LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO VI     

[da pagina 460 a pagina 471]

 

 

Le armi e l’esplosivo occultati nel Veneto. L’istigazione di Giovanni Ventura nei confronti di Franco Comacchio. Le lettere agli ufficiali delle Forze Armate.

 

 

 

L'effettiva esistenza dell'associazione sovversiva, diretta ed organizzata da Franco Freda e Giovanni Ventura, non è provata solamente dalle molteplici dichiarazioni di tutti coloro che dagli stessi Freda e Ventura ebbero a raccogliere inequivoche ammissioni o poterono constatarne il concorde atteggiamento cospirativo, ma anche dal rinvenimento di cose destinate a costituire gli strumenti della attività eversiva.

 

Fra tali cose fondamentale rilievo assume il deposito di armi e munizioniscoperto nella soffitta della casa di abitazione di Giancarlo Marchesin in Castelfranco Veneto.

 

Il numero e la qualità del materiale rinvenuto (cinque mitra, otto pistole cal.9, sette caricatori per pistola automatica, venti caricatori per mitra e pistole mitragliatrici, quattro silenziatori, più di mille cartucce per mitra e pistole), il suo stato di efficienza (accertato da apposita indagine peritale) ed il fatto stesso dell'occultamento assumono, invero, nel loro insieme, un chiaro significato se posti in relazione ai soggetti dai quali armi e munizioni provenivano; ed il drappo nero con il disegno del fascio littorio, notato fra le suddette armi al momento della loro scoperta, è illuminante circa le posizioni ideologiche di coloro cui le armi stesse servivano.

 

Si è già esposto analiticamente in narrativa come ben presto si sia accertato che quelle armi e munizioni provenivano in effetti da Giovanni Ventura e che alle stesse era interessato anche Franco Freda.

 

Basta, perciò, qui, ricordare sommariamente come al Marchesin esse fossero state affidate dai coniugi Franco Comacchio ed Ida Zanon; i quali per un certo tempo si erano prestati ad occultarle in casa loro su preghiera del Ventura; in quanto Ruggero Pan, cui in precedenza il Ventura stesso si era utilmente rivolto per ottenere lo stesso favore, non aveva voluto ad un certo momento tenere oltre, presso di sè, quel materiale compromettente dopo le indagini giudiziarie iniziate in seguito alle rivelazioni di Guido Lorenzon.

 

Anche quest'ultimo aveva avuto modo di constatare nel settembre del 1969 che il Ventura deteneva, in un appartamento sito in Via Daniele Manin di Treviso, alcuni fucili da guerra automatici ed una o due cassette contenenti cartucce cal. 9 (nell'occasione il Ventura gli aveva detto che presto quelle cose sarebbero state trasportate altrove, perchè era vicina la scadenza della locazione dell'appartamento).

 

I coniugi Comacchio-Zanon hanno, inoltre, riferito un'altra circostanza di rilievo; ossia il fatto che fra le armi e munizioni, loro consegnate dal Ventura e contenute nella cassa nonchè nelle due borse custodite in precedenza dal Pan, vi erano anche una decina di candelotti di esplosivo.

 

Essi, come si è già detto a suo tempo, pensarono di liberarsene e li occultarono nell'incavo di una roccia in una zona quasi inaccessibile e disabitata del Comune di Crespano.

 

Ha ricordato, in particolare, Franco Comacchio che dell'esigenza di nascondere in luoghi chiusi quelle armi, le quali costituivano - secondo quanto riferitogli da Angelo Ventura - alcuni degli strumenti di un'organizzazione sovversiva composta da gruppi di tre persone e diretta ad apportare trasformazioni radicali e traumatiche all'assetto governativo italiano, aveva sentito parlare sia Giovanni Ventura, cui era legato da rapporti di amicizia, sia l'avvocato padovano Franco Freda.

 

Quest'ultimo, secondo il Comacchio, standosene in autovettura con lui e col Ventura una sera di poco successiva alle prime dichiarazioni rese dal Lorenzon al Magistrato, aveva detto che la soluzione ideale sarebbe stata quella di portare le armi in qualche casetta solitaria dentro un pozzo sotterraneo murato alla sommità.

