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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO IV       

[da pagina 432 a pagina 440]

 

 

Giovanni Ventura nell’associazione sovversiva

 

 

 

Le dettagliate deposizioni di Guido Lorenzon, la cui attendibilità deve ritenersi sufficientemente garantita dai numerosi controlli probatori dei quali si è detto, consentono di ricostruire, in modo fedele alla realtà, programmi e fatti che ebbero Giovanni Ventura fra i principali protagonisti.

 

Il Ventura si riconobbe senza mezzi termini, nelle confidenze fatte all'amico, come uno dei tre finanziatori di un’organizzazione eversiva a struttura cosiddetta piramidale.

 

Si trattava, precisamente, di gruppetti sovversivi costituiti ciascuno da tre persone, il cui capo costituiva a sua volta uno dei due elementi-base di altro gruppetto triangolare.

 

Si poteva, così, godere delle garanzie tipiche del compartimento-stagno; per cui avendo i singoli associati rapporti di conoscenza e di collaborazione limitati e separati nel seno dell’intero assetto organizzativo.

 

L’associazione nella sua globalità si rendeva meno vulnerabile verso l’esterno oltre che più efficiente.

 

Tale organizzazione, che – a detta del Ventura – non era la sola operante, aveva lo scopo di rovesciare, con il potere pubblico costituito, l’ordine borghese esistente nella società italiana.

 

Dei metodi di lotta facevano parte gli attentati dinamitardi diretti a traumatizzare la pubblica opinione.

 

Sul terreno della realizzazione del suddetto programma, il Ventura ebbe ad impegnarsi anche partecipando direttamente all'esecuzione di alcuni attentati.

 

Si è esposto in narrativa quanto il Lorenzon ha specificato, circa le confidenze avute da Giovanni Ventura, in ordine alla collocazione degli ordigni in edifici pubblici e sui treni nella primavera-estate del 1969.

 

In particolare, per quel che riguarda il ruolo di finanziatore dallo stesso Ventura svolto nell'ambito di quella criminosa associazione, non mancano in processo elementi idonei a confortare ancora la testimonianza di Guido Lorenzon.

 

Nel settembre del 1969 Giovanni Ventura costitui, in società con tali Rinaldo Tomba e Piero Gamacchio, un'azienda lito-tipografica dandole la denominazione di "Litopress".

 

Il suddetto Tomba ha riferito, nelle sue deposizioni testimoniali rese al Giudice Istruttore di Treviso ed a quello di Milano, che la Litopress, pur avendo formalmente sede a Castelfranco Veneto, era entrata in funzione a Roma "solo parzialmente e temporaneamente nell'inverno 1970".

 

I macchinari erano vecchi e poco efficienti. Il loro acquisto era stato stipulato con pagamento rateale. Il canone di fitto dei capannoni non veniva pagato; ed il Ventura, che in un primo tempo aveva promesso un finanziamento di £.150.000.000 ed in un secondo tempo di £.90.000.000, in effetti aveva versato solo £.20.000.000.

 

Sicchè l'azienda, costretta ad essere finanziata con cambiali di favore chieste a terzi dallo stesso Ventura, dopo una breve e stentata vita era finita col soccombere economicamente.

 

In sede di perquisizione, eseguita nello stabilimento della sopra indicata azienda il 13 maggio 1971, venne rilevata l'esistenza di otto registri sociali tutti in bianco e di un capannone che, secondo le informazioni fornite sul posto dai due soci presenti Tomba e Gamacchio, era stato affittato nel giugno-luglio del 1970 ma non era stato mai utilizzato se non limitatamente alla ristampa di quattro volumi del poeta Fablo Neruda.

 

Nell'udienza dibattimentale del 10 maggio 1978 il Tomba ha ammesso, in seguito all'esibizione di altri cinque volumi nello stesso dibattimento da parte del Ventura, che anche questi furono stampati dalla Litopress; ma tale aggiunta non sposta gran che i termini della questione.

 

Si è appreso, inoltre, dalla deposizione testimoniale di Ludovico Pompei, amministratore della "Legatoria Trionfale" con sede in Roma, che dei pochi libri recanti la stampigliatura della Litopress, alcuni in realtà erano stati stampati dalla tipografia romana “Nardini".

