LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO V    

[da pagina 441 a pagina 459]

 

 

Franco Freda e Marco Pozzan nell’associazione sovversiva. La riunione di Padova del 18 aprile 1969. L’istigazione del Freda nei confronti di Ruggero Pan.

 

 

 

Le rivelazioni di Guido Lorenzon sulle intese segrete fra Franco Freda e Giovanni Ventura, da lui colte in occasione dei discorsi avuti con i due sono, ovviamente, idonee a costituire prova contro entrambi. Le conversazioni registrate il 20 gennaio 1970 nell'hotel Plaza di Mestre ne costituiscono un obiettivo elemento di riscontro.

 

Altre fonti, inoltre, precisamente quelle relative alla clandestina stampa del secondo "libretto rosso” di cui si è detto, concorrono nel consentire il controllo della effettiva sussistenza di una comune attività cospirativa del Freda e del Ventura anche in epoca prossima alla strage di piazza Fontana.

 

In particolare a carico del Freda si aggiungono le precise accuse dello stesso Giovanni Ventura, che lo ha indicato con i particolareggiati riferimenti riportati in narrativa come uno dei vertici di un'organizzazione eversiva operante nel territorio nazionale con una serie progressiva di attentati terroristici sempre più gravi finalizzati a conseguire, con lo sconvolgimento della tranquillità sociale "l'abbattimento delle strutture statali borghesi."

 

Secondo tali accuse questo movimento sovversivo era nato con un'impostazione di tipo nazi-fascista; si articolava su una direttrice veneta che faceva capo al Freda, nonchè su un'altra romana che faceva capo a Stefano Delle Chiaie noto esponente della destra extraparlamentare; aveva elaborato la sua strategia di base in una fondamentale riunione, tenutasi il 18 aprile 1969 a Padova, alla quale erano intervenuti il Freda ed altri esponenti di rilievo della cellula eversiva veneta e di quella romana. In quella riunione si era concepito il programma della cosiddetta "seconda linea" o doppia organizzazione, secondo cui occorreva strumentalizzare, con opportune manovre di infiltrazione e di provocazione, i gruppi estremisti di sinistra, in modo da compromettere questi ultimi negli attentati e farli apparire come responsabili di una attività eversiva la cui reale matrice, invece, era di destra.

 

Seguace fedele del Freda era Marco Pozzan, il quale avrebbe, però, manifestato al Freda stesso la sua disapprovazione quando, dopo gli attentati ai treni dell'8-9 agosto 1969, si volle insistere ancora nel "crescendo" terroristico.

 

Formalmente Giovanni Ventura non realizza, con le sue dichiarazioni accusatorie, una chiamata in correità nei confronti del Freda, in quanto egli sostiene - come si è già detto - di aver raccolto le confidenze di quest’ultimo, ed in genere del suo ambiente, standosene in una posizione che solo apparentemente era di solidarietà col gruppo eversivo ma, in effetti, era di osservazione critica per le finalità informative che lo collegavano a Giannettini ed al S.I.D.

 

E' chiaro, nondimeno, che, essendo tale ruolo informativo - come in appresso si dimostrerà - un mero espediente difensivo di Giovanni Ventura senza alcun riscontro nella realtà dei fatti, le sue accuse acquistano tutto il peso e l'efficacia probatoria di una "chiamata di correo" nei riguardi di coloro che con lui cooperarono per l'attuazione dei disegni di quella associazione sovversiva.

 

I riscontri processuali, in ordine alle accuse del Ventura, sono molteplici e concordanti.

 

Già nel giugno 1969 il commissario di P.S. Pasquale Iuliano, che dirigeva la Squadra mobile della Questura di Padova, aveva ricevuto confidenze precise da tali Giuseppe Roveroni e Francesco Tommasoni, circa l'esistenza in quella città di un "commando" terroristico facente capo a Franco Freda, Giovanni Ventura e ad un bidello dell'Istituto Configliachi (cioè Marco Pozzan).

 

Il Commissario non potette adeguatamente indagare sulla fondatezza delle confidenze ricevute, in quanto nel luglio dello stesso anno fu rimosso dal suo incarico.

 

Comunque sia dal Tommasoni che dal Roveroni, entrambi già iscritti al M.S.I. ed in rapporti col Freda, sono venute significative conferme dinanzi al Magistrato circa l'effettiva sussistenza di tale "commando".

