LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO VII     

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Il ruolo di informatore indiretto del S.I.D. rivendicato da Giovanni Ventura

 

 

 

Come si è anticipato in narrativa, Giovanni Ventura ha fondato la sua linea di difesa sull'assunto di essersi tenuto vicino a Franco Freda, ed al gruppo che a questi faceva capo, non per comuni intenti di carattere sovversivo, bensì per preciso incarico ricevuto da Guido Giannettini; il quale aveva il compito di raccogliere proprio per suo tramite e di trasmettere poi al S.I.D. informazioni sugli ambienti politici ed economici della estrema destra.

 

Tale assunto, tuttavia, non regge al vaglio della logica e rivela palesemente la sua pretestuosità.

 

Già il ritardo con il quale Giovanni Ventura ha introdotto questa sua giustificazione in processo, dopo aver sofferto anni di carcerazione preventiva, basta a denunciarne la natura di espediente artificioso senza alcuna corrispondenza con la realtà. Sarebbe stato, infatti, suo preciso interesse difensivo rivelare immediatamente la natura del rapporto che lo aveva legato al Giannettini, se si fosse trattato effettivamente di una lecita operazione riconducibile alle finalità istituzionali del S.I.D., al fine di chiarire subito la sua posizione dinanzi al Magistrato e di evitare equivoci sul ruolo da lui svolto.

 

Inoltre le stesse modalità riferite dal Ventura, in relazione al servizio informativo che avrebbe svolto, sono tutt'altro che convincenti.

 

Stranamente egli, benchè preavvertito ed invitato da Franco Freda, si sarebbe astenuto dal partecipare ad una delle riunioni più importanti della cellula eversiva dell'estrema destra veneta. Avrebbe, cioè, omesso di intervenire a quel famoso convegno del 18 aprile 1969, pur sapendo anticipatamente dell'arrivo di eminenti personaggi che erano estranei all'ambiente padovano.

 

Sicchè egli si sarebbe accontentato delle confidenze fattegli nei giorni successivi dal Freda senza curarsi di apprendere direttamente, mediante la sua personale partecipazione all'importante incontro, l'identità dei cospiratori e gli esatti particolari di quel programma terroristico: ossia notizie particolarmente preziose per il Giannettini e per il S.I.D.

 

Va posto nel dovuto rilievo, al riguardo, il fatto che nessuna difficoltà gli ha impedito di assicurare alla riunione del 18 aprile 1969 la sua presenza; la quale, anzi, fu a lui richiesta pressantemente dal Freda come si evince dalla comunicazione telefonica intercettata di cui si è detto.

 

Altrettanto stranamente il S.I.D. tramite il Giannettini, tenuto al corrente dal Ventura - secondo ciò che quest'ultimo ha sostenuto - di una catena di attentati compiuti di recente da parte del gruppo Freda (collocazione di ordigni esplosivi nel Palazzo di Giustizia di Torino il 12 maggio, nel Palazzo di Giustizia di Milano il 24 luglio ed in vari convogli ferroviari durante la notte dall'otto al nove agosto 1969 con danni progressivamente più gravi), avrebbe invitato il Ventura medesimo ad allentare la sua vigilanza imponendogli di evitare ulteriori compromissioni ed anche di partecipare a riunioni col gruppo Freda.

 

Eppure sarebbe stato logico impartire disposizioni nettamente opposte, giacchè il “crescendo” terroristico e la prevedibile commissione di attentati sempre più gravi e pericolosi per la pubblica incolumità avrebbero richiesto in qualsiasi Servizio di sicurezza - se effettivamente informato - il massimo dell'attenzione allo sviluppo degli avvenimenti - e la più intensa attivazione delle fonti informative, al fine di poter acquisire tempestivamente notizie utili per prevenire il dispiegarsi della potenzialità distruttiva presa in osservazione.

 

Nè il Ventura può essere seguito quando allega l'orrore, in lui suscitato dai danni alle persone provocati dagli attentati ai treni e la conseguente sua decisione di non proseguire ulteriormente nella sua compromissione negli attentati.

 

Non erano stati quelli i primi feriti, giacchè anche negli attentati del 25 aprile alla Fiera Campionaria di Milano era stato versato del sangue.

 

Altro comportamento incomprensibile in un vero informatore ebbe ad assumere Giovanni Ventura omettendo di far vedere al Giannettini il "timer” che egli ha assunto di aver sottratto clandestinamente dallo studio del Freda.

 

Egli ebbe a mostrare detto timer al Lorenzon ed al Comacchio, ma ne tenne all'oscuro il Giannettini: ossia proprio colui che occorreva rendere edotto, date le finalità del rapporto spionistico dal quale sarebbe stato legato, di una circostanza di tanto rilievo in materia di attentati dinamitardi.

