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LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUARTA CAPITOLO IV  

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I testimoni degli ambienti politici e militari sulla “questione Giannettini”

 

 

 

Punto focale dell'indagine del dibattimento si presentava sin dall'inizio la posizione di Guido Giannettini, data la di lui qualità di collaboratore di un Servizio di sicurezza dello Stato e, nel contempo, di imputato - in concorso con Franco Freda, Giovanni Ventura ed altri - di gravissimi fatti terroristici finalizzati al sovvertimento delle istituzioni democratiche della Repubblica.

 

La prolungata e continua protezione al Giannettini apprestata, anche dopo la sua incriminazione formale, da elementi autorevoli del S.I.D. poneva, anzitutto, il problema delle origini e delle reali motivazioni dalle quali tale strano atteggiamento protettivo era scaturito.

 

Vi erano state complicità o si erano commessi solo errori di valutazione? A quali organismi dello Stato dovevano essere addebitati inganni od errori? Quali persone vi erano rimaste coinvolte come protagonisti od anche come semplici testimoni?

 

La risposta a questi interrogativi era importante, perchè atteneva al chiarimento del vero ruolo svolto da Guido Giannettini in rapporto a quello dei suoi coimputati e di eventuali forze motrici della globale strategia eversiva annidate nell'apparato statale.

 

Si imponeva, quindi, come preliminare e necessario, l'accertamento delle circostanze nelle quali era maturata la decisione di opporre in data 12 luglio 1973 il segreto militare al Giudice Istruttore di Milano, che aveva chiesto al S.I.D. di conoscere se il Giannettini fosse stato o meno informatore del Servizio.

 

Era logico che questo accertamento cominciasse con l'audizione di colui che, sia pure con un'intervista giornalistica, aveva poi rimosso l'eccepito segreto: l'on. Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio dei Ministri in carica ed, all'epoca dell'intervista, Ministro della Difesa.

 

L'On. Andreotti compariva in veste di testimone nella udienza del 15 settembre 1977. Egli, pur confermando sostanzialmente il contenuto del colloquio avuto con il giornalista Massimo Caprara e da questi riportato sul settimanale "Il Mondo" del 20 giugno 1974, escludeva però di aver detto durante il colloquio medesimo, come appariva dal testo pubblicato dell'intervista, che vi fosse stata una riunione a Palazzo Chigi per deliberare il diniego di notizie al Magistrato sui rapporti fra il S.I.D. e Guido Giannettini.

 

Ricordava che nel periodo in cui si era deciso di non rivelare al Giudice Istruttore di Milano la qualità del Giannettini di informatore del S.I.D., cioè dal 27 giugno 1973 (data della richiesta del Giudice Istruttore) al 12 luglio dello stesso anno (data della risposta. a firma del Capo del S.I.D.), si erano succeduti due governi: il primo presieduto dallo stesso On. Andreotti ed il secondo dall'on. Mariano Rumor.

 

Puntualizzava di non aver mai partecipato, nè durante il primo governo nè durante il secondo, a riunioni aventi per oggetto la "questione Giannettini"; e di avere solo successivamente, nel giugno 1974, saputo dal gen. Vito Miceli, il quale aveva firmato - come Capo del S.I.D. - la lettera di risposta alMagistrato, dell'esistenza di tale questione e del fatto che di essa si era discusso in una "sede politica superiore".

 

Non gli era stato, però, specificato dal generale quale fosse esattamente questa sede politica.

 

L'on. Andreotti faceva presente che, nel leggere il testo dell'intervista riportata sul "Mondo" del 20 giugno 1974, si era reso conto di alcune inesattezze, fra le quali proprio quella relativa alla presunta riunione governativa di Palazzo Cbigi.

 

Aveva, perciò, scritto subito una lettera al giornalista Massimo Caprara contestandogli testualmente quanto segue: "In più di un punto la tua ricostruzione della nostra conversazione contiene peraltro imprecisioni (forse inevitabili con il metodo usato) e può suscitare equivoci, ma poichè degli argomenti trattati dovrò presto parlare sia alle due Commissioni parlamentari della Difesa sia al Magistrato milanese che ha chiesto la mia testimonianza, non ritengo necessario tornarci sopra chiedendo al giornale di rettificare".

