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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUARTA CAPITOLO V   

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La falsa testimonianza del generale Saverio Malizia

 

 

 

Il generale Saverio Malizia, Sostituto Procuratore Generale presso il Tribunale Supremo Militare nonchè consulente giuridico del Ministro della Difesa, iniziava la sua deposizione testimoniale in dibattimento il 21 novembre1977 e continuava a renderla per più udienze.

 

Egli, quando era stato sentito dal Giudice Istruttore di Catanzaro il 26 gennaio 1976, aveva dichiarato che non ricordava assolutamente di aver partecipato ad alcuna riunione di alti Ufficiali indetta per fornire un parere sulla risposta da dare al Giudice Istruttore di Milano circa la qualità del giornalista Guido Giannettini di collaboratore del S.I.D.

 

Aveva, comunque, ricordato di essere stato interpellato sulla questione dal gen. Miceli o da altri ufficiali del S.I.D.e di aver espresso l'opinione che occorreva dare una risposta di carattere generale, opponendo il principio di segretezza cui debbono ispirarsi nella loro attività, istituzionalmente occulta, tutti i Servizi di sicurezza anche relativamente all'identità delle fonti informative.

 

Tale opinione aveva manifestato dopo aver ricevuto l’assicurazione che il Giannettini non aveva a suo carico illeciti penali, non aveva mai fornito notizie sugli attentati in merito ai quali la Magistratura stava indagando ed era ricercato dal Giudice Istruttore per essere convocato come teste e non come imputato o indiziato di alcun reato.

 

Il gen. Malizia aveva dichiarato, altresì, al Giudice Istruttore di Catanzaro di non ricordare se la lettera di risposta al Giudice Istruttore di Milano fosse stata da lui vista prima o dopo che essa venisse spedita (in quest'ultimo caso, ovviamente, in minuta). Aveva escluso di aver parlato dell'argomento in questione con il Ministro della Difesa o con il Presidente del Consiglio dei Ministri.

 

Aveva escluso, parimenti, di aver riferito al generale Miceli che la Presidenza del Consiglio si era espressa, circa la risposta da dare al Giudice Istruttore di Milano, in maniera conforme all'opinione del Ministro della Difesa.

 

Aveva escluso, infine, di sapere alcunchè su eventuali determinazioni al riguardo del Ministro della Difesa o del Presidente del Consiglio, nonchè di sapere se il gen.Miceli avesse interessato della questione l'una o l'altra sede politica.

 

Aveva, invece, ricordato vagamente che dopo alcuni mesi la questione stessa era stata riesaminata ed, a tal proposito, l'unico suo ricordo certo era che aveva suggerito al gen. Antonio Alemanno l'opportunità di offrire una maggiore collaborazione al Giudice Inquirente comunicandogli, ma solo ufficiosamente, che Giannettini era stato in realtà un collaboratore del S.I.D.

 

In dibattimento il gen.Malizia, dopo aver confermato la sua deposizione istruttoria, faceva presente di voler aggiungere le seguenti precisazioni ed integrazioni dovute ai ricordi in lui suscitati dalle notizie pubblicate, tramite la stampa e la televisione, sulla trattazione dibattimentale e del presente procedimento.

 

In realtà egli si era recato alla riunione indetta dal gen.Miceli, il quale lo aveva invitato estemporaneamente a parteciparvi dicendogli che gli occorreva un suo parere, ma senza fargliene conoscere prima l'oggetto.

 

All'incontro avevano partecipato oltre a lui ed al gen. Miceli, nei locali del S.I.D. a palazzo Baracchini, i generali Maletti, Alemanno e Terzani, l'ammiraglio Castaldo ed il ten.col. D'Orsi.

 

Il discorso era stato introdotto dal gen.Miceli con riferimento alla lettera di richiesta del Giudice Istruttore di Milano sull'eventuale qualità di un certo Giannettini di agente o fonte del Servizio.

 

Il gen. Miceli aveva, poi, precisato che il Giannettini era una fonte del Reparto “D" ed aveva quindi passato la parola al Capo di tale reparto, il gen. Maletti; il quale, dopo aver detto che si trattava di un elemento approfondito in materia di politica internazionale ma di scarso valore informativo, si era dimostrato piuttosto restio a fornire altre notizie sulla fonte, usando quella riservatezza tipica degli uomini del S.I.D. quando si trovano in presenza di estranei al Servizio.

 

Era intervenuto qualcuno dei presenti per chiedere se il Giannettini fosse o meno in grado di smentire il S.I.D. nell'ipotesi di una risposta del Servizio che negasse la sua appartenenza al Servizio stesso.

