LA SENTENZA DEL PROCESSO IN CORTE DI ASSISE DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

SVOLGIMENTO DEL TERZO PROCESSO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA ED ALTRO A CARICO DI GUIDO GIANNETTINI +7

 

PARTE TERZA CAPITOLO IX

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La memoria di Giovanni Ventura sulla proposta di evasione fattagli dal S.I.D. Indagini relative. L’incriminazione del generale Gian Adelio Maletti e del Capitano Antonio Labruna per favoreggiamento del Giannettini. La perizia chimica sulla bomboletta.

 

 

 

Con una memoria, indirizzata al Giudice Istruttore del Tribunale di Catanzaro e nell'Ufficio di questi pervenuta il 29 novembre 1975, Giovanni Ventura rievocava i contatti avuti indirettamente durante la sua carcerazione preventiva - a mezzo di suoi congiunti - con Guido Giannettini al fine di ottenere, tramite quest'ultimo, una conferma del S.I.D. circa l'effettività del ruolo informativo da lui svolto (nell'interesse dello stesso S.I.D.) per il Giannettini medesimo.

 

Nel corso di tale rievocazione egli riferiva che il suddetto Servizio nel corso del 1972 aveva evitato di affrontare la questione con continui rinvii e poi, nella primavera del 1973, aveva dichiarato la sua disponibilità per una diversa risoluzione: gli aveva cioè fatto proporre concretamente dal Giannettini di evadere dal Carcere di Monza, ove trovavasi ristretto, servendosi di idonei mezzi che gli sarebbero stati apprestati.

 

Il Giannettini, per persuadere della serietà di quella proposta il Ventura, si era premurato di comunicargli che la stessa "soluzione extragiudiziale" era stata adottata per il coimputato Marco Pozzan; il quale, dopo un periodo di latitanza nel territorio nazionale, era stato intercettato da uomini del S.I.D., trattenuto per qualche settimana a Roma in locali del Servizio e poi fatto espatriare, munito di denaro e di documenti falsi, attraverso un valico franco dell'aeroporto di Fiumicino.

 

La prova della concretezza dell'offerta, come riferito anche dal giornalista Marco Nese, il quale fu destinatario di analoga memoria del Ventura per la pubblicazione della stessa sul settimanale "Il Mondo", era costituita dalla consegna che il Giannettini aveva fatto a familiari dello stesso Ventura di una chiave del carcere e di due bombolette di contenuto narcotizzante destinate ad essere usate per stordire gli agenti di custodia.

 

Oltre a fornire la sua testimonianza, il suddetto giornalista consegnava al Magistrato alcuni negativi di fotografia, raffiguranti una bomboletta ed una chiave, speditigli per posta dalla moglie del Ventura.

 

Seguivano, nel mese successivo a quello in cui era pervenuta la memoria del Ventura, due deposizioni testimoniali di riscontro.

 

La prima, resa al Giudice Istruttore il 10 dicembre, era quella del giornalista Mario Scialoia; il quale, sul n.49 del settimanale "L'Espresso" recante la data 7.12.1975, nel corso di un articolo dal titolo "Sul più bello rispunta Giannettini", aveva scritto che Iean Parvulescu (alias Iean Walter), noto amico di Giannettini, era stato da lui intervistato a Parigi e gli aveva rivelato di aver saputo già nell'aprile 1973 in Francia dal Giannettini medesimo che questi si era preoccupato di informare Giovanni Ventura, tramite la di lui sorella Mariangela, della proposta del S.I.D. di farlo evadere.

 

Precisava lo Scialoia nella sua testimonianza, dopo aver confermato il contenuto della intervista, che quest'ultima era avvenuta quando non era ancora giunto a Parigi il numero precedente dell'Espresso, nel quale si era fatto cenno delle dichiarazioni di Giovanni Ventura sulla proposta di evasione fattagli dal S.I.D.

 

La seconda deposizione, resa in seguito a presentazione spontanea della teste il 16 dicembre, era quella di Pierangela Baietto moglie di Giovanni Ventura.

