LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XVI    

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Le ulteriori richieste della difesa di Franco Freda

 

 

 

Nel rassegnare le conclusioni definitive la difesa di Franco Freda non si è limitata a chiedere l'assoluzione del proprio assistito ed, in linea subordinata, la di lui condanna - previa concessione di alcune attenuanti - al minimo della pena; ma ha articolato, altresì, una serie di richieste che vanno ora separatamente prese in esame.

 

E' stata, anzitutto, rivolta specifica istanza per ottenere una formale declaratoria di nullità, ai sensi degli artt.441, 185 n.3, 367 u.p. e 496 bis C.P.P., dell'interrogatorio reso in dibattimento dall'imputato Franco Freda, essendo stata omessa, in tale fase processuale, la lettura integrale del testo trascritto delle registrazioni magnetofoniche di quanto dichiarato dall'imputato medesimo al Giudice Istruttore.

 

Vi è da premettere che nel corso del dibattimento si è avuta occasione di rilevare, circa gli interrogatori resi dagli imputati in fase istruttoria, una parziale difformità fra il contenuto diretto della registrazione degli stessi e quello del testo successivamente trascritto mediante l'opera di un traduttore.

 

Esigenze di speditezza processuale hanno impedito di procedere a nuove e corrette traduzioni, le quali, d'altraparte, non sono imposte da alcuna norma processuale; sicchè la Corte, con ordinanza in data 14 febbraio 1977, ha deciso di omettere la lettura delle trascrizioni errate con riserva di procedere all'ascolto diretto delle registrazioni nelle parti che avrebbero potuto di volta in volta assumere rilevanza.

 

Venendo, ora, all’esame della suddetta istanza difensiva, è di tutta evidenza che nessun dovere imponeva la lettura di testi trascritti il cui contenuto era risultato non conforme a quello delle registrazioni originali: vi era, anzi, il dovere contrario e ad esso si è uniformata questa Corte.

 

Nè vi era alcun obbligo di procedere all'ascolto integrale di tutte le registrazioni degli interrogatori istruttori all'atto in cui il Freda è stato chiamato a rendere le sue discolpe in dibattimento. Vero è che, in base al combinato disposto degli artt.367 u.p. e 496 bis u.p. C.P.P., le registrazioni, quando abbiano avuto effetto e siano chiaramente intellegibili, costituiscono - in ordine alle dichiarazioni in esse contenute - una documentazione prevalente rispetto allo stesso verbale redatto dal cancelliere. Tuttavia per quanto concerne specificamente le dichiarazioni rese dall’imputato, è facile osservare che l'art.499 C.P.P. ne impone la lettura integrale (nella specie l'ascolto integrale delle bobine registrate) limitatamente al giudizio contumaciale o in assenza del giudicabile.

 

Diversa disciplina è dettata, invece, nel caso di imputato presente (qual'era il Freda) dall'art.441 C.P.P.; il quale, in omaggio al principio dell'oralità, affida - come questa Corte ha puntualizzato con ordinanza del 15 febbraio 1977 – “ai poteri discrezionali di chi dirige il dibattimento di disporre, in modo totale o parziale, la lettura di singole dichiarazioni o l'ascolto di determinate eventuali registrazioni delle dichiarazioni medesime quando ciò sia necessario per contestare all'imputato, mentre questi rende oralmente il suo interrogatorio, inesattezze, contraddizioni o ricordi imprecisi rispetto a quanto lo stesso abbia precedentemente riferito nel corso del procedimento".

 

Questi poteri discrezionali ha rettamente esercitato nella specie il Presidente del Collegio giudicante; al quale, peraltro, non è rimasto largo spazio per effettuare contestazioni nei confronti del Freda, essendosi questi ben presto rifiutato di proseguire nel rendere il suo interrogatorio dibattimentale in base alla facoltà riconosciutagli dall'art.78 u.p. C.P.

 

Pertanto la lamentata nullità dell’interrogatorio medesimo non sussiste.

 

Altra eccezione di nullità è stata, nell'interesse del Freda sollevata, ai sensi degli artt.I85 n.3 - 314-315-315bis- 303-304 bis e ter C.P.P., relativamente alle perizie sui timers effettuate per incarico del Giudice Istruttore di Milano dai proff.ri Dumini, Matteoli e Reggiori, sul presupposto che i periti nominati avrebbero (illegittimamente e senza alcun intervento del Giudice) delegato ad un estraneo, il prof. Fausto Colarusso, il compimento di parte delle operazioni loro affidate.

