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Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull’eversione dell’estrema destra

 

Le nuove dichiarazioni di Angelo Izzo 

 

PARTE UNDICESIMA

Capitolo 61

(pag. 541 del fascicolo processuale)

 

 

Nel settembre 1993, Angelo IZZO non faceva rientro nel carcere di Alessandria al termine di un permesso, concessogli dal Tribunale di Sorveglianza di tale città, e faceva perdere le proprie tracce.

 

 

 

Tale fuga, abbastanza sconsiderata (Izzo aveva infatti già goduto in passato di numerosi permessi ed era verosimilmente prossimo ad ottenere la liberazione condizionale), si protraeva per circa venti giorni in Francia, Inghilterra e Belgio.

 

 

 

La Digos di Milano, attivata dall’A.G. milanese, rintracciava infine Angelo Izzo a Parigi grazie al fatto che questi si era tenuto in contatto con un collaboratore di giustizia croato (peraltro estraneo a tale progetto di evasione), tale Dobrisa BAGIC, che era stato tratto in arresto e in seguito scarcerato in relazione ad un traffico di esplosivi importati da Zagabria a Milano, e al fatto che il suo telefono e la sua corrispondenza erano stati posti sotto controllo.

 

 

 

Angelo Izzo non si opponeva all’estradizione in Italia e rientrava quindi rapidamente nel nostro Paese.

 

 

 

Sin dal momento del suo arresto in Francia, egli manifestava al personale della Digos di Milano, intervenuto sul posto, la volontà di completare senza ormai più alcuna reticenza le dichiarazioni già rese negli anni precedenti a varie Autorità giudiziarie interessate a istruttorie in tema di stragi ed eversione di destra, spiegando di non aver mai in nessuna sede ricostruito interamente il proprio percorso politico e i reati commessi in tale ambito in quanto ciò avrebbe inevitabilmente comportato di chiamare in correità per tali episodi persone come Gianni GUIDO, Andrea GHIRA e Gianluigi ESPOSITO, cui era stato legato da profonda amicizia sin dalla adolescenza.

 

 

 

Egli non aveva mai voluto in passato rompere tali rapporti di amicizia, aggiungendo alle ampie dichiarazioni rese sulle notizie apprese in carcere sull’eversione di destra la ricostruzione degli episodi direttamente con Guido, Ghira ed Esposito, non tanto per non aggravare la sua posizione giudiziaria (Izzo era già stato condannato all’ergastolo per il delitto del Circeo) quanto appunto per non troncare rapporti che sul piano personale erano stati per lui di grande importanza.

 

 

 

Del resto, nei giorni della sua fuga, Angelo Izzo era riuscito a mettersi telefonicamente in contatto con Gianni Guido – latitante dai tempi dell’evasione dal carcere di San Gimignano – e, se non fosse intervenuto il suo arresto, Izzo sarebbe probabilmente riuscito ad incontrarsi con lui alla fine di settembre, a Londra, in un ristorante presso cui avevano preso appuntamento.

 

 

 

La completa collaborazione di Angelo Izzo consentiva di acquisire notizie recenti sugli spostamenti di Gianni Guido – di cui da molto tempo si era persa ogni traccia – e di individuare la zona di sua presumibile residenza nonché i contatti che tuttora manteneva con l’Italia.

 

 

 

Dopo un lungo e paziente lavoro di ricerca, infatti, la DIGOS di Milano, grazie a pedinamenti e ad un gran numero di intercettazioni anche intercontinentali, individuava la residenza di Gianni Guido nella città di Panama, dove alla fine di maggio del 1993 il latitante, d’intesa con l’Interpol e la Polizia locale, veniva tratto in arresto e nel giro di pochi giorni colpito da un provvedimento di espulsione verso l’Italia.

 

 

 

Le nuove dichiarazioni di Izzo, che integrano e spiegano molte di quelle rese in precedenza, spaziano in un campo molto vasto.