 

"Successivamente alla mia lettera a Caprara oggi esibita - proseguiva l'on. Andreotti concludendo su tale punto nell'udienza dibattimentale del 15 settembre 1977 - non ho ritenuto di dover chiedere in un secondo momento delle rettifiche in quanto ritenevo chiarito tutto quanto era interessante sia al Giudice Istruttore di Milano sia in sede parlamentare.”

 

Il giornalista Massimo Caprara, sentito in qualità di testimone nella successiva udienza del 28 settembre, affermava che il suo articolo, pubblicato sul "Mondo" del 20 giugno 1974, rispecchiava fedelmente il colloquio da lui avuto col Ministro della Difesa, nell'ufficio di quest’ultimo a Palazzo Baracchini, alle ore 19 di sabato 8 giugno 1974. Specificava di esser certo del riferimento fatto dal Ministro ad una riunione avvenuta a palazzo Chigi per deliberare sull'eccezione di segretezza da sollevare nella "questione Giannettini"; a comprova delle sue asserzioni esibiva alcuni foglietti recanti gli appunti da lui presi durante e subito dopo l'intervista: in uno di tali foglietti si rilevava l'annotazione "eccepito segreto di Stato - riunione a palazzo Chigi".

 

Faceva presente di essersi reso conto immediatamente dell'importanza della notizia, essendo palazzo Chigi - com'è noto - la sede del Governo. Poneva in rilievo che, dal distacco e dall'accentuazione critica con cui l'on. Andreotti si era espresso su quella riunione, era facile capire come egli non intendesse riferirsi a sè stesso, quale Presidente del Consiglio al tempo della riunione medesima, ma ad altri.

 

Aggiungeva che, venuto a conoscenza della lettera con la quale dopo la pubblicazione dell'articolo l'on. Andreotti gli aveva addebitato delle inesattezze nella ricostruzione del colloquio, aveva ribadito la notizia della riunione di Governo, indicando nella persona dell'on. Rumor il Presidente del Consiglio che vi aveva partecipato, con altro articolo dal titolo "Le verità diAndreotti" sul "Mondo"della settimana successiva (n. 26 del 27.6.1974).

 

Aggiungeva, altresì, che l'on. Andreotti non aveva in alcun modo reagito, nè aveva effettuato precisazioni o smentite sul contenuto della sua intervista nel corso dei dibattiti parlamentari che si erano poi svolti alla Camera dei Deputati, in sede di Commissione della Difesa il 4 e 5 luglio, il 13 agosto ed il 24 ottobre 1974, sulle questioni relative ai Servizi Segreti dello Stato.

 

Neanche l'on. Rumor aveva in alcun modo reagito dopo la pubblicazione dell'articolo del 27.6.1974 che lo riguardava personalmente.

 

Questa Corte provvedeva ad acquisire i bollettini contenenti i resoconti delle sedute svoltesi nelle date sopra indicate e nelle quali la Commissione della Difesa aveva trattato in genere, i problemi delle disfunzioni e del necessario riordinamento dei Servizi di Sicurezza con riferimento, anche, al caso Giannettini.

 

Dall’esame di tali documenti non si ricavava alcuna traccia di specifici interventi spiegati dall'on. Andreotti per chiarire o rettificare il testo dell'intervista pubblicato sul "Mondo" del 20giugno 1974. Altrettanto può dirsi relativamente alla testimonianza resa dallo stesso on. Andreotti il 21 giugno 1974 al Giudice Istruttore di Milano.

 

Solo dinanzi al Giudice Istruttore di Catanzaro, nel corso di una successiva testimonianza resa in data 11 febbraio 1976, egli aveva per la prima volta escluso, in sede giudiziaria, di aver parlato al Caprara della riunione a palazzo Chigi.

 

Sulla base delle risultanze sinora esposte la Corte riteneva l'utilità di sentire una seconda volta l'on. Giulio Andreotti, anche unitamente al giornalista Massimo Caprara, sulle circostanze che avevano formato oggetto della deposizione testimoniale di quest'ultimo.

 

L'on. Andreotti, sentito ancora nell'udienza dibattimentale del 7 gennaio 1978, ribadiva di non aver affatto parlato, durante il colloquio-intervista col Caprara, di una riunione svoltasi a palazzo Chigi; e di nulla sapere circa riunioni del genere. Prospettava l'ipotesi che il giornalista potesse essere incorso in errore, interpretando come sede "governativa" quel generico riferimento del gen. Miceli ad una pronuncia sull'eccezione di segretezza intervenuta in "una sede politica superiore".

