LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XXI     

[da pagina 662 a pagina 678]

 

 

I rapporti Giannettini-Freda-Ventura successivamente agli attentati: i “messaggi Mutti” – Il tentativo di procurata evasione in favore di Giovanni Ventura

 

 

 

La strategia processuale di Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini è stata sin dall'inizio caratterizzata dal tentativo di tenere le loro rispettive posizioni assai distanziate fra di loro e di farle sembrare, addirittura, in reciproco contrasto.

 

Si è già trattato di questo aspetto in relazione all'apparente divario ideologico ed operativo fra i primi due. Si è anche detto delle opposte versioni prospettate dal Ventura e dal Giannettini circa la natura e le finalità del loro rapporto informativo, nonché della terza e diversa spiegazione offerta dal Freda in dibattimento.

 

Perfino circa l'epoca in cui si conobbero il Giannettini ed il Ventura non si sono trovati d'accordo. Il primo, all’evidente scopo di separare nel tempo l'inizio dei rapporti con i suoi correi e di armonizzarlo con la sua tesi difensiva, ha inizialmente fatto decorrere dal 1967 le sue relazioni con il Freda e solo dalla fine di aprile del 1969 quelle col Ventura. Il secondo, invece, in uno dei suoi memoriali consegnati al giornalista Marco Nese ha puntualizzato di aver conosciuto il Giannettini nel 1967.

 

Le risultanze processuali hanno consentito di cogliere in fallo il Giannettini.

 

Infatti già in base ad alcune lettere esibite dal teste Guido Lorenzon, durante la deposizione da lui resa il 25 giugno 1975 al Giudice Istruttore di Catanzaro, era stato accertato che i rapporti fra il Ventura ed il Giannettini risalivano almeno al febbraio 1969.

 

Successivamente un nuovo elemento è venuto alla luce attraverso la testimonianza, resa al suddetto Giudice Istruttore il 12 gennaio 1976, dalla signora Giulia Castoldi Lenzi; la quale ha ricordato che presumibilmente nel 1968 aveva ricevuto una telefonata dal Giannettini.

 

Questi, da lei già conosciuto, le aveva detto che un editore suo amico di Castelfranco Veneto, tal Giovanni Ventura, desiderava che ella effettuasse per lui alcune traduzioni delle opere di Celine.

 

Qualche giorno dopo aver deposto, la testimone ha esibito al Giudice una lettera speditale in data 22.4.1968 da Giovanni Ventura, il quale nella stessa, preannunziandole una visita a Roma per la fine del mese, aveva fatto riferimento alla presentazione dell'"amico Giannettini".

 

E' stato, quindi, possibile stabilire che già nell'aprile 1968 erano in corso i rapporti di amicizia fra Giovanni Ventura e Guido Giannettini. Quest'ultimo, a contestazione di quanto sopra, ha dichiarato in febbraio 1976 di non ricordare la circostanza, ma non ha potuto escludere - modificando così le sue primitive dichiarazioni al riguardo - che Freda gli avesse presentato il Ventura nel 1968.

 

Da parte sua Giovanni Ventura, mosso dalle stesse esigenze di alterazione della verità, ha collocato la conoscenza fra il Giannettini ed il Freda nel 1969, insistendo nell'affermare di essere stato lui a provocarla mediante un apposito incontro: ciò evidentemente per rendere più credibile il suo assunto di informatore del Giannettini, nell'interesse del S.I.D., in danno del Freda.

 

Sarebbe stato certo controproducente, in relazione a tale assunto, porre in luce l'amicizia che da due anni legava il Freda al Giannettini e che quest'ultimo ha ammesso sin dal suo primo interrogatorio smentendo, così, il Ventura.

 

L'infelice esito dei tentativi di inquinamento della prova, posti in essere in ordine alla fase iniziale dei rapporti Giannettini-Freda-Ventura, si è ripetuto per quel che riguarda la condotta dei tre dopo l'esecuzione degli attentati per cui è processo.

 

Invero, a fugare gli apparenti contrasti reciproci, accuratamente preparati nell'impostazione difensiva della dialettica processuale, sono venuti fuori i "messaggi" inviati clandestinamente dal Freda e dal Ventura al Giannettini tramite l'imputato Claudio Mutti.

 

Dal testo dei due biglietti (a firma rispettivamente del Freda e del Ventura), dei quali si è detto analiticamente in narrativa (vedi parte III cap.I), si desume una concordata iniziativa di entrambi gli imputati firmatari ed una presupposta adesione del destinatario Giannettini ad una richiesta di collaborazione, i cui termini non risultano neanche accennati.