 

Nè risulta che, quanto meno tardivamente, il Ventura abbia svolto il suo ruolo di informatore richiamando l'attenzione dell'ambiente destinatario delle sue notizie sulla corrispondenza fra il timer stesso ed il tipo di temporizzatore adoperato nella strage di Milano il 12 dicembre 1969.

 

In ogni caso Giovanni Ventura all'amico Guido Lorenzon, che pure rese depositario di confidenze tanto pericolose, per la sua libertà, non avrebbe davvero trascurato di accennare a quel compito di osservazione dell'attività eversiva altrui, se effettivamente egli lo avesse svolto.

 

In netto contrasto logico con la tesi di Giovanni Ventura si pone, altresì, quanto avvenuto nell'incontro che questi ebbe la sera del 20 gennaio 1970 nell'hotel Plaza di Mestre con il suo amico Lorenzon. A tale incontro intervenne Franco Freda, il quale insistette anch'egli, unitamente al Ventura, affinchè il Lorenzon ritrattasse le dichiarazioni accusatorie da lui formulate dinanzi al Magistrato; e ciò costituisce chiara dimostrazione dell'interesse di entrambi, data la loro correità, a tale ritrattazione.

 

Se il Ventura fosse stato un indiretto informatore del S.I.D. ed il Freda soggetto passivo di quell'attività spionistica, sarebbe stata inconcepibile - come si è già accennato - una loro strategia difensiva comune e concordata in ordine, peraltro, ad una vicenda giudiziaria che a quel tempo riguardava ancora il solo Giovanni Ventura.

 

Inconcepibili e senza alcuna logica giustificazione sarebbero state, altresì, le insistenze di Giovanni Ventura, nei confronti del Lorenzon, di non fare per nessun motivo al Magistrato il nome di Freda in quanto “se l'Autorità inquirente fosse arrivata al Freda, sarebbe giunta ad un cuneo, avrebbe creato una falla e sarebbe poi penetrata molto in profondità”.

 

Sarebbe stato, anzi, precipuo interesse del Ventura, se egli avesse realmente agito per collaborare con un Servizio di Sicurezza dello Stato, non frapporre ostacoli a che l'Autorità inquirente facesse piena luce su quei fatti.

 

Passando poi sul terreno dei riscontri obiettivi, va subito posto in rilievo che nessuna traccia si è trovata, presso gli atti del S.I.D., delle informazioni che il Ventura avrebbe fornito circa l'attività della cellula eversiva veneta fino agli attentati ai treni dell'otto-nove agosto 1969.

 

Nè Giannettini si è mai riferito a rapporti da lui inviati al Servizio relativamente a tali informazioni; che egli ha negato di aver ricevuto sostenendo - come si ricava dai suoi interrogatori riportati in narrativa – di essere legato da relazioni di diverso tipo con il gruppo “Freda-Ventura".

 

D'altronde l'assunto di Giovanni Ventura è in reciso contrasto con la posizione ideologica di Guido Giannettini, la cui provata fede politica di estrema destra gli impediva, ovviamente, di svolgere la funzione di raccoglitore di notizie contro la sua stessa fazione.

 

Oltre alla documentazione esibita dal S.I.D., le concordi deposizioni degli Ufficiali, che, succedutisi nel tempo alla direzione dell'Ufficio "D" (gen. Enzo Viola, gen. Federico Gasca Queirazza, gen. Gian Adelio Maletti), ebbero ripetuti contatti con il Giannettini, hanno consentito di accertare - come si è già detto in narrativa - che questi si era dimostrato chiaramente indisponibile a spiare negli ambienti della "destra" e fu, perciò, utilizzato a procurare notizie in quelli della sinistra.

 

E' evidente, quindi, che egli, in veste di informatore, svolgeva un ruolo diametralmente opposto a quello che il Ventura vorrebbe assegnargli.

 

I famosi "rapporti informativi" di Guido Giannettini, rinvenuti, in parte, nella cassetta di sicurezza di Montebelluna e sequestrati al suddetto Ventura, sono del tutto inconciliabili con la tesi di quest'ultimo; giacchè essi - come si dirà in appresso - erano strumenti di infiltrazione e di provocazione in danno della sinistra extraparlamentare.

 

Franco Freda, del resto, non avrebbe cercato di rivolgersi clandestinamente nel maggio 1974 (quando la tesi difensiva di Giovanni Ventura era ormai di pubblico dominio) proprio al Giannettini, con i noti messaggi poi sequestrati a Claudio Mutti, se avesse avuto anche solo il sospetto di essere stato da lui spiato.

 

(continua al capitolo VIII Parte Quinta)