 

 

 

Angelo Izzo ha raccontato di aver preso direttamente parte, insieme al suo gruppo e ad altri elementi legati alla destra romana, dal 1972 al 1975 ad alcuni attentati (quali quello contro la sezione del P.S.I. nel quartiere Trieste e quello in danno della scuola San Leone Magno frequentata dallo stesso Izzo e da Gianni Guido), a numerosissime rapine di autofinanziamento in danno di banche, gioiellerie e uffici postali, a traffici di sostanze stupefacenti coltivati anche d’intesa con la malavita comune e a numerosi stupri di gruppo operati con la stessa tecnica (e cioè attirando in una abitazione una ragazza già conosciuta) utilizzata poi nell’autunno del 1975 per l’episodio del Circeo, cosicchè tale episodio era stato in sostanza solo l’ultimo di una lunga serie conclusosi, a differenza degli altri, tragicamente.

 

 

 

Molte delle vittime, del resto, non avevano in precedenza denunziato tali episodi essendo ragazze o studentesse dello stesso ambiente dei tre assassini del Circeo e non volendo quindi, con una denuncia, esporsi a rappresaglie e comunque rendere pubblico quanto era accaduto.

 

 

 

Angelo Izzo, si è inoltre assunta la responsabilità di due gravissimi episodi criminosi, precedenti ai fatti del Circeo e ignoti e destinati a rimanere tali senza la sua confessione.

 

 

 

Si tratta dell’omicidio di Fabio MICONI, un giovane dell’ambiente di destra romano, ucciso nell’ottobre del 1972 da Izzo, Guido, Esposito ed un loro complice nonché dell’omicidio di Amilcare DI BENEDETTO, un appartenente alla malavita comune ucciso nel giugno del 1975 da Izzo, Esposito e da una terza persona.

 

 

 

Movente del primo episodio erano sia alcuni sospetti di infedeltà rispetto all’ambiente di destra, cui Miconi aveva dato adito, sia una più specifica accusa di aver sottratto della sostanza stupefacente che doveva essere venduta dal gruppo di Izzo.

 

 

 

Fabio Miconi, secondo una tecnica non infrequente, era stato attirato in una trappola, ucciso con un fucile da caccia nella sua abitazione e ne era stato simulato il suicidio deponendo sul suo corpo un biglietto autografo dello stesso Miconi che era stato recuperato dagli assassini nell’abitazione e che riportava frasi di sconforto.

 

 

 

L’omicidio di Amilcare Di Benedetto era stato originato da alcuni dissapori legati ad una rapina da questi commessa e anche in questo caso la vittima era stata attirata in una villa di Riccione di proprietà di un complice, uccisa materialmente da Izzo con un colpo di pistola alla testa e gettata al largo nell’Adriatico dopo aver assicurato al corpo una zavorra cosicchè il cadavere non era mai stato ritrovato.

 

 

 

Le dichiarazioni di Angelo Izzo ed i primi accertamenti di p.g. disposti da questo Ufficio sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Roma per gli ulteriori approfondimenti istruttori e per l’esercizio dell’azione penale, quantomeno in relazione ai due omicidi ora citati e ad alcuni altri riferibili al gruppo, delitti questi non soggetti a prescrizione.

 

 

 

La fase delle indagini preliminari è tuttora in corso.

 

 

 

Si noti comunque, a conferma del significato delle rivelazioni di Angelo Izzo (indicative della determinazione e dell’efferatezza del gruppo), che Gianni Guido, interrogato da questo Ufficio in data 4.6.1994, pur assumendo un atteggiamento di sostanziale chiusura processuale, non ha potuto negare alcuni degli episodi rievocati dal suo vecchio amico, quali l’attentato alla scuola San Leone Magno (la cui responsabilità doveva ricadere sugli esponenti di sinistra della scuola) e la presenza di armi e bombe a mano all’interno del gruppo ben prima dell’episodio del Circeo, episodio che lo stesso Guido ha ammesso essere stato preceduto da parecchi episodi analoghi, anche se non conclusi con un esito così cruento.