 

Di tale generico riferimento, fatto dal gen. Miceli - come si è già detto - nel giugno 1974 al Ministro della Difesa, quest'ultimo aveva poi informato il Caprara durante l'intervista; e ciò poteva - secondo l'ipotesi formulata dall'on. Andreotti - aver cagionato l'equivoco.

 

Circa le omesse rettifiche delle inesattezze dell'intervista "Caprara" in sede parlamentare, egli rispondeva testualmente: "In Parlamento ed in sede di dibattimento ho ripetuto che la decisione adottata (circa l'eccepito segreto sulla qualità del Giannettini) era frutto di un errore, ma, poichè nessun altro ne aveva parlato, non ritenni di dover chiarire della riunione o non riunione".

 

L'on. Andreotti esibiva infine i n.ri 26 e 27 del settimanale "L'Espresso", rispettivamente recanti le date 1 e 8 luglio 1974, per documentare che, in occasione di altra sua intervista giornalistica, aveva dichiarato di non essere a conoscenza di riunioni governative, sul caso Giannettini, con le testuali parole:"Non mi risultano riunioni specifiche".

 

Si procedeva, indi, a confronto fra l'on. Andreotti ed il giornalista Caprara, ma il divario fra le due versioni del fatto rimaneva inalterato giacchè ciascuno dei due testimoni insisteva nella propria. In particolare il Caprara escludeva recisamente di poter essere incorso in equivoci od in erronee interpretazioni di frasi riferite durante il colloquio dal Ministro della Difesa, facendo presente che la sua esperienza politica e professionale lo poneva al riparo da confusioni così grossolane come quella fra la generica espressione di "sede politica superiore" e lo specifico riferimento alla sede governativa di "palazzo Chigi”.

 

Si è già accennato al fatto che, nel periodo di tempo in cui maturò la decisione di opporre il segreto al Magistrato sulla questione Giannettini, si erano succeduti due governi: il primo era stato presieduto dall'on. Giulio Andreotti fino al 7 luglio 1973 ed il secondo dall'on. Mariano Rumor dopo tale data.

 

Si rendeva, quindi, necessaria l'audizione di quest'ultimo, per accertare se la questione suddetta fosse stata esaminata a palazzo Chigi durante la sua direzione governativa.

 

L'on. Rumor, riportandosi a quanto già da lui dichiarato al Giudice Istruttore di Catanzaro, ribadiva nella udienza dibattimentale del 16 settembre 1977 di non aver alcun ricordo di una riunione svoltasi a palazzo Chigi, per decidere sull'opposizione o meno del segreto politico-militare nel caso Giannettini, durante il periodo in cui il Consiglio dei Ministri era stato da lui presieduto (ossia dopo il 7 luglio 1973).

 

Aggiungeva che, avendo letto in un numero del settimanale “L'Espresso" del 1977 il suo nome fra quelli dei partecipanti alla suddetta presunta riunione, egli si era premurato di consultare i suoi collaboratori per ricevere notizie certe al riguardo prima di deporre in dibattimento. I suoi collaboratori avevano escluso che una riunione del genere vi fosse stata durante il governo da lui diretto; onde egli riteneva di poter concludere in conformità alle informazioni raccolte e, cioè, per l'esclusione della riunione stessa.

 

L'on. Rumor aggiungeva, ancora, che, avendo appreso poi dalla stampa di un rapporto inviato dal Giudice Istruttore di Milano - tramite la locale Procura Generale della Repubblica - al Ministro di Grazia e Giustizia per provocare la rimozione dell'eccepito segreto militare, si era rivolto nel marzo1977 all'on. Mario Zagari, all’epoca titolare di quel Dicastero, per essere ragguagliato in merito. Aveva, così, appreso di essere stato investito, nella sua qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, dell'esame di quel rapporto proprio dall'on. Zagari e di aver comunicato a quest'ultimo il suo impegno di intervenire presso il Ministro della Difesa al fine di risolvere la questione. Egli, tuttavia, non serbava alcun ricordo dell'episodio; nè riusciva comunque a ricordare di essere stato mai interpellato sul nome di Giannettini.

