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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XIII    

[da pagina 564 a pagina 578]

 

 

Le confidenze di Giovanni ed Angelo Ventura sugli attentati del 12 dicembre 1969

 

 

 

Si sono già esposte le considerazioni in base alle quali i ventidue attentati dinamitardi verificatisi dal 15 aprile al 12 dicembre 1969 e costituenti oggetto del presente processo rappresentano obiettivamente l'attuazione di un unico disegno terroristico, diretto, attraverso il perfezionamento dei mezzi di esecuzione e la scelta di determinati obiettivi, a traumatizzare in modo sempre più grave la pubblica opinione.

 

In perfetta sintonia con questo obiettivo linguaggio degli avvenimenti si pone, come si è visto, la confessione di Giovanni Ventura; il quale di tale "escalation" del terrore ha diffusamente parlato addebitandola a Franco Freda ed ai gruppi eversivi romani con quest'ultimo collegati.

 

In particolare il Ventura ha specificato di aver saputo dal Freda, dopo gli attentati ai treni dell'8-9 agosto 1969, della sua ferma decisione di insistere nel "crescendo"criminoso.

 

Le accuse di Giovanni Ventura sono, a loro volta, controllate dagli elementi di cui si è con ampiezza trattato e che consentono di saldare l'attività eversiva di Franco Freda anche con l'ultimo e più grave episodio di terrorismo avvenuto il 12 dicembre 1969l'acquisto ingiustificato dei cinquanta timers in deviazione da 60 M, la ricerca di contenitori metallici nei quali i timers andavano sistemati, quella singolare vendita di borse Mosbach-Gruber a Padova appena due giorni prima della strage.

 

Va subito aggiunto che del tutto inidoneo si è rivelato il tentativo del Ventura di districare sè stesso dall'ultima delittuosa vicenda. Egli ha sostenuto di aver cercato inutilmente di dissuadere il Freda dalla prosecuzione dell'attività terroristica dopo gli attentati ai treni; ma molteplici elementi probatori convergono nel dimostrare la persistenza fra i due del criminoso vincolo societario che li condusse fino al compimento del delitto più grave loro contestato.

 

Si è detto del timer che Giovanni Ventura ebbe in consegna dal suo socio nel settembre 1969 e mostrò, poi, sia al Lorenzon che al Comacchio.

 

Si è detto, ancora, come a quest'ultimo in particolare lo stesso Ventura, in epoca ormai prossima alla strage (fine novembre-inizio dicembre 1969), non fece mistero della destinazione di quel congegno in ordigni esplosivi e chiese, anzi, chiarimenti tecnici al riguardo.

 

Orbene tutto ciò denota chiaramente che, anche dopo gli attentati dell'agosto 1969, Giovanni Ventura non si era affatto distaccato dal Freda,ma collaborava attivamente con lui per il compimento di altri attentati.

 

Quanto all'orrore per il sangue versato sui treni, di cui il Ventura ha parlato e che, secondo il suo assunto, lo avrebbe indotto a respingere l'ulteriore progressione terroristica prospettatagli dal Freda, trattasi, come è di tutta evidenza, di un mero pretesto difensivo.

 

Già il 25 aprile di quello stesso anno vi erano stati vari feriti, dei quali due con lesioni gravi, nelle esplosioni provocate alla Fiera di Milano; e ciò non gli aveva impedito di partecipare alle successive azioni terroristiche.

 

In seguito la collocazione di ordigni nelle toilettes dei convogli ferroviari era stata specificamente preventivata, secondo il programma degli attentati ai treni che il Ventura ha ammesso di aver conosciuto prima degli attentati stessi.

 

Il fatto che poi alcuni degli ordigni fossero stati in realtà collocati anche negli scompartimenti non può considerarsi, come invece il Ventura vorrebbefar credere, una circostanza di rilievo da lui non prevista e non voluta.

 

E', infatti, indubitabile la potenzialità offensiva, nei confronti dei viaggiatori, di simili attentati anche se commessi con collocazione di ordigni esclusivamente nelle toilettes.

 

Il vero è che Giovanni Ventura nessuna particolare preoccupazione ebbe mai a nutrire per la salvaguardia della vita umana, da lui considerata - al pari del Freda - un dato di scarsa rilevanza in rapporto alle esigenze di successo delle finalità eversive perseguite.

