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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO X  

[da pagina 532 a pagina 543]

 

 

La destinazione dei timers acquistati da Franco Freda

 

 

E' stata fatta particolareggiata esposizione delle circostanze nelle quali Franco Freda ebbe ad acquistare verso la metà di settembre del 1969 cinque timers da 120 minuti presso la ditta R.I.C.A. di Padova e, dopo qualche giorno, altri cinquanta - presso la ditta Elettrocontrolli di Bologna - dello stesso tipo (produzione Iunghans-Diehl, modello in deviazione da 60 minuti) di quello cui certamente appartenevano almeno due dei temporizzatori utilizzati per la strage.

 

Il Freda ha ammesso l'acquisto di Bologna solo quando ormai esso, venuto fuori dalla convergenza di inconfutabili testimonianze e di dati emersi dalla contabilità delle ditte fornitrici, non poteva più essere negato. Egli ha, quindi, manifestato una reticenza che, già di per sè stessa, rivela la illiceità della destinazione di quei congegni.

 

Tale illiceità diviene più palese al lume delle pretestuose giustificazioniaddotte dal Freda con il riferimento al cosiddetto cap. Hamid quale destinatario dei timers ed alla testimone, Maria De Portada, che avrebbe assistito alla consegna dei timers stessi all'arabo.

 

Deve, anzitutto, rilevarsi l'inverosimiglianza del comportamento che si è voluto attribuire al suddetto capitano, il quale, essendo alla ricerca - nella sua qualità di Ufficiale del Servizio segreto algerino - di temporizzatori da impiegare nella confezione di ordigni esplosivi contro gli Israeliani, avrebbe sentito la necessità o l'opportunità di rivolgersi proprio ad un avvocato di Padova, per ottenere, poi, la consegna di congegni liberamente e facilmente reperibili sui mercati italiani ed esteri anche perchè di norma utilizzabili per vari usi domestici e commerciali (lavatrici, cucine, forni, caschi per parrucchiere ecc.)

 

Merita ancora considerazione il fatto che l’arabo si sarebbe rivolto a Franco Freda – secondo le asserzioni di questi - poco tempo dopo aver partecipato ad una conferenza organizzata dal Freda stesso, nella Sala della Gran Guardia di Padova, il 27 marzo del 1969 per trattare i problemi palestinesi.

 

Rispetto a tale data si presenta assai tardiva la ricerca dei timers iniziata dal Freda presso la R.I.C.A. di Padova a metà settembre di quello stesso anno; sicchè tale ricerca appare chiaramente ispirata da motivazioni diverse ed indipendenti dalle esigenze dei Servizi segreti algerini.

 

Evidentemente accortosi di questo punto debole della sua tesi difensiva, il Freda ha sostenuto che una delle consegne di temporizzatori da parte sua al cap. Hamid sarebbe avvenuta non molto tempo dopo la su citata conferenza e, cioè, nel giugno-luglio 1969; ma ciò si pone in reciso contrasto con le inoppugnabili risultanze probatorie dalle quali si evince che egli cominciò ad occuparsi dell'acquisto dei timers solo a metà settembre 1969.

 

Tali risultanze sono costituite, come si è già accennato, dalle concordanti testimonianze dell'elettricista Tullio Fabris e dei rappresentanti delle ditte fornitrici R.I.C.A., Elettrocontrolli e Gavotti nonché dalle scritture contabili esibite dalle ditte medesime.

 

Quanto alla testimonianza di Maria De Portada, nella cui abitazione in Venezia sarebbe avvenuta la consegna dei timers all'arabo, trattasi di un mero espediente che il Freda ha escogitato approfittando della sudditanza psicologica e sentimentale dalla quale la testimone era legata nei suoi confronti.

 

La De Portada, invero, avallando la tesi del Freda, non solo ha reso una deposizione istruttoria inquinata da un precedente e sospetto colloquio avuto pochissimo tempo prima in carcere con il suddetto imputato, dopo che era stata già pubblicata sui giornali la notizia dell’acquisto dei timers; ma ha riferito anche particolari assolutamente inattendibili e rivelatori di un grossolano mendacio.