 

Il Ventura, inoltre, nel corso del 1969, aveva proposto una volta allo stesso Comacchio di collocare ordigni esplosivi nei treni, precisamente nelle toilettes di prima classe, perchè in queste "viaggiava un certo tipo di persone"; e poco dopo, in autovettura, gli aveva dato un congegno a tempo, poco più piccolo di un pacchetto di sigarette, affinchè ne studiasse il funzionamento per la collocazione dei suddetti ordigni.

 

Ruggero Pan ha reso dichiarazioni tali da agganciare alla responsabilità per le armi sia il Ventura che il Freda.

 

Ha fatto presente, infatti, che, avendo egli insistito nel febbraio 1970 presso i fratelli Angelo e Giovanni Ventura affinchè si riprendessero le armi (divenute ormai scottanti dopo le rivelazioni del Lorenzon al Magistrato), minacciando di disfarsi delle stesse buttandole nel Brenta, si erano dopo alcuni giorni recati presso di lui Angelo Ventura ed il Freda.

 

Quest'ultimo, in tale occasione, gli aveva detto che le accuse di Lorenzon erano solo una montatura e di guardarsi bene dal disfarsi delle armi, "che fra l'altro erano costate loro fior di quattrini" e delle quali il Pan avrebbe dovuto rispondere direttamente a lui.

 

Il Pan ha, altresì, riferito che, mentre si trovava in servizio militare ad Ascoli Piceno, aveva ricevuto visite da parte dei fratelli Giovanni ed Angelo Ventura nonché dal Freda accompagnato da Massimiliano Fachini, i quali tutti avevano cercato di indurlo a dichiarare, se interrogato dall'autorità Inquirente, che la cassetta a lui consegnata dai Ventura conteneva libri e non armi.

 

Non vi sono motivi per dubitare delle veridicità di quanto dichiarato dai coniugi Comacchio e da Ruggero Pan.

 

Alle ragioni che militano in favore della sincerità di quest'ultimo si è avuta già occasione di accennare.

 

Vero è che il Pan ha variato più volte i particolari della consegna a lui fatta delle armi e munizioni, dicendo in un primo tempo di averle ricevute da Angelo e Giovanni Ventura in un unico contesto dopo le rivelazioni del Lorenzon ed, in un secondo tempo, di averle avute in due volte (la prima verso il dicembre del 1968 o, secondo un successivo chiarimento, nel maggio-giugno 1969 dai due fratelli e la seconda verso i primi di gennaio del 1970 dal solo Angelo Ventura).

 

Tuttavia si tratta di contraddizioni marginali, le quali possono trovare sufficiente spiegazione nel timore iniziale del Pan di essere coinvolto negli attentati del 1969 e, quindi, nel tentativo di posticipare al 1970 la sua detenzione di quelle armi che potevano legarlo alla sorte giudiziaria dei Ventura.

 

Restano, comunque, insuperabili due rilievi di ordine logico.

 

Nè il Pan nè il Comacchio, i quali erano in qualche modo compromessi nella faccenda delle armi, potevano aver interesse ad aggravare calunniosamente la posizione di Freda e Ventura ed a correre, con ciò, il rischio di veder rimbalzare a loro carico tale aggravamento.

 

In particolare il Comacchio e sua moglie nessun interesse certamente avrebbero avuto, se le armi fossero state di loro proprietà (come ha sostenuto Giovanni Ventura nelle sue difese), a tirare in ballo i candelotti di esplosivo (contenuti nella stessa cassa delle armi), dei quali nessuno aveva finora parlato e di cui non era stata trovata traccia alcuna nella soffitta del Marchesin.

 

Perciò, dal momento che detti coniugi hanno spontaneamente parlato dell'esplosivo ed in termini così rispondenti alla realtà da consentirne ai Carabinieri il ritrovamento nel luogo da loro indicato, in un'aperta e scoscesa zona di campagna, deve ritenersi che essi abbiano detto il vero anche circa l'appartenenza della cassa e delle due borse con tutto il loro contenuto di armi, munizioni e materie esplodenti.