 

Si era, poi, pronunciato l'ammiraglio Castaldo, esprimendo l'avviso che lo scarso valore informativo del Giannettini e la gravità dei fatti, sui quali stava indagando il Giudice Istruttore di Milano, consigliavano di palesare la qualità del Giannettini medesimo al Magistrato e di offrire, quindi, a quest'ultimo la massima collaborazione.

 

A questo punto della conversazione il gen. Malizia ricordava di aver osservato che una corretta impostazione del problema doveva partire dalla considerazione che il principio di tutela dell'anonimato delle fonti è basilare per ogni Servizio di sicurezza, onde occorreva valutare se in quel caso concreto ricorresse o meno un'ipotesi di deroga.

 

Aveva, perciò, chiesto al gen. Maletti se il Giannettini fosse imputato o destinatario di qualche avviso di procedimento o, comunque, implicato nei fatti costituenti oggetto dell'indagine giudiziaria.

 

Il gen. Maletti questa volta non era stato evasivo, ma esauriente e categorico nell'affermare che il Giannettini non era nè poteva essere implicato in quei fatti, perchè conosceva l'uomo e non lo riteneva capace di immischiarsi in azioni eversive.

 

Il gen. Maletti aveva, anche, precisato che Giannettini, dal quale non erano pervenute mai al S.I.D. notizie su attività eversive, non aveva mai avuto incarico di assumere informazioni sull'episodio criminoso di Piazza Fontana nè sugli altri fatti di cui all'istruttoria milanese.

 

Dopo tali assicurazioni, fornite dal Capo del Reparto "D", ed essendo stati esclusi in particolare contatti del Giannettini con Freda e Ventura, il gen. Malizia aveva sostenuto che non vi era alcun motivo per derogare al generale e fondamentale principio di segretezza sopra enunciato.

 

Dello stesso avviso si era, poi, dichiarato il gen. Alemanno ed, alla fine dell'incontro, su tale opinione si era raggiunta l'unanimità dei partecipanti.

 

Il gen. Miceli - secondo quel che dichiarava di ricordare il gen. Malizia in dibattimento - non aveva mai detto che quel parere emerso dalla riunione doveva essere da lui riferito ad Autorità superiori. Rientrava, del resto, nella sua competenza di Capo del S.I.D. e di Autorità Nazionale per la Sicurezza -proseguiva il testimone - rispondere al Giudice Istruttore senza alcun bisogno di avalli politici.

 

Quanto al suggerimento dato al gen. Alemanno di informare ufficiosamente il Giudice Istruttore di Milano con una comunicazione informale dei rapporti fra il S.I.D. ed il Giannettini, il gen.Saverio Malizia integrava quanto già da lui accennato in fase istruttoria, precisando di essere stato a ciò indotto dal fatto nuovo costituito dall'emissione del mandato di cattura nei confronti del Giannettini medesimo.

 

Circa suoi colloqui, da lui categoricamente esclusi in fase istruttoria, con il Ministro Tanassi sulla "questione Giannettini", egli in dibattimento chiariva di non poter escludere di averne avuto uno nell'ottobre 1973 in occasione della testimonianza resa a Roma dall'amm. Eugenio Henke al Giudice Istruttore di Milano.

 

Aggiungeva di non poter escludere di aver parlato con lo stesso Ministro, su quell’argomento altre volte, in epoca precedente e vicina al giugno luglio 1973.

 

Negava, comunque, di aver informato l' on. Tanassi della riunione svoltasi nei locali del S.I.D., pur non escludendo di potergli aver detto del parere da lui espresso nel senso dell'opportunità di applicare il principio della tutela delle fonti.

 

Per il resto e, particolarmente, circa le dichiarazioni del gen. Miceli sul ruolo da lui svolto a livello politico, il gen. Saverio Malizia confermava integralmente la sua deposizione istruttoria, negando, ancora una volta, di essere mai venuto a conoscenza di decisioni sul caso Giannettini del Ministro della Difesa o in sede di Presidenza del Consiglio e di aver comunicato al gen. Miceli l'esistenza di decisioni del genere.

 

Precisava di non essersi più recato a palazzo Baracchini, nel suo ufficio di consulente giuridico del Ministro della Difesa, dopo il 9 luglio 1973; in quanto,ricostruendo i suoi movimenti in quel periodo di tempo, si era ricordato di aver trascorso la mattina del 10 in udienza, nell'esercizio delle sue funzioni di Sostituto Procuratore Generale presso il Tribunale Supremo Militare, il pomeriggio del 10 ed il giorno 11 in una sua casa di campagna fuori Roma e di aver soggiornato poi, dal 12 al 24, nell'Hotel delle Nazioni a Fiuggi.