 

A Ruggero Pan, come si è accennato, egli, nel parlare dell'esigenza di usare in avvenire contenitori metallici in luogo delle scatole di legno adoperate negli attentati ai treni, disse di essere ben consapevole che con il nuovo sistema “poteva scapparci il morto”.

 

Inoltre a Guido Lorenzon, quando la tragedia del 12 dicembre1969 si era da pochi giorni compiuta e non se ne era ancora spenta l'eco nella Nazione, egli ebbe ad esprimere valutazioni come la seguente:

 

"Anche un rivoluzionario può non essere di pietra. Comunque la vita di un rivoluzionario vale più della vita di dodici persone".

 

Allo stesso Lorenzon in quel periodo di tempo egli, quando cominciò ad essere inquisito dalla Procura della Repubblica di Treviso ed avvertì, quindi, l'opportunità di agire con cautela, confidò che, "avrebbe continuato l’attività terroristica senza più esporsi direttamente, ma soltanto finanziariamente", il che agevolmente fa intendere che neanche i sedici morti di Milano valsero a fargli abbandonare l'idea della continuazione di quella criminosa attività.

 

Non solo dal comportamento dello stesso Giovanni Ventura, ma anche dal suo ambiente familiare provengono indicazioni incontestabili circa il fatto che egli conosceva anticipatamente i luoghi, il giorno e gli obiettivi degli attentati del 12 dicembre 1969, nei quali era personalmente implicato.

 

Non può essere sottovalutata, a tal riguardo, la condotta del fratello Angelo Ventura, il quale appena qualche giorno prima del 12 dicembre 1969 confidò a Franco Comacchio che "tra poco sarebbe avvenuto qualcosa di grosso: in particolare una marcia di fascisti a Roma e qualcosa che sarebbe avvenuto nelle banche".

 

Un valido controllo, a questo riguardo, emerge dalle dichiarazioni di Ruggero Pan, il quale ha precisato di aver saputo in carcere dal Comacchio (quando entrambi erano stati arrestati in seguito alla scoperta del deposito di armi nella soffitta del Marchesin) che tale confidenza a quest'ultimo era stata fatta esattamente due giorni prima della strage di Milano.

 

Angelo Ventura non era stato affatto avventato, nè si era limitato a riferire vaghe dicerie all’amico Comacchio con l'anticipazione di quelle notizie; che egli doveva evidentemente avere appreso da serie fonti di informazioni a lui vicine, in quanto successivamente, nel pomeriggio del 12 dicembre 1969 verso le 17,30 o le 18, allorchè si erano appena verificate le esplosioni dinamitarde a Milano ed a Roma e quando ancora delle stesse non si sapeva nulla nelle altre città, aveva cercato per sè un alibi incontrandosi con il suddetto Comacchio a Castelfranco e recandosi, subito dopo, con lui a Padova nei magazzini “Coin" ove lavorava Ida Zanon, moglie del Comacchio medesimo.

 

Quest'ultimo ha ricordato l'esigenza manifestata dal suo amico di recarsi a Padova in quei magazzini perchè "doveva farsi vedere là".

 

La Zanon, nel riferire al Magistrato i suoi ricordi sulla circostanza, ha testualmente detto:

 

"Il giorno della strage di Milano (12.12.69) il Ventura Angelo venne in negozio da Coin a Padova. ove io al tempo lavoravo. Venne anzi due volte: la prima di mattina da solo; la seconda di pomeriggio in compagnia di mio marito. Subito dopo la perquisizione disposta dalla Magistratura nell'abitazione del Ventura in Castelfranco Veneto, nella seconda metà di dicembre 1969, il Ventura Angelo mi pregò di riferire, qualora fossi stata chiamata a deporre dal Magistrato Inquirente, che io lo avevo notato lontano dal luogo della strage, in Padova, il 12 dicembre anzidetto".

 

Angelo Ventura, in sede di confronto con il Comacchio, ha sostenuto la totale falsità di quanto dichiarato da costui e da sua moglie circa questo suo preteso alibi; ed ha con ciò dimostrato, non ravvisandosi motivo alcuno per ritenere mendaci le dichiarazioni dei coniugi Comacchio, di voler rimuovere dalla realtà processuale un particolare scomodo per la posizione difensiva sua e del fratello Giovanni.

 

Lo stesso atteggiamento egli ha assunto, evidentemente per gli stessi motivi, in sede di confronto con Ruggero Pan, il quale la sera del 12 dicembre 1969 era a letto ammalato quando se lo vide precipitare in casa con la notizia della strage.