 

Nella stessa udienza dibattimentale del 16 settembre 1977 veniva raccolta la testimonianza dell'on. Mario Zagari, il quale rievocava il fatto riferito dall'on. Rumor specificando di essersi da lui recato, in compagnia del proprio capo di gabinetto, nell'ottobre del 1973 e di avergli fatto leggere il rapporto del Giudice Istruttore di Milano. Nell'occasione egli si era dichiarato dell'opinione che la Magistratura dovesse essere compiutamente informata dei fatti concernenti il processo per la strage di piazza Fontana ed aveva ottenuto dal Presidente del Consiglio l’impegno di un suo intervento presso l'on. Mario Tanassi, all'epoca Ministro della Difesa, e di una risposta.

 

Concludeva sul punto l'on. Zagari dicendo di non aver poi ricevuto in effetti alcuna risposta e di non essere più intervenuto presso l'on. Rumor. Quanto alla presunta riunione di palazzo Chigi, egli escludeva di avervi partecipato e di esserne, comunque, a conoscenza.

 

Il Capo Gabinetto cui si era riferito l'on. Zagari veniva identificato per il dott. Giuseppe Altavista. Questi, convocato per l'udienza del 5 gennaio 1978, confermava di aver accompagnato il Ministro di Grazia e Giustizia, on. Mario Zagari, nell'ottobre 1973 a palazzo Chigi. Il Ministro aveva portato con sè il rapporto sopra citato del Giudice Istruttore di Milano per parlare con l'on. Rumor, Presidente del Consiglio dei Ministri, ed investirlo del problema relativo alla rimozione del segreto sul caso Giannettini. Precisava il dr. Altavista di non aver assistito al colloquio fra i due uomini di governo; e di aver saputo dall'on. Zagari, dopo la fine del colloquio stesso, che l'on. Rumor si era riservato di esaminare la questione.

 

L'approfondimento dell'indagine sulla riunione di palazzo Chigi indicata nell'intervista "Caprara" non poteva, ovviamente, esaurirsi con l'audizione dei due Presidenti del Consiglio dei Ministri succedutisi nell'estate del 1973; anche perchè il gen. Gian Adelio Maletti nel suo interrogatorio dibattimentale aveva riferito di aver saputo dal gen. Vito Miceli che la sede politica superiore, nella quale era stata decisa l'opposizione del segreto, era concretamente consistita in un "vertice" ristretto, cui aveva partecipato il Presidente del Consiglio, il Ministro dell'Interno e quello della Difesa.

 

Il gen. Miceli non aveva fatto i nomi dei partecipanti, secondo quanto riferito dal gen. Maletti. Sicchè i nomi stessi andavano ricercati fra quelli degli uomini politici che erano investiti delle suddette cariche nel governo presieduto dall'on. Andreotti fino al 7 luglio 1973 ed in quello presieduto dall'on. Rumor dall'8 luglio in poi.

 

Ministri dell'interno e della Difesa nel primo governo erano stati gli on.li Mariano Rumor e Mario Tanassi; nel secondo gli on.li Paolo Emilio Taviani e Mario Tanassi.

 

L'on. Taviani, sentito nell'udienza del 16 settembre 1977, escludeva di aver partecipato ad alcuna riunione ministeriale dal 7 al 18 luglio 1973 e dichiarava di non aver avuto, comunque, mai notizia di quella cui si era riferito il giornalista Massimo Caprara.

 

Degli uomini di governo da sentire sulla questione rimaneva, infine, l'on. Tanassi; il quale, deponendo nell' udienza del giorno successivo, dichiarava di confermare quanto da lui già detto al Giudice Istruttore di Catanzaro in data 11 febbraio 1976: cioè di escludere la sua partecipazione alla suddetta riunione e di non ricordare se essa si fosse in realtà svolta con altri partecipanti.

 

Al Giudice Istruttore di Catanzaro l'on. Tanassi aveva anche detto che non ricordava assolutamente di essere stato informato, nella sua qualità di Ministro della Difesa, dal Capo del S.I.D. gen. Vito Miceli nel luglio 1973 di una richiesta rivolta al S.I.D. stesso in data 27.6.1973 dal Giudice Istruttore di Milano relativamente a Guido Giannettini.