 

Molteplici elementi a questo punto inducevano a ritenere che il gen. Malizia non dicesse il vero nell'escludere ogni interferenza delle sedi politiche sulla questione Giannettini e nel negare la parte che egli stesso vi aveva avuto secondo le dichiarazioni del gen. Miceli - quale intermediario, sia pure ufficioso, fra l'ambiente militare e quello governativo.

 

Invero, anzitutto la prassi normalmente seguita in tali casi era orientata nel senso indicato dal gen. Miceli. Lo aveva detto chiaramente l'on. Tanassi, dichiarando nell'udienza del 17 settembre 1977 che egli ben sapeva di dover investire il Presidente del Consiglio dei Ministri delle proposte di opposizione del segreto politico o militare eventualmente prospettate a lui, quale Ministro della Difesa, dal S.I.D.o dagli altri organi del suo Dicastero.

 

Per la competenza del Presidente del Consiglio dei Ministri e per l'esclusione che, in un caso simile, il Capo del S.I.D. avesse il potere di eccepire il segreto militare con una sua autonoma determinazione si erano espressi, in dibattimento, anche l’amm. Giuseppe Castaldo ed il gen. Antonio Alemanno, all'epoca, rispettivamente, il primo consulente giuridico del Capo di Stato Maggiore della Difesa ed il secondo Capo dell'Ufficio Sicurezza del S.I.D. nonchè tecnico delle procedure concernenti la tutela del segreto militare.

 

Non interessava, ai fini del presente procedimento, se si trattasse di un orientamento corretto o errato; bensì solo il fatto che esso veniva normalmente seguito, con il convincimento della sua validità, da organi politici e militari in una materia ancora sottoposta formalmente all'antica e superata disciplina legislativadel R.D. 11.7.1941 n.1161 (emesso in tempo di guerra ed in un ben diverso contesto politico interno ed internazionale) .

 

Dai ricordi della maggior parte degli Ufficiali che presero parte a quel vertice militare di fine giugno 1973, come si coglie dal tenore delle loro testimonianze sopra indicate, era risultato che il gen. Miceli volle osservare la suddetta prassi anche nel caso Giannettini ed intese, cioè, accogliere in sede militare solo un parere tecnico da sottoporre all'Autorità politica per la decisione definitiva.

 

Significativo appariva, inoltre, il fatto che il gen. Miceli, oltre agli Ufficiali del S.I.D., avesse convocato per il parere tecnico sulla "questione Giannettini" l'amm. Castaldo, addetto al Capo di Stato Maggiore della Difesa, ed il gen. Malizia, consulente giuridico del Ministro: ciò dimostrava che egli aveva voluto deliberatamente muoversi, sin dall'inizio, sotto il controllo delle Autorità militari e politiche dalle quali dipendeva e che non aveva, quindi, in animo di incorrere in eventuali abusi di potere discostandosi da quella "prassi" ritenuta, a ragione o a torto, giuridicamente vincolante.

 

Le dichiarazioni testimoniali dell'amm.Eugenio Henke, riportate nel capitolo precedente, militavano anche esse in favore della versione data dal gen. Miceli. Da quest'ultimo e da altri l'Ammiraglio, infatti, aveva appreso, in epoca non sospetta, che l'eccezione di segretezza aveva ricevuto l'indispensabile avallo del Ministro della Difesa e del Presidente del Consiglio.

 

In sede dibattimentale era, inoltre, venuto fuori un importante elemento di prova generica: la "bozza" della lettera di risposta 12 luglio 1973 (recante l'opposizione del segreto) al Giudice Istruttore di Milano.

 

Si tratta del documento che l'amm. Mario Casardi, nuovo Capo del S.I.D., ha trasmesso a questa Corte con nota del 6 ottobre 1977 – come si è già accennato nel capitolo che precede - precisando che esso era stato di recente trovato per caso fra gli atti del S.I.D. e ritenuto d'interesse per il procedimento.

 

Tale bozza, che reca la data 4 luglio 1973, presenta in alto a destra l'annotazione, con grafia e sigla del gen. Miceli, "bozza approvata dal sig. Ministro e da Capo S.M.D.” (Capo Stato Maggiore Difesa); ed, in basso a sinistra, la sigla dell' amm. Henke.

 

Si era, quindi, acquistata una documentale conferma, anche essa di origine temporale non sospetta, dell'assunto del gen. Miceli nella parte in cui egli aveva affermato di aver sottoposto la lettera di risposta al Capo dello Stato Maggiore della Difesa ed al Ministro Tanassi, oltre che al gen. Malizia, prima dell'inoltro al Magistrato destinatario.