 

Il Pan, durante il confronto, così ha ricordato i termini con i quali Angelo Ventura si espresse nell'occasione: "E' successo un disastro, sono morte dieci persone, ma mio fratello non c'entra".

 

Sono fin troppo chiare le ragioni che hanno indotto l'Angelo Ventura a negare anche questa circostanza. Sarebbe stato, infatti, impossibile da parte sua spiegare il collegamento da lui fatto fra la strage e la posizione del fratello Giovanni, sia pure per affermare la estraneità di questi agli effetti disastrosi degli attentati, senza far intendere più o meno esplicitamente il coinvolgimento del suo congiunto negli attentati stessi.

 

Se tale coinvolgimento non vi fosse stato, non avrebbe avuto alcun senso logico dare al Pan la notizia della strage e porre, contestualmente, il problemadella colpevolezza o meno di un suo familiare sicuramente estraneo al fatto delittuoso.

 

Lo stesso Giovanni Ventura, inoltre, nel corso delle conversazioni da lui avute con i suoi amici in ordine ai tristissimi avvenimenti del 12 dicembre 1969, ha fornito numerosi egravi elementi indiziari a suo carico.

 

A Ruggero Pan, egli, dopo gli attentati ai treni, aveva già preannunciato che era probabile fossero le banche il prossimo obiettivo dell'escalation terroristica.

 

Nello stesso periodo gli aveva detto che la rivoluzione non si poteva fare, così come la facevano i suoi amici di Torino, con la traduzione di classici orientali; e che, anche se dal punto di vista morale non condivideva gli attentati, tuttavia "spesso un rivoluzionario doveva fare violenza a sè stesso per raggiungere i fini che si prefiggeva".

 

Poi a Guido Lorenzon, nei giorni immediatamente successivi alla strage di Milano, fece vari riferimenti i quali convergono tutti nell'indicare come egli non fu estraneo all'attuazione di quel criminoso disegno. Se ne è fatto cenno in narrativa e qui basta porre in luce quelli più rilevanti.

 

Merita di essere menzionata una discussione svoltasi in casa ed in presenza del comune amico Marco Barnabò nei primi giorni di gennaio del 1970. Nel corso di essa, secondo la ricostruzione datane dal Lorenzon il quale vi presenziò, Giovanni Ventura fece riferimento ad una persona che gli aveva anzitempo comunicato i piani operativi per gli attentati a Milano. Il Barnabò ebbe ad esclamare: “Ma allora sapevi che sarebbero scoppiate le bombe! Infatti mi dicesti tempo fa: le prime a saltare saranno le banche”.

 

Marco Barnabò non si è sentito di assumere responsabilità accusatorie contro il Ventura e non ha confermato la circostanza; ma ciò, per le ragioni in precedenza esposte sulla particolare attendibilità della testimonianza del Lorenzon, non basta per invalidare la parola di quest'ultimo.

 

Di estrema importanza sono, inoltre, le conversazioni Ventura-Lorenzon circa la concreta dinamica dell'azione terroristica, perchè appare inverosimile che tanti particolari e minuzie della condotta degli attentatori possano essere stati dal Ventura appresi solo attraverso la lettura dei giornali, ritenuti mnemonicamente a distanza di giorni e poi commentati con tanto interesse.

 

Ha testualmente dichiarato Guido Lorenzon al riguardo:

 

“Ricordo che, commentando in particolare i fatti di Milano, accennò che i giornali non avevano dato notizia dell'ora in cui fosse stato fatto brillare l'ordigno collocato in una delle due banche, e rimasto inesploso, e che non si rendeva conto perchè non avesse funzionato... Quanto agli attentati di Roma, osservò che in realtà non si trattava, come riferito dai giornali, di mancata strage ma, considerata la collocazione degli ordigni, non si era voluto di proposito cagionare danni all'incolumità delle persone”.