 

La clandestinità del mezzo adoperato ed il carattere misterioso della missione affidata al Mutti sono indicativi dell'intendimento di dissimulare il sostanziale accordo esistente fra il Freda, il Ventura ed il Giannettini, lasciando inalterato - sul terreno processuale - il loro contrasto risultante dalle tre diverse e divergenti linee difensive.

 

E' un'ulteriore manifestazione di quella tattica già adottata sin dall'inizio del procedimento dal Freda e dal Ventura; ed alla quale lo stesso Giannettini ha accennato durante la conversazione registrata con il cap. Labruna negli uffici del S.I.D. di via Sicilia.

 

A pag.4 del testo dattiloscritto di tale registrazione si leggono, infatti, le seguenti frasi pronunciate dal Giannettini:

 

"... Dunque Ventura, è un uomo di destra assolutamente e anche se adesso sostiene quello che sostiene e fa benissimo, perchè è l'unico modo per spaccare ulteriormente in due una PISTA NERA che è già inconsistente... Ha visto che la sinistra e soprattutto la Magistratura e certi organi di potere insistono su questo tasto, l'unica cosa è cercare di differenziare le due posizioni e se Freda è indubbiamente di destra, l'unico modo di differenziarlo è apparire di sinistra".

 

Lo specifico disegno perseguito con l'operazione dei "messaggi", consegnati al Mutti, rimane oscuro e non rivelabile.

 

Contrastanti fra di loro ed assolutamente inaccettabili sono le spiegazioni date dai protagonisti in dibattimento (v. verb. di confronto Franco Freda-Giovanni Ventura e Guido Giannettini in verb. ud. 27.4.77) sull’episodio.

 

Il Freda ha sostenuto che, essendo venuto a conoscenza di una intervista giornalistica relativa ad un'indagine che Guido Giannettini stava conducendo per rintracciare il cap.Hamid (il presunto arabo destinatario dei timers), aveva preso l'iniziativa di sollecitare con un messaggio il Giannettini stesso a concludere con utile risultato la suddetta ricerca.

 

Giovanni Ventura si era inserito per esigenze che si riferivano alla sua difesa processuale ed aveva, così, approfittato dell'occasione per comunicare col Giannettini attraverso Freda. Questi non aveva chiesto al Ventura quali fossero le esigenze difensive che intendeva soddisfare ricorrendo al Giannettini.

 

Assai poco convincente appare questa versione del Freda; il quale, a parte la genericità del suo riferimento ad una intervista giornalistica di cui non ha fornito alcuna indicazione precisa atta ad accertarne la corrispondenza con la realtà, è, anzitutto, smentito dal tenore dei due biglietti.

 

Infatti il Freda sottoscrisse solo il foglio di accompagnamento (diretto al latore Claudio Mutti) del biglietto principale, che è indubbiamente quello indirizzato al Giannettini e sottoscritto dal Ventura.

 

Inoltre proprio il difensore (all' epoca) di questo ultimo, l' avv. Ghidoni, figura nel messaggio come uno dei perni di quella missione. La clandestinità della missione stessa, poi, non trova giustificazione nell'allegata necessità di eludere il controllo della corrispondenza da parte del Giudice.

[nella copia fotostatica mancano le pagine 667-668]

…ni date da coloro che vi furono coinvolti, non può non costituire una salda conferma della preesistenza di un illecito vincolo societario fra il Giannettini, il Freda ed il Ventura nonostante ogni tentativo di dissimulazione, da parte di costoro, sul piano della formale condotta processuale.

 

Non vi è dubbio che, se a tale illecito sodalizio il Giannettini fosse rimasto estraneo e fosse stato coinvolto ingiustamente nel procedimento solo per effetto di una fraudolenta manovra ordita in suo danno dal Ventura, questi non avrebbe neanche lontanamente pensato di poter ottenere una collaborazione qualsiasi da parte di lui.

 

Nè potrebbero trovare ragionevole spiegazione i rapporti di amicizia rimasti inalterati fra i due, nonostante le apparenze processuali, e constatati - durante gli ultimi tempi,- anche dagli agenti di P.S. incaricati della sorveglianza di entrambi.

