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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUINTA CAPITOLO I     

[da pagina 403 a pag. 411]

 

 

Un unico disegno terroristico in ventidue attentati nel 1969.

 

 

 

I ventidue attentati terroristici verificatisi dal 15 aprile al 12 dicembre 1969 in varie parti del nostro territorio nazionale, sinteticamente enunciati nei capi di imputazione del processo e qui di seguito partitamente indicati, costituiscono manifestazioni caratterizzate da alcune note obiettive comuni, le quali ne consentono il raggruppamento in serie ed inducono sotto il profilo indiziario a considerarle tutte inquadrabili in una direttrice criminosa unitaria.

 

Il primo, degli attentati in esame, fu quello del 15 aprile, compiuto nell'edificio dell'Università di Padova e precisamente nello studio del Rettore prof. Enrico Opocher.

 

L'ordigno impiegato, come risulta dalla perizia balistica collegiale Arvali - Di Prete - Covino, conteneva polvere nera (nitrato di potassio, carbone e zolfo) nonchè polvere di alluminio e di magnesio. Non ne fu reperito il contenitore ma solo i suoi probabili frammenti ferrosi; il suo trasporto, fino all'interno di un armadietto del locale, probabilmente avvenne a mezzo di una borsa in plastica con manico e fibbia i cui resti furono poi rinvenuti dai periti.

 

Lo scoppio fu seguito da incendio; e, dello studio del Rettore, rimasero distrutte le suppellettili, rotti i vetri, scardinati gli infissi e danneggiate le pareti; danni vari subirono anche i vani attigui. Non vi furono feriti perchè in quelle circostanze di tempo, ore 22,45 circa, i locali interessati dall'esplosione erano deserti.

 

Seguirono il 25 aprile due altri attentati a Milano, rispettivamente nello Stand Fiat della Fiera Campionaria e nell'Ufficio Cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni situato nella stazione ferroviaria centrale dello Stato.

 

Il perito Teonesto Cerri accertò che i due ordigni erano stati confezionati con una miscela di polvere nera (a base di zucchero e clorato di potassio); e rilevò, in entrambi i luoghi delle esplosioni, frammenti bruciati di "skai" con ogni verosimiglianza appartenenti alle borse usate per trasportare le bombe.

 

Derivarono danni alle cose e rimasero ferite venti persone.

 

Ad una stessa operazione vanno, poi, ricondotti i tentativi, rimasti infruttuosi, di far esplodere tre distinti ordigni collocati rispettivamente al terzo piano del Palazzo di Giustizia di Torino, nel locale dei servizi del primo piano della Corte di Cassazione a Roma ed, ancora nella Capitale, su un armadio posto nel corridoio dell'Ufficio Personale della Procura della Repubblica.

 

Tali ordigni, con capacità offensiva letale nel raggio di circa due metri, furono rinvenuti inesplosi in epoche diverse (28 ottobre, 19 agosto e 21 maggio); ma l'assoluta identità del contenuto nei vari componenti e della confezione esterna ed interna, rilevata insede di rilievi tecnici effettuati dalla Polizia Giudiziaria e di perizia eseguita dal gen. Vacchiano, autorizza a ritenere provato il loro contestuale collocamento; al quale ha ammesso di aver partecipato Giovanni Ventura, su incarico di Franco Freda, con il trasporto di uno degli ordigni medesimi a Torino, ove esso fu depositato in quel Palazzo di Giustizia il 12 maggio.

 

Sarebbe illogico ritenere che si sia trattato di una operazione frazionata in tempi successivi, giacchè rimarrebbe senza convincente spiegazione il perchè si sia insistito altre due volte nel collocamento dello stesso tipo dicongegno esplosivo dopo avere constatato l’insuccesso degli episodi iniziali.

 

Gli accertamenti tecnici sopra menzionati ed un’ulteriore perizia espletata a mezzo degli ingegneri Reggiori, Matteoli e Dumini hanno consentito di evidenziare, come nota comune agli attentati finora considerati, l’identità delle elettrocalamite e degli interruttori impiegati nonché del sistema elettrico attuato per ritardare l’esplosione dopo l’innesco: un congegno di tipo elettromagnetico a caduta di corrente, ossia caratterizzato da un relais il cui scatto era collegato all'esaurimento di una batteria.