 

Ella, cioè, ha precisato che i dischetti graduati dei temporizzatori erano "di plastica" e "di colore giallo" dimostrando, così, di non averli in realtà mai visti (in effetti sitrattava di materiale metallico colorato in nero).

 

Ha parlato di un'unica consegna (avvenuta nei primi di ottobre 1969), mentre il Freda aveva riferito di aver dato al cap. Hamid gli interruttori in più volte (almeno due), sempre nella casa della sua amica De Portada ed alla di lei presenza.

 

Ha indicato in £.200.000 il prezzo pagato dallo straniero, laddove esso sarebbe stato di molto inferiore e limitato alle spese vive di acquisto (che ammontarono a £.80.000, come precisato dal teste Tullio Fabris) stando alle dichiarazioni del Freda.

 

Altro contrasto fra la versione di quest'ultimo e quella della testimone riguarda l'ubicazione della cicatrice che avrebbe caratterizzato il volto del fantomatico Hamid: "partiva fra i due occhi, giungeva fino alla metà del setto nasale, deviava verso la parte sottostante dell'occhio sinistro con un' angolatura di 25 gradi” secondo il Freda; era "sopra il sopracciglio sinistro" secondo la De Portada.

 

Un ulteriore elemento, per dimostrare l’assoluta inattendibilità della suddetta testimone, si ricava dalle affermazioni della stessa circa le manopole dei timers, che ella avrebbe visto, in occasione della consegna all’algerino,separatamente raccolte in un sacchetto di plastica.

 

Risulta dalla fattura emessa dalla G.P.U. Gavotti nei confronti della ditta Elettrocontrolli il 18.9.1969 e dalla deposizione testimoniale dell'impiegata di quest'ultima, Tinti Ovidia,che i cinquanta timers da 60 minuti in deviazione furono venduti al Freda senza le manopole (perchè il cliente non le richiese o perchè la ditta fornitrice in quel periodo non ne aveva.

 

Quindi la De Portada non potette vedere le manopole. Vero è che altri cinquanta timers in deviazione (però del tipo da 120 minuti) furono venduti dall'Elettrocontrolli, completi di targhe e manopole, alla fine di ottobre del 1969 ad un cliente rimasto non identificato, il quale potrebbe essere stato Franco Freda dato il numero dei timers acquistati (la Tinti ha ricordato che quel tipo di congegno si vendeva normalmente in piccoli quanti quantitativi di uno, due, o al massimo tre esemplari).

 

Tuttavia la De Portada non può aver visto le manopole relative a questo secondo acquisto, in quanto ha collocato la consegna all'arabo nei primi diottobre del 1969. Comunque, anche a voler ritenere che la suddetta De Portada possa essersi sbagliata sulla data della consegna all'arabo ed abbia in effetti assistito alla consegna dei timers, completi di manopole, di cui al menzionato acquisto di fine ottobre, le conseguenze nei confronti del Freda non sarebbero più favorevoli. Rimarrebbe, infatti, scoperto, sotto il profilo della destinazione garantita dalla teste, il quantitativo di cinquanta timers da 60 minuti in deviazione di cui alla precedente fattura del 18 settembre 1969.

 

E' appena il caso di accennare, per completezza di disamina, che la De Portada non può essersi riferita a quei primi cinque timers da 120 minuti acquistati dal Freda a Padova presso la ditta R.I.C.A.; giacchè ella ha precisato che ben due borse piene di quei congegni furono portate quell'unica volta a casa sua dal Freda stesso per la consegna al cap. Hamid.

 

Sgombrato il campo dell'infelice tentativo di inquinamento della prova attuato da Franco Freda e dalla sua compiacente testimone, rimane non assistito da alcuna lecita ed accettabile giustificazione l'acquisto di quei cinquanta timers in deviazione da 60 minuti.

 

Uno dei timers acquistati fu dato qualche giorno dopo dal Freda nel suo studio a Giovanni Ventura. Questa circostanza è stata riferita dall'elettricista Tullio Fabris, il quale assistette occasionalmente a tale consegna trovandosi ad eseguire alcuni lavori presso il Freda, anche in sede di confronto con il Ventura.