 

Le contrarie asserzioni dell'on. Tanassi non solo si presentavano in contrasto con gli elementi probatori sopra indicati, ma si rivelavano già di per sè non veridiche per la loro palese contraddittorietà.

 

L'ex Ministro della Difesa, infatti, dopo aver detto in fase istruttoria di non ricordare assolutamente di essere stato informato dal gen. Miceli della richiesta del Giudice Istruttore di Milano, in dibattimento aveva recisamente escluso di essere stato messo al corrente dal Capo del S.I.D. nonchè di aver avuto in visione la lettera di risposta. Nello stesso dibattimento, tuttavia, si era lasciato sfuggire alcuni riferimenti dei quali non aveva fatto alcun cenno in fase istruttoria: aveva detto, cioè, di ricordare che il gen. Malizia in verità gli aveva parlato, sia pure fugacemente, del problema del segreto in relazione al caso Giannettini, precisandogli che quest'ultimo non era neppure imputato ma doveva essere sentito come teste dal Magistrato.

 

Era questa una notizia assai frammentaria, riferita dall'on. Tanassi senza una precisa collocazione temporale nel contesto di quella generale atmosfera di reticenza che ha caratterizzato tutta la sua testimonianza; ma costituiva, comunque,uno spiraglio sufficiente per far intravedere come il gen. Malizia si fosse concretamente interessato del problema nei suoi contatti con le Autorità politiche.

 

D'altra parte il gen. Malizia, per la sua qualità di consulente del Ministro della Difesa, dirigeva un apposito Ufficio presso quel Dicastero - come si evince dalle dichiarazioni in proposito rese dall’on. Andreotti nella citata intervista al "Mondo” e da lui confermate in dibattimento - operando una sorta di coordinamento nei rapporti fra gli Organi ministeriali e la Magistratura.

 

In particolare svolgeva di fatto la funzione di uomo di collegamento per i problemi di carattere giuridico fra il Dicastero della Difesa e la Presidenza del Consiglio.

 

Tanto risultava chiaramente dalle deposizioni dibattimentali del vice Capo del S.I.D. gen.Terzani nonché dello stesso on.Tanassi.

 

Egli era, quindi, la persona adatta, proprio in virtù di queste sue concrete mansioni di coordinatore fra Organi politici, militari e Magistratura, per svolgere il ruolo ricordato dal gen. Miceli: per portare, cioè, all'esame della Presidenza del Consiglio la questione del segreto nel caso Giannettini su incarico del Ministro della Difesa e per comunicare, poi, al Capo del S.I.D. l'esito dell'esame stesso.

 

Il rilievo dibattimentale del gen. Malizia, il quale ha sostenuto come si è sopra esposto – di essere stato assente dal suo ufficio nel Ministero della Difesa dal 10 al 24 luglio 1973, non si poneva affatto in contrasto con quanto sopra si è detto; perchè il gen. Miceli non era stato in grado di precisare il giorno nel quale, durante la prima decade di luglio del 1973, ricevette dal gen.Malizia stesso la comunicazione su indicata.

 

Lo stesso obiettivo raffronto fra le dichiarazioni rese in processo rispettivamente dal generale Miceli e dal generale Malizia faceva balzare con evidenza la diversità di comportamento dei due ufficiali, con il conseguente riflesso sul piano dell'attendibilità.

 

Invero, mentre il gen. Miceli si era espresso sempre in maniera dettagliata e costante sull'argomento in esame sin dalla fase istruttoria ed era controllato da molteplici riscontri probatori, non altrettanto poteva dirsi per il gen. Malizia; il quale, come si evince dal contenuto delle sue deposizioni cronologicamente sopra riportate, aveva dimostrato durante l'istruzione del procedimento una disponibilità al contributo testimoniale ancora minore di quella poi manifestata in dibattimento (in istruttoria la sua reticenza si era spinta fino al punto di negare perfino l'esistenza di quella riunione di alti Ufficiali del 30 giugno 1973, benchè il Magistrato si fosse preoccupato di ravvivare i suoi ricordi leggendogli le deposizioni testimoniali di coloro che, insieme a lui, vi avevano partecipato).

 

Non è inutile, a tal riguardo, porre in rilievo che la questione Giannettini, nonostante il passare del tempo, non poteva essere svanita con i ricordi delle cose di scarsa importanza, anche per le vie polemiche che per anni ebbero a caratterizzarla in ambienti giudiziari, giornalistici, parlamentari e politici in genere.