 

Ella, pur precisando che l'intermediaria continuativa per lungo tempo fra suo marito e Guido Giannettini era stata sua cognata Mariangela Ventura, riferiva di essere stata in compagnia di quest’ultima allorchè il Giannettini, incontratosi con loro nel gennaio 1973, aveva consegnato ad entrambe per dichiarato incarico di “una certa parte del S.I.D.” la chiave della cella delcarcere di Monza dove era rinchiuso il marito e due bombolette di contenuto narcotizzante.

 

Nel contempo il Giannettini aveva raccomandato loro di descrivere bene quelle cose a Giovanni, perchè questi si convincesse della serietà dell'impegno preso dal S.I.D. nei suoi confronti.

 

Poi Giovanni aveva rifiutato la proposta di evasione; e sia la chiave che le bombolette, malgrado il Giannettini ne avesse chiesto la restituzione dopo essere stato informato del rifiuto di accettare la proposta suddetta, erano rimaste custodite dalla madre di Giovanni. Ella aveva, poi, appreso dalla cognata che una delle bombolette era stata provata su alcuni gattini, i quali, subito dopo, erano stati colti da dolori tanto atroci da rendere consigliabile la loro uccisione.

 

Tutte le circostanze sinora esposte venivano contestate dal Giudice Istruttore a Guido Giannettini il 20 dicembre; e questi ne sosteneva la falsità. Secondo la sua opinione, Giovanni Ventura aveva pensato di escogitare nuovi espedienti difensivi al solo fine di guadagnare tempo ed arrivare, così, alla scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia preventiva.

 

Egli ammetteva di essersi incontrato una sola volta con la moglie di Ventura e quattro o cinque volte con la di lui sorella Mariangela, ma precisava di essersi limitato a fornir loro qualche consiglio sulla linea difensiva più opportuna di Giovanni nel procedimento che lo riguardava.

 

Negava di aver fatto confidenze circa proposte di evasione per il Ventura a Iean Parvulescu, che fino ad allora aveva creduto suo amico. Il Parvulescu, secondo lui, evidentemente aveva ingannato lo Scialoia per lucrare il prezzo di un'interessante intervista.

 

Nello stesso interrogatorio il Giannettini, richiesto di ripetere quanto dichiarato in quelli precedenti circa i suoi rapporti con il S.I.D. dopo il mese di marzo 1973, si rifiutava di rispondere in seguito all'intervento del suo difensore.

 

La palese reticenza del Giannettini, lo spirito di scarsa collaborazione con gli Organi di Giustizia che aveva più volte caratterizzato i comportamenti del S.I.D. e gli inquietanti interrogativi nascenti dalle acquisite risultanze sulla proposta di evasione, della quale si è detto, inducevano il Giudice Istruttore ad emettere, su conforme richiesta del Pubblico Ministero, comunicazione giudiziaria prima, il 22 dicembre 1975, e mandato di comparizione poi, il 29 dello stesso mese, per il delitto di favoreggiamento personale aggravato continuato del Giannettini, nei confronti degli ufficiali del S.I.D. che con quest'ultimo si erano mantenuti in costante e stretto contatto: il generale Gian Adelio Maletti ed il cap.Antonio Labruna.

 

Il gen.Maletti, interrogato nella sua nuova qualità di imputato il 9 gennaio 1976, confermava le sue precedenti dichiarazioni e respingeva recisamente le accuse mossegli.

 

Escludeva categoricamente di aver organizzato l'espatrio clandestino di Giannettini nell'aprile 1973. Negava di aver, comunque, protetto quest'ultimo di sua iniziativa oppure per disposizioni impartitegli da suoi superiori o da qualche uomo politico.

 

Escludeva, parimenti, ogni responsabilità del cap.Labruna ponendo in rilievo che questi, suo diretto collaboratore, non avrebbe mancato di informarlo se avesse consigliato o favorito l’espatrio del Giannettini.

 

Faceva presente che, quando il Giudice Istruttore di Milano nel giugno 1973 aveva chiesto al S.I.D. se Guido Giannettini fosse o meno un suo informatore, vi era stata un'apposita riunione presso il Servizio per decidere sulla risposta da dare.

 

Erano intervenuti ad essa, oltre a lui, il gen.Miceli, il gen.Malizia, il contrammiraglio Castaldo quale consulente legale del Capo di Stato Maggiore della Difesaamm. Henke e, forse, il. ten.col. Giovannelli.