[Nota:la Questura di Catanzaro, poco tempo dopo la fuga del Ventura, ha fatto conoscere con rapporto del 16.7.78 (foll.308-309 cart.S-A fasc.6), i seguenti particolari: “E' opportuno far presente che specie in questi ultimi mesi Giannettini e Ventura, si sono frequentati assiduamente con scambio di visite reciproche, inviti a colazione e continue reciproche cortesie...”]

 

Il reato di tentato favoreggiamento ascritto a Claudio Mutti, per aver questi cercato di far pervenire i due biglietti alla loro destinazione, è compreso fra quelli per i quali è stato concessa amnistia con il D.P.R. 4.8.1978 n.413.

 

Nessuna condizione oggettiva o soggettiva osta all'applicazione del citato decreto di clemenza in favore del Mutti; il quale, d'altra parte, trovato dalla Polizia in possesso di quella clandestina corrispondenza e colto nel tentativo di recapitarla all'avv. Ghidoni per adempiere l'incarico ricevuto dal Freda (incarico chiaramente volto ad eludere le investigazioni dell'Autorità inquirente), non può beneficiare di più ampia formula di assoluzione nel merito ai sensi dell'art.152cpv.C.P.P.

 

Nè può essere accolta la eccezione di nullità dell'ordinanza di rinvio a giudizio per essere stato il Mutti rinviato dinanzi a questa Corte con un'imputazione ex artt.56-378 C.P., diversa da quella ex art.270 c.III C.P. originariamente contestatagli. Invero, a parte l'intempestività di tale eccezione, non ritualmente sollevata nel termine previstodall'art.439 p.p. C.P.P., deve rilevarsi che all'imputato, nel corso dei suoi interrogatori, sono stati compiutamente contestati i fatti costituenti oggetto dell'ultima formale incolpazione cristallizzata nel dispositivo del provvedimento di rinvio a giudizio.

 

La contestazione formale dell'accusa deve, quindi, ritenersi validamente integrata dagli interrogatori resi al Magistrato; con la conseguenza che non è ravvisabile alcuna irrituale immutazione dell'accusa stessa (v. Cass. sez. V 24.5.1977 Pardini in Cass. pene Mass ann.1978 n.1183 e numerosi precedenti conformi ivi citati).

 

 

Riprendendo in esame il criminoso vincolo societario "Freda-Ventura-Giannettini”, va aggiunto che esso riceve ulteriore dimostrazione dai frequentissimi rapporti intercorsi successivamente all'arresto di Giovanni Ventura fra la sorella di questi, a nome Mariangela, e Guido Giannettini.

 

Di tali rapporti, durante i quali il Giannettini diede consigli e seguì assiduamente le vicende del Ventura, spingendosi fino a rendersi autore di un tentativo di procurata evasione dello stesso dal carcere di Monza, si è già analiticamente trattato (v. parte III A cap.IX).

 

 

Occorre ora puntualizzare come il Giannettini, uomo tutt'altro che imprudente o sprovveduto, avrebbe considerato pericoloso ed accuratamente evitato ogni contatto con i familiari di Giovanni Ventura, dopo l'arresto di quest'ultimo, se non fosse stato a lui ormai indissolubilmente legato da illecite compromissioni nella compiuta attività eversiva.

 

Nel 1971 erano stati arrestati Franco Freda e Giovanni Ventura. Nel dicembre dello stesso anno erano stati scoperti dal Magistrato nella cassetta di sicurezza della Banca Popolare di Montebelluna i rapporti informativi che il Giannettini aveva, a suo tempo, rimesso ai medesimi Freda e Ventura.

 

Il 2 marzo 1972 era stato, poi, notificato a questi ultimi in carcere un nuovo e più completo mandato di cattura, con le formali contestazioni relative all'associazione sovversiva ed agli attentati del 1969.

 

Il 21 dello stesso mese di marzo il Giudice Istruttore di Treviso aveva disposto la trasmissione degli atti a Milano per competenza territoriale ravvisando, a carico dei due imputati, indizi sufficienti anche in ordine alla strage del 12 dicembre 1969.

 

 

Indi, nell'aprile 1972, era apparso sul settimanale "Il Mondo" il noto articolo con il quale il giornalista Piero Sanavio aveva parlato della famosa riunione eversiva di Padova del 18 aprile 1969 ed avanzato l'ipotesiche vi avesse partecipato proprio Guido Giannettini o, comunque, un elemento del S.I.D.

 

 

Si erano verificati, quindi, fatti tali da indurre il Giannettini a troncare senza indugio ogniulteriore contatto con l'ambiente del Freda e del Ventura, se si fosse trattato dell'abbandono di un semplice canale informativo; il quale da un lato era divenuto scottante e dall'altro non presentava ormai alcuna concreta utilità, in quanto già languiva nel 1969 per poi inaridirsi definitivamente con la carcerazione delle due presunte fonti.