 

La Litopress ebbe quindi vita breve ed esangue; ma quello che soprattutto colpisce è il limitato apporto economico da parte di Ventura, benchè questi avesse ottenuto cospicui finanziamenti per quell'iniziativa editoriale.

 

Risulta, infatti, oltre che dalla parola dei diretti interessati, anche dalle precisazioni contabili offerte dal commercialista Ugo Pandolfi, professionista che ebbe a curare gli interessi patrimoniali della famiglia Ventura, quanto segue: i conti veneti Giorgio Guarnieri e Piero Loredan garantirono, con fideiussioni, affidamenti bancari a Giovanni Ventura per l'affare "Litopress" complessivamente per £.90.000.000.

 

Ventura, a sua volta, aveva garantito i suoi fideiussori con i propri beni patrimoniali, sui quali poi sia il Guarnieri che il Loredan accesero ipoteca per £.111.000.000, obbligandosi a pagare direttamente alle banche gli ingenti debiti contratti dal Ventura medesimo.

 

Orbene, poichè quest'ultimo, - come si è sopra detto – ebbe a versare - per la "Litopress" solo venti milioni e poichè, come ancora il Pandolfi ha precisato sulla scorta delle scritture dell'azienda, per l'acquisto dei macchinari fu pagato solo un acconto di £.4.500.000 (sul prezzo convenuto di £.45.000.000), rimane oscura la destinazione della imponente residua somma di danaro rimasta a disposizione del Ventura. Nè risulta che questi abbia esaurito tutto il resto dell'ingente finanziamento facendo fronte ad altre scadenze commerciali relative alla sua attività editoriale.

 

Egli - secondo quanto riferito da persone a lui vicine - "anche dopo aver ottenuto i finanziamenti dalle banche pagava di rado e sempre malvolentieri" (anche dinanzi ad incontestabili richieste creditorie, non tenendo fede agli impegni economici presi.

 

Ha ricordato in proposito Emilio Grosso, il quale nel gennaio 1970 entrò a far parte della società editrice "Ennesse" della quale erano già soci Diego Giannola, Nino Massari e Giovanni Ventura, che quest'ultimo si era impegnato a versare £.24.000.000 ma poi, in effetti, ne aveva versato solo cinque o sei come emerso dai riepiloghi contabili effettuati in sede di fallimento della società stessa.

 

Proprio relativamente alla "Ennesse" il Ventura aveva già dato chiara dimostrazione di essere poco propenso ad effettuare pagamenti nel suo giro commerciale, giacchè, quando era subentrato come socio a tal Vito Loiacono, dinanzi al notaio si era poi senza alcun giustificato motivo rifiutato di liquidare il socio uscente per il valore della quota nella quale subentrava.

 

L'episodio è stato ricordato dal suddetto Loiacono e dall'altro socio Diego Giannola il quale, per sbloccare la situazione, fu costretto ad emettere in favore del Loiacono medesimo una cambiale di £.350.000 a firma sua e del terzo socio Nino Massari.

 

Anche il Massari ha fatto riferimento, nelle sue dichiarazioni, al fatto che il Ventura mise in difficoltà tutti i soci della "Ennesse" perchè non faceva fronte ai suoi impegni finanziari, tanto da divenire una delle cause che condussero a liquidare la società.

 

A fronte della mancanza di valide giustificazioni sul modo di impiego di decine di milioni di lire, stanno alcuni significativi esborsi effettuati dallo stesso Ventura.

 

Si è già accennato alla prova di finanziamenti da parte sua in favore del Freda per la stampa del primo libretto rosso (testimonianza del Lorenzon circa la frase del Freda "lui mette i soldi ed io sono lo scribacchino"), nonchè del secondo (assegno a firma Giovanni Ventura di £.175.000, cui ha fatto riferimento il teste Duilio Panzironi).

 

In proposito va ricordato anche quanto l'imputato Ruggero Pan, nel confermare al Giudice Istruttore di Treviso il suo memoriale, ha precisato in data 11 gennaio 1972"Ricordo ora che il Ventura ebbe a dirmi nel passato che aveva impegnato i suoi capitali per Freda. Una conferma me la diede pure il Freda, il quale, tornando da Ascoli Piceno, mi disse che il Ventura si era rovinato per causa sua".