 

Egli aveva, in tale sede, espresso il parere di venir meno all'osservanza del principio generale di segretezza sui nomi delle fonti fiduciarie e di collaborare col Magistrato rivelandogli la qualità di informatore del Giannettini. Della stessa opinione era stato il contrammiraglio Castaldo.

 

La riunione si era conclusa con un nulla di fatto; ed egli, ricevuta in seguito la copia della lettera di risposta a firma del Capo Servizio, con la quale si era opposto al Giudice Istruttore il segreto militare, aveva chiesto spiegazioni al gen.Miceli.

 

Questi gli aveva risposto dicendogli che si trattava di una decisione adottata a livello politico.

 

Aggiungeva il gen. Maletti di avere espresso la stessa opinione nel febbraio 1974 quando nell'ufficio dell'amm.Henke, ove egli si era recato insieme al ten.col.Genovesi, si era posto il problema se rivelare o meno all'Autorità Giudiziaria la qualità di informatore di Stefano Serpieri.

 

In quella occasione l'amm.Henke aveva deciso di comunicare al Magistrato il nominativo e la qualità del Serpieri, ma non si era orientato nello stesso senso per il Giannettini.

 

Il cap. Antonio Labruna, interrogato dal Giudice Istruttore lo stesso giorno, si riportava anch'egli alle dichiarazioni precedentemente rese, sostenendo l'assoluta infondatezza degli addebiti contestatigli e facendo presente che i suoi contatti col Giannettini e con altri latitanti (ad esempio con Stefano Delle Chiaie a Barcellona) erano avvenuti, per i fini istituzionali del Servizio, nel quadro della lotta da lui costantemente ingaggiata contro la destra extraparlamentare eversiva.

 

Egli cercava, cioè, informazioni idonee a controllare quelle già acquisite sui tentativi di eversione iniziati o progettati da alcuni gruppi della destra extraparlamentare interna ed internazionale.

 

Ammetteva di aver fatto accompagnare all'aeroporto di Fiumicino nei primi giorni dell'aprile 1973 Guido Giannettini che aveva detto di volersi recare a Parigi per un servizio giornalistico, dal maresciallo Mario Esposito.

 

Ammetteva, altresì, di essersi incontrato un mese dopo, il 5 maggio, con lo stesso Giannettini, che gli aveva chiesto un appuntamento telefonandogli da Parigi, nell'area internazionale del suddetto aeroporto; e di aver pranzato con lui.

 

Nell'occasione aveva avuto dallo stesso, che vantava possibilità di contatti con lo S.D.E.C.E. (Servizio di Sicurezza francese), promesse di utili notizie; non gli aveva consegnato danaro ma gli aveva pagato solo il biglietto aereo di ritorno a Parigi.

 

Entrambe le volte il Giannettini si era servito dell'aereoplano come un comune passeggero senza alcuna copertura da parte del S.I.D.

 

Il cap.Labruna precisava che, all'epoca del suddetto incontro, egli ancora ignorava che la Magistratura si stesse interessando del Giannettini. Con quest'ultimo, da lui avvicinato ancora nel luglio e nel settembre 1973 a Parigi, non si era più incontrato, nè dallo stesso aveva più ricevuto telefonate dopo un ulteriore contatto del 27 aprile 1974.

 

Il 19 gennaio 1976 Mariangela Ventura, che fino a quel momento non aveva voluto rendere alcuna deposizione testimoniale avvalendosi della facoltà di astensione riconosciuta dallo art.350 C.P.P. quale sorella d'imputato, si presentava spontaneamente dinanzi al Giudice Istruttore per riferire i particolari a sua conoscenza sul piano di evasione preparato per suo fratello Giovanni.

 

La testimone consegnava, anzitutto, al Magistrato una bomboletta bianca ed una copia della chiave consegnatele da Guido Giannettini - secondo le sue precisazioni - nel bar “Motta” di Viale Liegi, a Roma, per convincere suo fratello Giovanni della serietà e della concretezza di quella proposta di evasione formulata negli ambienti del S.I.D.

 

Faceva presente che l'altra bomboletta consegnatale dal Giannettini era stata da lei usata, per prova, spruzzandone il contenuto su alcuni gattini, i quali erano stati colti subito da atroci dolori e convulsioni tanto da rendersi necessaria, per evitare agli stessi ulteriori inutili sofferenze, la loro soppressione fisica.