 

Il Tommasoni, all'epoca produttore di affari per conto del Roveroni, il quale era agente generale di una compagnia di assicurazioni, ha dichiarato al Giudice Istruttore di Catanzaro e confermato in dibattimento di aver appreso dal Roveroni stesso, fra la fine del 1968 e gli inizi del 1969, dell'esistenza di un "commando" terroristico operante non a Padova ma a Roma e facente capo al Freda, a tal Ventura libraio di Treviso e ad un bidello dell'Istituto Configliachi di Padova.

 

Il Roveroni in particolare gli aveva detto che il Freda voleva approfittare del caos che si sarebbe creato con "l'autunno caldo sindacale" ed effettuava, intanto, ricerche per sapere quali sostanze potevano essere usate più opportunamente per avvelenare l'acqua potabile.

 

Ha aggiunto il Tommasoni di avere informato di quel che aveva appreso, il comm. Iuliano, perchè tal Nicolò Pezzato gli aveva parlato di un premio di £.5.000.000, stabilito per coloro che avessero fornito informazioni utili alla Polizia circa gli attentati verificatisi a Padova in quel periodo.

 

Il Roveroni, antico compagno di fede dell' imputato Franco Freda col quale ebbe rapporti prima nel M.S.I. e poi nel movimento di destra "La Giovane Italia", in un primo momento aveva negato, dinanzi al Giudice Istruttore di Treviso, persino di aver conosciuto il comm. Iuliano.

 

Poi, in una successiva deposizione resa al Magistrato di Milano, si è deciso ad ammettere di essere stato messo in contatto dal Tommasoni col suddetto commissario di polizia in un giorno festivo di maggio-giugno del 1969 nella pizzeria di Padova" La Siesta".

 

Ha insistito, però, nel sostenere di non aver parlato al funzionario di un commando terroristico costituito da Freda, Ventura e Pozzan.

 

Infine, ammonito più volte a dire il vero e posto a confronto con il dott.Iuliano, ha cominciato a fornire caute ammissioni dichiarando di non poter smentire il commissario, perchè non ricordava gli esatti termini del loro colloquio, e di aver comunque capito, da alcuni riferimenti del Freda (che era sempre insieme al Pozzan) ad esplosivi ed all’ "autunno caldo", che il Freda medesimo voleva approfittare delle agitazioni sindacali dei lavoratori per "passare all'azione".

 

Ha proseguito poi nella testimonianza con le seguenti testuali precisazioni: "Fu Freda ad invitarmi o meglio a consigliarmi ad avere un colloquio col dr. Iuliano, ciò avvenne quando il Tommasoni mi riferì i suoi discorsi con il dr. Iuliano ed io a mia volta li riferii al Freda.

Il colloquio col comm. Iuliano si è svolto più o meno nei termini che questo ha riferito nel corso del confronto, tranne il particolare dell'arsenico nella condotta della acqua.

Dopo il colloquio con Iuliano mi recai dal Freda e gli dissi, come ho già detto, che era opportuno che, se aveva intenzione di fare qualcosa, ci rinunciasse perchè correvano brutte acque.

Mi pare che fu proprio in quell' occasione che Freda mi propose di andare a deporre in Tribunale riferendo che Iuliano ce l'aveva con lui... Il Freda mi propose di andare in Tribunale e riferire che il comm. luliano mi aveva proposto di mettere delle armi o meglio munizioni o degli esplosivi nello studio del Freda o nella sua macchina, ciò naturalmente dietro ricompensa da parte del Iuliano".

 

 

Tale proposta - precisava il Roveroni - era stata da lui respinta in quanto non si sentiva di rendere una testimonianza falsa e calunniosa.

 

Nell'udienza dibattimentale del 2.6.1978 il suddetto Roveroni, pur con qualche tentativo di sottrarsi alle responsabilità accusatorie assunte nelle sue ultime deposizioni istruttorie (incalzato dai difensori di Freda e Ventura, ha detto di non aver concreti elementi per accusare il Freda di attentati e di non aver parlato del Ventura col dr. luliano), tali deposizioni ha tuttavia dichiarato di confermare dopo averne avuto lettura.

 

L'indagine incompiuta del comm.luliano non può considerarsi, quindi, assolutamente priva di utili risultati, specie se si tien conto del fatto che il Roveroni, evidentemente ancora legato al Freda, ha chiaramente dato prova di non gradire eccessive responsabilità di accusa verso quest'ultimo ed è, perciò, credibile quando, nei pochi momenti di abbandono della sua condotta reticente, depone contro di lui.