 

 

 

Di notevole importanza per la presente istruttoria risulta comunque far cenno alla ricostruzione della storia politica di Angelo Izzo, in particolare resa nell’interrogatorio in data 31.1.1994, da cui emerge che Izzo e i suoi camerati non erano dei semplici “pariolini” di scarso livello politico, ma un gruppo di persone da tempo e profondamente inserite nelle strutture eversive della destra romana dei primi anni ’70 ed erano strettamente legati a personaggi del livello del prof. Paolo SIGNORELLI e del prof. Enzo Maria DANTINI, ingegnere minerario il cui nome compare fra le persone contattate per far parte della rete di GLADIO.

 

 

 

In particolare, Angelo Izzo ha per la prima volta spiegato che il suo gruppo era una delle realtà collegate alle strutture eversive e golpiste di quegli anni, con lo specifico compito di compiere rapine di autofinanziamento, accumulare una notevole quantità di armi, anche di provenienza militare, da tenere a disposizione per un tentativo di golpe, e di ricoprire il ruolo di “guardaspalle” armati in occasione di riunioni riservate cui erano presenti personaggi di notevole livello politico.

 

 

 

Il gruppo di Izzo, Guido, Ghira, Esposito ed altri, promosso e cooordinato dal prof. Dantini (esperto in esplosivi e chiamato addirittura a tenere corsi per funzionari di Polizia presso il Ministero dell’Interno in materia di prevenzione di attentati (cfr. int. Aleandri, 19.4.1991, f.3), altro non era che la continuazione dei gruppi denominati “UOVA del DRAGO” e cioè quei nuclei di repubblichini che erano rimasti, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in contatto fra loro allenandosi e organizzandosi segretamente quali veri e propri soldati politici “in sonno” e pronti a ritornare all’azione al momento opportuno in funzione anticomunista e antidemocratica.

 

 

 

Tale ricostruzione è di notevole interesse per la comprensione del contesto politico in cui sono maturati molti degli avvenimenti emersi nel presente procedimento e di conseguenza appare opportuno in questa sede, tralasciando gli episodi minori e quelli nella loro forma più vicini ad attività di malavita comune, riportare i passi salienti dell’interrogatorio reso da Angelo Izzo a questo Ufficio e al G.I. di Bologna in data 31.1.1994.

 

 

 

Può essere ovviamente tralasciata, nonostante la sua importanza, quella parte dell’interrogatorio che si riferisce alla partecipazione della struttura romana agli attentati dell’ottobre 1972 in danno dei convogli ferroviari diretti a Reggio Calabria, in quanto tali episodi sono già stati esaminati nella parte sesta di questa ordinanza.

 

 

 

Ecco i passaggi di maggior rilievo del racconto di Angelo Izzo:

 

 

“Richiamandomi alla lettera che ho inviato alla’A.G. di Milano dal carcere di Ivrea in data 24 gennaio, intendo proseguire a raccontare come ho già fatto nei precedenti due interrogatori in data 16 e 21 dicembre 1993, quale sia stata la mia esperienza politica, fin da giovanissimo, e chiarire tutti gli episodi illeciti in cui sono stato coinvolto sia di carattere politico sia episodi di carattere comune intrecciati con l’ambiente politico che frequentavo.

Intendo così completare la ricostruzione già iniziata nei due precedenti interrogatori raccontando i fatti più gravi e posso in questo momento spiegare in sintesi, riservandomi di meglio chiarirlo in seguito, perché sino ad ora avevo tralasciato di raccontare tanti episodi avvenuti tra il 1970 e il 1975 soprattutto in un contesto politico.

Quando decisi all’inizio del 1984 di collaborare con l’Autorità Giudiziaria e fui interrogato soprattutto dall’A.G. di Firenze, il mio intendimento era soprattutto parlare di quanto ero venuto a sapere sulle principali stragi in quanto mi sembrava prioritario contribuire a far luce su questi avvenimenti che avevano inquinato la vita politica italiana, a quell’epoca ero definitivo, stavo scontando la pena dell’ergastolo in relazione alla quale non ho mai goduto di riduzioni di pena e non mi sentivo di accollarmi una serie di episodi, tra cui omicidi che risalivano a momenti precedenti al fatto del Circeo; mi rendo ora conto di aver sbagliato in quanto le notizie da me apprese in carcere da esponenti di destra come FREDA e CONCUTELLI sulle stragi avrebbero avuto ben altro valore e credibilità nei processi se io avessi chiarito quale fosse stato il mio ruolo tutt’altro che secondario nella destra romana nella prima metà degli anni ’70.