 

D'altra parte lo stesso Giovanni Ventura, che aveva cominciato con l'attribuire al Comacchio la proprietà delle armi, ad un certo momento della fase istruttoria si è deciso ad ammettere: che almeno una parte di esse apparteneva a lui, che nel consegnarle al Pan non gli aveva affatto parlato della comproprietà di altri e che occorreva aggiungere al conto anche due grosse pistole tedesche affidategli dal Freda. Di queste due pistole una era stata restituita quasi subito al Freda stesso su sua richiesta, e l'altra dopo qualche tempo a mezzo del Pan.

 

Quest'ultimo ha confermato, da parte sua, tale circostanza.

 

Inoltre il modo puramente fortuito del ritrovamento delle armi nella soffitta del Marchesin e lo stato di avanzata decomposizione dell'esplosivo trovato in campagna (stato che dimostra come da tempo l'esplosivo stesso fosse stato ivi abbandonato in avverse condizioni atmosferiche) sono elementi che contrastano insanabilmente con la tesi secondo la quale il Comacchio e gli altri accusatori dei Ventura e del Freda avrebbero inteso ordire, premeditatamente, una calunniosa macchinazione.

 

Nello stesso senso probatorio depongono altri precisi controlli che le dichiarazioni del Comacchio hanno ricevuto nel corso dell'istruttoria: a proposito del timer (effettivamente a lui consegnato da Giovanni Ventura, come poi da quest'ultimo ammesso), nonchè di un passaporto falso con la foto del Freda datogli dai Ventura (si è accertato che il vero intestatario era il dr. Andrea M. e che realmente quest'ultimo, come rilevavasi dal "visto" notato dal Comacchio sul documento, si era recato in Israele).

 

Anche Angelo Ventura, dopo avere respinto in un primo tempo recisamente le accuse di Pan e di Comacchio negando di aver mai portato armi e munizioni, si è espresso ben diversamente in un successivo interrogatorio nei seguenti testuali termini: "Nella faccenda delle armi c'entro solo perchè su richiesta di Giovanni le trasportai prima da Castelfranco Veneto a Treviso in Via Manin e poi da qui in casa del Pan, successivamente infine da casa del Pan a quella del Comacchio".

 

Queste precisazioni di Angelo Ventura dimostrano con tutta evidenza le pretestuosità dell'assunto di suo fratello Giovanni, secondo il quale parte delle armi sarebbero state di appartenenza del Comacchio; perchè, in tal caso esse sarebbero state restituite direttamente al Comacchio medesimo e Giovanni Ventura non avrebbe avuto motivo alcuno di cercare il Pan per pregarlo di assumersi il rischio della loro custodia.

 

Un ulteriore riferimento, circa le armi, proviene ancora dall'ambiente familiare di Giovanni Ventura attraverso alcune notizie fornite da suo fratello Luigi.

 

Questi, infatti, ha dichiarato che una delle pistole, precisamente la "Bernardelli" cal.22 sequestrata in casa della nonna di Ruggero Pan, gli era stata data durante l'anno scolastico 1968-1969 dal suo professore di filosofia Alberto Marrazzi; al quale egli aveva promesso di ripararla e di completarla con l'applicazione di un silenziatore, sapendo che suo fratello Giovanni si occupava di tali congegni.

 

In effetti la suddetta pistola, al momento del sequestro, fu trovata munita di silenziatore.

 

Non mancano, poi, in processo riscontri circa il possesso di esplosivo da parte di Giovanni Ventura. Ha precisato, infatti Ruggero Pan, controllando quindi indirettamente le affermazioni di Franco Comacchio, di aver sentito dire a Luigi Ventura, il quale un giorno volle raccontargli un episodio divertente, che un collaboratore della libreria di Treviso, gestita da suo fratello Giovanni, aveva scambiato per candele alcuni candelotti di esplosivo che si trovavano in un gabinetto.

 

Nè difettano elementi idonei ad evidenziare particolari interessi del Freda in materia di esplosivi. E' stato, infatti, rinvenuto, durante una perquisizione eseguita in casa di Aldo Trinco, collaboratore del Freda nella gestione della libreria Ezzelino e suo compagno di fede, un manoscritto intitolato "Generali caratteristiche degli esplosivi dirompenti”.