 

Un dato confermativo del valore seriamente accusatorio da attribuire alla testimonianza del Roveroni può trarsi anche da quanto ha riferito Livio Iuculano.

 

Costui, appartenente al sottobosco dei pregiudicati e dei confidenti di polizia, pur presentandosi portatore delle più svariate ed incontrollate notizie in ordine ai vari fatti centrali e secondari del presente procedimento, sì da suscitare a suo carico sospetti di mitomania, ha tuttavia riferito, fra l'altro, circostanze specifiche e logicamente agganciate a quanto si è sopra detto sull'inchiesta del comm. Iuliano.

 

Egli, deponendo il 24 ottobre 1972 dinanzi al Giudice Istruttore di Milano, così si è espresso testualmente circa una conversazione avuta nell'estate-autunno 1969 con Franco Freda, da lui indicato, sulla base di confidenze fattegli da tale Nicolò Pezzato durante una comune loro detenzione nelle Carceri di Padova, come organizzatore di attentati su scala nazionale:

 

"...Si riparlò pure del Pezzato e del Tommasoni ed io in tale occasione dissi al Freda di stare attento ai due che potevano incastrarlo. Freda fece un gesto con la mano come per dire che Tommasoni e Pezzato non contavano assolutamente niente ed aggiunse che l'unico che avrebbe potuto comprometterlo era invece il Roveroni".

 

 

Analoga rivelazione il Freda fece a Giovanni Ventura - secondo quanto quest'ultimo ha dichiarato – dicendogli di aver saputo dal Roveroni che costui "aveva chiesto al commissario Iuliano due milioni per dargli chi sa quali notizie".

 

Ha specificato al riguardo il Ventura:

 

"Mi disse pure che il Roveroni gli era parso allettato dalla offerta di Iuliano e che, per questa ragione, gli aveva detto che, se aveva problemi di quattrini, si potevano sempre risolvere. Il Roveroni, per quanto mi disse Freda, avrebbe dovuto riferire a Iuliano notizie precise di ambienti neofascisti in relazione agli attentati. Le notizie che Roveroni avrebbe dovuto dare a Iuliano riguardavano anche il Freda".

 

La verbalizzazione dell'interrogatorio, nel corso del quale il Ventura ha comunicato quanto sopra, prosegue testualmente così:

 

" L'Ufficio rende noto all'imputato che il Roveroni ha dichiarato che il Freda gli chiese di andare a dire al Giudice Istruttore che Iuliano gli aveva offerto due milioni perché collocasse armi ed esplosivo nello studio o nella macchina del Freda. L'imputato a questo punto spontaneamente dichiara: Sì, sì, è possibile che il discorso sia stato questo! Ora ricordo, anche se non è un ricordo preciso, un riferimento di questo tipo".

 

 

Molteplici elementi, quindi, si intrecciano e concordano nell'indicare il Roveroni come perfettamente consapevole dell'attività sovversiva del Freda e sottoposto alle pressioni di questi; il quale insisteva presso di lui per indurlo a squalificare il commissario Iuliano con accuse calunniose.

 

D'altronde la sussistenza del criminoso sodalizio in esame non si basa certo solamente sulle confidenze ricevute dal comm.Iuliano, ma si ricava da molti altri elementi probatori; i quali suonano come verifica di quanto riferito da Giovanni  Ventura sulla ormai nota riunione di Padova del 18 aprile 1969, indubbiamente una delle più importanti per l’elaborazione della strategia terroristica.

 

Il 18 aprile 1969 il telefono di Franco Freda era sotto controllo della Polizia, la quale era stata a ciò regolarmente autorizzata dal Procuratore della Repubblica di Padova in seguito all’attentato dinamitardo compiuto tre giorni prima nel Rettorato dell’Università.

 

Fu possibile, così, intercettare e registrare - come si è anticipato in narrativa – tre conversazioni telefoniche, svoltesi rispettivamente fra Freda e Pozzan, Freda e Toniolo, Freda e Ventura.

 

Orbene, dal contesto di tali conversazioni si colgono inequivocabilmente i preparativi di una riunione che avrebbe dovuto tenersi quella sera stessa ed alla quale avrebbe partecipato un personaggio di rilievo. Quest'ultimo doveva arrivare a Padova in treno e ripartire, con premura, per Roma.

