LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO II      

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I veri rapporti fra Giovanni Ventura e Franco Freda. Le premesse ideologiche della loro attività eversiva.

 

 

La personalità e gli orientamenti ideologici di Franco Freda si presentano caratterizzati da una spiccata tendenza a concepire programmi di eversione dell'ordinamento statale vigente.

 

Di ciò offrono sufficiente dimostrazione i suoi scritti. Il primo "Libretto rosso" (così comunemente indicato per il colore della copertina), dal titolo "La Giustizia è come il timone, dove la si gira va", nella seconda parte (la prima è rivolta specificamente contro il Procuratore della Repubblica di Padova Aldo Fais e contro il commissario di P.S. Pasquale Iuliano) vagheggia l'avvento di tribunali del popolo e la conquista violenta del potere pubblico da parte delle forze popolari, interessate ad abbattere la "dittatura borghese" ed i suoi apparati polizieschi e giudiziari.

 

Non vi è dubbio che ne sia stato il Freda l'autore. Guido Lorenzon, testimone particolarmente attendibile per i numerosi riscontri processuali che confortano - come in appresso si specificherà - le sue affermazioni, ebbe modo di cogliere l'ira di Franco Freda e lo sgomento di Giovanni Ventura quando costoro gli espressero il timore che le sue rivelazioni sull'opuscolo suddetto al Magistrato di Treviso potessero costituire la prima prova a carico e colpire Freda.

 

Inoltre l'imputato Ruggero Pan, nel suo memoriale, ha precisato di aver ricevuto un'ammissione inequivoca di Ventura circa il fatto che era stato proprio Freda a scrivere il libretto. Infine lo stesso Ventura, pur negando di aver fatto stampare l'opuscolo, ha finito con l'ammettere di averlo avuto da Freda e di aver capito chiaramente che questi ne era stato l'autore.

 

Il secondo "libretto rosso" fu fatto stampare per incarico di Giovanni Ventura da Antonio Massari presso la tipografia Casilina di Duilio Panzironi. Massari ha insistito nel sostenere erroneamente che si trattava del primo "libretto rosso" ("La Giustizia è come il timone..."), ma poi il 31 ottobre 1973 in sede di confronto con il Ventura ha riconosciuto di essersi potuto confondere.

 

E' stato proprio il Ventura a precisare che tale seconda pubblicazione con la copertina rossa conteneva il programma di un "Fronte popolare rivoluzionario" consegnatogli, per la stampa, da Franco Freda.

 

Il contenuto del libretto era stato poi trasfuso nell'altra opera del Freda intitolata "La disintegrazione del sistema".

 

"La disintegrazione del sistema" reca già in sè l'indicazione del suo autore, giacchè nella parte introduttiva l'opera medesima viene presentata come il testo di un intervento di Giorgio Freda del 17 agosto 1969 in una riunione del Fronte europeo rivoluzionario a Regensburg. Del resto lo stesso Freda, dopo avere negato la paternità di questo scritto in vari interrogatori, ha finito col riconoscerlo come suo dinanzi al Giudice Istruttore di Milano.

 

Il carattere eversivo della pubblicazione in esame è palese.

 

Vi è espressa la concezione di Franco Freda del "vero Stato" insieme alla necessità di far crollare, con violenza e celerità, l'attuale organizzazione statuale borghese dominata dal principio dell'interesse economico. Il nuovo Stato da fondare non è quello invocato dagli sfruttati proletari i quali si muovono pur sempre nell'ambito di un sistema ispirato ai valori economici e si limitano quindi, ad avanzare rivendicazioni meramente "quantitative"; ma è concepito, sul tipo tracciato nelle elaborazioni filosofiche platoniche ed hegeliane, come momento di tensione spirituale in cui l'individuo supera il suo "particulare" e realizza le sue migliori inclinazioni in un più ampio contesto.

 

In tale concezione il fattore economico, regolabile con un'organizzazione comunistica dei beni, rimane un elemento subordinato e strumentale.

 

L'appello per la costruzione di questo "vero Stato" è rivolto principalmente agli individui illuminati, capaci di elevarsi per raggiungere le vette della spiritualità, ma anche, per quanto specialmente concerne il primo periodo in cui si dovrà distruggere la società borghese, agli estremisti di ogni genere, di destra e di sinistra, da strumentalizzare come manovalanza per un lavoro di demolizione.

