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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO XII    

[da pagina 555 a pagina 563]

 

 

L’acquisto delle borse “Mosbach-Gruber” a Padova

 

 

 

Si sono già riferite le modalità di quel singolare acquisto di quattro borse "Mosbach-Gruber" effettuato nel negozio "Al Duomo" di Padova proprio due giorni prima della strage di Milano. Si è detto, in quella sede, delle ricerche fatte dal Giudice Istruttore di Milano e, segnatamente, delle conclusioni cui egli è pervenuto sulla base del tipo di cordino che assicurava il cartellino del prezzo alle borse vendute in quella valigeria.

 

L'istruttoria dibattimentale ha chiarito come l'elemento del "cordino", per le ragioni riferite nel capitolo precedente, non possa più essere considerato utile per risalire al negozio di provenienza delle borse usate dagli attentatori. Non può, tuttavia, neanche ritenersi che sia venuta meno ogni efficacia indiziante di quell'acquisto, perché restano fermi e non trascurabili i fatti seguenti.

 

Solo tre negozi in Italia (“Biagini” di Milano, "Protto" di Cuneo ed "Al Duomo" di Padova) disponevano certamente nel 1969- come è emerso dalle citate indagini istruttorie di entrambi i due tipi di borsa Mosbach-Gruber (mod. "2131" Peraso nero e "City" marrone), cui appartenevano quelle usate dai dinamitardi rispettivamente nella Banca Commerciale di Milano e sull'Altare della Patria -lato Museo a Roma.

 

Dei tre esercizi commerciali solo quello di Padova risulta caratterizzato dal fatto che ben quattro borse, appartenenti ai due suddetti tipi vennero acquistate contemporaneamente da parte di un compratore, per nulla preoccupato della scelta del colore e della foggia, ossia di quei dati che di solito sono di notevole rilevanza in operazioni commerciali del genere. L'acquirente si dimostrò interessato solamente – come emerge dalle testimonianze della commessa - ad accertare l'inesistenza di scomparti interni: il che denota il progettato impiego delle borse per il trasporto di cose aventi un determinato ingombro.

 

Tale acquisto avvenne proprio il 10 dicembre 1969; e ciò deve essere valutato anche in relazione all'aspetto nuovissimo della borsa trovata due giorni dopo, con l’ordigno inesploso dentro, nella sede della Banca Commerciale di Milano.

 

Una particolare fretta manifestò, nell'occasione, - il giovane acquirente; il quale, come si ricava dalla informativa raccolta dalla Questura di Padova a breve distanza di tempo dall'episodio, si allontanò dal negozio senza attendere neanche che il commesso gli avvolgesse le borse in carta.

 

Merita, inoltre, attenzione il fatto che questo singolare acquisto avvenne proprio a Padova, ossia nella città ove Franco Freda risiedeva e prevalentemente operava; onde appare tutt'altro che illogico pensare ad un collegamento di esso con l'attività della cosiddetta cellula eversiva veneta che faceva capo allo stesso Freda ed a Giovanni Ventura.

 

Nè può, a tal riguardo, valere l'obiezione difensiva secondo la quale il Freda, persona indubbiamente accorta ed intelligente, non si sarebbe maldestramente esposto con un'operazione del genere nella città di sua residenza. Infatti, a parte il rilievo che egli già nella ricerca dei timers non adottò particolari cautele recandosi personalmente ad acquistarli – in un primo tempo - nel negozio della R.I.C.A. a Padova insieme all'elettricista Tullio Fabris, non risulta affatto che ad occuparsi dell'acquisto delle borse fu lui personalmente.

 

Va ricordato, anzi, che la commessa della valigeria "Al Duomo" non riconobbe l'acquirente nella persona del Freda quando questi - come si è detto - le fu fatto vedere il 14 settembre 1972.

 

L'indizio rappresentato dalle borse guida in direzione della "cellula veneta" anche per altra via.