 

Giovanni Ventura, sollecitato telefonicamente dal Freda ad intervenire, si trovava, al momento della telefonata, a Treviso. [il testo della registrazione è riportato in Parte II cap. V]

 

Si è già dettagliatamente esposto come Marco Pozzan abbia riconosciuto esplicitamente che quella sera vi fu in realtà a Padova un convegno cui parteciparono Franco Freda ed altri, fra cui due personaggi sopraggiunti in treno verso le 23,30 e dei quali si era atteso l'arrivo nella stazione ferroviaria.

 

Dell'oggetto di tale convegno il Pozzan ha rivelato, precisando di esserne stato informato alcuni giorni dopo dal Freda perchè egli quella sera non vi aveva partecipato, che "si era convenuto di approfittare della tensione politica e sociale in atto inserendosi con iniziative utili ad acuirla".

 

Era stato, in altri termini, uno degli incontri fra coloro che erano impegnati a dirigere il corso dell’attività eversiva.

 

Il Pozzan ha ritrattato tutto, come si sa, in un successivo interrogatorio; ma quegli specifici suoi riferimenti alla natura della riunione non possono considerarsi davvero frutto della sua fantasia, come egli in sede di ritrattazione vorrebbe far intendere.

 

Trattasi, fra l'altro di riferimenti dello stesso genere di quelli che, con maggiore specificazione, anche Giovanni Ventura ha fatto ricollegandoli a confidenze ricevute dal Freda.

 

L'unico contrasto di rilievo fra il Pozzan ed il Ventura riguarda l'identità di uno dei due personaggi giunti a Padova in treno per intervenire alla riunione. Tale personaggio era Pino Rauti, secondo la prima versione del Pozzan; era invece Stefano Delle Chiaie secondo quanto ha riferito il Ventura; il quale ha chiarito al riguardo - come si è già detto in narrativa - che probabilmente il nome del Rauti fu suggerito al Pozzan da Franco Freda " al fine di assicurarsi una certa protezione da parte del M.S.I. che voleva scaricarlo".

 

L'estraneità del Rauti alla riunione è stata accertata in fase istruttoria ed ha condotto - come si è già riferito - al proscioglimento dello stesso con formula ampia.

 

Non altrettanto può dirsi per il Delle Chiaie, benchè la sua presenza sia stata constatata a Roma nell'abitazione della sua convivente Leda Pagliuca la mattina successiva, 19 aprile 1969, nel corso di un'occasionale perquisizione domiciliare effettuata dal commissario di P.S. dr. Lucio De Gregorio.

 

Quest'ultimo, infatti, ha specificato in dibattimento di essersi portato presso lo edificio romano ove si trovava Stefano Delle Chiaie alle ore 10,15: il che non è affatto incompatibile con una presenza dello stesso Delle Chiaie a Padova intorno alla mezzanotte del 18 aprile precedente e con un suo ritorno a Roma prima delle ore 10 del giorno successivo.

 

In un ultimo, maldestro ed ingenuo tentativo dibattimentale il Pozzan ha sperato di far credere che quella conversazione telefonica fra lui ed il Freda del 18 aprile 1969 si riferiva, inverità, ad un incontro galante con due donne procurate da un intermediario in arrivo da Roma.

 

Tuttavia dal tenore della telefonata, così come risulta dal complesso delle registrazioni effettuate dalla Polizia, balza con evidenza che il previsto incontro notturno a Padova non aveva nulla delle complesse articolazioni erotiche fantasticate dal Pozzan.

 

La materia trattata nella conversazione era ben altra; nè il linguaggio adoperato si presta ad essere considerato come vorrebbe il Pozzan: cioè come un deliberato camuffamento per sottrarre ad orecchie indiscrete la delicata materia di quel convegno d'amore mercenario, propiziato da un misterioso personaggio in arrivo imminente dalla capitale.

 

I sospetti formulati sulla genuinità della registrazione sono stati fugati da uno specifico accertamento attraverso cui, a parte il rilievo di un ronzio all'inizio della comunicazione telefonica, si è acclarata l'inesistenza di alterazioni per il resto del colloquio registrato.

 

Le giustificazioni offerte dal Pozzan finiscono, quindi, sul piano della prova, per denunciare una ben diversa ed inconfessabile motivazione dell'appuntamento che quella sera fu preso per telefono fra il Pozzan medesimo ed il Freda.

 

Chiari riferimenti alla sua attività eversiva il Freda fece, inoltre, a Ruggero Pan, nell'intento di agganciarlo alla propria delittuosa organizzazione; ed il memoriale scritto in carcere ed il successivo interrogatorio il cui contenuto è riportato in narrativa, ne ha parlato dettagliatamente.