 

Altro opuscolo di rilievo, stampato a Padova e sottoscritto anche dal gruppo di AR (di cui Franco Freda si è sempre riconosciuto partecipe e responsabile), è quello intitolato "Il nostro onore si chiama fedeltà”.

 

In esso si esaltano i valori dell' alleanza italo-tedesca nell’ultimo conflitto mondiale con riferimento alle rispettive ideologie fascista e nazista. Vi si afferma la necessità di dar posto ai valori eroici dello spirito. Al riguardo il Freda la richiamato l’attenzione del Magistrato sul carattere dottrinario e non operativo del piccolo gruppo di AR, il quale era interessato alla ricerca del significato metastorico che fascismo e nazismo potevano rappresentare.

 

Comunque l'opuscolo, unitamente alle ammissioni del Freda sulla militanza da lui prestata in formazioni neofasciste ed in particolare sui suoi contatti con il M.S .I . ed "Ordine Nuovo”, consente di individuare il concreto modello di Stato preso in considerazione dal Freda stesso, sulla base dell'esperienza storica, quale unico degno di realizzazione.

 

Le idee di estrema destra e di ispirazione nazista di Franco Freda emergono anche dai suoi sfoghi epistolari. Nella lettera da lui indirizzata - dal carcere - a tal Gianni Melioli di Rovigo in data 5 ottobre 1972, egli denuncia la volgarità e la mancanza di energia vitale dei "politicanti" del M.S.I. ed indica, invece, come apprezzabili camerati, alcuni elementi del tipo di Giancarlo Esposti, con i quali, nello stesso carcere, aveva costituito un "Comitato soldati politici di estrema destra".

 

Questa sua concezione aristocratico-nazista, che sdegnosamente rifiuta l'egualitarismo delle rovinose, lassiste e mercantili democrazie ed esalta un tipo di vita spartano, appare, inoltre, caratterizzata da una fredda razionalità che lascia poco spazio alle passioni, sia pure d'indole distruttiva, consuete ai rivoluzionari.

 

Nella sua agenda, infatti, l'eliminazione dei nemici è da lui considerata necessaria non per odio ma per "igiene".

 

Tutto quanto sopra esposto sulle idee di Franco Freda non può essere ritenuto, come quest'ultimo sostiene, una mera testimonianza dottrinaria manifestata per esclusivi scopi di studio e di ricerca del significato di alcuni fenomeni politici.

 

Se così fosse, sarebbe davvero inammissibile fare oggetto di processo penale una libera manifestazione di pensiero.

 

In realtà, invece, numerosi elementi - come si dirà – concorrono a far ritenere che le suddette premesse ideologiche ebbero sbocchi operativi sul terreno della propaganda, della istigazione e dell'adozione di sistemi di lotta politica in netto contrasto con l'ordinamento giuridico-penale vigente.

 

Una seconda convinzione è autorizzata, inoltre, dalle risultanze processuali: che alle premesse ideologiche ed agli sbocchi operativi ora accennati non fu davvero estraneo, ma consapevolmente ed attivamente partecipe, Giovanni Ventura.

 

Già sono illuminanti, in tal senso, le preoccupazioni, apparentemente eccessive, manifestate dal Freda e dal Ventura per le rivelazioni fatte al Magistrato da Guido Lorenzon sul libretto rosso prima serie "La Giustizia è come il timone..."

 

In fondo si trattava di un libello la cui divulgazione avrebbe potuto arrecare al suo autore, se identificato, fastidi giudiziari limitati alle modeste conseguenze di alcune espressioni diffamatorie rivolte all'indirizzo di un magistrato e di un commissario di polizia.

 

Ben più gravi ed angoscianti erano le accuse del Lorenzon concernenti l'attività terroristica.

 

Eppure, secondo quanto il Lorenzon ha riferito, il Freda ed il Ventura consideravano l'opuscolo come il punto centrale delle indagini, da cui l'Autorità "avrebbe potuto risalire a tutto"; essi facevano intendere che la traccia dell'opuscolo in questione potesse condurre a provare cose molto più gravi.

