LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XX    

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Guido Giannettini nell’associazione sovversiva e negli attentati del 1969

 

 

 

Innegabili sono i frequenti contatti verificatisi nel corso del 1969, oltre che in altri anni precedenti e successivi, fra Guido Giannettini, Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

Lo stesso Giannettini li ha ammessi durante l'interrogatorio reso al Giudice Istruttore di Milano il 26 settembre 1974, anche se in seguito ha cercato di ridurre la portata di questo suo riconoscimento restringendo il numero dei contatti stessi a quattro o cinque per il 1969.

 

Risultano, infatti, dal verbale del suddetto interrogatorio, una domanda del Giudice Istruttore con relativa risposta del Giannettini assai significativa al riguardo: "G.I.: resta il fatto che nel 69, anno nel corso del quale Lei ha ammesso di aver avuto numerosi contatti con Freda e con Ventura, lei per il S.I.D. ha prodotto pressocchè niente; imp.: non credo di aver altro da aggiungere”.

 

D'altra parte, già in base al numero e alle date dei rapporti informativi redatti nel 1969 e poi rinvenuti nella nota cassetta di sicurezza della Banca Popolare di Montebelluna (ai quali rapporti va aggiunto quello della cosiddetta "scuola di Bad Ems", recante la data 21 ottobre 1969 e dal Giannettini ricostruito a richiesta di Mariangela Ventura - v. parte III cap. IX), rimangono documentate almeno otto occasioni di contatto nel suddetto anno.

 

In realtà la frequenza delle relazioni fra i tre dovette essere ben maggiore se a Marco Pozzan, come il Giannettini ha esplicitamente riferito (il Freda ha cercato invece in dibattimento di negarlo), era stata assegnata la particolare funzione di "cassetta o casella postale" - data, evidentemente, la continuità dei rapporti - anche per fissare gli appuntamenti.

 

Sui motivi di queste loro relazioni i tre imputati hanno fornito spiegazioni tra loro contrastanti e tutte inaccettabili.

 

Guido Giannettini, che ha sostenuto - come si è detto - di avere utilizzato il Freda ed il Ventura come canale informativo nel campo della sinistra extraparlamentare veneta, è stato costretto, dall'evidenza dei fatti, ad ammettere che in realtà detto canale languiva nel 1969.

 

Solo due rapporti, entrambi recanti la data 16.1.69, costituiscono la produzione informativa sulla sinistra fornita in tale anno al S.I.D. dal Giannettini, il quale ciò ha riconosciuto esplicitamente nell'udienza dibattimentale del 14 marzo 77.

 

Fu proprio questa sua scarsa produttività che indusse il gen. Federico Gasca Queirazza a sospendergli la retribuzione mensile nell'estate del 1969.

 

Merita attenzione, a tal riguardo, il fatto che proprio in quello stesso anno, nel corso del quale ebbe a svolgersi la serie di attentati per cui è processo, ben più numerosi furono i rapporti informativi (almeno otto, come si è detto) rimessi dal Giannettini al gruppo Freda-Ventura.

 

Non vi fu quindi alcuna effettiva reciproca trasmissione di documenti con le modalità specificate da Giannettini medesimo; il quale, nella lettera al gen.Maletti del 15 settembre 1973, ha precisato che i suoi rapporti con Freda e Ventura consisterebbero sempre ed esclusivamente in uno scambio di notizie: "In cambio delle informazioni e della documentazione passatemi da Freda, gli fornivo alcuni dossiers da me stilati sulla situazione intemazionale”.

 

Nè durante l'anno precedente il suddetto canale informativo veneto era stato più proficuo, se lo stesso Giannettini ha ammesso nell'interrogatorio reso al Giudice Istruttore di Milano il 27.8.1974 che, dei rapporti informativi da lui inviati nel 1968 al S.I.D. e da quest'ultimo poi rimessi al Magistrato con nota del 15.7.74, solo uno (costituito da sei righe sui movimenti di sinistra a Perugia ed a Padova) conteneva notizie fornitegli da Freda.

 

Vero è che in epoca successiva il S.I.D. ha rinvenuto nei suoi archivi altri rapporti del Giannettini e li ha rimessi all' Autorità Giudiziaria procedente; tuttavia trattasi di documenti che si riferiscono ad osservazioni su ambienti internazionali o, comunque a materie non appartenenti al campo informativo del canale veneto.