 

Il Freda ebbe ad invitarlo nel suo studio il pomeriggio successivo al giorno della nota riunione, cioè il 19 aprile 1969; gli parlò esplicitamente dell'organizzazione terroristica, di cui egli era non il capo ma il "vicario" e nella quale gli proponeva insistentemente di entrare per commettere attentati.

 

Gli espose i programmi dell'associazione, dicendogli che essa si proponeva l'abbattimento dello Stato borghese strumentalizzando tutti gli estremisti, di destra e di sinistra; ed alle sue obiezioni circa i pericoli cui si esponevano i cittadini con quei metodi violenti, gli espresse il suo aristocratico disprezzo ribattendo che "non era il caso di prendersi cura di una massa capace solo di mercanteggiare, mangiare, defecare e riprodursi".

 

E’ il riscontro puntuale, sul piano della concretezza operativa, di quanto teorizzato dallo stesso Freda nella sua opera "La disintegrazione del sistema".

 

Il Pan è stato, altresì, preciso nell'indicazione del ruolo che svolgeva Marco Pozzan, nella cui casa si incontravano abitualmente quelli che parlavano di "mettere bombe”.

 

Anche il Pozzan gli aveva fatto una proposta uguale a quella del Freda; egli si era sempre dimostrato informatissimo di ciò che quest'ultimo diceva o faceva per procurare proseliti all'associazione e nel commettere materialmente singoli attentati.

 

Le dimissioni di Ruggero Pan dall'incarico di assistente presso l'Istituto per ciechi Configliachi (lo stesso ove il Pozzan prestava servizio come portinaio-bidello), appena pochi mesi dopo la sua assunzione che era avvenuta il 10 marzo 1969, costituiscono un prezioso elemento di controllo della veridicità di quanto rievocato dal Pan medesimo; il quale si sentì costretto a perdere il suo posto di lavoro per sottrarsi - come egli ha fatto presente - alle pericolose influenze ed alla forte personalità del Freda in quell'ambiente padovano ove egli, per le esigenze della sua attività lavorativa, si era trasferito.

 

Il fatto scatenante che lo decise ad allontanarsi da Padova fu, come si ricava dal suo memoriale, il seguente testuale invito rivoltogli dal Freda: "prendere in affitto col mio nome un appartamento per cederlo poi a lui che ne avrebbe fatto un deposito di esplosivi".

 

Nell'estate del 1969 il Pan accolse, nello stato di bisogno economico in cui si trovava, un'offerta di lavoro come impiegato presso lo Studio bibliografico di Giovanni Ventura; che egli conosceva da tempo e che inizialmente lo rassicurò, dicendogli di non temere coinvolgimenti in attività illecite e raccomandandogli solo il silenzio su quanto fino ad allora aveva saputo.

 

Dopo qualche mese, tuttavia, resosi conto che anche il Ventura rappresentava un grave pericolo, abbandonò pure questo lavoro.

 

La veridicità delle dichiarazioni di Ruggero Pan si coglie, inoltre, dal fatto che lo stesso non ha mai assunto in processo la veste di uno zelante ed accanito accusatore.

 

Egli, anzi, ha manifestato notevoli reticenze, nel corso dei suoi interrogatori, prima di rendere dichiarazioni compromettenti per il Freda ed i Ventura. Non ha esitato a riferire, durante la fase istruttoria, alcuni particolari che un callido calunniatore si sarebbe ben guardato dal rivelare.

 

Così, dopo aver detto che una sua borsa era stata usata per il trasporto degli ordigni destinati alla Fiera di Milano, ha in coscienza escluso - quando il Giudice Istruttore di Treviso gli ha esibito in visione i brandelli di pelle rinvenuti sui luoghi delle esplosioni -che essi potessero riferirsi a quella sua borsa chiestagli in prestito qualche tempo prima, maliziosamente, dal Freda.

 

Ancora, in ordine agli stessi attentati di cui ora si è detto, ha scrupolosamente aggiunto che il Freda, dopo qualche tempo dal giorno in cui se ne era confessato autore, gli aveva detto che quella sua confessione era stata uno scherzo.

 

Ha, quindi, tenuto un comportamento processuale che denota come la preoccupazione di dire cose vere sia stata prevalente rispetto a quella di offrire un'immagine di coerenza formale fra le sue prime dichiarazioni e le successive.