 

A questa prima serie, cosi caratterizzata, ne seguì un’altra contrassegnata dal tipo di temporizzatore usato per regolare il ritardo dell'esplosione: un comune orologio da polso marca "Rhula" invece del sistema "a caduta di corrente".

 

Seguirono, cioè, l'attentato del 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano e quelli della notte dall'otto al nove agosto sui treni.

 

Il primo consistente nella sistemazione, sul davanzale di una finestra sita di fronte ad una stanza dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Milano, di un ordigno, rinvenuto poi inesploso, la cui struttura così veniva delineata attraverso la perizia "Cerri": doppia scatola di cartone (destinata originariamente alla lozione per capelli “Endoten Control") ed involucro metallico interno contenente esplosivo da mina "Semigel D" con binitrotoluolo (dal caratteristico odore di mandorle amare), pericoloso per la vita e l'incolumità delle persone che si fossero trovate al momento dell'eventuale esplosione nel raggio di metri 1,50/1,80; sistema di innesco realizzato con filamenti di una micro lampadina collegati, da un lato, ad una batteria e, dall'altro, per mezzo di polvere nera, ad un comune detonatore.

 

Giovanni Ventura, durante il suo interrogatorio del 17 marzo 1973, ne ha indicato il giorno di collocamento (avrebbe operato – a suo dire - l'ignoto emissario del Delle Chiaie di cui si è detto in narrativa) nel 24 luglio.

 

Gli attentati compiuti sui treni, analiticamente indicati al capo G) dell'imputazione in epigrafe, consistettero nel deporre dieci ordigni all’interno di altrettanti convogli ferroviari in transito per varie parti d'Italia.Ne furono collocati nelle toilettes e negli scompartimenti (sotto i sedili o sulle reticelle porta bagagli). Otto esplosero cagionando ferite a dieci viaggiatori e danni al materiale ferroviario. Due furono rinvenuti inesplosi rispettivamente nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia S.Lucia; sicchè, sulla base del loro esame e dei frammenti di quelli esplosi, la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, a mezzo dei suoi organi tecnici, fu in grado di effettuare accurati rilievi e concludere, all'esito, che le dieci bombe erano costituite dai seguenti identici elementi:

 

a) contenitore in legno di lavorazione rudimentale, con coperchio e fondo di masonite;

b) due batterie piatte marca “Superpila” tipo oro;

c) congegno di accensione ad orologeria con collegamento mediante fili elettrici tra batterie, innesco ed orologio, il quale era di marca Rhula in nove degli ordigni;

d) innesco costituito da fiammiferi tipo "controvento” (simile a quello usato negli attentati ai Palazzi di Giustizia del 12 maggio), rivestiti da spiralina metallica con funzione di resistenza elettrica ed inseriti in un detonatore;

e) detonatore cilindrico di tipo ordinario;

f) carica esplosiva costituita da tritolo ossidato, color giallo paglierino, in “saponetta” a forma di parallelepipedo. I contenitori in legno erano avvolti con carta martellata per "confezioni pacchi-regalo" recante disegni a colori.

 

 

Altro particolare, idoneo a richiamare un certo collegamento fra l'attentato del 24 luglio e quelli della notte 8-9 agosto, oltre all'orologio "Rhula ", è l'avvenuto rinvenimento fra i materiali residuati dalle varie esplosioni sui treni (a Caserta su due vetture, ad Alviano ed a Pescara) di frammenti del quotidiano "Il Corriere della Sera" del 25 luglio 1969: ossia proprio il numero sul quale gli attentatori potevano aver ricercato le notizie relative all'esito della precedente operazione dinamitarda, effettuata il 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano.

 

La terza ed ultima serie di attentati terroristici racchiude i cinque di Milano e di Roma del 12 dicembre; ed, alla luce delle risultanze peritali acquisite sia nella istruttoria del processo "Valpreda" che in quella del processo "Freda-Ventura", non vi è alcun dubbio sull'identità della matrice, la quale è rivelata attraverso le stesse modalità di esecuzione (borse, cassette di ferro marca Iuwel, timers prodotti dalla Iunghans Diehl, esplosivo costituito da gelatina-dinamite con binitrotoluolo), la quasi contestualità delle esplosioni e la qualità dei luoghi di collocamento delle bombe (banche ed Altare della Patria assunti a simbolo della società borghese tradizionale).