 

Le riserve formulate in fase istruttoria dal Giannettini, secondo il quale il S.I.D. sarebbe stato restio a trasmettere al Magistrato tutti i rapporti informativi da lui ricevuti, sono palesemente infondate, almeno per quanto riguarda la materia che direttamente ci occupa.

 

Invero sarebbe stato vivissimo interesse del S.I.D. trasmettere al Giudice tutti gli altri rapporti del Giannettini sui gruppi della sinistra extraparlamentare, se effettivamente ne avesse da lui ricevuti di più, all'evidente scopo di giustificare il mantenimento delle relazioni informative con un collaboratore la cui attività tanti sospetti aveva suscitato a carico dello stesso Servizio.

 

D'altra parte il Giannettini, uomo metodico ed ordinato, uso a conservare copia dei suoi elaborati, non è stato in grado di documentare l'esistenza (nè di offrire elementi per la loro ricostruzione) di altri rapporti informativi, in materia, da lui inviati al S.I.D. e da quest'ultimo occultati.

 

Egli ha sostenuto di aver distrutto tutte le copie dei rapporti in suo possesso per non coinvolgere il Servizio, quando, dopo il noto articolo di Sanavio sul "Mondo” dell'aprile 1972 , aveva temuto di essere raggiunto dalle indagini giudiziarie; e di aver consegnato al cap. Labruna, su consiglio di questi, una borsa piena di documenti relativi alla sua attività informativa.

 

Tuttavia egli non ha saputo opporre alcuna valìda giustificazione al Giudice Istruttore di Milano; il quale, a tal proposito, gli aveva subito contestato l'incongruità di queste sue asserite misure precauzionali, dal momento che proprio quei documenti informativi, oltre a non essere obiettivamente compromettenti per alcuno potendo essi passare per meri elaborati di carattere giornalistico, costituivano la sua preziosa ancora di salvezza per chiarire la sua posizione nei riguardi del Freda e del Ventura nell'eventualità di un suo coinvolgimento nel processo penale instaurato a carico di costoro.

 

Anche per il 1968 - come si è sopra detto circa il 1969 - alla estrema povertà di notizie ottenute dal Freda il Giannettini fece corrispondere l'invio al gruppo Freda-Ventura di vari rapporti informativi (almeno sei, secondo quanto risulta dalla documentazione rinvenuta nella cassetta di sicurezza di Montebelluna).

 

Il fatto che negli anni 1968-69, nonchè nel periodo di tempo successivo fino all'arresto di Franco Freda e Giovanni Ventura, non vi fu un vero e proprio scambio di notizie fra Giannettini ed il gruppo Freda-Ventura ma, sostanzialmente, una corrente di informazioni a senso unico dal primo verso il secondo, deve essere valutato in relazione alla natura dei rapporti redatti dal Giannettini stesso e rinvenuti in copia nella cassetta di Montebelluna.

 

Si tratta di rapporti che rivelano chiaramente - come si è già dimostrato –la loro idoneità a servire piuttosto a scopi di infiltrazione e provocazione negli ambienti di sinistra, anzichè alle esigenze di un Servizio di sicurezza dello Stato.

 

Ciò denuncia, quindi, la insussistenza di un reale apporto informativo di fonte "Freda e Ventura" voluto ed attuato da Guido Giannettini in favore del S.I.D., o, quanto meno, la netta prevalenza negli intendimenti del Giannettini medesimo, specie durante il 1969, di finalità ben diverse da quelle istituzionali del Servizio.

 

La costruzione difensiva del Giannettini cozza, inoltre, contro la secca smentita di Freda; il quale, pur non essendo controinteressato ad una versione che poteva in qualche modo farlo inquadrare fra i collaboratori indiretti del S.I.D. e porlo, cosi, al riparo da accuse di sovversione contro l'assetto legale dello Stato, ha negato di avere svolto alcun ruolo per il procacciamento di notizie negli ambienti della sinistra extraparlamentare (evidentemente essendosi reso conto che trattavasi di una tesi non documentabile) ed ha spiegato in maniera diversa i suoi contatti col Giannettini stesso, fornendo i chiarimenti dibattimentali esposti in narrativa.

