LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DEL TERZO PROCESSO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED ALTRO A CARICO DI GUIDO GIANNETTINI +7

 

PARTE TERZA CAPITOLO X 

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Il memoriale del latitante Marco Pozzan sulle modalità del suo espatrio. Atti istruttori consequenziali. Il mandato di cattura, con ulteriori imputazioni, per il gen. Gian Adelio Maletti ed il cap. Antonio Labruna.

 

 

 

 

Il 1° marzo 1976 nell'Ufficio del Giudice Istruttore del Tribunale di Catanzaro perveniva altra memoria di Giovanni Ventura, il quale, a dimostrazione del suo assunto, secondo cui il S.I.D. avrebbe procurato l'espatrio clandestino del latitante Marco Pozzan coimputato nel presente processo - con le stesse modalità a lui prospettate per interposta persona all'epoca della proposta di evasione dal Carcere di Monza, offriva la seguente documentazione:

 

1) la minuta di una lettera, in data 19 dicembre 1975, con la quale lo stesso Ventura aveva chiesto alla moglie del Pozzan di trasmettere la lettera medesima al marito, affinchè questi potesse intervenire in suo favore rivelando la verità su circostanze molto importanti ai fini del processo;

2) una lettera di risposta, in data 6 febbraio 1976, con la quale Emma Dalla Guarda, consorte del Pozzan, aveva trasmesso al Ventura uno scritto del marito;

3) tre fogli dattiloscritti, senza data, con in calce la firma "Marco Pozzan".

 

 

 

In quest'ultimo documento erano stati riassunti dal firmatario i suoi rapporti col S.I.D. nei termini seguenti.

 

Marco Pozzan era stato intercettato dagli uomini del S.I.D. verso la fine del 1972 e trasferito, nei primi giorni di gennaio dell'anno successivo, in un appartamento di Via Sicilia cui il Servizio aveva dato l'apparente destinazione di sede della società “Turris” distributrice di pellicole cinematografiche.

 

Il Comandante del Nucleo del S.I.D. impegnato in tale operazione era un certo “Tonino”,che egli, in base alle fotografie viste sui giornali, aveva riconosciuto essere il capitano Antonio Labruna.

 

Nel suddetto appartamento il Pozzan era stato più volte interrogato, specie con riguardo alla figura di Franco Freda ed al noto processo per associazione sovversiva ed altro a carico di entrambi instaurato.

 

Molto interesse avevano dimostrato gli inquirenti, nel corso di tali interrogatori, alla “deposizione impostagli da Calogero e Stiz e che successivamente aveva ritrattato, in quanto palesemente falsa” contro Pino Rauti.

 

Nessuna particolare misura era stata adottata per controllarlo; sicchè egli era stato libero di uscire almeno tre volte al giorno, per consumare i pasti e per fare delle passeggiate.

 

“Prima di accordarmi l'aiuto per l'espatrio – proseguiva testualmente il Pozzan nel memoriale - Tonino disse di dover chiedere la preventiva autorizzazione al suo superiore, il quale, a sua volta, doveva chiederla ad un altro, credo Andreotti”.

 

Dopo qualche giorno egli era stato munito di un falso passaporto intestato a Mario Zanella (questo nome era stato scelto da Tonino) ed accompagnato all'aeroporto di Fiumicino, ove delle spese e di tutte le formalità relative alla partenza si erano occupati gli uomini del S.I.D.

 

Aveva notato, in particolare, che, passando nella zona di controllo doganale, Tonino si era limitato a fare un cenno quasi impercettibile al funzionario di servizio.

 

Salito in aereo con un accompagnatore e raggiunta poi Madrid, aveva dormito ivi con lui nel medesimo albergo e gli aveva restituito, su richiesta dello stesso, il falso passaporto di cui era stato munito. Era stato, indi, lasciato solo; ed il S.I.D. non si era più occupato di lui.

 

Ricevuto il suddetto memoriale, il Giudice Istruttore articolava le sue indagini in varie direzioni al fine di controllare, anzitutto, la vera provenienza del documento e, poi, la veridicità o meno di quanto in esso esposto.

 

Veniva citata Emma Dalla Guarda, la quale, pur avvalendosi della facoltà di astenersi dal deporre quale moglie dell'imputato Marco Pozzan, confermava tuttavia, al Comandante della Squadra di Polizia Giudiziaria dei Carabinieri di Treviso, il suo effettivo ruolo di tramite svolto fra il marito e Giovanni Ventura per far pervenire a quest’ultimo il memoriale preparato dal primo.