 

Nell'agitazione seguita a tale evento, la bomboletta era stata gettata via.

 

Aggiungeva che l'originale della chiave era custodito in un posto conosciuto solo da sua madre.

 

Rievocando il complesso dei contatti da lei avuti con Guido Giannettini, Mariangela Ventura cominciava col riferire di aver sentito parlare per la prima volta di lui da suo fratello Giovanni nel parlatorio del carcere di Bassano del Grappa o di Treviso, ove questi trovavasi detenuto.

 

Erano i primi mesi del 1972 quando Giovanni l'aveva incaricata di informare il Giannettini dell'avvenuto sequestro dei documenti rinvenuti dal Magistrato nella cassetta di sicurezza della banca di Montebelluna e di tenersi in contatto con lui.

 

Ella aveva assolto l'incarico recandosi a Roma e comunicando nel bar Hungaria con il Giannettini, il quale in quell'occasione aveva detto solo che si trattava di una cosa seccante e le aveva dato i saluti per Giovanni.

 

Successivamente altri incontri si erano frequentemente verificati per circa un anno fra loro a Roma, in quanto la Mariangela vi si recava spesso per visitare suo fratello Luigi, colà dimorante, e per occuparsi delle pratiche relative al fallimento dell'azienda grafica "Litopress” di cui si è già detto.

 

Un mese o due dopo il loro primo colloquio Giannettini le aveva detto che i rapporti informativi sequestrati dal Giudice non contenevano alcuna notizia segreta e che erano stati scritti da lui; le aveva detto anche di aver passato verbalmente al S.I.D. le notizie dategli da Giovanni.

 

In epoca successiva, nell'estate del 1972, suo fratello Giovanni le aveva dato l'incombenza di chiedere al Giannettini le copie di due "veline”, che Giovanni stesso aveva a suo tempo da lui ricevuto e consegnato all'ex partigiano Alberto Sartori senza trattenerne alcun esemplare.

 

Si trattava di rapporti relativi all'addestramento di alcuni terroristi in Germania ( la cosiddetta scuola di Bad Ems); e Giovanni le aveva raccomandato di non far sapere a Giannettini che li aveva passati al Sartori e Giannettini aveva aderito alla di lei richiesta, suggerendole però solo il modo per poterli ricostruire in quanto si era dichiarato non più in possesso dei rapporti medesimi. Gliene aveva indicato il contenuto e le sigle, avvertendola che avrebbe dovuto copiare il tutto a macchina e precisandole anche gli spazi di battitura da osservare.

 

Giovanni, però, era rimasto insoddisfatto avendo trovato incompleti i rapporti in questione.

 

Tre o quattro mesi dopo il primo incontro Mariangela aveva cominciato a chiedere al Giannettini, sempre per incarico di Giovanni, di convincere il S.I.D. a rendere nota la qualità di informatore del fratello per risolvere definitivamente tutti gli equivoci sorti a carico di questi in sede giudiziaria.

 

 

Il Giannettini aveva risposto che era difficile convincere il S.I.D. a fare un passo del genere; anche perchè non si trattava di un intervento necessario data la inconsistenza delle prove di accusa raccolte dal Giudice Istruttore; poi, nella seconda metà del 1972, aveva iniziato a dire che una parte del S.I.D. poteva venire incontro a Giovanni per altra via: ossia procurando la sua evasione dal carcere ove lo stesso trovavasi ristretto.

 

Giovanni, informato della cosa, aveva respinto tale proposta.

 

Nel periodo iniziale del 1973 ella, in presenza di sua cognata Pierangela Baietto, aveva consegnato al Giannettini una lettera con la quale la di lei madre insisteva per un intervento chiarificatore del S.I.D. Il giorno seguente a tale consegna era stata eseguita una perquisizione nell'abitazione romana di suo fratello Luigi Ventura ed, in quell'occasione, era stata sequestrata una agenda di Giovanni ove trovavasi annotato il nome di Guido Giannettini.

 

Di ciò Mariangela e la predetta sua cognata avevano tempestivamente informato quest'ultimo il pomeriggio di quello stesso giorno, o il dì successivo, nel solito bar "Motta" di Viale Liegi.

