Logo Storia Veneta

LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DELLA FASE DIBATTIMENTALE UNITARIA DI TUTTI I PROCESSI, RIUNITI DALLA CORTE DI CASSAZIONE, RELATIVI ALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED AI REATI CONNESSI

 

PARTE QUARTA CAPITOLO II    

[da pagina 332 a pagina 341]

 

Gli interrogatori degli imputati

 

 

Franco Freda, interrogato in particolare sui suoi rapporti con Guido Giannettini, dichiarava di averlo conosciuto, in un primo tempo, come personaggio che godeva farma internazionale di esperto in cose militari e che era ben introdotto nella sfera delle alte gerarchie dell'esercito. Solo in un secondo tempo, nel 1973-74, aveva appreso dai giornali della specifica funzione svolta dal Giannettini in favore del S.I.D.

 

All'esercizio di tale funzione il Freda si proclamava totalmente estraneo, nel senso che escludeva di avervi direttamente o indirettamente partecipato con attività di informazione o di infiltrazione. Negava, in sede di confronto col Giannettini, di aver ricevuto i rapporti informativi trovati nella cassetta di sicurezza di Montebelluna ed asseriva di averne appreso l’esistenza dalla stampa.

 

Solo una volta egli aveva consegnato - a suo dire - al Giannettini una cartella dattiloscritta contenente un elenco di gruppi che - secondo alcune sue indagini condotte personalmente e senza l’ausilio di Giovanni Ventura nè di altri...costituivano "presenze ebraiche" operanti in Italia negli ambienti di sinistra: ciò in quanto il Giannettini stesso gli aveva un giorno parlato di un suo progetto di studio circa l'esistenza di una matrice sionista all'interno dei gruppi internazionali della sinistra e gli aveva chiesto segnalazioni di interesse, al riguardo, per quanto riguardava l'ambiente territoriale veneto.

 

Il Freda confermava gli interrogatori da lui resi in istruttoria fino a quello del 4 aprile 1972, nel quale aveva ammesso l'acquisto dei timers presso la ditta Elettrocontrolli di Bologna. Rifiutava, poi,di rispondere ad ulteriori domande sui successivi interrogatori e su qualsiasi altra circostanza.

 

Della facoltà di non rispondere, prevista dall'art.78 u.p.C.P.P., dichiaravano invece di volersi avvalere sin dall’inizio del loro interrogatorio gli imputati Giovanni Ventura e Massimiliano Fachini.

 

Franco Comacchio e Giancarlo Marchesin confermavano sostanzialmente quanto già da loro dichiarato in periodo istruttorio.

 

In particolare il Comacchio collocava temporalmente negli ultimi di novembre o primi di dicembre 1969 l'episodio relativo al timer consegnatogli da Giovanni Ventura, il quale, nell'occasione, gli aveva chiesto se era in grado di farlo funzionare e rivelato che esso doveva essere impiegato in una bomba.

 

Aggiungeva di aver tenuto presso di sè il timer per una settimana circa, di averlo fatto vedere al Marchesin e di essersene, infine, disfatto buttandolo via.

 

Precisava che la proposta di deporre bombe sui treni gli era stata rivolta dallo stesso Giovanni Ventura nell'ottobre o novembre 1969 ma senza alcun carattere di concretezza: il Ventura, cioè, gli aveva solo chiesto genericamente se si sentisse o meno di collocare ordigni esplosivi su convogli ferroviari, ma non aveva enunciato alcuna premessa di ordine logico o politico di tale attività.

 

Il Marchesin negava che il Comacchio gli avesse mai fatto vedere un timer; e ciò anche in sede di confronto con il Comacchio stesso. Ammetteva solamente che questo ultimo gliene aveva, all'epoca, parlato; ma non era in grado di ricordare i termini e le circostanze delle ricevute informazioni.

 

Un lungo interrogatorio dibattimentale rendeva Guido Giannettini rispondendo a molteplici domande dell'Ufficio e delle parti. Tuttavia la parte rilevante delle sue analitiche dichiarazioni non si discostava, essenzialmente, da quella già acquisita in atti con i suoi precedenti interrogatori ed interviste.

 

Egli ribadiva il ruolo svolto dal Freda e dal Ventura nel contesto del suo rapporto informativo con il S.I.D. e smentiva le contrastanti asserzioni del Freda, soprariportate, anche nel corso di un confronto con lo stesso nella udienza del 15 aprile 1977.

 

Insisteva nel ricordare che il Freda, tra le informazioni sistematicamente raccolte (anche a mezzo dell'infiltrato Giovanni Ventura) nei settori della sinistra extraparlamentare veneta, una volta gli aveva segnalato pure l'esistenza di un deposito di armi appartenenti a marxisti leninisti di "linea nera".