 

In dibattimento egli addirittura escludeva di essere stato investito della questione “Giannettini" dal gen. Miceli; e sosteneva di avere, al riguardo, ricordi precisi perchè mai, durante il tempo in cui aveva diretto il Dicastero della Difesa, gli erano state prospettate questioni di opposizione del segreto militare. Mai, pertanto, egli aveva autorizzato ad opporre il segreto; nè aveva rivolto proposte in materia al Presidente del Consiglio, da lui ritenuto l'unico ed esclusivo titolare del potere decisionale definitivo nella materia stessa.

 

Con queste precisazioni testimoniali l'on. Tanassi si poneva in reciso contrasto con quanto il gen. Miceli ed altri alti esponenti della gerarchia militare avevano sin dalla fase istruttoria riferito.

 

Il gen. Vito Miceli, Capo del S.I.D. dal 16 ottobre 1970 al 30 luglio 1974, nei seguenti termini ricostruiva in dibattimento l'iter che si era concluso con l'opposizione del segreto militare sulla questione "Giannettini" al Giudice Istruttore di Milano.

 

Appena ricevuta la richiesta del Magistrato egli aveva indetto una riunione di alti ufficiali allo scopo di ottenere un parere tecnico circa la risposta più opportuna. A tale riunione, svoltasi a fine giugno del 1913,avevano partecipato: il gen. Francesco Terzani vice Capo del S.I.D., il gen.Gian Adelio Maletti Capo del Reparto "D" del S.I.D., il gen. Antonio Alemanno Capo dell'U.SI. (Ufficio Sicurezza del S.I.D.), il ten. col. Agostino D'Orsi Capo della I^ Sezione del reparto "D", il gen. Saverio Malizia Sostituto Procuratore Generale Militare e l'amm. Giuseppe Castaldo.

 

Il parere conclusivo, emesso alla fine della discussione, era stato che, per la salvaguardia del principio che impone la tutela dell'anonimato delle fonti informative del Servizio, doveva essere opposto il segreto sulla qualità del Giannettini di informatore del S.I.D.- La decisione andava presa, comunque, a livello politico; sicchè il gen. Miceli si era recato sollecitamente dal Ministro della Difesa dell'epoca, on. Mario Tanassi, e gli aveva fatto conoscere il parere tecnico espresso in sede militare.

 

Il Ministro si era dichiarato della stessa opinione e gli aveva detto che avrebbe investito del caso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per la decisione definitiva. Dopo qualche giorno il gen. Miceli, recatosi ancora una volta dal Ministro della Difesa, aveva da lui appreso che anche la Presidenza del Consiglio si era espressa per l'opposizione del segreto.

 

Perciò egli si era sentito regolarmente autorizzato dalle competenti Autorità politiche a rispondere al Magistrato opponendogli il segreto. Tuttavia, prima dell'inoltro della lettera di risposta recante la data 12 luglio 1973, ne aveva sottoposto la bozza all'ammiraglio Eugenio Henke Capo di Stato Maggiore della Difesa, al gen. Saverio Malizia nella sua qualità di consulente giuridico del Ministro ed al Ministro stesso.

 

Tutti e tre avevano manifestato la loro approvazione; e l'amm. Henke aveva anche siglato la bozza.

 

 

Per quanto attiene particolarmente al ruolo svolto dal gen. Malizia, il gen. Miceli riferiva di aver saputo da lui telefonicamente, prima che dal Ministro, che alla Presidenza del Consiglio vi era stata una riunione durante la quale si era decisa l'opposizione del segreto.

 

Riferiva ancora che il gen. Malizia, il quale della suddetta riunione non gli aveva indicato gli esatti termini nè i partecipanti, gli aveva detto anche di essere stato personalmente incaricato dal Ministro Tanassi di prospettare la "questione Giannettini" alla Presidenza del Consiglio.

 

Restava identificato con chiarezza, secondo la testimonianza del gen. Miceli, il Ministro della Difesa del tempo nella persona dell'on. Mario Tanassi. Quanto, invece, alla persona del Presidente del Consiglio dei Ministri, il generale dichiarava di non essere in grado di fornire indicazioni esatte, in quanto trattavasi di una personalità con la quale non aveva avuto rapporti diretti e che, nel periodo 30 giugno-12 luglio 1973 (date, rispettivamente, della riunione degli Ufficiali e della lettera di risposta al Giudice Istruttore di Milano) non era stata sempre la stessa.