 

Si disponeva, inoltre, perizia grafica al fine di accertare se la firma "MarcoPozzan", apposta in calce ai tre fogli dattiloscritti, fosse autografa; ed il perito nominato, prof. Giuseppe Diaco, con la sua relazione depositata il 27 marzo 1976 al termine di approfonditi esami comparativi, concludeva che la firma medesima era certamente di pugno del Pozzan.

 

Erano appunto in corso le prime attività istruttorie, in ordine alle modalità dell'espatrio di Marco Pozzan, allorchè il gen.Maletti si presentava spontaneamente il 10 marzo 1976 al Magistrato Inquirente per dichiarare che, reso edotto dagli organi di stampa delle nuove risultanze processuali, intendeva offrire il contributo dei suoi chiarimenti.

 

Cominciava col dire che, non ricordando assolutamente niente dei fatti in questione, si era rivolto al cap. Labruna per ricevere ragguagli e che proprio dal Labruna aveva, così, appreso come nel gennaio 1973 fosse stato effettivamente munito di regolare passaporto, a cura del Reparto "D" del S.I.D., tal Mario Zanella.

 

Quest'ultimo era una persona con la quale il capitano era entrato in contatto per affidarle il compito di recarsi in Spagna ed ivi introdursi, a scopo informativo, negli ambienti dei fuoriusciti italiani animati da finalità eversive. Si trattava di un'iniziativa presa nell'ambito dei tentativi avviati nel 1972 per avvicinare elementi del principe Junio Valerio Borghese, quali ad esempio Stefano Delle Chiaie, al fine di controllare le mosse della "destra" cospiratrice all'estero.

 

Aggiungeva il gen.Maletti di essersi anche rivolto, per avere un quadro più completo dei fatti, al ten. col. Antonio Viezzer, il quale all'epoca era suo segretario. Il Viezzer gli aveva confermato, dopo le necessarie ricerche di archivio, che in realtà il Reparto "D" aveva inoltrato al Ministero degli Esteri una richiesta di rilascio di passaporto per tal Mario Zanella.

 

Spiegava ancora il gen. Maletti che l'operazione, alla quale egli aveva dato il suo preventivo assenso, era naufragata; in quanto lo Zanella era poi sparito in terra spagnola, facendo perdere le sue tracce al sottufficiale che lo aveva ivi accompagnato e venendo meno, quindi, alla promessa di collaborazione in favore del S.I.D.

 

Faceva presente di aver appreso, sull'identità del suddetto Zanella, solo ciò che gli aveva detto il cap. Labruna, al quale lo Zanella medesimo era stato presentato da una fonte come elemento introdotto negli ambienti di destra; e di non aver mai saputo che trattavasi del latitante Marco Pozzan sotto falso nome. Del Pozzan egli sapeva solamente che era uno dei coinvolti nel processo per la strage di piazza Fontana.

 

Si imponeva un riscontro documentale in ordine all'espatrio oggetto dell'indagine e, perciò, venivano richieste rispettivamente al S.I.D. ed al Ministero degli Esteri i fascicoli relativi al rilascio del passaporto intestato a Mario Zanella.

 

Il S.I.D. trasmetteva una minuta di richiesta di passaporto ordinario al nome di Zanella Mario recante la data del 13 gennaio 1973 e non corredata da alcuna fotografia.

 

Faceva conoscere anche che non esisteva presso il Servizio alcun fascicolo o alcun precedente che si riferisse allo stesso Zanella.

 

Nel fascicolo trasmesso dal Ministero degli Esteri trovavasi invece un'immagine fotografica dell'intestatario del passaporto. Era proprio la fotografia di Marco Pozzan, come potevasi accertare agevolmente confrontandola con altra identica dello stesso fornita dalla Polizia Giudiziaria.

 

In base alle circostanze emerse dal memoriale di Marco Pozzan venivano emesse il 3 ed il 15 marzo 1976 varie comunicazioni giudiziarie ex art. 304 C.P.P.: nei confronti del gen. Maletti, del cap. Labruna e del ten. col. Viezzer (il quale ultimo era stato indotto dai primi due ad attestare, nelle dichiarazioni sostitutive di certificati dirette al Ministero degli Esteri per il rilascio del passaporto, che la firma dello Zanella era stata apposta in sua presenza, previo accertamento della sua identità personale) per concorso nel delitto di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici; nei confronti del maresciallo dei CC. Mario Esposito quale indiziato di favoreggiamento per aver accompagnato Marco Pozzan in aereo all'estero; infine nei confronti del gen. Maletti, del cap. Labruna e del Giannettini per concorso nel delitto di tentata procurata evasione di Giovanni Ventura e, limitatamente ai primi due, per concorso nel favoreggiamento del Pozzan.