 

Domenica 4 gennaio 1970 il Ventura ebbe addirittura ad effettuare uno schizzo del sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro di Roma (ove - come è noto - esplose una delle bombe) dinanzi al Lorenzon, il quale nei seguenti termini ha rievocato il successivo commento fatto dall’amico sulla base dello schizzo medesimo:

 

"Mi ha detto che arrischiava molto chiunque avesse collocato una bomba in un sotterraneo del genere, trattandosi di un luogo molto frequentato da persone ed avente le pareti lisce, tale cioè da rendere visibile un qualsiasi oggetto abbandonato. Precisò, poi, tuttavia, che la borsa o altro involucro contenente l'ordigno era stato collocato in alto, fuori del campo di visibilità delle persone, sopra le condutture che percorrono il passaggio. Infine lacerò accuratamente il foglio sul quale aveva disegnato lo schizzo. Aggiungo che il Ventura mi disse anche che l'ordigno non poteva essere stato collocato nè al mattino nè durante l'ora di chiusura pomeridiana ma doveva essere stato collocato dopo l'apertura del pomeriggio. Io collego tale discorso all'autonomia del congegno a tempo che comandava l'ordigno".

 

Quest'ultimo collegamento logico fatto dal Lorenzon è di indubbia esattezza e pone in luce un altro serio elemento probatorio a carico di Giovanni Ventura; il quale, per il fatto stesso di aver preso in considerazione ed escluso – durante il suo discorso sull'ora di collocamento dell'ordigno – il mattino ed il periodo di chiusura pomeridiana di quella Banca di Roma, si riferì implicitamente all'avvenuto impiego di un congegno di temporizzazione che consentiva un intervallo apprezzabile, ma non molto lungo, di tempo fra la sistemazione dell’ordigno medesimo e lo scoppio.

 

Il Ventura, cioè, fece chiaramente intendere all’amico che non era stata usata una semplice miccia, la quale - come è noto - brucia in pochissimo tempo, ma proprio un meccanismo del tipo di quello effettivamente impiegato: un timer da 60 minuti.

 

Egli, pertanto, il 4 gennaio 1970 sapeva qualcosa che nessun giornale aveva potuto ancora pubblicare e che gli stessi inquirenti all’epoca ignoravano.

 

L’uso dei timers elettrici Iunghans-Diehl da 60 minuti degli ordigni esplosi a Milano fu, infatti, conosciuto dalla Magistratura milanese non prima del 12 gennaio 1970.

 

Quanto agli attentati di Roma, in particolare, gli inquirenti erano convinti - sulla base degli orientamenti manifestati dai tecnici della Direzione di Artiglieria - che l’ordigno collocato nella Banca Nazionale del Lavoro fosse stato costruito con "una carica esplosiva a base di tritolo del peso di circa 1 chilogrammo, innescata con miccia a lenta combustione"; solo dopo mesi i periti chiarirono definitivamente che sia a Roma sia a Milano erano stati usati temporizzatori elettrici.

 

E' chiaro, perciò, che solamente chi aveva partecipato all'organizzazioneo all'esecuzione degli attentati poteva, dopo appena pochi giorni dagli stessi, conoscere l'avvenuto impiego di quei congegni.

 

Altre considerazioni, durante quei discorsi fatti dopo il 12 dicembre 1969, Giovanni Ventura ebbe ad esprimere circa un "errore" che sarebbe stato commesso dagli attentatori a Milano; ed il Lorenzon, sentito specificamente sul punto nella udienza dibattimentale del 30 maggio 1978, ha detto di non aver ben capito se il Ventura avesse inteso riferirsi al mancato scoppio dell'ordigno collocato nei locali della Banca Commerciale od al ritardato orario di chiusura che, nella Banca Nazionale dell'Agricoltura, aveva contribuito a rendere più gravi i danni alle persone.

 

Fra le cose dette dal Ventura in quei giorni al Lorenzon, due ancora risaltano per il loro particolare valore di prove di accusa; ed il testimone le ha riferite sin dalle sue prime dichiarazioni.

 

La prima, ricavata dagli appunti scritti dallo stesso Lorenzon per l’avv. Steccanella e quindi assistita da valida garanzia in ordine alla fedeltà del ricordo,è la seguente:

 

"Disse che se nè a destra nè a sinistra nessuno si fosse mosso bisognava fare qualcos'altro".

 

L'interpretazione di questa frase, secondo il logico coordinamento delle parole, non offre davvero difficoltà alcuna.

 

Giovanni Ventura non intese certo formulare solo un astratto giudizio sull'efficacia di quegli attentati, ma espresse nel contempo una valutazione ed un proposito con un evidente richiamo alla impostazione strategica eversiva di "prima e seconda linea" da lui stesso indicata nel suo interrogatorio del 17 marzo 1973: se quell'ultimo episodio di terrorismo non avesse raggiunto il fine predeterminato di scatenare disordini idonei a far vacillare le pubbliche istituzioni, sarebbe stato necessario, per l'associazione sovversiva cui egli apparteneva, insistere nella progressione del terrore.