 

Egli aveva risposto loro di esserne già al corrente e di sapere anche che altra perquisizione era stata eseguita in casa di Guido Paglia; aveva aggiunto di essere informato pure del fatto che il Giudice Istruttore di Milano si era recato nella sede del S.I.D. ed inutilmente aveva chiesto di essere ricevuto dal Capo dal Servizio.

 

Era stato quello il colloquio durante il quale Giannettini aveva prospettato il progetto di evasione in termini di estrema attualità e concretezza mediante la consegna della chiave del carcere di Monza e delle bombolette destinate a narcotizzare le guardie.

 

Anche questa volta, però, Giovanni aveva manifestato la sua ferma decisione di non evadere.

 

Aggiungeva Mariangela Ventura che Guido Giannettini parlando con lei del progetto di evasione, in un successivo colloquio, le aveva detto che il S.I.D. analoga soluzione aveva adottato in favore di altro coimputato della strage di Piazza Fontana, Marco Pozzan, il quale, intercettato da uomini del S.I.D. ed ospitato in un primo tempo da loro a Roma in un appartamento, era stato poi fatto espatriare mediante un valico dell'aeroporto di Fiumicino evitando i normali controlli di frontiera.

 

Il Pozzan, comunque, era stato previamente munito di falsi documenti di identità, i quali dovevano essergli poi ritirati appena giunto all'estero.

 

Lo stesso procedimento il S.I.D. aveva pensato di seguire per Giovanni Ventura, il quale sarebbe stato atteso da una autovettura all'uscita dal carcere, poi nascosto per qualche tempo in un luogo sicuro nello stesso territorio nazionale ed, infine, trasferito all'estero.

 

Seguivano due confronti, lo stesso 19 gennaio1976, rispettivamente fra le due suddette congiunte del Ventura (la moglie e la sorella) da un lato ed il Giannettini dall’altro.

 

Le prime confermavano quanto precedentemente dichiarato.

 

Il Giannettini ammetteva la veridicità di quanto dichiarato da Mariangela Ventura circa i frequenti contatti da lui avuti con la stessa e circa le indicazioni datele per la ricostruzione del "rapporto informativo" chiesto dal di lei fratello Giovanni; ma negava recisamente di averle parlato dell'evasione di quest'ultimo o dell'espatrio di Marco Pozzan; negava anche di averle consegnato chiavi e bombolette.

 

Qualche giorno dopo aver deposto, Mariangela Ventura consegnava al maresciallo dei Carabinieri Alvise Munari, a comprova della veridicità delle sue affermazioni, il rapporto ricostruito, con le indicazioni del Giannettini,sull'addestramento di alcuni terroristi in Germania dal titolo "la Scuola di Bad Ems” e la chiave originale consegnatale dal Giannettini medesimo.

 

Quanto alla chiave, il Giudice Istruttore, in sede di ispezione eseguita il 29 gennaio 1976 nel carcere circondariale di Monza, aveva modo di constatare che la stessa, al pari delle altre in dotazione all'Istituto carcerario, apriva tutte le porte delle celle del reparto uomini, comprese quelle (cella n.13 e "camerone lavoranti”) in cui, secondo le informazioni date sul posto da un brigadiere degli agenti di custodia, era stato all'epoca rinchiuso Giovanni Ventura.

 

Il 15 aprile 1976 il capitano dei Carabinieri Giovanni Lombardi, incaricato quale perito chimico di indagare sulla natura del contenuto della bomboletta consegnata da Mariangela Ventura, depositava la sua relazione conclusiva così rispondendo ai quesiti postigli:

 

“La bomboletta in reperto contiene gas propellente misto a cloroacetofenone. Quest'ultimo prodotto, noto come "CN", è un energico lacrimogeno già largamente impiegato dalle Forze di Polizia di molti paesi. Sull'uomo, stante la diluizione del prodotto nell'area che è propria degli erogatori aerosol, svolge un'azione altamente irritante sulle mucose degli occhi, del naso e della gola, con senso di soffocamento e disorientamento. Non ha azione tossica e gli effetti hanno termine, per la maggior parte dei casi, dopo circa 30-40 minuti senza danni persistenti”.

 

(continua al capitolo X Parte Terza)