 

Ricevute tali comunicazioni giudiziarie, spontaneamente si presentavano al Giudice Istruttore per chiarire ulteriormente le loro posizioni il cap. Labruna in data 18 marzo 1976 ed il gen. Maletti il 27 di quello stesso mese.

 

Il primo assumeva che il memoriale del Pozzan era pieno di falsità, in quanto di vero esso conteneva solo il riferimento all'ospitalità concessa allo Zanella per un paio di giorni negli uffici del S.I.D. di Via Sicilia; ove, però, lo stesso non era stato affatto sottoposto ad interrogatorio. Mario Zanella gli era stato presentato, come elemento che aveva la possibilità di stabilire un contatto con gli ambienti dei fuoriusciti italiani di destra in Spagna, da una fonte che non poteva essere rivelata senza esporre a gravissimi pericoli l'incolumità personale della stessa e di chi ne avesse osato palesare l'identità.

Proseguiva il Labruna dicendo di avere egli stesso compilato la richiesta di passaporto, poi passata per la firma al ten. col. Viezzer, sulla base di una carta d'identità esibitagli dallo Zanella e di due fotografie che a quest’ultimo erano state fatte in quei giorni a Roma. Egli non aveva svolto approfonditi accertamenti sulla vera identità del soggetto (il quale gli aveva detto solamente di essere veneto, di chiamarsi Mario Zanella e di essere disposto ad accompagnarlo in Spagna), in quanto è prassi consolidata nel Servizio effettuare approfondimenti del genere solo quando, in un secondo tempo, i contatti con i collaboratori cominciano a diventare proficui.

 

Aveva, quindi, corso, sull'identificazione di tale soggetto, uno dei rischi inevitabili per chi opera nell'ambito di un Servizio di sicurezza; ma non sapeva assolutamente che si trattava in effetti del latitante Marco Pozzan.

 

Riconosceva, comunque, nella foto del Pozzan esibitagli dal Giudice Istruttore, la persona del sedicente Mario Zanella che egli, col beneplacito del gen. Maletti, aveva inviato a Madrid facendolo accompagnare dal mar. Esposito.

 

Quest'ultimo lo aveva poi informato telefonicamente di essere stato "seminato" dallo Zanella appena giunti in territorio spagnolo; ed era stato da lui autorizzato a rientrare in Italia.

 

Precisava il cap. Labruna di aver inteso, con il compimento di quella sfortunata operazione, rinnovare utilmente un infruttuoso tentativo da lui compiuto nel 1972, allorchè, mediante l'aiuto di altra fonte, egli personalmente si era recato in Spagna per mettersi in contatto con Stefano Delle Chiaie, il quale era il capo dell'organizzazione paramilitare del gruppo eversivo di destra diretto dal principe Junio Valerio Borghese.

 

Nell'occasione il Delle Chiaie gli aveva chiesto eccessive somme di danaro ed altri aiuti inaccoglibili per collaborare con il S.I.D. contro gli eversori del suo stesso ambiente. Quindi il contatto era stato inutile.

 

Protestava la sua completa innocenza in ordine agli addebiti mossigli, negando anche di aver cercato di fare evadere Giovanni Ventura; e faceva rilevare che la sua buonafede, nell'operazione relativa all'espatrio dello Zanella, era dimostrata proprio dal fatto che quest'ultimo era stato munito, cosi come il suo accompagnatore, di regolare passaporto rilasciato dal Ministero degli Esteri.

 

Se si fosse operato consapevolmente nell'illecito - egli sosteneva - sarebbero stati adottati mezzi tali da non lasciare tracce documentali di quell'espatrio.

 

Il gen. Maletti protestava anch'egli la sua estraneità agli illeciti penali di cui era indiziato. Negava di aver tentato di procurare l'evasione dal carcere del Ventura e di avere consapevolmente fatto espatriare Marco Pozzan. In ordine a quest'ultimo fatto si riportava a quanto esposto dal cap. Labruna, il quale si era concretamente occupato di quell'operazione ed era stato coperto dal suo avallo dato il rapporto fiduciario che lo legava a lui.

 

Faceva presente che quei reiterati tentativi di procurarsi utili contatti nell'ambiente degli eversori italiani in Spagna, iniziati sin dal 1972, avevano poi dato i loro frutti a circa due anni di distanza allorchè, nel giugno 1974, fu consegnato dal Servizio al Ministro Andreotti il dossier sulle attività eversive del principe Borghese, del Delle Chiaie e di altri.