 

Confermava di aver passato al gruppo Freda-Ventura, per agevolare la loro infiltrazione negli ambienti della sinistra extraparlamentare, vari rapporti informativi da lui già inviati al S.I.D.: in tal modo la persona infiltrata poteva ricevere, attraverso la produzione di quei documenti, un certo credito nei suddetti ambienti ed ottenere, a sua volta, informazioni.

 

Riprendendo poi la rievocazione di un episodio già riferito in fase istruttoria, il Giannettini ricordava un singolare contatto avvenuto con la sua mediazione tra l’imputato Massimiliano Fachini ed il cap. dei CC. Antonio Labruna.

 

Quest'ultimo gli aveva chiesto tale mediazione verso la seconda metà del1972, per poter contattare il Fachini proficuamente e vincendo la naturale diffidenza che il Fachini stesso nutriva quale "superstite del gruppo Freda".

 

Il motivo del contatto, come dichiaratogli dal cap. Labruna, sarebbe stato quello di "seguire" il gruppo del Fachini affinchè non cadesse nelle provocazioni all'epoca in atto contro i movimenti di destra.

 

Il Giannettini, accolta la richiesta dell'ufficiale, si era adoperato attivamente rassicurando il Fachini e garantendogli che poteva fidarsi del capitano, il quale era orientato in senso protettivo verso i gruppi di destra.

 

Il Giannettini concludeva l'argomento dicendo di non aver poi nulla saputo sull'esito di quel rapporto Fachini-Labruna e che di quell'operazione era stato reso edotto il gen.Maletti.

 

 

 

Gli altri particolari di rilievo, circa i rapporti del Giannettini con altri imputati del presente procedimento, saranno esposti e considerati in appresso nel contesto di un logico coordinamento delle varie risultanze processuali per la ricostruzione dei fatti che ci interessano.

 

Marco Pozzan, che dinanzi al Giudice Istruttore aveva reso contraddittorie dichiarazioni, facendo dettagliato riferimento, in un primo tempo, alla nota riunione di Padova del 18 aprile 1969 e ritrattando, successivamente, tutto quello che aveva prima riferito, in dibattimento confermava la ritrattazione.

 

Egli ribadiva di non aver mai avuto notizia da alcuno di attività eversive e di attentati dinamitardi compiuti in Italia. Negava di essersi incontrato nella stazione ferroviaria di Padova, la sera del 18 aprile 1969, con persone ivi convenute per partecipare ad una particolare riunione diretta alla trattazione di programmi eversivi. Negava, altresì, di aver fatto riferimento ai preparativi di quella riunione nel corso di una conversazione telefonica avvenuta col Freda poco prima, nella stessa serata del 18 aprile, e registrata dalla Polizia.

 

Spiegava che il vero oggetto di quella telefonata si riferiva al previsto arrivo, da Roma, di una persona che avrebbe dovuto accompagnare due donne destinate ad un incontro galante con lui e con il Freda; chiariva che ovvie esigenze di copertura nei riguardi di sua moglie, presente in casa, lo avevano indotto ad adoperare durante la conversazione col Freda un linguaggio convenzionale. Aggiungeva che questa esigenza di tenere all’oscuro della verità la moglie era stata esplicitamente da lui espressa nel corso della telefonata con le parole: “Abbassiamo il tono della voce, cambiamo genere di persona”. Tali parole non risultavano dal testo della registrazione, ascoltata in udienza; ed il Pozzan sosteneva che la registrazione stessa, evidentemente, non era integrale.

 

Circa il suo espatrio Marco Pozzan riferiva che nel periodo della sua latitanza, precisamente verso la prima settimana del gennaio 1973, era stato avvicinato a Padova da due individui, i quali avevano l'aria di appartenenti ad un corpo di polizia. Costoro, chiestogli se acconsentisse ad accompagnarli presso alcune persone desiderose di ragguagli sulla vicenda processuale nella quale si trovava coinvolto, si erano dichiarati disposti ad aiutarlo se avesse prestato una collaborazione soddisfacente.

 

Egli aveva aderito alla loro richiesta, ritenendosi esattamente identificato dai due benché essi non gli avessero neanche chiesto chi fosse; ed era così partito in treno da Padova. Giunto a Roma, di mattina, i due, che lo avevano accompagnato, si erano limitati a passarlo in consegna ad altri due, trovati in attesa nella stazione ferroviaria; ed erano spariti.

 

Con i suoi nuovi accompagnatori (solo successivamente si era reso conto che uno di loro era il cap.Antonio Labruna) era poi arrivato in automobile in un appartamento sito in Via Sicilia; ove, dopo qualche ora di riposo, era stato analiticamente interrogato dal cap.Labruna, senza che gli venissero chieste le generalità, sul procedimento penale a suo carico.

 

L'interrogatorio si era protratto per circa due giorni e mezzo ed era consistito in "un'indagine parallela" a quella già condotta dal Giudice Istruttore (il capitano si diceva convinto che le “trame nere” costituissero solo un'artificiosa costruzione escogitata per fini politici e "l'indagine parallela" era destinata a smontarla); esso era stato preceduto dalla promessa dell'ufficiale di una sicura sistemazione all'estero come ricompensa di eventuali notizie utili.