 

In particolare il Ventura ebbe a dire al suddetto testimone che non avrebbe mai dovuto fare il nome di Freda e che "se l'Autorità inquirente fosse arrivata a Freda, sarebbe giunta ad un cuneo, avrebbe creato una falla e sarebbe poi penetrata molto in profondità”; disse anche che dell'opuscolo erano state prodotte cinquemila copie per un costo di lire tre milioni ed, in quella occasione, il Freda, presente al discorso, così aveva aggiunto riferendosi al Ventura: "lui mette i soldi ed io sono lo scribacchino".

 

Ancora, a tal riguardo, merita di essere ricordata una parte dell'interrogatorio reso dall'imputato Franco Comacchio il 6 novembre 1971 al Sostituto Procuratore della Repubblica di Treviso. In essa il Comacchio ha precisato di aver saputo da Angelo Ventura nell'autunno del 1969 che il libretto rosso" lo avevano stampato loro e di averne ricevuto una copia dallo stesso.

 

Ha aggiunto che, quest'ultimo, poi, quando si erano diffuse le prime notizie relative al coinvolgimento del fratello Giovanni negli attentati, si era portato in casa sua ed aveva bruciato la suddetta copia.

 

La stessa atmosfera di segreto e di complicità caratterizza il comportamento di Franco Freda e Giovanni Ventura relativamente al secondo "libretto rosso".

 

Le dichiarazioni di Antonio Massari, Giovanni Ventura, Ruggero Pan ed Orlando Giuseppina concordano nel ricordare che tre o quattromila copie di tale libretto furono fatte clandestinamente stampare dal Ventura - tramite il Massari - presso la tipografia Casilina e spedite, con l'indicazione di un falso mittente (la casa editrice Ennesse), all’indirizzo del Pan il quale ne fece consegna per l'opportuna custodia alla sua fidanzata e poi indusse quest'ultima a distruggerle, avendo appreso da Angelo Ventura che questi e suo fratello Giovanni non potevano riprenderseli perchè compromettenti.

 

Si trattava del programma di un"Fronte popolare rivoluzionario", ma è evidente che il contenuto dell'opera, di genere invero non infrequente nella pubblicistica di quel periodo di tempo, non poteva giustificare di per sè tanta cautela e tanto timore.

 

E', quindi, logicamente accoglibile la spiegazione offerta in epoca successiva dallo stesso Ventura, il quale ha chiarito che si trattava di un'operazione di “seconda linea" concepita dal Freda, ossia di una manovra diretta a coinvolgere persone estranee al suo gruppo in un'attività eversiva e ad offrire, così, una copertura di diversa matrice ai neofascisti responsabili di attentati: vi era, cioè un preciso collegamento tra la stampa di quel libretto ed un programma delittuoso.

 

Intuendo il pericolo derivante, per la sua posizione processuale, dalla suddetta spiegazione il Ventura ha tenuto a precisare che la spedizione dei pacchi di libri al Pan avvenne, su richiesta di Freda, nel settembre 1969.

 

Senonchè, sulla scorta delle documentate deposizioni di Duilio Panzironi, titolare della tipografia Casilina, si è potuto accertare incontrovertibilmente quanto segue.

 

Il Massari si era rivolto al Panzironi per la stampa degli opuscoli, dicendo che si trattava di un lavoro urgentissimo e che gli opuscoli stessi dovevano essere poi imballati e spediti senza farne rimanere traccia nella tipografia.

 

Gli aveva anche detto che il pagamento sarebbe stato immediato e che non riguardava la casa editrice "Ennesse" (in altre occasioni tale casa, rappresentata dal Massari, non aveva mai pagato con regolarità); successivamente, quando erano state corrette le bozze dallo stesso Massari, quest'ultimo aveva adempiuto l'impegno consegnando al titolare della tipografia un assegno di £.175.000 a firma Giovanni Ventura.

 

L'incarico di stampare i libretti, i quali furono confezionati con una copertina dello stesso colore ma di qualità diversa da quella impiegata per il primo "libretto rosso” (esibito in visione al tipografo dal Giudice Istruttore), era stato dato al Panzironi qualche giorno prima dell'11 novembre 1969.