 

La stessa questione, sollevata dalla stessa difesa, è stata già risolta - con il rigetto dell'eccezione di nullità - da questa Corte; la quale ribadisce in queste sede le motivazioni del proprio provvedimento emesso in data 1.8.1978.

 

Delle stesse perizie "Dumini-Matteoli-Reggiori" la difesa del Freda ha eccepito la nullità anche sotto un diverso profilo: quello che attiene alle alterazioni riscontrate sulla data di una bolla di consegna dei quadranti digraduazione forniti dalla ditta Pitzalis di Cusano Milanino alla ditta Gavotti di Milano per il completamento dei timers da quest‘ultima distribuiti sul mercato italiano.

 

Si è sostenuto che tali alterazioni e la mancanza degli altri dati documentali (poi emersi in dibattimento), relativi ai rapporti commerciali Pitzalis-Gavotti, avrebbero influenzato la formulazione dei quesiti posti dal Giudice Istruttore al Collegio peritale.

 

E’ facile obiettare a questo assunto che le vicende concernenti i "passaggi" commerciali dei vari tipi di timers sono del tutto distinte da quelle che si riferiscono alle osservazioni tecniche, fatte dai periti, sui singoli pezzi loro consegnati. Pertanto il profilo evidenziato dalla difesa può assumere rilevanza - ed invero la Corte non ha trascurato di considerarlo - nella valutazione globale della prova, ma non come vizio processuale delle operazioni peritali.

 

Oltre a sollevare le due eccezioni di nullità delle perizie sui timers espletate a Milano, la difesa ha chiesto la eliminazione dagli atti - come corpo di reato - della "bussoletta di ottone" rinvenuta a Roma dopo le esplosioni del 12 dicembre 1969, nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro e sulla cui base i tecnici hanno individuato l'impiego di un tipo di timer in deviazione negli attentati. Su queste premesse ha innestato la richiesta di una nuova perizia sui timers ai sensi dell’art.455 C.P.P.-

 

Della citata “bussoletta" e della legittimità del suo ingresso, come corpo di reato nel procedimento si è già trattato. Pertanto, disattesa la richiesta di eliminazione di tale reperto e respinte le due eccezioni di nullità, non vi è motivo di rinnovare le indagini peritali; che - secondo l'avviso della Corte - sono indubbiamente accettabili per la loro regolarità e per la qualificazione tecnica di coloro i quali vi hanno proceduto, sia pure nei limiti di cui si è detto in sede di esame delle risultanze generiche.

 

Si è esposto in narrativa che la lettera in data 12 luglio 1973, con la quale il Capo del S.I.D. oppose il segreto di Stato al Giudice Istruttore di Milano sulla questione “Giannettini", era stata preceduta da una "bozza” datata 4 luglio 1973 ove leggesi, fra l'altro, in alto a destra la seguente annotazione siglata dal gen.Miceli:

 

"bozza approvata dal sig. Ministro e dal Capo S.M.D. (Capo Stato Maggiore Difesa)".

 

 

Su questi documenti i difensori di Franco Freda hanno chiesto un duplice accertamento peritale per chiarire:

 

1) se la sigla del gen. Miceli sulla "bozza" fosse stata apposta all'epoca indicata (luglio 1973) o successivamente;

2) se fosse stata modificata con diversa macchina da scrivere la data della lettera definitiva di risposta al Magistrato "12 luglio 1973" nelle "quattro" copie (documenti n.2,3,4,5) rimesse a questa Corte dal S.I.D. con nota del 6 ottobre 1977.

 

 

Entrambi gli accertamenti tecnici appaiono alla Corte, che nello stesso senso si è già espressa sul punto durante l'istruttoria dibattimentale, del tutto inutili ai fini della decisione del presente procedimento.

 

Quanto al primo, non vi è ragione di sospettare che la sigla del gen.Miceli - riconosciuta esplicitamente come sua da quest'ultimo - possa essere stata apposta fraudolentemente, dopo vari anni dalla data apparente, allo scopo di ingannare il Collegio giudicante.