 

Si erano, infatti, succeduti in tale periodo, come si è più volte detto, due governi con due diversi Presidenti (l'on.Andreotti e l'on. Rumor).Comunque, avuta in visione la bozza della suddetta lettera di risposta (bozza datata 4 luglio 1973, rinvenuta casualmente negli archivi del S.I.D. durante il dibattimento e rimessa a questa Corte dal Capo del Servizio, ammiraglio Mario Casardi, con nota del 6 ottobre 1977), il gen. Miceli ha ricordato di averla fatta preparare dopo l'approvazione del Ministro ma prima di quella presidenziale; e di aver avuto notizia della decisione definitiva (adottata a livello di Presidenza del Consiglio dei Ministri) in epoca vicina al 12 luglio 1973:ossia, probabilmente, nel periodo in cui il Governo era presieduto dall'on. Rumor.

 

Posti a confronto fra di loro, nell'udienza dibattimentale del 17 settembre 1977, l'on. Tanassi ed il gen. Miceli insistevano ciascuno nelle proprie precedenti dichiarazioni, radicalizzando il reciproco contrasto anche con toni drammatici. L'on. Tanassi, abbandonando definitivamente il ricorso alle lacune mnemoniche, affermava recisamente che non c'era niente di vero in quanto sostenuto dal gen. Miceli, il quale non gli aveva mai parlato di Giannettini né gli aveva fatto mai vedere la richiesta del Giudice Istruttore di Milano o quella di risposta del S.I.D.- "Se mi avesse investito della questione - esclamava ad un certo punto - non avrei mancato di avvertire il Presidente del Consiglio!"

 

Con altrettanta risolutezza il gen. Miceli confermava la sua versione, aggiungendo: "Mi meraviglia come ella, sig. Ministro, possa negare questi episodi!".

 

Seguivano le testimonianze degli alti Ufficiali che avevano partecipato alla riunione indetta dal gen. Miceli a fine giugno 1973. Dalle stesse emergeva pacificamente che un vertice militare si era effettivamente svolto a fine giugno 1973 nella sala consiglio attigua all'Ufficio del Capo del S.I.D.; e che, in tale sede, era stato discusso il problema della risposta da dare al Magistrato.

 

L'esito della discussione era stato chiaro. Solo l'amm. Castaldo aveva all'inizio espresso in termini inequivocabili l'opinione di rivelare all'Autorità Giudiziaria la qualità del Giannettini di informatore del S.I.D. Era prevalsa poi l'opinione contraria; ed al Capo del S.I.D., alla fine della riunione, era stato espresso il parere che doveva essere nella specie applicato il principio, fondamentale per ogni Servizio di informazioni, secondo il quale l'identità degli informatori deve rimanere segreta.

 

La maggior parte dei presenti alla riunione ricordava anche che il gen.Miceli, all'inizio della stessa, aveva manifestato il suo intendimento di non decidere autonomamente sulla questione, ma di portare il parere tecnico dei militari all'esame di un'Autorità superiore alla sua.

 

Al riguardo il ten. col. Agostino D'Orsi ha precisato di aver sentito dire al Capo del S.I.D. che gli occorreva un parere "prima di riferire superiormente".

 

L' amm. Castaldo ebbe a cogliere un esplicito riferimento dello stesso Capo del Servizio al Ministro della Difesa quale destinatario di quel parere tecnico.

 

Il gen. Francesco Terzani ed il gen. Antonio Alemanno hanno ricordato che il gen. Miceli non si limitò a dichiarare genericamente che avrebbe investito il competente livello politico, ma ebbe a specificare che avrebbe sottoposto la questione all'esame del Ministro della Difesa e del Presidente del Consiglio dei Ministri.

 

Alcuni mesi dopo la risposta data al Giudice Istruttore di Milano, precisamente il 9 gennaio 1974, Guido Giannettini era stato colpito da mandato di cattura per concorso, con Franco Freda, Giovanni Ventura e Marco Pozzan, nell'associazione sovversiva e nei vari attentati terroristici a questi ultimi già contestati.

 

La questione relativa all'opposto segreto era stata allora riesaminata, per incarico del generale Miceli, dal Capo dell'U.S.I. gen. Alemanno; il quale si era all'uopo consultato con l'amm. Castaldo e con il gen. Malizia.

