà assolto questo suo compito delicato ed urgente.

 

Dalle sue dichiarazioni dibattimentali dell'otto luglio 1977 si ricava anzi il convincimento che nulla sostanzialmente egli abbia voluto fare in tale direzione. Egli ha detto in maniera esplicita di non aver preso alcun provvedimento per far luce sul comportamento del Giannettini in relazione alle "veline" di Montebelluna; ed ha addotto la seguente motivazione: "...ritengo si fu d'avviso che non si sarebbe ottenuto dallo stesso (Giannettini) una giustificazione attendibile. Ritengo che ci si riservasse di eseguire in seguito l'accertamento per altre fonti".

 

Ha aggiunto che poi non fu possibile reperire le fonti idonee.

 

Inquadrati in tali premesse, appaiono totalmente, al di fuori di ogni razionalità i motivi per i quali - a suo dire - il gen. Maletti non avrebbe fatto alcun riferimento ai rapporti di Giannettini con Freda e Ventura nella riunione di alti ufficiali indetta per il 30 giugno 1973, dal Capo del S.I.D., affinchè fosse formulato un giudizio sull'opportunità o meno di palesare al Magistrato la qualità del Giannettini stesso di collaboratore del Servizio.

 

I motivi sarebbero consistiti nel fatto che il gen. Maletti poco o nulla sapeva di tali rapporti e nell'esigenza di riservatezza nei confronti degli ufficiali che non facevano parte del S.I.D.

 

In realtà, però, il gen. Maletti sapeva già abbastanza per riconoscere l'opportunità delle indagini condotte dal Giudice Istruttore di Milano in direzione del Giannettini. Nè egli poteva ragionevolmente rappresentarsi esigenze di riservatezza nei confronti di alti ufficiali facenti parte di un ristretto consesso, che aveva il compito di formulare un giudizio responsabile anche sugli elementi a carico di Giannettini quale inquisito da parte dell'Autorità Giudiziaria e, quindi, il diritto-dovere di essere illuminato con compiutezza sulla situazione di fatto.

 

Rimane, perciò, senza alcuna legittima giustificazione la reticenza usata, dal gen. Maletti, nel corso di tale riunione. Fu una reticenza determinante - ed il capo del Reparto "D" non potette non esserne consapevole - in quanto la concorde opinione alla fine prevalsa, di affermare il principio che impone in generale la tutela delle fonti informative con il mantenimento della segretezza sulla loro identità, venne certamente condizionata dal fatto che furono taciuti fatti rilevantissimi , relativi al perdurare di un contatto fiduciario del S.I.D. con un collaboratore indiziato di collusione con un'organismo eversivo.

 

Riepilogando sin qui, può affermarsi con certezza che il gen. Maletti, in concorso con il cap. Labruna per la parte più spiccatamente esecutiva dell'operazione, ebbe deliberatamente ad eludere ed a ritardare le investigazioni del Giudice Istruttore relative alla persona di Guido Giannettini con una complessa attività: procurando l'espatrio dell'inquisito,assicurandone anche finanziariamente la permanenza all'estero, provocandone maliziosamente - con l’occultamento di dati molto rilevanti (il perdurare dei contatti del S.I.D. col collaboratore ed i legami di quest'ultimo con Freda e Ventura) - la copertura da parte del vertice militare promosso dal Capo del S.I.D.

 

 

E' appena il caso di osservare che l'assunto del gen. Maletti di avere, in tale vertice, espresso la ferma opinione di palesare al Magistrato la qualità del Giannettini non invalida le suddette conclusioni.

 

Anzitutto trattasi di un assunto che è stato contrastato dagli altri ufficiali presenti alla riunione.

 

Comunque ben poco valeva esprimere un parere tacendo le circostanze di fatto che potevano concretamente avvalorarlo e renderlo, così, concretamente degno di accoglimento. Potrebbe, anzi, ravvisarsi in tale presunto comportamento una più raffinata malizia.

 

Con l'emissione del mandato di cattura contro Guido Giannettini in data 9 gennaio 1974 il comportamento deviante ed elusivo, tenuto fino allora dal gen. Maletti e dal cap. Labruna in pregiudizio dell'opera di un Magistrato inquirente ed a protezione di un inquisito, si tradusse nel favoreggiamento di un latitante.

 

Del mandato di cattura i due ufficiali ebbero rapidamente notizia e formale comunicazione da parte del Giudice Istruttore di Milano; ma ciò non li indusse a troncare i contatti col Giannettini, al quale fu da loro erogato un ulteriore finanziamento a Parigi - come si è detto - nell'aprile 1974.

 

Per quanto particolarmente riguarda la condotta del gen. Maletti, è utile ricordare quanto risulta dalla deposizione testimoniale resa il 22 gennaio 1976 al Giudice Istruttore di Catanzaro del gen. Antonio Alemanno.

 

Questo ultimo, all'epoca Capo dell'Ufficio Sicurezza del S.I.D., era il tecnico delle procedure concernenti la tutela del segreto.

 

Egli ebbe dal Capo del Servizio nel gennaio 1974, dopo la emissione del suddetto mandato di cattura, l'incarico di valutare l'opportunità di un'eventuale modifica dell'atteggiamento preso nei confronti della Magistratura sulla questione "Giannettini".

 

In effetti, poi, il precedente atteggiamento di chiusura non fu cambiato perchè, come ha specificamente attestato il gen. Alemanno, il Reparto "D" assicurò che da tempo erano ormai troncati i rapporti col Giannettini e che nessun nuovo elemento era venuto fuori a carico dello stesso per i noti fatti delittuosi a lui ascritti.

 

Ancora una volta, quindi, il gen.Maletti, responsabile del Reparto "D", aveva fornito assicurazioni non rispondenti a verità influenzando l'operato degli altri ufficiali in favore del Giannettini; il quale veniva, così, mantenuto e protetto nel suo occulto rifugio in Francia.

 

Ancora nel giugno 1974 il gen. Maletti ebbe a reiterare come in appresso più diffusamente si dirà - il suo atteggiamento protettivo, assumendosi la responsabilità di celare in ben tre dichiarazioni, da lui sottoscritte il 18, il 20, il 29 e destinate al Ministro della Difesa che aveva chiesto urgenti informazioni sul caso Giannettini al Capo del S.I.D., gli ultimi contatti da lui avuti col Giannettini stesso nonchè il Paese ove questi si trovava.

 

(continua al capitolo XXIII Parte Quinta)