 

Quest'ultimo, nel corso del menzionato confronto, ha aggredito verbalmente il testimone facendo di tutto per confonderlo (come è agevole constatare ascoltando la registrazione del drammatico scontro), ma è riuscito solo ad ottenere un effimero successo e, cioè, a cogliere in qualche attimo di incertezza l'intimidito Fabris, la cui testimonianza non rimane, comunque, seriamente scalfita nella sua validità per l'assoluta mancanza di un interesse a mentire.

 

E' comune nozione di psicologia giudiziaria che i confronti sono mezzi assai delicati d'indagine e che, nel corso degli stessi, anche testimoni sinceri, ma timidi, possono manifestare esitazioni apparentemente rivelatrici di menzogne o di cattivo ricordo di fronte alla sfrontata sicurezza di chi sa sostenere il proprio interessato mendacio.

 

Giovanni Ventura, nel corso dell'istruttoria, incalzato dalle ripetute affermazioni di Guido Lorenzon e Franco Comacchio, i quali hanno sempre insistito nell'attestare di aver ricevuto da lui in visione (il Comacchio addirittura in consegna) un congegno temporizzatore, non si è sentito ad un certo punto di negare ulteriormente ed ha ammesso di aver prelevato un timer dallo studio di Franco Freda.

 

Ha cercato comunque, di tenere nascosto l'aspetto più compromettente dell'episodio, ossia la volontaria consegna di tale oggetto da parte del Freda; ed ha sostenuto di aver sottratto furtivamente il congegno al Freda medesimo, prelevandolo dallo studio di questi nell'estate del 1969 (sicuramente dopo gli attentati dell'agosto) insieme ad alcuni fogli contenenti istruzioni per il suo impiego in ordigni esplosivi.

[Sia il timer che i fogli si trovavano in un mobile con gli sportelli aperti (v. verb. Confronto Freda-Ventura 13.6.72 vol.24 cit. fasc.18)]

 

Questo estremo tentativo di difesa non è, però, idoneo a sortire utili effetti in favore di chi lo ha compiuto. A parte la chiara testimonianza del Fabris, la tesi del furto cozza contro insormontabili ostacoli di ordine logico. Infatti, dati i motivi di solidarietà - dei quali si è più volte trattato - fra il Ventura ed il Freda sul piano ideologico ed operativo, è inconcepibile una frattura di interessi fra di loro proprio con riferimento ai timers; i quali, data la loro destinazione d'impiego - come si vedrà – in ordigni esplosivi, erano strumenti della loro comune attività terroristica.

 

In ogni caso il Ventura, se fosse stato veramente interessato a procurarsi clandestinamente uno dei timers acquistati dal Freda, nell'esercizio della sua attività di controllo sul Freda stesso per conto di Guido Giannettini e del S.I.D. come da lui sostenuto, non avrebbe mancato di esibire l'oggetto del suo furto proprio ed anzitutto a Giannettini: il che - com'è pacifico in atti - non è avvenuto.

 

Giovanni Ventura, quindi, ricevette certamente in consegna da Franco Freda almeno uno dei timers. Lo consegnò a sua volta a Franco Comacchio nell'autunno 1969, chiedendogli se fosse in grado di assicurarne il funzionamento in una bomba.

 

Lo aveva fatto vedere nel settembre 1969 anche a Guido Lorenzon, il quale nell'occasione notò come lo stesso fosse stato già predisposto al funzionamento mediante alcuni fili che lo collegavano ad una pila. Non può, pertanto, non rilevarsi il notevole valore accusatorio del fatto che, in epoca assai vicina a quella dei gravissimi attentati del 12 dicembre 1969, Giovanni Ventura aveva la disponibilità diretta di uno o più timers (non è stato possibile accertare se il timer mostrato al Lorenzon fosse quello stesso poi consegnato al Comacchio o un altro) da lui destinato alla confezione di ordigni esplosivi.