 

Inoltre davvero singolare ed ingiustificato, alla stregua delle motivazioni di carattere commerciale che se ne sono date, appare il versamento da parte di Giovanni Ventura all'ex partigiano e militante del Partito Comunista d’Italia marxista-leninista Alberto Sartori, del quale si è fatta menzione in narrativa, di più di dieci milioni di lire (18.000.000 secondo Ventura, 11.000.000 secondoSartori).

 

Vero è che al Sartori era stato affidato dal Ventura, quale amministratore unico della Litopress, un mandato di rappresentanza triennale della nuova azienda con il compito di procurare contratti di natura editoriale.

 

Tuttavia tale incarico era stato una causale fittizia di pagamento, come si ricava facilmente da varie fonti.

 

Piero Loredan ha sostenuto di aver finanziato l’iniziativa della costituzione della Litopress poichè riteneva che si trattasse di un'operazione industriale valida nel campo editoriale e per aver modo, anche, di inserirvi il Sartori, da lui precedentemente sovvenzionato, con uno stipendio ed una provvigione costanti; i quali in sostanza dovevano costituire non il corrispettivo di reali prestazioni, ma una forma di finanziamento per il movimento politico (linea rossa del Partito Comunista d'Italia marxista-leninista) da lui rappresentato.

 

Rinaldo Tomba ha, da parte sua, dichiarato che, pur essendo socio della "Litopress", solo nel maggio 1971 aveva appreso che il Sartori era rappresentante dell' azienda; in precedenza riteneva che si trattasse solo di un amico del Ventura.

 

Ciò costituisce chiaramente una conferma di quanto detto dal Loredan sul fatto che il Sartori non svolgeva in effetti alcuna attività per la Litopress.

 

Nello stesso senso si è espresso Stefano Sestili, agente commerciale della Litopress. Questi ha, infatti, testualmente dichiarato: "Non ho mai conosciuto Sartori Alberto, nè mi risulta che egli sia stato mai rappresentante della Litopress".

 

Lo stesso interessato Alberto Sartori, che in un primo tempo aveva affermato di aver ricevuto gli undici milioni dal Ventura a titolo di stipendio-rimborso spese e provvigioni, successivamente non si è sentito di tenersi ancora su tale posizione di fronte alle contestazioni del Giudice Istruttore.

 

Quando, cioè, il Magistrato gli ha contestato come mai egli fosse stato pagato, pur non risultando che egli avesse procurato alcun affare all'azienda la quale, d'altronde, aveva i suoi procacciatori di affari regolarmente stipendiati, egli ha risposto di aver accettato quest'aiuto economico in un momento di bisogno e di aver dato, da parte sua, una certa contropartita, in quanto sia il Ventura che il Loredan sapevano perfettamente che vantare la sua amicizia negli ambienti di sinistra extraparlamentari era un biglietto d'ingresso sicuro.

 

Ha sempre ammesso, inoltre, che la Litopress in effetti non aveva mai concretamente operato e che era stato lo stesso Ventura a dirgli sempre di astenersi dal promuovere la stipulazione di contratti, in quanto l'azienda non era in condizioni di produrre.

 

In definitiva quanto si è finora esposto su questa azienda quasi fantasma, sul giro notevole di capitali che la sua costituzione comunque consentì al Ventura e sull'aggancio operato nei confronti del marxista-leninista Sartori con quel vistoso finanziamento, denuncia una preordinata manovra del Ventura medesimo diretta a disporre di fondi per le destinazioni illecite indicate da Guido Lorenzon e per infiltrarsi nelle file della sinistra extraparlamentare pur appartenendo a formazioni ideologiche di opposto orientamento.

 

Il ruolo di fìnanziatore, emerso quindi da più fonti probatorie, assegna logicamente a Giovanni Ventura anche quello di una posizione di primo piano nella struttura piramidale dell'associazione sovversiva, di cui egli, nel corso dei suoi interrogatori, ha dimostrato, inoltre, di conoscere in maniera approfondita e globale gli obiettivi immediati, gli scopi ultimi e la complessa strategia.

 

Nell'ambito di tale associazione sovversiva la sua figura va, pertanto, collocata fra coloro che svolsero funzioni organizzative e di dirigenza.

 

[Nota: Sulle finalità e sui modi delle "infiltrazioni" di Giovanni Ventura nei gruppi dell' ultrasinistra si tornerà in seguito. Vedasi parte V cap. XVIII per quanto riguarda i collegamenti del Ventura con Guido Giannettini]

 

(continua al capitolo V Parte Quinta)