Posso comunque dire che di alcuni degli episodi di cui io parlerò avevo fatto vari cenni in più occasioni nel corso di vari interrogatori, pur non affrontando mai una ricostruzione completa, anche a causa di una serie di problemi che erano insorti dopo la mia collaborazione nel 1984.

Devo anche dire che non mi sentivo sino ad ora di rompere ogni rapporto e di chiamare in correità in fatti gravissimi persone come GUIDO, GHIRA ed ESPOSITO ed anche altri amici della mia esperienza romana da giovanissimo, e ciò, sia per motivi personali legati ai miei rapporti amichevoli ed affettivi con queste persone, sia perché lo stato di latitanza di molti e il livello da loro raggiunto in ambienti criminali avrebbe aumentato moltissimo il livello di rischio cui ero esposto io e la mia famiglia.

Fatta questa premessa che mi riservo di completare ed approfondire, posso esporre in ordine cronologico tutti i fatti che risultano di interesse, soprattutto per le indagini in materia di destra eversiva che Lei e il G.I. di Bologna state conducendo….

LA MIA STORIA POLITICA

Nel febbraio 1970, dopo manifestazioni studentesche per ricordare il suicidio di IAN PALACH, io entrai in contatto con Avanguardia Nazionale e partecipai alle sue riunioni di rifondazione nel febbraio del 1970, conoscendo per la prima volta fisicamente DELLE CHIAIE; per questo motivo fui espulso dal M.S.I.

Tuttavia qualche mese dopo, direi all’inizio del 1971, fui reclutato nel Fronte Nazionale dal prof. Dalmazio ROSA, che era il mio professore di scienze al liceo San Leone Magno. Questo prof. ROSA era figlio del maggiore ROSA, ex repubblichino, che sarà poi uno degli inquisiti del golpe BORGHESE, in quanto esponente di spicco del Fronte Nazionale.

Io ero entusiasmato per questo ingresso nel Fronte, anche perché ero uno dei pochi ragazzi che ne facevano parte, e venivo un po’ trattato da ragazzo prodigio, c’era poi un clima cospirativo che mi eccitava, ad esempio in situazioni come quelle a casa del professore ROSA, quando egli mi mostrò delle pistole, regolarmente denunciate, che deteneva in casa.

L’aria era da presa di potere imminente, e questo entusiasmava un ragazzo giovane come me.

Partecipai a numerose riunioni del Fronte, sia in Via Merici, sia in Via Tolmino, in una sede diversa da quella dell’MSI, una sede quasi clandestina che si trovava nel medesimo palazzo dell’ambasciata della Cina Nazionalista.

Alle riunioni cui non sempre ero ammesso, venivano usati da molti nomi di copertura, c’erano personaggi anche toscani e veneti e non solo ufficiali in pensione, ma anche ufficiali in servizio attivo.

Poiché il mio ruolo rimaneva in questo ambiente modesto anche per ragione di età, quasi subito mi fu ordinato da ROSA di inserirmi in gruppi più giovanili e di mettermi a disposizione di elementi del Fronte Nazionale già inseriti con ruoli direttivi in quei gruppi.

Iniziai quindi a frequentare il gruppo di Nuova Europa di Via Noto incui c’era LELLO BONSIGNORE, che in realtà era anche militante del Fronte.

Contestualmente frequentai il Fronte Studentesco e Lotta di Popolo, in cui c’erano rispettivamente Alberto PASCUCCI ed Ezio Maria DANTINI che avevano anch’essi una doppia militanza nel Fronte Nazionale. Lasciai ovviamente Avanguardia Nazionale al cui interno però vi erano molti elementi del Fronte.

IL GOLPE BORGHESE

All’epoca del tentato golpe, io non ero ancora nel Fronte e quindi non vi partecipai direttamente. Tuttavia, dai vari ROSA, PASCUCCI, DANTINI, mi furono forniti particolari concordanti, all’incirca nel 1971, prima che vi fosse l’indagine giudiziaria.