 

Una terza, distinta ed inaccettabile versione ha escogitato Giovanni Ventura, sui rapporti da lui avuti col Giannettini e col Freda, come si è spiegato trattando la posizione del Ventura medesimo in ordine al ruolo di informatore da lui rivendicato.

 

Da quanto finora detto consegue necessariamente, sul piano logico, che, se il Giannettini, il Freda ed il Ventura hanno addotto motivazioni false e contrastanti per spiegare le relazioni tra di loro intercorse nel 1969, evidentemente il vero motivo delle relazioni medesime è illecito ed inconfessabile.

 

Che tale inconfessabilità sia legata a comuni finalità eversive, dai tre concordemente perseguite, è possibile affermare sulla base di molteplici indicazioni.

 

Guido Giannettini ben conosceva l'attività eversiva in corso della "cellula veneta" diretta da Franco Freda e Giovanni Ventura. Quest'ultimo in fase istruttoria ha precisato di aver sempre tenuto al corrente lui e "l'amico rumeno" degli attentati commessi sino all' estate del 1969; e di essere stato da loro due preventivamente autorizzato a compromettersi in qualcuno degli attentati stessi, sul terreno operativo, con la promessa di una copertura politica: ciò fino alle bombe sui treni, in quanto la prospettiva dei fatti terroristici già gravi avrebbe indotto il Giannettini ed il rumeno a vietargli ogni ulteriore compromissione col gruppo "Freda".

 

Questi riferimenti sono stati collocati da Giovanni Ventura nel contesto dell'inaccettabile sua impostazione difensiva già esaminata; tuttavia essi non possono considerarsi travolti dalla falsità che inficia il complesso di tale impostazione, in quanto sono assistiti da precisi riscontri di prova logica e specifica.

 

Negli interrogatori del 10 e del 24 maggio 1973 il suddetto Ventura ha dichiarato che, prima di sapere che era stato Guido Lorenzon a tradirlo denunciandolo all'Autorità Giudiziaria, egli aveva sospettato del Giannettini e del rumeno e che proprio a questi ultimi due egli si era voluto riferire quando aveva accennato vagamente a tali sue supposizioni parlando, nei primi giomi del 1970, con lo stesso Lorenzon.

 

Sono dichiarazioni che ricevono un controllo preciso, di epoca e provenienza non sospette, dalla testimonianza dell'attendibile Guido Lorenzon, nella parte in cui questi ha rievocato la prima reazione di Giovanni Ventura alla notizia del tradimento.

 

"Avuta la mia confidenza - cosi si è espresso il testimone - il Ventura si sorprese non poco, ricollegò il fatto della perquisizione subita alle mie rivelazioni e mi disse che finalmente si spiegava perchè in questura, dov'era stato convocato a chiarimenti prima del giorno di Natale, gli fosse stato detto che avevano sul suo conto informazioni precise. Il Ventura mi confessò anche che, ripensando a quanto gli era di recente accaduto, aveva sospettato che le informazioni su di lui avessero potuto darle tre persone: io e altre due persone. Aveva escluso me, credo, per considerazioni inerenti ai nostri rapporti di amicizia e, sul conto di una delle altre due (mi pare, di Milano), mi disse che era in attesa di notizie. Aggiunse poi che avrebbero potuto emergere prove di responsabilità a suo carico soltanto se vi fossero stati cedimenti da qualche parte"[v. dep. Guido Lorenzon al S.Proc. Rep. di Treviso del 18.1.1970 (cart.1 fasc.1 fol.28 r. istruttoria "Freda-Ventura" )].

 

Questa testimonianza prova che Giovanni Ventura effettivamente si pose il problema di chi lo avesse tradito delle sole tre persone sospettabili, che erano in grado di nuocergli perchè sapevano tutto della sua attività. Da ciò si evince che “le altre due persone", ossia Giannettini ed il rumeno, dovevano sapere dell'attività eversiva almeno quanto sapeva il Lorenzon.

 

Si spiega inoltre, logicamente, il perchè, nella valutazione del Ventura, il quale era al corrente - come ancora si dirà fra poco - della qualità di collaboratore del S.I.D. di Guido Giannettini, questi si presentava fra i più sospettabili: il Giannettini, infatti, era pur sempre un elemento vicino alle tecniche insidiose tipiche dei Servizi segreti ed appariva, inoltre, coperto dalle garanzie sostanziali di immunità che i Servizi stessi sono in grado di apprestare per i loro collaboratori.