 

Considerando, infine, in un quadro di insieme tutte e tre le serie sopraindicate, non mancano certo motivi di collegamento materiale e logico fra le stesse.

 

Rudimentali cassette di legno della stessa foggia furono impiegate come contenitori degli ordigni deposti il 12 maggio nel Palazzo di Giustizia e la notte 8-9 agosto sui treni. Il binitrotoluolo (esplosivo - come si è detto - dal caratteristico odore di mandorle amare) si ritrova nell’ordigno collocato il 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano e nei gravissimi attentati del 12 dicembre.

 

Significativo è, inoltre, il progressivo impiego di nuovi tipi di temporizzatori nonchè di nuovi sistemi di collegamento per il passaggio della corrente elettrica e per l’accensione, in rapporto alle deficienze di volta in volta emerse negli ordigni rimasti inesplosi. Infatti, fino a quando gli ordigni esplosero regolarmente, elettrocalamite, interruttori e sistema di ritardo dell'esplosione rimasero sempre invariati, come accertato dalla citata perizia Reggiori-Matteoli-Dumini sui materiali residuati dalla prima serie.

 

Dopo il fallimento degli attentati del 12 maggio, invece, venne cambiato nell'episodio terroristico immediatamente successivo (quello del 24 luglio) il sistema di temporizzazione e di innesco predisponendo, in sostituzione del solito congegno a caduta di corrente (costantemente attuato nella prima serie, come si è già detto), l'installazione di un orologio e dei filamenti di una micro lampadina collegati con una batteria ed un comune detonatore.

 

Questa considerazione è autorizzata anche dalle esplicite ammissioni di Giovanni Ventura, che, nel citato interrogatorio del 17 marzo 1973, ha spiegato proprio con l'insuccesso dei precedenti attentati le modifiche tecniche apportate all'ordigno collocato il 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano.

 

Quando, poi, neanche tali modifiche tecniche sortirono utili risultati, essendo rimasto inesploso anche l'ordigno del 24 luglio, in quelli dell'8-9 agosto si mantenne il tipo di orologio (Rhula), ma si provvide a mutare ancora il sistema di innesco tornando a quello dei "fiammiferi" precedentemente usato.

 

Nuove tecniche, tuttavia, s'imposero per gli ultimi attentati del 12 dicembre, giacchè due degli otto ordigni collocati sui treni rimasero inesplosi consentendo, fra l'altro, alla Polizia ed alla Magistratura di controllarne la composizione.

 

Infine accomunano tutte e tre le serie degli attentati: la natura degli obiettivi presi di mira quali simboli e valori del tipo di organizzazione statale esistente (Università, Fiera Campionaria, Banche, Palazzi di Giustizia, Ferrovie, Altare della Patria), le più evidenti modalità di esecuzione (collocamento di ordigni nello stesso tempo in varie città d'Italia con un “crescendo" terroristico), il tipo di involucro usato per mascherare le bombe scelto sempre in modo da renderlo non sospetto nei luoghi designati per lo sviluppo delle azioni terroristiche (custodia di cartone per libri nei Palazzi di Giustizia, confezioni con carta da regalo sui treni, borse con cassette portavalori nelle banche).

 

Le osservazioni sin qui esposte consentono, anzitutto, di addebitare ciascuna delle tre serie di attentati ad una stessa matrice, data la molteplicità delle analogie rilevate all'interno di ognuna di esse.

 

Inoltre i legami evidenziati fra le serie medesime inducono a considerare - come si è accennato all'inizio – tutte le ventidue manifestazioni di attività terroristica sopra esaminate come episodi non isolati ed occasionali, ma posti in essere nell'attuazione di un disegno unitario, tracciato da una stessa organizzazione criminosa e diretto a realizzare perturbamenti sempre più intensi nella sicurezza pubblica, nonchè sfiducia sempre maggiore dei cittadini nelle garanzie apprestate dagli organi dello Stato per la conservazione della tranquillità e dell'ordine sociale. Tale impostazione di indagine, suggerita già da molti e seri indizi scaturenti dall'aspetto obiettivo delle cose, riceverà conferma ed integrazione dagli elementi probatori di cui in appresso si tratterà.

 

(continua al capitolo II Parte Quinta)