Tutti concordavano che il golpe fosse un tentativo serio, e che BORGHESE, avesse trovato più appoggi, sia militari che finanziari di quanto si aspettasse.

Dicevano anche che a Civitavecchia vi erano, alla fonda, delle navi di proprietà di un armatore ex ufficiale dell’esercito italiano, che aveva un ufficio nei pressi di via Veneto a Roma, navi che dovevano servire per portare gli oppositori in Sardegna ed in altre isole.

Confermavano anche il furto del mitra al Ministero degli Interni ed infine che il contrordine era stato trasmesso da un esponente della massoneria sulla base di pressioni americane, quando ormai BORGHESE si stava apprestando ad occupare la televisione e leggere il proclama.

OMICIDIO DI ARMANDO CALZOLARI

Le mie fonti su questo omicidio sono come fonti indirette ROSA e DANTINI e come fonti dirette a loro dire due militanti del Fronte di Ostia Roberto ZEBBI e Franco BALZERANI, che io conoscevo personalmente anche in quanto andavo spesso al mare ad Ostia.

Costoro erano sia militanti del Fronte sia attivisti dell’MSI. I primi due mi dissero in più occasioni che il CALZOLARI, uno dei cassieri del Fronte era in crisi ed era un personaggio debole e poteva quindi diventare pericoloso. Inoltre aveva fatto delle scorrettezze all’ing. TALENTI che era uno dei grossi finanziatori del Fronte, in particolare delle attività clandestine del Fronte.

Mi dissero che la morte di CALZOLARI non era stato un suicidio ed era collegata a questa situazione.

Qualche tempo dopo DANTINI nel medesimo periodo in cui vi fu l’omicidio MICONI mi disse che il responsabile della morte di CALZOLARI era BALZERANI del Fronte.

BALZERANI nel 1972 era stato arrestato ad Ostia durante una manifestazione non autorizzata, mi sembra per oltraggio, ed io mi sentivo un po’ responsabile in quanto avevo organizzato la manifestazione durante la quale era stata anche devastata la locale sede di Paese Sera.

Nei giorni seguenti sempre ad Ostia, in un susseguirsi di incidenti io ferii il figlio di Galloni che era di Lotta Continua, e questo episodio di fatto rallentò la scarcerazione di BALZERANI aumentando il clima di tensione. Io in un certo senso mi sentivo responsabile nei confronti di BALZERANI, e pensavo ce l’avesse con me. Un giorno con GHIRA andai a trovare BALZERANI nel negozio di vetreria, conobbi la moglie straniera, suo fratello che lavorava con lui.

La sera andammo a cena io BARZERANI, GHIRA e ZEBBI. In quella occasione ci spiegammo, in quanto eravamo tutti militanti del Fronte.

Nel corso della discussione il discorso cadde sul fatto che eravamo tutti militanti del Fronte e non dovevamo spaventarci di qualche giorno di galera e allora BALZERANI tra altri discorsi rispose che lui certo non si tirava indietro e che lui era coinvolto in due omicidi, mascherati da suicidi.

Di uno fece solo un cenno, ma comunque disse che era figlio di comunisti, ma militante di Avanguardia Nazionale, e che era stato trovato morto in una macchina, con delle armi in macchina, non mi spiegò come avesse agito.

Preciso che lo stesso BALZERANI è un ex militante di Avanguardia ed è un uomo di notevole forza fisica.

Ci disse poi di essere specificamente l’autore della fine di CALZOLARI, a questo punto ZEBBI intervenne per troncare il discorso. In seguito però, nel 1974 in occasione di uno scambio di pistole con ALLATTA Pietro di Aprilia, io feci un viaggio con ZEBBI ad Aprilia e gli feci avere una pistola in più da scambiare, e di conseguenza nel viaggio di ritorno era di buon umore nei miei confronti e riparlammo dell’omicidio CALZOLARI di cui mi diede qualche particolare, come responsabile lui stesso insieme a BALZERANI, mi fece il nome di un terzo complice Gino SAVIO che io conoscevo, sempre del Fronte Nazionale, di origini genovesi.