 

Il Paese scelto per l'espatrio, su proposta del Pozzan, fu la Spagna; ed il nome falso da indicare come intestatario del passaporto, che il cap.Labruna promise di ottenere speditamente, fu scelto dallo stesso capitano: Mario Zanella.

 

Il viaggio in Spagna, autorizzato, come disse il Labruna dal generale che dirigeva il suo gruppo, era avvenuto, cinque o sei giorni dopo l'arrivo da Padova a Roma, in aereo; ed il Pozzan era stato accompagnato in territorio straniero da un elemento del S.I.D. da lui non conosciuto. Il cap.Labruna era stato presente, al momento della partenza, nell'aeroporto di Fiumicino.

 

Giunti in Spagna, l'accompagnatore del Pozzan aveva lasciato quest'ultimo senza dargli alcun aiuto e trattenendo il falso passaporto che, del resto, aveva tenuto sempre con sè. Non vi erano stati ulteriori contatti con elementi del S.I.D.

 

Il Pozzan escludeva che il cap.Labruna lo avesse incaricato di svolgere una missione in Spagna e dichiarava di ignorare il preciso motivo per cui lo avevano fatto espatriare (avanzava l'ipotesi che volessero sbarazzarsi di lui avendone accertata l'estraneità ai fatti dei quali era stato imputato).

 

Escludeva, in particolare, che gli fosse stato dato incarico di contattare Stefano Delle Chiaie. Era stato, quest'ultimo che, dopo molto tempo dal suo arrivo in Spagna, lo aveva contattato per sondare la sua disponibilità a collaborare con lui e con un gruppo dallo stesso organizzato.

 

Nell'occasione il Delle Chiaie si era dimostrato edotto di quanto era accaduto al Pozzan nell'appartamento romano di Via Sicilia ed aveva vantato rapporti con gli altri vertici dei Servizi di Sicurezza Italiani e di altri Paesi.

 

Sempre dal Delle Chiaie egli aveva appreso, in Spagna, che Guido Giannettini era un collaboratore del S.I.D.

 

Marco Pozzan riconosceva per suo il memoriale spedito dalla Spagna alla propria moglie e da questa inviato a Giovanni Ventura il 6 febbraio 1976. Ne confermava il contenuto con le seguenti precisazioni ed aggiunte.

 

Il riferimento ad un precedente contatto da lui avuto con uominidel S.I.D. sin dalla fine del 1972 riguardava una persona dalla quale era stato avvicinato in quell'epoca ed il cui nome egli non voleva rivelare.

 

Non era esatto che egli, giunto in Spagna, avesse dormito - come si legge nel memoriale - in un albergo con il suo accompagnatore. Quest'ultimo, come sopra si è detto, lo aveva abbandonato poco dopo il suo arrivo in terra straniera.

 

Le date relative alla operazione del suo espatrio, ricostruite con la consultazione del calendario dell'epoca, erano state le seguenti:

 

10 gennaio1973 contatto a Padova, 11 gennaio arrivo a Roma da Padova in treno, 15 gennaio viaggio aereo dall'Italia in Spagna.

 

La sua fotografia applicata sul passaporto falso, che gli aveva consentito l'espatrio, non era stata da lui fornita al cap. Labruna; il quale, evidentemente, se la era procurata per altra via. Essa era identica a quella apposta sulla carta d'identità rilasciatagli nell'estate del 1970, documento in suo possesso quando fu interrogato negli uffici del S.I.D. di Via Sicilia e da lui, poi, usato in Spagna.

 

 

Gli imputati Gian Adelio Maletti ed Antonio Labruna, ai quali veniva contestato in udienza anche il delitto specificato al capo "GG" dell'epigrafe (non compreso nell'ordinanza di rinvio a giudizio), confermavano, nei loro interrogatori dibattimentali, la tesi difensiva da loro già prospettata in fase istruttoria ripetendo le giustificazioni precedentemente esposte.

 

Sia il Maletti che il Labruna negavano di sapere alcunché circa il contatto che il Giannettini, come sopra si è detto, avrebbe favorito fra lo stesso Labruna ed il Fachini.

 

In particolare il Labruna ad un certo momento del suo interrogatorio, dopo aver risposto a tutte le domande rivoltegli dal Presidente della Corte, esercitava la facoltà prevista dall'art.78 u.p. C.P.P. e si rifiutava di rispondere alle domande del Pubblico Ministero e dei difensori delle parti private.

 

Delle dichiarazioni rese in istruttoria dagli imputati contumaci veniva data integrale lettura in ottemperanza a quanto disposto dall'art.499 comma II C.P.P.;e si procedeva all’ascolto delle registrazioni dei loro interrogatori.

 

(continua al capitolo III Parte Quarta)