 

Ragionevolmente quindi, in un primo tempo, il Ventura ebbe a sospettare che il Giannettini medesimo potesse essersi comportato nei suoi confronti da agente provocatore.

 

E' appena il caso di accennare ad un particolare sul quale si è soffermata la difesa di Guido Giannettini per sminuire l'efficacia probatoria del suddetto riscontro testimoniale: secondo la detta difesa, essendosi il Lorenzon riferito ad una persona "di Milano", non potrebbe mai trattarsi del Giannettini che risiedeva a Roma. In realtà una serena valutazione di questo dettaglio conduce a ritenere che esso non può assumere alcun rilievo. Anzitutto non può trascurarsi la incertezza della circostanza sul piano storico, giacchè il Lorenzon - come si rileva dalla parte della sua testimonianza sopra trascritta - disse testualmente: "mi pare, di Milano".

 

In secondo luogo l'imprecisione di tale riferimento può trovare adeguata spiegazione nelle tendenze mistificatrici di Giovanni Ventura, spesso colto nel confessare cose vere con particolari svianti.

 

Giovanni Ventura merita, quindi, credito circa le progressive informazioni da lui fornite, in ordine ai singoli attentati in programma, a Guido Giannettini.

 

Naturalmente egli, nell'evidente tentativo di tenere lontano da sè in particolare l'ultimo e più grave episodio di terrorismo durante i suoi interrogatori, ha cercato di spezzare le sue relazioni col Giannettini in ordine agli attentati sostenendo che esse si erano ormai praticamente esaurite dopo le esplosioni degli ordigni sui treni nell'agosto 1969.

 

Tuttavia tale tentativo non è idoneo a produrre alcun valido effetto difensivo; in quanto è chiaro che Giannettini, se doveva sapere - come sopra si è detto – almeno quanto sapeva il Lorenzon circa l'attività eversiva e gli attentati per poter essere sospettato in un primo tempo di tradimento dal Ventura, necessariamente era al corrente anche delle notizie concernenti la strage.

 

Non va trascurato il fatto che la strage di Milano costituiva indubbiamente il fatto più importante intorno al quale ruotavano, in quel periodo di tempo compreso fra la fine del 1969 e l'inizio del 1970, le prime accuse del Lorenzon, le febbrili investigazioni delle competenti Autorità dello Stato e le preoccupazioni del Ventura.

 

Furono proprio i sedici morti di Milano a far decidere il Lorenzon, come questi ha dichiarato, che era ormai un suo inderogabile dovere civico e morale denunziare all'Autorità Giudiziaria l'attività eversiva dell'amico Giovanni Ventura; e quest'ultimo, da parte sua, appena cominciò a sentirsi inquisito con la perquisizione domiciliare del 20 dicembre 1969 e gli interrogatori successivi, i quali si riferivano chiaramente ai recenti attentati del giorno 12, non potè non ricollegare a quegli stessi recenti e gravissimi fatti di sangue le sue preoccupazioni ed i suoi sospetti di tradimento.

 

In verità Giovanni Ventura continuò a tenersi in stretto contatto con Guido Giannettini anche dopo la strage.

 

Egli ha riferìto nel suo interrogatorio del 24.5.1973 di aver incontrato il Giannettini stesso a Roma nei giorni immediatamente successivi al 12 dicembre 1969, di averlo informato dell'interrogatorio e della perquisizione domiciliare cui era stato sottoposto, di aver da lui saputo nella stessa occasione che il giorno 13 vi era stata presso il Ministero degli Interni una riunione, nel corso della quale si era delineato un contrasto tra il Capo della Polizia (Vicari) ed il Ministro (Restivo) sull'orientamento da imprimere alle indagini per gli attentati del giorno precedente: il primo voleva orientare le indagini verso gli ambienti di destra ed il Ministro, invece, pretendeva per motivi politici che la responsabilità di quei crimini fosse attribuita al più presto ad un ambiente di sinistra.