 

In tal caso le vittime di Piazza Fontana sarebbero state considerate solo una tappa della suddetta progressione criminosa ed egli, come si è già' detto trattando di altre confidenze raccolte dal Lorenzon, "avrebbecontinuato l'attività terroristica", sia pure "senza più esporsi direttamente ma solo finanziariamente" e con maggiore cautela dopo l'instaurazione del procedimento penale a suo carico - da parte della Magistratura di Treviso.

 

La seconda cosa di notevolissimo valore accusatorio, ricordata dal Lorenzon, riguarda il periodo in cui quest'ultimo veniva interrogato dal dr. Calogero, Sostituto Procuratore della Repubblica di Treviso:

 

"Il Ventura mi disse che era sufficiente che io tenessi duro con il dott.Calogero per una decina di giorni ancora, in quanto trascorso tale periodo di tempo nessuno sarebbe riuscito a trovare le prove a suo carico. Ciò lo disse in relazione agli attentati del 12 dicembre 1969".

 

Tale circostanza, riferita da Guido Lorenzon al Giudice Istruttore di Milano il 18 agosto 1972 (23), non abbisogna davvero di alcun commento.

 

Per la verità nell'udienza dibattimentale del 29 maggio 1978 il Lorenzon ha dichiarato di non ricordare se il Ventura avesse fatto specifico riferimento alle prove di quegli attentati e di essere, anzi, propenso ad escludere che il suo amico avesse fatto un discorso cosi chiaro. Resta, tuttavia, fermo il fatto che il testimone ha confermato la sua deposizione istruttoria, la quale è stata da lui resa in epoca molto più vicina a quella dei fatti in essa richiamati e, quindi, in circostanze di tempo più favorevoli alla precisione dei ricordi.

 

Del resto è logicamente da escludere che il Ventura, in un periodo di tempo in cui l'attenzione degli inquirenti di tutta Italia e la stessa perquisizione domiciliare da lui subita il 20 dicembre 1969 erano finalizzate alla scoperta degli autori della strage di Milano, si fosse riferito alle prove di attentati diversi, verificatisi già da mesi, ed in relazione a questi ultimi sentisse il bisogno di "una decina di giorni ancora" per farne sparire le tracce.

 

Giovanni Ventura ha sostenuto di aver condannato politicamente e moralmente la strage nei suoi discorsi con Guido Lorenzon; e questi ha confermato in dibattimento tale assunto; ma la circostanza, valutata nel complesso di tutte le compromettenti confidenze fatte dallo stesso Ventura alle persone a lui vicine, si presenta come una delle tante mistificazioni alle quali costui ha fatto spesso ricorso, anche con il suo comportamento processuale, mescolando verità e bugie sulle tortuose vie dei suoi complicati disegni difensivi.

Occorre, a tal riguardo, tener presente che le maggiori e più compromettenti informazioni Giovanni Ventura ebbe a comunicare al Lorenzon allorchè non sapeva che questi lo avrebbe tradito.

 

Ovviamente egli, ricevuta dall'amico il 4 gennaio 1970 la confessione dell'avvenuto tradimento, si mostrò più guardingo verso di lui, particolarmente in ordine all'ultimo e più grave episodio di piazza Fontana; anche se la sua irresistibile tendenza a confidarsi e la ritrattazione del Lorenzon dinanzi al Magistrato lo indussero a riferire a quest'ultimo ancora altre cose concernenti la sua delittuosa attività.

 

Guido Lorenzon così testualmente ha accennato a questa complessa situazione psicologica dinanzi al Giudice Istruttore di Treviso:

 

"Il Ventura, dopo la ritrattazione che io firmai, appariva convinto che io mi tenessi sulla stessa linea e quindi continuava a confidarmi altre notizie. Qualche giorno dopo mi parlò della sua conoscenza degli attentati in programma e della sua decisione, comunicata ad una persona. che potrebbe essere un organizzatore, di non parteciparvi. Disse anche se si sentiva finito come rivoluzionario e ciò evidentemente perché non aveva saputo tacere".

 

(continua al capitolo XIV Parte Quinta – 2)