 

Tutti i suddetti Ufficiali concordemente riferivano in dibattimento che il nuovo parere, emesso in sede militare, era stato quello di non assumere, per motivi di coerenza con l'atteggiamento in precedenza adottato, iniziative dirette alla revoca della proposta eccezione di segretezza.

 

Il gen. Miceli aggiungeva, al riguardo, di avere più volte riparlato del caso Giannettini dopo il 12 luglio 1973 con il Ministro Tanassi, il quale mai gli aveva detto che occorreva mutare la decisione presa nei confronti dell'Autorità Giudiziaria.

 

Aggiungeva, altresì, che nel marzo 1974, allorchè la carica di Ministro della Difesa era passata all'on. Andreotti, egli non aveva mancato di mettere quest'ultimo con sollecitudine al corrente della questione in maniera dettagliata.

 

All'on. Andreotti, poi, verso la fine di maggio 1974 egli, in considerazione delle vivaci campagne che ormai divampavano contro il S.I.D., aveva espresso l'opinione sua e dei suoi collaboratori della opportunità di rimuovere il segreto.

 

Tale rimozione in effetti era presto avvenuta nel giugno dello stesso anno da parte del Ministro, anche se questi aveva ritenuto di farlo con un'intervista giornalistica e senza seguire la procedura regolamentare.

 

In appresso e più dettagliatamente saranno esposte, per la loro peculiarità, le dichiarazioni rese dal gen. Saverio Malizia sullo svolgimento della riunione di fine giugno 1973 e sulle altre circostanze relative alla procedura seguita per l'opposizione ed il mantenimento del segreto.

 

L'ultima testimonianza di rilievo sull'argomento veniva resa dall'ammiraglio Eugenio Henke, il quale, all'epoca dei fatti, ricopriva - come è noto - la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa.

 

L'amm. Henke aveva già deposto dinanzi al Giudice Istruttore di Milano il 3 febbraio 1975 e dinanzi a quello di Catanzaro il 15 gennaio 1976. Già con la prima di queste due deposizioni egli aveva riferito che il segreto militare sulla qualità del Giannettini di informatore del S.I.D. era stato eccepito e tenuto fermo dal Ministro della Difesa e dal Presidente del Consiglio dei Ministri.

 

Con la seconda aveva precisato che entrambe le Autorità ora menzionate avevano condiviso il parere tecnico scaturito dal "vertice militare" di cui si è detto e portato a loro conoscenza dal gen.Miceli.

 

Della duplice approvazione in sede politica egli aveva appreso dall'amm.Castaldo, per la parte avuta dal Ministro, e dallo stesso Castaldo o da Ufficiali del S.I.D. per il resto. Deponendo, poi, dinanzi a questa Corte, l'ammiraglio dichiarava di aver ricordato altri particolari al riguardo; e riferiva che verso la fine della prima decade del luglio 1973, nel corso di uno dei suoi normali incontri con il gen.Miceli, questi gli aveva comunicato che il Ministro della Difesa aveva interessato del caso, per la decisione definitiva, la Presidenza del Consiglio.

 

Il generale Miceli, nell'occasione, gli aveva specificato che l'approvazione della Presidenza del Consiglio non era ancora intervenuta.

 

Il testimone dichiarava ancora di non essere in grado di ricordare da chi, dopo qualche mese, aveva saputo della concessa approvazione presidenziale.

 

L'amm. Henke aggiungeva che la procedura seguita dal gen. Miceli doveva ritenersi corretta e, comunque, aderente alla prassi costantemente osservata in precedenza. Egli stesso, precedessore del gen.Miceli nel Comando del S.I.D. dal 12.6.1966 al 18.10.1970, si era sempre comportato in quel modo in vari casi analoghi; aveva, così, avuto modo di constatare che la decisione del Ministro e quella del Presidente del Consiglio venivano comunicate in via breve, ossia verbalmente, e solo nei casi più complessi per iscritto.

 

Il Ministro, che di norma investiva direttamente per la decisione definitiva il Presidente del Consiglio, qualche volta mandava presso quest'ultimo lo stesso Capo del S.I.D. perchè conferisse personalmente.

 

(continua al capitolo V Parte Quarta)