 

L'amm.Mario Casardi, giunto al Comando del S.I.D. nell'agosto 1974 e cioè dopo che si erano esauriti gli avvenimenti delittuosi costituenti oggetto del processo, ha spontaneamente inviato a questa Corte con la citata nota del 6 ottobre 1977 la suddetta "bozza” che è stata rinvenuta casualmente nell'archivio del Capo Servizio in occasione delle ricerche di altri atti e della quale non si conosceva affatto, fino a quel momento, l'esistenza.

 

L'ammiraglio ha motivato l'invio del documento scrivendo che esso poteva essere utile ai fini di giustizia; ed ha manifestato, così, un intento di collaborazione che nulla autorizza a ribaltare contro di lui ipotizzando una sua oscura complicità con il gen.Miceli.

 

Quest'ultimo nell'ottobre del 1977 si trovava da anni ormai lontano dal S.I.D. ed, essendo inoltre irretito proprio durante tale periodo in procedure giudiziarie per reati contro la sicurezza dello Stato, non aveva certo alcuna forza contrattuale per trascinare il nuovo Capo del Servizio in pericolose macchinazioni.

 

Del resto, che il gen. Miceli non abbia mai pensato a manovre fraudolenti, basate su quell’annotazione a sua firma, è dimostrato in maniera lampante dal fatto che egli, nel sostenere con insistenza in istruttoria ed in dibattimento il ruolo avuto dai "politici" nell’opposizione del segreto alla Magistratura sulla qualità del Giannettini, non ha mai fatto riferimento a quella bozza - benchè si trattasse di un importante riscontro documentale in suo favore - fino a che essa non è venuta fuori con la spontanea segnalazione dell’amm. Casardi.

 

E’ evidente che il gen. Miceli si era del tutto dimenticato dell’esistenza di quel documento, con la traccia dell’annotazione di suo pugno, e se ne è ricordato solo quanto lo stesso gli è stato esibito in visione nel corso del dibattimento.

 

Circa il secondo accertamento peritale, è sufficiente osservare - per rendere palese la sua inutilità - che l’originale della lettera 12 luglio 1973, inviata all’epoca al Giudice Istruttore di Milano e sin d’allora ovviamente acquisita agli atti, non reca alcun segno di alterazione nella data. Accertare eventuali modifiche della data originaria scritta sulle copie è superfluo, anche perchè il rinvenimento della sopra citata "bozza" del 4 luglio 1973 ha reso evidente come la risposta da dare al Magistrato fosse stata preparata vari giorni prima della stesura definitiva.

 

Giova far presente, per la verità processuale, che con la nota del 6 ottobre 1977 il Capo del S.I.D. ha inviato a questa Corte una sola e non "quattro lettere" scritte a macchina con la data 12 luglio 1973, come inesattamente precisato dalla difesa del Freda nelle conclusioni finali.

 

Questa sola lettera 12 luglio 1973 presenta l'impronta di una stampiglia con la dicitura "MINUTA".

 

La suddetta difesa ha avanzato, infine, richiesta "di sospensione del presente procedimento ai sensi dell'art.18 C.P.P. in riferimento alla denuncia presentata il 26.9.1977 nei confronti dell'on. Mario Zagari, all'epoca dei fatti Ministro di Grazia e Giustizia, ed in riferimento all'istruttoria pendente dinanzi alla Procura della Repubblica di Milano su Ministri ed Ufficiali, già testimoni nel presente procedimento penale".

 

Le inchieste giudiziarie sopra indicate non hanno, allo stato, condotto - com'è pacifico in atti - alla formulazione di concrete imputazioni o, comunque, alla instaurazione di procedimenti penali a carico di chicchessia. Non può, pertanto, operare il meccanismo previsto dalla legge processuale penale per il tipo di sospensione cui si è fatto riferimento.

 

Ha insegnato in proposito il Supremo Collegio"Affinchè si realizzi l'ipotesi di pregiudizialità, tra due procedimenti penali, prevista dall'art.18 C.P.P., non basta la presentazione di una denuncia, ma occorre, inoltre, che l'azione penale sia stata esercitata dando luogo a un procedimento penale dalla cui definizione dipenda la definizione dell'altro procedimento".

(continua al capitolo XVII Parte Quinta)