Questo SAVIO era quello che guidava la macchina quando si erano allontanati. Disse di aver sorpreso il CALZOLARI mentre portava a spasso il cane e di averlo annegato tenendogli la testa sott’acqua, in un giardino in un luogo poco distante dal pozzo in cui poi lo avevano abbandonato.

Intendevano farlo sparire del tutto portandolo lontano, ma qualcosa non aveva funzionato.

PROCACCIAMENTO DI ARMI E VIAGGIO A BORDIGHERA

Sin dalla fine del 1971 io mi preoccupai di procacciare armi per me e i miei amici utilizzando i proventi dell’autofinanziamento, devo aggiungere che si era aggiunta a questa attività di furti anche lo spaccio di dollari falsi e di piccole quantità di cocaina che reperivamo negli ambienti di Avanguardia Nazionale ed in particolare io avevo da Bruno DI LUIA.

Io ebbi anche direttamente una notevole quantità di armi in regalo da un cugino di PARBONI ARQUATI che viveva a Carpi e che nascondeva le armi in una casa colonica dentro una cassapanca.

In questo stesso periodo Esposito, commise un furto in un’armeria a Roma nel quartiere Nomentana.

Io poi acquistai armi in più occasioni dai fratelli ANNOSCIA, dal PRINCIPINO e da altri malavitosi romani. Ebbi poi la possibilità di avere una notevole quantità di armi in particolare mitra moderni, sia MAB, sia mitra francesi, in occasione di un viaggio a Bordighera che ora spiegherò.

Mi fu detto da DANTINI di tenermi pronto per un viaggio notturno ed un trasporto di armi dalla Liguria a Roma, eravamo alla fine del 1972 inizi 1973.

Gino SAVIO venne a prendere me e GHIRA a Roma con un furgone, e ci recammo in Liguria. Durante il viaggio, Gino ci disse che andavano in una villa di un suo vecchio compagno dell’O.A.S., in effetti giungemmo alla villa di un anziano signore, sopra Bordighera, il quale era padrone del migliore albergo di Bordighera, ed aveva fatto i soldi facendo un grande bidone all’Unione Sovietica, vendendo materiale di scarto nell’ambito di una operazione degli anni ’50 organizzata dai servizi segreti americani.

Non ricordo il nome, ma mi sembra fosse milanese, o comunque in rapporto con Milano.

Preciso che la villa era appartenuta ad un ufficiale delle SS. La villa era munita di una specie di cantina blindata, ove vi erano vari bauli di armi. Armi tutte nuove e di provenienza italiana, francese ed israeliana. Noi dovevamo prendere un baule per il Fronte Nazionale che doveva proseguire per la Calabria. Io e GHIRA ci facemmo la cresta trattenendo qualche arma e precisamente un paio di mitra ed un fucile con cannocchiale.

Le armi furono scaricate in una casa a Monteverde in un garage, che doveva essere di qualcuno di Ordine Nuovo, ma non ho mai saputo di chi. Gino SAVIO ne aveva le chiavi.

Preciso che Gino SAVIO faceva parte del Centro Studi Ordine Nuovo, ma era anche del Fronte Nazionale.

Faccio presente che avendo accumulato il nostro gruppetto una enorme quantità di armi, accadde in un paio di occasioni addirittura che genitori di nostri amici le ritrovassero.

In un’occasione ci dovemmo servire addirittura di Signorelli facendolo passare per padre di Esposito, presso i genitori di Daniela SILANOS. Posso aggiungere che il padrone della villa aveva almeno 50 anni.

LA MIA MILITANZA POLITICA E “LE UOVA DEL DRAGO”

Fra il 1971 e il 1972 DANTINI mi parlò nella necessità che io facessi attività politica più seria smettendo in pratica di fare politica in modo evidente e passando invece a far parte di un nucleo che di fatto agiva in modo clandestino.