 

L'intento perseguito dagli uomini dell'Ufficio "D" del S.I.D. era stato unicamente quello di prevenire attentati all'ordinamento costituzionale della Repubblica ed aveva comportato, per tutti coloro che si erano impegnati, rischi notevoli, continue minacce ed insulti anonimi.

 

Il mar. Mario Esposito, presentatosi pure spontaneamente per chiarire il ruolo da lui avuto nella vicenda in esame, confermava in proposito sostanzialmente quantoriferito dal cap. Labruna. Ammetteva di aver accompagnatoin aereo da Roma a Madrid il 15 gennaio 1973, per ordine del suddetto ufficiale, tal Zanella Mario, il quale, però dopo il loro arrivo, lo aveva lasciato in piazza di Spagna dicendogli che doveva incontrarsi da solo con una persona.

 

Erano rimasti d'intesa che si sarebbero rivisti nella stessa piazza o, più tardi, nell'albergo "Barrajas" ove avrebbero alloggiato. Senonchè, egli, non vedendo più tornare lo Zanella, aveva dì ciò informato per telefono verso le ore 23 di quello stesso giorno il cap. Labruna; il quale gli aveva detto di attendere ancora un pò e di tornare, indi, in Italia.

 

La mattina seguente, dopo un'inutile attesa nel suddetto albergo, egli era rimpatriato.

 

Precisava il mar. Esposito che lo Zanella era rimasto in possesso del suo passaporto.

 

Per accertare le circostanze relative al soggiorno del "Pozzan-Zanella"negli uffici di copertura del S.I.D. di via Sicilia, non essendo stato in grado il mar. Esposito di fornire al riguardo utili ragguagli, il Giudice Istruttore sentiva il 25 marzo 1976 gli altri due sottufficiali che, all'epoca, prestavano ivi servizio: i marescialli Nicola Giuliani e Giuseppe Pasin.

 

Il primo dichiarava di non ricordare alcunchè dei fatti sui quali veniva interrogato.

 

Il secondo, invece, ricordava che, verso la metà di gennaio del 1973, il cap. Labruna aveva condotto nei locali dell'Ufficio una persona dicendo che si chiamava Mario Zanella. Gli era stato ordinato di dormire con costui per due notti in quegli stessi locali.

 

Durante quei due giorni lo Zanella era stato libero di uscire anche da solo; ed aveva cenato con lui per due volte in un vicino ristorante. La mattina del terzo giorno egli aveva accompagnato lo Zanella medesimo, sul cui conto non sapeva alcunchè (si era accorto solo che parlava con accento veneto), ed il mar. Esposito all'aeroporto di Fiumicino. Ignorava dove si fossero poi recati i due.

 

Escludeva il mar. Pasin di essere stato presente a colloqui svoltisi fra lo Zanella ed il cap. Labruna.

 

Sempre nel marzo 1976 si preoccupava, inoltre, di offrire chiarimenti, comparendo di sua iniziativa dinanzi al Magistrato Istruttore, il ten. col. Antonio Viezzer.

 

Questi, premesso di avere svolto compiti esclusivamente amministrativi nella sua qualità di segretario del Capo del Reparto "D" gen. Maletti, riferiva che, fra tali suoi compiti, vi era quello di espletare le pratiche relative alle richieste di passaporto, per il personale del Reparto, da inoltrare al Ministero degli Affari Esteri.

 

Eccezionalmente solo due volte aveva effettuato richieste di passaporto per collaboratori non militari e da lui non conosciuti: una prima volta nel novembre 1972 per una fonte del cap. Labruna ed una seconda volta il 13 gennaio 1973 per tal Mario Zanella, sempre su istanza del Labruna e per disposizione datagli dal gen. Maletti, al quale egli non aveva mancato di manifestare le sue perplessità per la deroga alla prassi e per il fatto di dover autenticare fotografie di persone non identificate da lui personalmente.

 

Il gen. Maletti, in entrambe le occasioni, gli aveva fatto presente che potevano bastargli la garanzia sua e quella del cap. Labruna. Quest'ultimo, quindi, si era limitato a fornirgli le fotografie dei due futuri intestatari di passaporto senza fargli vedere costoro in persona.

 

Ricordava, relativamente al caso dello Zanella, che il cap. Labruna gli aveva portato già compilata la dichiarazione sostitutiva di certificato da inviare al Ministero degli Esteri, assicurandogli di aver rilevato i dati anagrafici dello Zanella medesimo da un valido documento di identità.

