LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO III       

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La rilevanza e l’attendibilità del testimone Guido Lorenzon

 

 

 

La prima e particolareggiata accusa mossa a Giovanni Ventura, circa l'associazione sovversiva che a questi e ad altri faceva capo e che aveva realizzato nel territorio nazionale vari attentati dinamitardi, proviene da Guido Lorenzon.

 

Già la posizione di questo teste, amico del Ventura sin da quando era stato suo istitutore nel 1962 a Borca di Cadore nel collegio Pio X, è tale da non suscitare a suo carico sospetti di calunnia.

 

Neanche lo stesso Ventura ha prospettato alla Corte seri motivi di rancore o di altro genere, che avrebbero potuto indurre il Lorenzon ad infrangere i vincoli di quella vecchia amicizia e ad impegnarsi in una complessa ed irreversibile opera persecutoria verso un innocente addebitandogli il compimento di fatti gravissimi.

 

Tale considerazione di carattere generale viene rafforzata e confortata dal fatto che, nel corso dell'istruttoria seguita a quelle accuse, la parola del testimone è stata avvalorata più volte da inequivoche risultanze di prova specifica e generica; e si è, così, dimostrata veridica al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

Essa non può considerarsi minimamente scalfita dalla cosiddetta ritrattazione alla quale il testimone stesso - come si è accennato in narrativa - fu spinto dalle pressioni del Freda e del Ventura. Infatti anche nel corso di tale ritrattazione, largamente superata da successive e molteplici deposizioni, Guido Lorenzon si è solamente fatto carico di eventuali inconsapevoli errori di giudizio nella valutazione dei fatti riferitigli dal suo amico Giovanni Ventura, ma ha sostanzialmente riaffermato la storicità dei fatti stessi.

 

Nè può attribuirsi valore alla obiezione sollevata nel corso della discussione finale della difesa del Freda, secondo la quale Guido Lorenzon non sarebbe credibile, nelle sue deposizioni accusatorie successive alla ritrattazione, in quanto interessato a tener ferme le sue primitive accuse per l'esigenza difensiva di contrastare la denuncia per calunnia presentata contro di lui da Giovanni Ventura.

 

Per confutare tale obiezione basta por mente alle date: Giovanni Ventura ebbe a redigere la sua denuncia per calunnia il 23 gennaio 1970, cioè quando il Lorenzon, superata la fase della ritrattazione, aveva già reso varie altre deposizioni accusatorie contro il Ventura stesso.

 

Quanto al contenuto delle deposizioni del Lorenzon è opportuno riportarsi, per ora, alla riassuntiva esposizione che se ne è fatta nella parte narrativa della presente sentenza. Qui giova puntualizzare i singoli elementi di controllo offerti dal processo.

 

Il primo di tali controlli scaturisce da quel fortuito rinvenimento di armi e munizioni avvenuto a Castelfranco Veneto nella soffitta della casa di Giancarlo Marchesin.

 

Giovanni Ventura aveva fatto vedere all'amico Lorenzon, verso la fine di settembre del 1969, alcuni fucili da guerra automatici e due cassette contenenti cartucce cal.9 in un appartamento, da lui tenuto in locazione, in Via Daniele Manin di Treviso.

 

Il Lorenzon lo aveva, poi, riferito al Magistrato; e lo stesso Ventura, dopo la scoperta avvenuta nella soffitta del Marchesin e le confessioni di quest'ultimo, dei coniugi Comacchio-Zanon e di Ruggero Pan circa i vari trasporti che di quelle armi e munizioni erano stati effettuati da un luogo all'altro, ha finalmente riconosciuto che si trattava di cose appartenenti, almeno in parte, a lui e di averle tenute tutte presso di sè, prima di sbarazzarsene quando erano divenute ormai troppo compromettenti.

 

Altro riscontro è costituito dai "rapporti informativi" trovati e sequestrati nella cassetta di sicurezza della Banca Popolare di Montebelluna. Il Lorenzon aveva in precedenza riferito l'oggetto di qualcuno di questi rapporti mostratigli dal Ventura; ed, in effetti, se ne è potuto constatare la corrispondenza con quello delle veline n.0281 e 0282 rispettivamente del 4 e del 16 maggio 1969 (pressioni, anche di carattere terroristico, finanziate da gruppi industriali, per favorire l'avvento in Italia di una formula governativa di centro e la fine del governo di centro-sinistra).