Io non ero molto convinto perché l’attività politica pubblica in qualche modo mi gratificava e mi faceva frequentare più persone e su questo argomento ad un certo punto ci fu quasi una rottura con GHIRA il quale dopo una carcerazione di alcuni giorni per rissa, prendendo come scusa questo episodio e il fatto di essersi fidanzato con una ragazza di sinistra del Giulio Cesare, fece sapere che abbandonava l’attività politica pubblica e invece aveva aderito all’idea di DANTINI.

Addirittura fu visto più volte durante la campagna elettorale della primavera del 1972 insieme a questa ragazza a comizi del Partito Comunista.

In seguito si riavvicinò al nostro ambiente in quanto il “richiamo della foresta” era troppo forte. Comunque GHIRA trascinò poi GUIDO ed ESPOSITO nell’attività clandestina e infine anche me.

Inizialmente la nostra attività riguardò in particolare lo spaccio di cocaina di cui ho già parlato. Pian piano il traffico si ampliò e finì con il coinvolgere numerosi attivisti di destra i quali però non sapevano che il nostro scopo era l’autofinanziamento.

Il salto di qualità avvenne nel momento in cui venni a contatto con FIKRET GECU, un curdo iraniano che si diceva fosse stato in precedenza uomo della SAVAK, cioè la polizia segreta dello Scià.

Era poi diventato militante di un gruppo noto come FRATELLANZA CURDA ed era anche in contatto con un gruppo armeno e con la FALANGE CRISTIANO/LIBANESE.

Io diventai molto amico di FIKRET in quanto in pratica mi era stato affidato da DANTINI e io lo aiutavo a mantenersi, lo ospitavo presso amici e mi occupavo di tutte le sue esigenze.

Il discorso che DANTINI ci faceva era che noi dovevamo essere un gruppo militare segreto in funzione di un imminente colpo di stato. Specialmente dopo l’omicidio MICONI la nostra funzione crebbe a dismisura nel senso che ci fu affidato completamente il settore autofinanziamento e crebbero anche le nostre disponibilità di armi.

Queste armi ci venivano fornite da DANTINI che le acquisiva presso fascisti suoi vecchi amici. Si trattava di vecchie armi di origine bellica. Ci forniva anche delle bombe a mano tipo SRCM, in cassette da 36, di provenienza militare sicchè ritengo che disponesse anche di un canale di approvvigionamento di tipo istituzionale.

Nel frattempo l’attività di autofinanziamento si alimentava con il provento di numerosissime rapine e dei nostri traffici di droga. In particolare con l’entrata in gioco del FIKRET disponevamo di ingenti quantitativi di morfina base che lui stesso mi insegnò a trasformare in eroina.

La droga veniva depositata nella tenuta di PARBONI ARQUATI a Colonna nei pressi di Monteporzio Catone, dove in un casale io trasformavo la morfina base in eroina e solitamente la tagliavo.

Essendo l’eroina molto buona potevamo tagliarla a nostro piacimento a seconda delle esigenze e quindi il guadagno era notevole.

Nel traffico erano implicati un medico affiliato a LOTTA DI POPOLO, amico di DANTINI, di origine lucana, che mi procurava l’acetone da analisi e l’etere, indispensabili per il mio lavoro, procurati presso la CARLO ERBA; poi c’era MARCO STERNINI, che era il figlio di un farmacista, e che per questo poteva procurarmi sostanze da taglio come il lattosio. Il padre aveva una farmacia in Via Livorno. STERNINI aveva anche un appartamento tutto suo, oltre ad una soffitta a Casal Palocco in precedenza, che usavamo anche come deposito per l’eroina già raffinata.

Per lo spaccio noi ci servivamo di preferenza di giovani fascisti. Io, GHIRA, ESPOSITO e GUIDO ci occupavamo della distribuzione all’ingrosso ed eravamo consapevoli della finalità di autofinanziamento di questa attività, gli spacciatori al minuto cioè questi ragazzi di destra si tenevano il ricavato per sé.

I principali distributori erano ….DANTINI, nel promuovere la formazione del nostro gruppo, ci disse che dopo la seconda guerra mondiale repubblichini e nazisti avevano lasciato gruppi di soldati politici “in sonno” e pronti a risvegliarsi in funzione anticomunista e antidemocratica quando possibile.