 

Ha precisato il teste Livio Iuculano di aver notato nei primi giorni di dicembre 1969 quattro o cinque borse di ugual foggia, di cui tre color marrone, su un divano nello studio di Franco Freda. Vero è che questo testimone, prodigo di accuse contro il Freda da lui indicato come organizzatore di attentati su scala nazionale, non offre particolari garanzie di attendibilità per la sua condizione di pregiudicato mitomane rilevabile dal contesto medesimo delle sue deposizioni.

 

Tuttavia non può dirsi che le accuse di costui siano sempre da disattendere, giacchè esse non sono prive di riscontri processuali. Egli, mentre era detenuto nelle Carceri di Padova, dichiarò il 14 ed il 23 agosto 1969 al Procuratore della Repubblica del luogo, fra l'altro, di aver appreso dal condetenuto Nicolò Pezzato che un libraio di Treviso, amico dell'avvocato Freda, era depositario di numerose armi; ed ebbe, con ciò, a rivelare, in epoca non sospetta, una circostanza vera, destinata a venire alla luce dopo circa due anni con la scoperta del deposito delle armi e munizioni di Giovanni Ventura nella soffitta di Giancarlo Marchesin.

 

Altro riscontro la testimonianza "Iuculano" ha ricevuto proprio per quel che concerne le borse; giacchè Liliana Sannevigo, segretaria del Freda dal 1 dicembre 1969 al 23 febbraio 1970, ha riferito di aver notato, nello studio del Freda stesso ed in epoca che non ha saputo precisare, due, tre o anche quattro borse nuove e di aver trovato strana la cosa, tanto da conservarne il ricordo.

 

Ella non ha saputo fornire ragguagli certi, idonei ad autorizzare un giudizio di identità del tipo di borsa da lei notato rispetto a quello usato negli attentati, ma ha precisato che le borse da lei viste si aprivano come quelle 2131 Mosbach-Gruber fattele vedere dal Giudice Istruttore.

 

Il Freda, in dibattimento, avvertendo evidentemente la inutilità di difendersi con una recisa smentita, ha cercato di convincere la Corte con l'assunto che egli adoperava tre borse per le sue esigenze professionali. Nella stessa udienza egli ha esibito due borse marrone ed una nera in pelle (rispettivamente due con chiusure "a busta" ed una con dispositivo di apertura dalla parte superiore), sostenendo che erano quelle da lui all'epoca tenute nello studio ed usate normalmente nella sua attività.

 

Senonchè la Sannevigo, avutane visione, ha paralizzato questo estremo tentativo defensionale rispondendo testualmente:

 

“La borsa che si avvicina di più a quelle viste nello studio di Freda è la marrone a chiusura superiore. Non posso dire però se è proprio una di quelle che c'erano nello studio del Freda. Non ho mai visto nello studio di Freda le prime due borse".

 

Fra le obiezioni difensive, tendenti a dimostrare la fragilità dell'indizio costituito dall'acquisto delle borse nel negozio "Al Duomo" di Padova, sono state poste in particolare rilievo le seguenti.

 

In primo luogo le borse acquistate furono quattro e non cinque: il che farebbe venir meno ogni corrispondenza con i cinque ordigni trasportati in altrettanti posti diversi per farli esplodere il 12 dicembre 1969.

 

In secondo luogo sarebbe importante la circostanza che l'ignoto compratore - come risulta da un pro-memoria redatto il 16 dicembre 1969 da un elemento della Questura di Padova sulla scorta (evidentemente di informazioni assunte presso la valigeria "Al Duomo") - acquistò in un primo tempo tre borse e si determinò, subito dopo, ad acquistarne una quarta quando si rese conto che il prezzo di ciascuna di esse era assai modesto e conveniente.

 

Questa valutazione di ordine economico si armonizzerebbe ben poco con l'atteggiamento di una persona intenzionata ad effettuare l'acquisto per la esecuzione di un programma terroristico già preordinato.