 

Il 23 marzo 1970 Guido Lorenzon, deponendo dinanzi ad un Magistrato della Procura della Repubblica di Roma, aveva fatto presente che nel 1966, quando era in servizio militare come ufficiale di complemento ad Aviano, aveva ricevuto una lettera con la quale si chiedeva l'adesione di tutti gli Ufficiali dell’Esercito italiano ad un certo movimento per la difesa dello Stato.

 

Pochi giorni dopo si era incontrato con Giovanni Ventura, il quale gli aveva confessato di essere autore di quella lettera e di averne spedito circa duemila.

 

Pure su tale circostanza la parola de1 testimone era destinata a ricevere più volte conferma.

 

Infatti, come si è già detto in narrativa, la perizia grafica eseguita sulle buste adoperate per inviare agli Ufficiali dell'Esercito i volantini a firma "Nuclei di difesa dello Stato", con i quali si istigava all'abbattimento delle istituzioni democratiche vigenti, ha consentito di individuare, in varie parti degli indirizzi apposti, la grafia di Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

Inoltre dall'interrogatorio reso dall'imputato Ruggero Pan il 22 maggio 1973 è risultato che questi ebbe a constatare come i fratelli Angelo e Giovanni Ventura tenessero nascosti in casa, fra l'altro, dei fogli quadrettati scritti a mano e contenenti un elenco di Ufficiali e Sottufficiali dell'Esercito.

 

Ulteriore conferma processuale il Lorenzon ha ricevuto circa i suoi riferimenti al conte Piero Loredan, con il quale il Ventura gli aveva detto di essersi messo in contatto per scopi eversivi.

 

Invero tali contatti, anche se giustificati con scopi diversi, sono stati ammessi sia dal Ventura sia dal Loredan; e quest'ultimo, in particolare, ha riconosciuto di aver finanziato il Ventura stesso, per dichiarati fini editoriali, con decine di milioni di lire.

 

Molteplici controlli di veridicità sulle dichiarazioni di Guido Lorenzon provengono, infine, dai vari interrogatori dello stesso Giovanni Ventura; il quale, dopo un iniziale atteggiamento di assoluta negativa,. è stato costretto a rendere, nell'incalzare delle acquisizioni istruttorie e di fronte alla fermezza del suddetto Lorenzon, ammissioni sempre più frequenti confermando, così, in più parti, la versione dei fatti data dal suo amico-accusatore.

 

Così è avvenuto in ordine al primo "libretto rosso", che il Ventura ha ammesso di aver mostrato in un primo tempo al Lorenzon - proprio come questi ha specificato - non nel definitivo testo stampato ma in fogli dattiloscritti.

 

Altrettanto si è verificato per altri svariati argomenti: il tipo di disposizione organizzativa di "prima e seconda linea" della costituita associazione sovversiva di cui il Ventura si era detto uno dei tre finanziatori, la struttura "piramidale" dell'associazione stessa, la collocazione dell'ordigno esplosivo da parte del Ventura in un edificio pubblico di Torino (Palazzo di Giustizia) nella primavera del 1969, il costo degli ordigni collocati sui treni durante la notte dall'otto al nove agosto dello stesso anno, l'organizzazione in genere degli attentati aitreni, l'esibizione al Lorenzon del timer di provenienza del Freda, alcuni commenti fatti dal Ventura alla notizia della strage di Milano.

 

Su tutte le suddette circostanze, rivelate da Guido Lorenzon sin dalle sue prime dichiarazioni, prima o poi è sopravvenuta la conferma di Giovanni Ventura, il quale ha riconosciuto di averne effettivamente parlato al Lorenzon medesimo e di quest'ultimo ha fatto rilevare, anzi, in uno dei suoi interrogatori, "la solita precisione" con cui ha riferito fatti veri.

 

I motivi per i quali il Lorenzon si indusse a rendere la sua testimonianza accusatoria, nonostante la sua amicizia con l'incolpato, sono stati enunciati chiaramente dallo stesso testimone. La sua consapevolezza della pregressa attività eversiva del Ventura ed alcuni riferimenti di costui a circostanze, ancor più allarmanti, relative ai recenti gravissimi fatti terroristici di Milano e Roma del 12 dicembre 1969, gli avevano fatto fondatamente sospettare che l'amico fosse coinvolto anche in questi ultimi tragici episodi. Nel contrasto fra il sentimento di amicizia ed il dovere di non lasciare impunita la strage, prevalse il secondo.

 

Nessuno ha ipotizzato validamente in processo l’esistenza di una diversa motivazione dell'accusa; onde non vi è ragione di porre in dubbio l'effettività di quel travaglio di coscienza in cui risultò preminente, alla fine, il dovere civico.

 

(continua al capitolo IV Parte Quinta)