 

In tale data, infatti, risultava emessa la fattura relativa all'acquisto del cartoncino destinato a costituire la copertina del libretto. La spedizione dei libretti stampati all'indirizzo del Pan avvenne, poi, il 21.1.1970, come documentato dalla copia commissione del corriere Domenichelli esibita dal Giudice Istruttore di Milano al Massari nel corso dell'interrogatorio da quest'ultimo reso il 17.9.1973(22).

 

Può, quindi, concludersi su questo punto che Giovanni Ventura, ancora pochi giorni prima che si verificasse la strage di Piazza Fontana, era legato a Franco Freda - il che contrasta recisamente con la sua impostazione difensiva - da rapporti di occulta collaborazione relativi ad attività di carattere eversivo.

 

Non mancano, inoltre, in processo elementi idonei ad indicare che neanche dopo la strage di Milano Giovanni Ventura ebbe a discostarsi dai programmi di lotta politica di Franco Freda. Significativo, a tal riguardo, è quanto ha dichiarato il tipografo Ennio Mion al Giudice Istruttore di Treviso:

 

“Nel luglio 1970 vennero nella mia tipografia due signori e precisamente il Ventura Giovanni ed il Freda Franco i quali mi chiesero un preventivo per la stampa di una libretto formato ridotto dal titolo "La disintegrazione del sistema"... Ho intestato la fattura al sig. Ventura perchè ritenevo che mi avesse ordinato lui il lavoro o comunque interessasse la sua casa editrice”.

 

Ciò si lega logicamente a quanto riferito da Guido Lorenzon nelle prime dichiarazioni rese sui rapporti fra i due, allorchè ha puntualizzato il 23 gennaio1970 che il Freda ed il Ventura, nel corso dei tentativi posti in essere per indurlo a ritrattare quanto da lui riferito al Magistrato di Treviso, gli raccomandarono di far presente al Giudice che essi non solo non avevano comuni rapporti politici ma si trovavano anzi fra di loro in dissidio ideologico.

 

Al Lorenzon risultava, invece, tutto il contrario, in quanto ben conosceva le idee del suo amico Giovanni Ventura, il quale meno di due mesi prima, verso la fine di novembre 1969, gli aveva manifestato il desiderio di accompagnarlo in un viaggio in Grecia per mettersi ivi in contatto con i "colonnelli" e ricevere aiuti al fine di creare in Italia una situazione loro gradita. Circa quattro mesi prima, nel luglio 1969 a Roma, il Ventura gli aveva raccomandato di non palesare a Nino Massari, che era noto come uomo di sinistra e con il quale si sarebbe dovuto incontrare il giorno dopo, "quali fossero le sue idee politiche, perchè Massari non la pensava come lui”.

 

Era, cioè, cominciata quella manovra con la quale sia il Freda che il Ventura hanno più volte tentato, nel corso del procedimento, di porsi fittiziamente su sponde politiche opposte, fino a manifestare addirittura una reciproca avversione sul piano personale per convincere i Giudici dell'impossibilità di un loro connubio operativo diretto al sovvertimento delle pubbliche istituzioni.

 

Lo sviluppo dell'istruttoria ha consentito di fugare queste apparenze ingannatrici e di mettere a nudo la vera natura dei loro rapporti; i quali, come in seguito posto ancora in luce dall'episodio dei “messaggi” trovati occasionalmente in possesso di Claudio Mutti il 15 maggio 1973, erano invece di stretta solidarietà.

 

Si è detto analiticamente di tali messaggi in narrativa. Qui basta solo richiamare il loro univoco significato. Concordemente Freda e Ventura avevano dato incarico al loro amico Claudio Mutti di procurarsi, seguendo la via da loro indicata, un contatto con Guido Giannettini, al fine di dare a quest’ultimo la possibilità di collaborare con entrambi per scopi non dichiarati, ma importanti e comuni.

 

Emergono, quindi, anche da questa missione incompiuta, gli estremi di un sodalizio antico e perdurante fra Freda e Ventura (esteso anche a Guido Giannettini, come si dirà), sodalizio che ovviamente è incompatibile sul piano logico con l'esistenza di rapporti di opposta natura. La questione dei "messaggi" sarà ripresa in esame, con riferimento specifico alla posizione di Guido Giannettini (vedasi Parte V capitolo XXI).

 

(continua al capitolo III Parte Quinta)