 

Egli, invece, non solo non troncò i contatti, ma li curò in modo continuativo ed assai azzardato come si evince, in particolare, da due episodi.

 

Il primo riguarda la ricostruzione di un vecchio rapporto informativo chiestogli da Mariangela Ventura per conto del di lei fratello Giovanni. Il rapporto si riferiva all’addestramento di alcuni terroristi in Germania; ed il Giannettini suggerì a Mariangela Ventura il modo di ricostruirlo consegnandole degli appunti scritti di suo pugno e fornendole, così la possibilità di disporre di una prova documentale della paternità di quel rapporto stesso: ciò in un periodo di tempo in cui il nome del Giannettini stesso era ancora ben lontano dall'essere agganciato al procedimento attraverso i documenti rinvenuti a Montebelluna.

 

E' il caso di ricordare, a tal proposito, come il S.I.D., al quale il Giudice Istruttore di Milano insistentemente aveva chiesto notizie sull'autore dei rapporti di Montebelluna fin dal dicembre 1972, mantenne la copertura del suo informatore sino all'estate del 1974.

 

Il secondo episodio compromettente è costituito dalla proposta di fare evadere Giovanni Ventura; ed a tal riguardo in sede dibattimentale sono emersi nuovi elementi.

 

Già in fase istruttoria - come si è già detto - le affermazioni di Mariangela Ventura, circa l'incarico di far evadere il fratello Giovanni conferitole da Guido Giannettini per mandato di una certa parte del S.I.D., risultavano assistite da molteplici riscontri probatori.

 

Invero, a parte la conferma della circostanza da parte della moglie del Ventura, Pierangela Baietto, anch'ella presente all'atto del conferimento dell’incarico, si era potuto accertare - in seguito ad una ispezione eseguita dal Magistrato nel carcere circondariale di Monza che effettivamente tutte le porte delle celle del reparto "uomini", ove era stato ristretto Giovanni Ventura, potevano essere aperte con la chiave consegnata alla di lui sorella Mariangela (come quest'ultima ha riferito) da Guido Giannettini.

 

Inoltre da un accertamento peritale eseguito sul contenuto di una delle due bombolette spray, che Mariangela Ventura ha dichiarato di aver ricevuto dal Giannettini - unitamente alla chiave - affinchè potessero essere posti fuori causa gli agenti di custodia durante l'evasione, era emerso che trattavasi di un energico gas lacrimogeno largamente impiegato dalle Forze di Polizia di molti Paesi.

 

Va richiamato, ancora, quanto si è già esposto in narrativa sull'intervista rilasciata al giornalista Mario Scialoia del settimanale “L’Espresso" da Jean Parvulescu (alias Jean Walter), il quale, amico del Giannettini, ha dichiarato di aver ricevuto confidenzialmente da quest'ultimo la notizia del tentativo di procurata evasione concepito dal S.I.D. per Giovanni Ventura.

 

Ulteriore riscontro di quanto hanno sostenuto Mariangela Ventura e Pierangela Baietto, particolarmente per quel che riguarda l'analoga operazione del S.I.D. in favore di Marco Pozzan loro accennata dal Giannettini, è costituito dal fatto che effettivamente - come si dimostrerà - il latitante Pozzan fu fatto espatriare da elementi del S.I.D.

 

In dibattimento il S.I.D., su richiesta specifica della Corte, ha fatto conoscere con nota n. prot.O/4/23915/0/1 del 20 dicembre 1977 che nel febbraio 1972 il Reparto “D" si era approvvigionato di bombolette spray a pressione prodotte dalla ditta "Imuwa Handels Acch Berna Cerechtigkeits-Gasse 51".

 

Dal depliant e dalle relazioni tecniche della ditta elvetica fornitrice, inviate dal Servizio in xerocopia, si rilevava che tali bombolette contenevano "Alfacloracetofenone" (sostanza, con effetto lacrimogeno, registrata, nel gruppo 1 dell'elenco dei veleni del cantone di Zurigo) e non potevano essere vendute al libero commercio essendo soggette alle norme della legislazione sulle armi.

 

Questa Corte, preso atto che la suddetta sostanza era la stessa di quella contenuta nella bomboletta esibita da Mariangela Ventura e sottoposta a perizia in fase istruttoria, disponeva con ordinanza del 5 gennaio 1978 l'acquisizione degli esemplari di tali oggetti esistenti presso il S.I.D.