 

Egli aveva, pertanto, inoltrato la richiesta di passaporto senza minimamente sospettare che si trattasse del latitante Marco Pozzan, del quale peraltro egli non conosceva affatto le sembianze. Si era, così, comportato in assoluta buona fede, nella convinzione di aver obbedito ad un ordine legittimo, data la fiducia che riponeva nel gen.Maletti e nel cap. Labruna.

 

Richiesto dal Magistrato di palesare l'identità della persona per la quale aveva inoltrato la domanda di passaporto nel novembre 1972, il ten. col. Viezzer rispondeva di non poterlo fare, per ragioni di riservatezza, trattandosi di una fonte confidenziale del Servizio.

 

Intanto le risultanze processuali del marzo 1976, valutate in relazione a quelle precedentemente acquisite, avevano indotto il Giudice Istruttore a ravvisare, in conformità al parere del Pubblico Ministero, sufficienti indizi di colpevolezza a carico del gen. Maletti e del cap. Labruna in ordine a vari reati: tentativo di procurare l’evasione di Giovanni Ventura, falso ideologico in atto pubblico per aver indotto il ten. col. Viezzer a commettere lo stesso delitto nella dichiarazione sostitutiva di certificato sull'identità del preteso Zanella, favoreggiamento personale continuato nei confronti di Guido Giannettini e Marco Pozzan.

 

La gravità dei fatti, considerata specialmente in rapporto alla delicata ed alta funzione affidata al gen. Maletti ed al cap. Labruna in un Servizio di Sicurezza Nazionale, consigliava l’emissione di mandato di cattura il 27 marzo 1976 a carico dei due suddetti ufficiali.

Il mandato veniva eseguito il giorno successivo.

 

 

Negli interrogatori resi in stato di custodia preventiva entrambi si mantenevano sulla linea di dlfesa già assunta.

 

Il cap. Labruna, dopo aver confermato le sue precedenti dichiarazioni e le sue proteste di innocenza, insisteva nel non voler fare il nome della fonte che gli aveva presentato il falso Zanella.

 

Motivava tale sua insistenza allegando l’esistenza di gravi pericoli per sè e per i suoi familiari; e rivelava solamente che trattavasi di una fonte inserita in un vasto giro internazionale.

 

Faceva presente che la versione dei fatti fornita dal ten. col. Viezzer corrispondeva a verità.

 

Quanto al primo dei due collaboratori civili, per i quali il ten. col. Viezzer era stato da lui richiesto di inoltrare domanda di passaporto al Ministero degli Esteri,dichiarava di non poterne palesare l'identità. Si trattava di una persona che aveva fatto parte del movimento di destra "Avanguardia nazionale"e che lo aveva accompagnato in Spagna verso la fine del 1972 per metterlo in contatto con Stefano Delle Chiaie.

 

Il passaporto di questa persona, al ritorno in Italia, era stato da lui consegnato al ten. col. Viezzer ed era, quindi, rimasto nella Segreteria del Reparto "D" del S.I.D.

 

Il gen. Maletti respingeva anch'egli recisamente le accuse mossegli asserendo di aver sempre combattuto, per la difesa delle istituzioni democratiche, i gruppi eversivi che - secondo le imputazioni a suo carico formulate – egli avrebbe, invece, favorito.

 

Confermava quanto riferito dal ten. col. Viezzer circa l'avallo da lui dato alle due richieste di passaporto per collaboratori civili. Spiegava che in tutti e due i casi si era perseguito lo scopo di avvicinare, in Spagna, gli ambienti del Delle Chiaie al fine di trarne informazioni utili per le finalità del Servizio. Entrambe le operazioni erano state sfortunate, ma non si erano certamente concepiti - con esse - propositi di delittuoso favoreggiamento.

 

Dichiarava di ignorare il nome delle persone che avevano presentato al cap. Labruna i due "collaboratori civili" per i quali era stato poi chiesto ed ottenuto il passaporto.

 

Precisava di conoscere, invece, sia pure sommariamente, l'identità del collaboratore che aveva accompagnato in Spagna il cap. Labruna; ma rifiutava di rivelarla, dal momento che non aveva inteso farlo l'ufficiale che aveva curato direttamente l'operazione.

 

Con ordinanza del 10 aprile 1976 il Giudice Istruttore rigettava, su conforme parere del Procuratore della Repubblica, un'istanza di libertà provvisoria avanzata nell'interesse del gen. Maletti e del cap. Labruna. Essi proponevano appello avverso tale ordinanza; e la libertà provvisoria veniva loro concessa il 21 successivo dalla Sezione Istruttoria della Corte di Appello, investita della cognizione del gravame, su conforme parere del Procuratore Generale.

 

(continua al capitolo XI Parte Terza)