 

Il Trinco, imputato prosciolto dal delitto previsto dall'art.270 C.P. nella fase istruttoria del presente procedimento, ha chiarito al riguardo di essere stato lui a scrivere il suddetto foglio su dettatura del Freda e non vi è ragione di porre in dubbio quest'ultima circostanza, giacchè nessun vantaggio poteva derivarne per la posizione processuale di chi l'ha riferita.

 

Deve, quindi, ritenersi certo che Franco Freda e Giovanni Ventura, nel periodo in cui parlavano di attentati da compiere in esecuzione del programma di un'associazione eversiva, si erano organizzati anche procurandosi la disponibilità di una notevole quantità di armi da guerra, munizioni ed esplosivi convenientemente occultati.

 

Il criminoso vincolo societario poggiava, quindi, su un'adeguata dotazione di mezzi idonei allo scopo perseguito.

 

Altri mezzi efficaci, da impiegare per la realizzazione del loro disegno di abbattimento delle Istituzioni democratiche dello Stato, essi avevano intanto ricercato nell'ambiente militare.

 

E' emerso, infatti, inconfutabilmente da una perizia grafica svolta con argomentazioni di ordine tecnico ineccepibili, come si è già accennato in narrativa, che furono proprio Giovanni Ventura e Franco Freda a scrivere di proprio pugno gli indirizzi di vari Comandi delle Forze Armate su varie buste, con le quali vennero recapitati nel corso del 1966 dei volantini sottoscritti dai cosiddetti "Nuclei di difesa dello Stato".

 

Con tali fogli si istigavano gli Ufficiali ad intervenire decisamente con un'azione di forza nella vita politica italiana, per rovesciare l'ordinamento costituzionale vigente ed instaurare, poi, un nuovo regime di governo basato sulla rigida applicazione dei principi di autorità e gerarchia.

 

Giovanni Ventura ha ammesso di essersi procurato l’indirizzario degli Ufficiali dell'Esercito e di averlo passato anche al Freda, che gliene aveva fatto richiesta senza indicargliene il motivo, ma ha sostenuto che il suo intento era quello di servirsene (anche se poi non lo utilizzò mai per tale scopo) per le esigenze di diffusione dei suoi lavori editoriali.

 

Tuttavia il vero motivo per il quale egli teneva presso di sè il suddetto indirizzario va, logicamente, rapportato al tipo di utilizzazione successivamente emerso con la perizia di cui si è detto.

 

A questa conclusione conducono anche alcuni significativi elementi di prova specifica.

 

Ruggero Pan, rievocando la preoccupazione dimostrata da Giovanni Ventura nell'eliminare da casa propria cose compromettenti, ha ricordato che (Nota: nascoste nella gamba di un tavolo, questi teneva alcune "veline” fra le quali, come potette direttamente constatare quando le "veline" stesse ne furono estratte, vi erano fogli quadrettati ove erano stati scritti a mano un elenco di Ufficiali e Sottufficiali dell'Esercito) il marxista-leninista Alberto Sartori di cui si è già fatto riferimento, ha precisato in una delle sue deposizioni testimoniali, di aver appreso direttamente da Giovanni Ventura che questi si era servito di un indirizzario degli Ufficiali in s.p.e. per spedire fogli propagandistici agli Ufficiali stessi.

 

Guido Lorenzon, premesso di aver ricevuto uno dei volantini eversivi in questione, quando era ufficiale di complemento ad Aviano nel 1966, ha attestato che Giovanni Ventura, da lui incontrato pochi giorni dopo, gli aveva confessato di esserne stato il mittente e di averne spedito circa duemila.

 

Vi sono, pertanto, ragionevoli motivi per ritenere certo che Giovanni Ventura e Franco Freda operarono, in concorso tra loro, nella compilazione e nella spedizione in busta chiusa di almeno duemila lettere a stampa per istigare gli Ufficiali delle Forze Armate Nazionali ad impadronirsi con la forza del potere e ad attentare, quindi, contro le Istituzioni dello Stato.

 

Ciò integra gli estremi del delitto previsto dagli artt.81 cpv. 110-302-283 C.P., loro contestato, e, nel contempo, fornisce un ulteriore apporto probatorio nella dimostrazione della trama cospirativa ordita dagli stessi.

 

(continua al capitolo VII Parte Quinta)