 

Questo comportamento di Giovanni Ventura si riflette logicamente, sul terreno probatorio, anche contro Franco Freda, date le comuni finalità eversive e terroristiche delle quali si è già più volte detto. Il Freda, ovviamente, aveva anche egli la disponibilità personale di quei timers, che egli stesso aveva acquistato.

 

I timers, dei quali il Freda ed il Ventura erano ancora in possesso poco tempo prima della strage di Milano e con dichiarata intenzione di utilizzarli direttamente in attentati, appartenevano - giova ribadirlo - allo stesso tipo (in deviazione da 60 minuti, produzione Iunghans-Diehl, distribuzione ditta Gavotti) adoperato dagli esecutori della strage medesima.

 

Non si trattava di temporizzatori molto usati in commercio, giacchè quelli cosiddetti "in deviazione" erano, fra i molti tipi prodotti dalla Iunghans-Diebl, quelli meno richiesti nelle varie applicazioni industriali, artigianalie commerciali, come risulta dalle deposizioni rese dal personale tecnico ed amministrativo delle ditte fornitrici. Nè risulta traccia alcuna di un loro impiego negli altri attentati dinamitardi commessi in Italia nel 1969 e negli anni immediatamente successivi: l'Ispettorato Generale per l'azione contro il terrorismo, interpellato specificamente al riguardo dal Giudice Istruttore di Catanzaro, ha risposto con nota del 10.7.1975 escludendo di aver mai accertato l'uso di timers prodotti dalla Iunghans-Diebl negli attentati verificatisi nel territorio nazionale dall'inizio del 1969 alla fine del 1974 (esclusi, ovviamente, quelli adoperati in occasione dei tragici eventi del 12 dicembre 1969).

 

A rimarcare, ancora, sotto il profilo indiziario, il legame fra i timers acquistati dal Freda e quelli della strage soccorre il particolare modo di collocazione dei timers stessi; i quali, come si è accertato in base agli accertamenti peritali eseguiti in istruttoria, sia a Roma che a Milano furono posti, insieme all'esplosivo, in cassette metalliche del tipo portavalori. Orbene il teste Tullio Fabris ha riferito - come si è specificato in narrativa - che, nel settembre 1969 e cioè all'epoca della ricerca dei temporizzatori (o commutatori), il Freda gli disse "che doveva mettere il commutatore in una cassetta metallica ermeticamente chiusa" e lo incaricò di reperirgli un contenitore del genere.

 

Il Fabris, sulle indicazioni del Freda, pensò proprio ad una cassetta portavalori, del tipo comunemente venduto dalla ditta UPIM; ma l'altro non rimase soddisfatto delle relative misure, le quali erano di cm.25x10 circa. Erano evidentemente necessari involucri più capienti, per poter contenere i timers ed i preventivati quantitativi di materiale esplodente; ed infatti la cassetta Iuwel13/4, rinvenuta inesplosa nella Banca Commerciale a Milano il pomeriggio del 12.12.69, era delle dimensioni di cm. 30x24x9 (23) (le stesse misure avevano le altre cassette della identica marca esplose a Milano nella Banca Nazionale dell'Agricoltura ed a Roma sull'Altare della Patria e nella Banca Nazionale del Lavoro quello stesso giorno).

 

Anche Giovanni Ventura risulta coinvolto nella ricerca di cassette metalliche in epoca successiva agli attentati ai treni dell'agosto 1969. Egli si era rivolto a Ruggero Pan; il quale nei seguenti termini ha ricordato la circostanza dinanzi al Giudice Istruttore di Treviso:

 

"Il Ventura disse che alcune bombe non erano esplose e che perciò vi era il pericolo che la Polizia esaminasse attentamente gli ordigni. Aggiunse che era indispensabile cambiare tipo di contenitore ed usare contenitori metallici in luogo delle scatolette di legno adoperate sui treni. Aggiunse ancora che con ciò avrebbero ottenuto effetti più gravi e che, anche se lui non lo desiderava, avrebbe potuto scapparci il morto. Nel chiedermi se possedevo scatole di ferro non mi precisò le dimensioni".

 

(continua al capitolo XI Parte Quinta)