 

Il Giannettini, interrogato specificamente su tali circostanze nell'udienza dibattimentale del 14 aprile 1977, ha ammesso di essersi incontrato col Ventura a Roma il 20 dicembre 1969 e di avergli parlato del contrasto sorto fra Ministro degli Interni e Capo della Polizia. Ha escluso però di essere stato reso edotto della perquisizione domiciliare subita dal Ventura; e ciò non è senza significato, giacchè denota la sua tendenza a negare ogni particolare idoneo a coinvolgerlo nelle vicende processuali del Ventura.

 

In realtà vi sono valide ragioni per ritenere vero il particolare negato dal Giannettini, dal momento che questi - come in appresso si chiarirà - costituì sempre il punto di riferimento dei familiari di Giovanni Ventura, dopo l'arresto di costui, per la preparazione di strategie difensive spinte, addirittura, fino ad una proposta di evasione.

 

Riepilogando sul punto in esame, deve quindi ritenersi accertato che Guido Giannettini fu sempre puntualmente informato dell'attività terroristica progettata e poi effettivamente compiuta per la realizzazione degli attentati del 1969.

 

Le affermazioni di Giovanni Ventura a tal riguardo non solo trovano riscontro nella citata testimonianza di Guido Lorenzon, ma consentono una spiegazione pienamente accettabile sul piano logico e psicologico.

 

E', infatti ragionevole che i primi sospetti di tradimento del Ventura si siano rivolti verso l'uomo legato ai "doppi giochi" tipici dei Servizi segreti. Nè può sostenersi che il Ventura stesso abbia avuto interesse a mentire, per le esigenze della sua costruzione difensiva,nel dare tardivamente il nome ed il volto del Giannettini ad uno di quei due soggetti della cui lealtà aveva in principio sospettato; giacchè trattasi di una indicazione che sul piano probatorio si ribalta proprio su chi l'ha fornita.

 

Se il Ventura, infatti, sospettò di Giannettini appena si vide coinvolto nelle indagini per gli attentati del 12 dicembre 1969, evidentemente ben sapeva - contrariamente a quanto ha cercato di far credere con la sua tesi difensiva - che anche della progettazione e dell'esecuzione di questi ultimi gravissimi episodi terroristici del 1969 il Giannettini medesimo era stato messo al corrente.

 

Da quanto finora si è detto si profila già chiaramente la correità di Guido Giannettini con Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

Nè il Freda nè il Ventura, i quali - come si è già dimostrato - agivano concordemente, si sarebbero azzardati a svolgere un 'attività sovversiva tenendone edotto il Giannettini se questi non fosse stato loro complice. Essi ben sapevano che quest'ultimo aveva stretti legami con alti vertici degli ambienti militari.

 

Franco Freda lo ha ammesso in dibattimento e Guido Giannettini sin dalla fase istruttoria.

 

[E' interessante, del citato interrogatorio di Guido Giannettini, il seguente passo: "Ricordo che una volta sono andato di urgenza a Padova addirittura in aereo e con spese rimborsabili dal S.I.D. perché Freda mi aveva detto che c'era la possibilità di mettere le mani su un deposito di armi dei marxisti leninisti, un gruppo vicino ad Osvaldo Pesce. L'operazione non fu portata a termine in quanto il deposito fu spostato e non se ne seppe più niente, prima ancora che il S.I.D. potesse intervenire.

G.I. Allora se Freda si rivolge a Lei per far intervenire i Carabinieri e sequestrare i depositi di armi vuol dire che sapeva che lei era un agente del S.I.D. Risposta: Freda sapeva che io ero vicino agli ambienti militari ed allo Stato Maggiore della Difesa e quindi che avevo possibilità di far intervenire i Carabinieri” (v. cart.25 fasc.8 (4-D) fol.13 r. istruttoria “Giannettini”)]

 

 

Giovanni Ventura già nell'autunno del 1969 ebbe a confidare ad Alberto Sartori di essere in contatto con un elemento del S.I.D.; e la stessa confidenza fece a Pietro Loredan quando cominciò a passargli i noti rapporti informativi. Perciò sarebbe stata proprio una follia tenere informato dello sviluppo di una strategia sovversiva e terroristica un elemento così vicino alle alte gerarchiemilitari ed ai Servizi di sicurezza dello Stato, se non si fosse potuto contare sulla sua complicità.

[v. dep. Alberto Sartori al G.I. di Milano in data 8.4.12 (vol.25 fasc.2 foll.9-11 "istruttoria Freda")]

 

(continua al capitolo XXI Parte Quinta)