 

Restando sempre in tema di obiettivo raffronto fra le testimonianze dei due Generali, nulla autorizzava a ritenere interessato il coinvolgimento del gen. Malizia da parte del gen. Miceli.

 

A quest'ultimo, per dimostrare di aver effettivamente ricevuto quell'avallo politico che egli riteneva necessario, bastava puntare solamente sul suo contatto diretto con il Ministro Tanassi scaturito naturalmente dal "vertice" militare tenuto presso-il S.I.D.; e questo in realtà l'ex Capo del S.I.D. ha fatto, precisando sin dalla fase istruttoria che solo il Ministro era il suo naturale interlocutore e che solo dallo stesso poteva ricevere, ufficialmente e validamente, la notizia della decisione definitiva adottata dalla Presidenza del Consiglio; tanto che, nonostante avesse appreso già dal gen. Malizia della intervenuta approvazione a livello di Presidenza, si era recato ugualmente dall'on. Tanassi per averne formale comunicazione.

 

Il gen. Miceli ha, in altri termini, sempre parlato di quelle comunicazioni informali, fattegli dal gen. Malizia, come di circostanze accessorie e per completezza di esposizione nel riferire i particolari della vicenda. Egli, comunque, non avrebbe avuto certo alcun interesse ad indicare, per fornire un'ulteriore dimostrazione della copertura politica ricevuta, la testimonianza del consulente giuridico del Ministro della Difesa su determinate circostanze di fatto se queste non si fossero realmente verificate..

 

E' evidente, invero, che un rischio davvero inutile avrebbe comportato l'artificioso coinvolgimento, peraltro non necessario, di altre autorevoli persone rimaste estranee e, perciò, fonti eventuali non di conforto probatorio ma di dannose smentite.

 

Sulla base di tutti gli elementi di prova specifica, generica e logica finora illustrati, i quali concorrevano nell'evidenziare il mendacio del gen. Saverio Malizia, quest 'ultimo nell'udienza del 23 novembre 1977 veniva, ad un certo momento, più volte ammonito ai sensi dell'art.458 C.P.P.; ed, avendo egli insistito nelle dichiarazioni fino ad allora rese, su richiesta del Pubblico Ministero si procedeva alla contestazione, nei suoi confronti, del delitto di falsa testimonianza nonchè al giudizio immediato, in virtù del combinato disposto del citato art.458 e dell'art. 435 dello stesso codice, previa sospensione del dibattimento in corso.

 

Tratto in arresto, il gen. Malizia rendeva l'interrogatorio, in veste di imputato, confermando quanto da lui precedentemente dichiarato.

 

Su richiesta della difesa del gen.Malizia stesso veniva disposto un confronto fra questi ed il gen. Miceli.

 

Entrambi insistevano nelle dichiarazioni da loro rispettivamente rese in precedenza.

 

Lo speciale giudizio si concludeva il 1° dicembre 1977 con la condanna dell'imputato per il delitto di falsa testimonianza ascrittogli, da parte di questa Corte, alla pena di anni uno di reclusione. Nella stessa data l'imputato medesimo veniva scarcerato, essendogli stato concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena a lui inflitta.

 

L'ostinato rifiuto del gen. Malizia di fornire il suo contributo di testimone, in relazione al ruolo da lui svolto quale portavoce del Ministro della Difesa presso la Presidenza del Consiglio e poi di quest'ultima presso il gen. Miceli, veniva così censurato con un'affermazione di penale responsabilità particolarmente grave per un alto magistrato militare; ma consentiva di mantenere nell'ombra la parte avuta dall'ambiente politico e le motivazioni che la avevano sollecitata nella procedura di opposizione del segreto sulla questione Giannettini.

 

Questo comportamento si poneva in perfetta sintonia con gli ambigui silenzi, le lacune mnemoniche, le contraddizioni, le smentite ed i reciproci contrasti che avevano caratterizzato, come si evince da quanto si è già esposto, varie testimonianze raccolte proprio in quello stesso ambiente politico al quale il gen. Malizia ha offerto criminosa tutela.

 

Restava, pertanto, oscuro ed inquietante il motivo per il quale il problema della copertura di una fonte informativa del S.I.D., sia pure di una fonte “particolare” come Guido Giannettini, fosse ancora così scottante, a distanza di tanti anni e dopo la definitiva cessazione di ogni esigenza di riservatezza, da indurre uomini di governo e personaggi di primo piano della vita pubblica nazionale a negare, ad ogni costo, la collaborazione testimoniale dovuta a questa Corte in un procedimento penale di tanta rilevanza.

 

(continua al capitolo VI Parte Quarta)