 

Infine occorrerebbe dare il giusto rilievo al fatto che, mentre la lunghezza della borsa rinvenuta con l'ordigno inesploso nella Banca Commerciale di Milano è determinata in cm.40 nel verbale di descrizione redatto lo stesso 12 dicembre 1969 dal commissario di P.S. Antonino Mento, invece quella delle quattro borse vendute dalla valigeria padovana "Al Duomo" risulta rispettivamente di cm.39 nella parte superiore e cm.43,05 nella parte inferiore in base alle misurazioni annotate in un appunto del 17 dicembre 1969 rinvenuto presso la Questura di Padova.

 

Da questo contrasto di misure si ricaverebbe che la borsa trovata nella sede della Banca Commerciale sarebbe stata acquistata in un negozio diverso da quello di Padova sopra menzionato.

 

Le tre obiezioni su indicate sono, ad avviso della Corte, facilmente superabili.

 

Quanto alla prima, è sufficiente osservare che nulla rileva il numero delle borse acquistate, giacchè gli attentatori ben potevano già possederne altre ed avere, quindi, bisogno solo di aumentare la loro disponibilità di tali mezzi.

 

Per quel che riguarda la seconda, vi è innanzitutto da rilevare che nella deposizione della commessa Rosetta Galeazzo in Beggiato, la quale pure ha reso una dettagliata descrizione della condotta dell’acquirente, non vi è traccia alcuna di un acquisto frazionato del tipo di cui si fa cenno nel citato appunto della Questura; anzi dalla testimonianza della Galeazzo si evince il contrario.

 

Comunque, anche dando per ammesso il suddetto acquisto frazionato, non si ravvisa alcuna stonatura fra le finalità criminose della operazione e la cura di contenerne nei limiti del possibile, il costo economico.

 

Oltre tutto non può escludersi che l’acquisto originariamente programmato per quella ormai imminente impresa terroristica riguardasse solo tre borse; e che la quarta sia stata comprata per un'autonoma ed estemporanea iniziativa dell’ignoto acquirente, ispirato da motivi suoi personali o dalla prevista utilizzazione in ulteriori attentati.

 

Può essere illuminante, a questo proposito, il comportamento di Franco Freda, che acquistò più di cinquanta timers benchè gli attentati del 12 dicembre 1969 ne richiedessero solo cinque.

 

La terza obiezione è frutto di un equivoco nel quale la difesa di Franco Freda è caduta.

 

E' assolutamente certo che la borsa trovata nella Banca Commerciale è una "Mosbach-Gruber" modello 2131 Peraso nero. Le caratteristiche di questo modello sono riportate nel catalogo 1969 della ditta produttrice allegato agli atti; ove, a pag.24, la lunghezza viene indicata in cm.44. Tale misura, evidentemente segnalata in relazione alla parte inferiore della borsa (cioè la parte più lunga), corrisponde sostanzialmente a quella di cm.43,05 rilevata, con comprensibile approssimazione, dalla Questura di Padova.

 

Analoga corrispondenza, con analoga comprensibile approssimazione, vi è fra la misura di cm.39 rilevata dalla stessa Questura di Padova fra le due estremità del bordo superiore delle borse e quella di cm.40, indicata nel verbale del dr. Mento; il quale si è evidentemente riferito solo alla parte superiore senza occuparsi della lunghezza di quella inferiore.

 

Anche i periti nominati nella prima istruttoria di Roma hanno seguito lo stesso criterio del dr. Mento, fissando in cm.38 (l'approssimazione di un centimetro si spiega con i bordi arrotondati della parte superiore delle borse) la suddetta lunghezza.

 

In definitiva, dopo tutte le varie critiche sull'argomento "borse", resta fermo ed inattaccabile un elemento indiziario di notevole interesse: due delle borse acquistate a Padova - con le particolari modalità sopra illustrate –erano uguali, per il modello (2131), il tipo di materiale impiegato dalla fabbrica per la confezione (Peraso e City) ed il colore (nero e marrone), a quelle impiegate dagli attentatori del 12 dicembre 1969 in due dei cinque obiettivi presi di mira, precisamente nella sede della Banca Commerciale di piazza della Scala a Milano e sull 'Altare della Patria-lato Museo a Roma.

 

(continua al capitolo XIII Parte Quinta)