 

Si è potuto, così, constatare nell'udienza del 31 successivo che uno dei suddetti esemplari (precisamente il tipo più piccolo) è identico, sia nella forma che nelle dimensioni, a quello consegnato dalla Ventura.

 

Queste emergenze dibattimentali integrano e potenziano le risultanze istruttorie ed autorizzano a ritenere che Guido Giannettini, quando propose ai familiari di Giovanni Ventura l'evasione del loro congiunto, aveva ricevuto, unitamente alla consegna di quegli strumenti utili per la concreta realizzazione del piano proposto, un preciso mandato da persone facenti parte dell'organismo statale di cui era collaboratore.

 

La logica consente di individuare, fra tali persone, certamente coloro i quali, per le delittuose protezioni a lui accordate, sono stati incriminati nel presente procedimento.

 

Il Giannettini, uomo riservato e non incline a palesare senza necessità gli avvenimenti nei quali si coinvolse per i suoi rapporti col S.I.D., ha naturalmente negato il ruolo attribuitogli in un preteso tentativo di procurare la evasione del Ventura.

 

Ha contraddetto, perciò, Mariangela Ventura, durante il confronto con lei avuto dinanzi al Giudice Istruttore di Catanzaro il 19 gennaio 1976, dicendo di non averle mai parlato di tale argomento nè consegnato chiavi o bombolette.

 

Nel contesto del confronto egli, tuttavia, ha pronunciato una frase assai illuminante sulla vicenda, quasi a voler far intendere in modo indiretto ciò che non si è sentito di affermare esplicitamente: “Ribadisco che non era nelle mie possibilità personali procurarmi, in ipotesi, la chiave di una cella di un carcere, ma che solo un'organizzazione potente come il S.I.D. poteva darmi la chiave che tu affermi, Mariangela, ti abbia consegnato".

 

I riscontri probatori sopra esposti impediscono di ritenere accettabile quanto la difesa del Giannettini ha sostenuto in ordine a tale episodio: cioè che Giovanni Ventura avrebbe introdotto tardivamente nel processo quella proposta di fuga non come fatto realmente avvenuto, bensì come mero espediente per ottenere un prolungamento delle indagini istruttorie e, quindi, la sua scarcerazione per decorrenza dei termini massimi di custodia preventiva.

 

In verità non può escludersi che il Ventura abbia tenuto presente anche questo scopo, ma da ciò non può ricavarsi automaticamente la falsità delle sue rivelazioni; la cui tardività ben può spiegarsi, d'altronde, con la considerazione che quelle notizie compromettenti unitamente alle garanzie reali offertegli e rimaste in suo possesso, erano utilizzabili pure come arma di riserva e di ricatto verso gli ambienti di potere da cui era partita quella proposta di evasione.

 

Quanto sopra premesso in punto di fatto, va tuttavia rilevato che sia il Giannettini, sia gli ufficiali del S.I.D. (gen.Maletti e cap.Labruna), ai quali è stato fatto carico nei capi d'imputazione di aver tentato di procurare l'evasione di Giovanni Ventura, devono essere assolti con la formula "perchè il fatto non costituisce reato".

 

Essi, invero, essendosi limitati a formulare mere proposte, sia pure accompagnate dalla garanzia della consegna delle chiavi del carcere e delle due bombolette narcotizzanti, hanno tenuto una condotta limitata alla fase preparatoria del reato; e non vi è la prova che ad essa abbia fatto seguito alcun atto idoneo diretto all'esecuzione del delitto loro contestato.

 

Esulano, cioè, nella specie, gli estremi del tentativo punibile ai sensi dell’art.56 C.P.

 

Resta, comunque, insopprimibile storicamente, con tutto il suo carico di preoccupanti problemi sulle motivazioni ispiratrici ed il suo riflesso probatorio sulla posizione processuale degli imputati Giannettini, Maletti e Labruna, in ordine agli altri reati loro ascritti, il fatto che un piano di evasione fu elaborato e proposto in favore di Giovanni Ventura per iniziativa od almeno con la partecipazione di esponenti del S.I.D.

 

Nei capitoli che seguono saranno indicate le altre risultanze processuali che consentono di inquadrare il criminoso ruolo svolto da Guido Giannettini nell'ambito della struttura statale ove egli era inserito.

 

(continua al capitolo XXII Parte Quinta)