 

Alla stregua dei numerosi elementi finora illustrati emergono già, con sufficiente chiarezza, gli estremi materiali e psichici del reato previsto dall'art.270 C.P. nella condotta tenuta, con scopi comuni, da Franco Freda, Giovanni Ventura e Marco Pozzan.

 

E' noto, invero, per costante insegnamento giurisprudenziale, che il reato in esame si realizza anche con una semplice attività di promozione diretta a costituire un vincolo associativo a scopo sovversivo.

 

Non è richiesto dalla legge penale un effettivo e concreto pericolo per le Istituzioni, nè un numero di adepti o una consistenza di mezzi idonea a garantire il raggiungimento dei fini dell'associazione.

 

Nel caso specifico, che ci occupa, le idee manifestate e propagandate in concorso tra loro dal Freda, dal Ventura e dal Pozzan, gli incontri realizzati per il passaggio dalla fase ideologica a quella operativa, l'opera di proselitismo compiuta, le confessioni extragiudiziali raccolte da testimoni e coimputaticostituiscono, nel loro insieme, una documentazione di accusa sufficiente a dimostrare come la soglia del "minimum" voluto dalla normaincriminatrice sopra citata, per la sua applicazione, sia stato di molto superato.

 

Ma vi è ancora di più; e se ne tratterà in appresso. Sin d'ora, intanto, si evidenzia il diverso ruolo svolto nel seno della delittuosa associazione da Franco Freda e Marco Pozzan.

 

Il primo, indicato dal Ventura come il vertice dell’articolazione eversiva veneta, si è dichiarato egli stesso al Pan come il "vicario" dell'organizzazione.

 

E', quindi, indiscutibile la sua posizione di preminenza, senza la quale, naturalmente, non avrebbe potuto partecipare a ristrette e segrete riunioni, importanti per lo svolgimento dell'attività eversiva, come quella del 18 aprile 1969.

 

Non altrettanto è consentito affermare per il Pozzan; che al suddetto Pan, a lui vicino in quei mesi di comune lavoro - sia pure con diverse mansioni - nel "Configliachi”, apparve essenzialmente un fedele ed informato seguace di Freda.

 

Il Pozzan offriva la sua casa per le riunioni di carattere eversivo e costituiva, come riferito più tardi anche da Guido Giannettini il quale per precauzione indirizzava a casa sua la corrispondenza destinata a Freda, la "casella postale" di quest'ultimo.

 

Egli, comunque, era escluso dai convegni più ristretti ove si trattava di fissare le tappe della strategia sovversiva.

 

Ciò emerge con chiarezza da quanto ha precisato Giovanni Ventura a proposito della nota riunione del 18 aprile 1969: "... la riunione era prevista in due tempi o fasi, mi fu detto da Freda; nella prima fase di carattere coreografico diciamo così, avrebbero partecipato più persone, fra cui certamente Balzarini e Pozzan. Alla seconda fase avrebbero partecipato invece, oltre i due venuti da fuori, il solo Freda, o il Freda e il Balzarini e forse io...".

 

Devesi, pertanto, escludere nei confronti del Pozzan, l'ipotesi più grave di associazione sovversiva prevista dalla prima parte dell'art.270'C.P. anche a lui contestata.

 

La sua condotta criminosa va inquadrata, invece, più propriamente nella semplice "partecipazione" ad associazione sovversiva contemplata dal III comma dello stesso articolo. Quest'ultimo reato, per i motivi che saranno separatamente esposti, è estinto per sopravvenuta prescrizione.

 

E' appena il caso di fare un accenno all'infondatezza manifesta della proposizione difensiva con la quale, nel corso del dibattimento, si è sostenuta la giuridica impossibilità di procedere al giudizio nei riguardi di Marco Pozzan, non essendo compreso il reato di cui all'art.270 C.P. fra quelli per i quali l'Autorità spagnola ha concesso l'estradizione.

 

E' noto, infatti, che il cosiddetto principio di specialità dell'estradizione non è applicabile quando, come nella specie, il procedimento penale, iniziato contro imputato presente in Italia prima della estradizione ed indipendentemente dalla stessa, prosegue dopo la concessione di quest'ultima (Cass. 3.4.1974 Carinci).

 

La suddetta eccezione è stata già respinta con ordinanza dibattimentale del 23 maggio 1977 dalla Corte, che, in questa sede, ribadisce la sua precedente decisione per i motivi sopra indicati.

 

(continua al capitolo VI Parte Quinta)