Questi gruppi erano denominati “uova del drago” o “denti del drago”. Io so di sicuro che esisteva un uovo del drago, almeno così mi fu detto, che era capeggiato da tale NATALE GIANVENUTI, che fino a quel momento io conoscevo solo come segretario della sezione M.S.I. del mio quartiere.

Mi fu assicurato, invece, che guidava una cellula supersegreta organizzata negli anni ’50 di cui avrebbero fatto parte addirittura STEFANO DELLE CHIAIE e GIULIO CARADONNA. Certo è che in una occasione mi fu chiesto di fare una sorta di servizio d’ordine ad una riunione segreta a casa di CARADONNA in Corso Trieste, in una casa diversa da quella cui ho prima accennato.

Oltre a me c’erano, armati di tutto punto, GHIRA, GUIDO ed ESPOSITO, ma ad un certo punto ci fu chiesto da GIANVENUTI in persona di lascaiarle dentro il box di pertinenza dell’appartamento. Alle mie rimostranze sulla necessità di essere armati, GIANVENUTI ci disse di non preoccuparci perché eravamo “coperti” anche dai Carabinieri. In effetti finimmo con il fare i camerieri perché addirittura ci fecero portare delle bibite e ci utilizzarono per aprire le porte e cose del genere.

Al nostro arrivo ci aprì la porta una donna vecchia e malvestita. Alla riunione arrivarono numerose persone che parcheggiarono le automobili, per lo più targate Padova e Venezia, nelle vie circostanti. La particolarità di queste persone era che sembravano, per il loro portamento, dei militari in borghese.

Mi fu confermato da CARADONNA e GIANVENUTI che si trattava appunto di militari venuti per ascoltare e parlare con un certo generale RICCI, che io non conoscevo né so tutt’ora chi sia.

Faccio presente che ad un certo punto fui mandato in un appartamento a Trastevere a prendere dei dossier.

Ho saputo in seguito che questo appartamento era quello del senatore MARIO TEDESCHI allora direttore de “Il Borghese”.

Mi fu detto da CARADONNA e GIANVENUTI, che erano gli unici che conoscevo, che si trattava di una riunione preparatoria di un golpe militare e che c’era un’atmosfera di entusiasmo perché questa volta gli americani erano d’accordo.

Devo anche dire che in seguito vi furono altre riunioni in quella casa, cui ero presente sempre in veste di guardia del corpo, riunioni alle quali ho visto TILGHER, SIGNORELLI, GUIDO PAGLIA, DANTINI, SACCUCCI, PASCUCCI, MAURIZIO MESSINA, SERMONTI e anche talvolta gente non di Roma, come PEPPINO PUGLIESE, o come altri che non conoscevo ma dei quali riconoscevo l’accento toscano, pugliese o siciliano.

Voglio aggiungere che nell’altro appartamento di Via Trieste, quello di FIAMMETTA, nel corso di riunioni fra me, DANTINI e GIANVENUTI, si parlò di organizzare attentati contro sedi del M.S.I. in modo da scatenare ritorsioni.

In seguito DANTINI mi spiegò che si trattava di un piano ideato dall’allora capo dei servizi segreti, generale MICELI, che era sì fedelissimo di Borghese ma che non si sapeva in quel momento a che gioco giocasse.

Sono in grado di descrivere e di rintracciare gli appartamenti che ho indicato e mi riservo di farlo non appena ce ne sarà il tempo. Posso precisare ancora che la riunione in Via Trieste, quella preparatoria del golpe nell’abitazione di CARADONNA, avvenne nella prima metà del 1973.

Voglio aggiungere che nel frattempo noi, cioè io, GHIRA, GUIDO ed ESPOSITO eravamo diventati un nuovo “uovo del drago” alle dipendenze di DANTINI. Devo però dire che sempre di più GUIDO si era creato uno spazio suo con la frequentazione autonoma di una loggia massonica in Via Condotti, denominata WORLD MASSONIC…e qualcos’altro, di cui ho già parlato.

In concomitanza con questo tipo di frequentazione, GUIDO prese a registrare e filmare alcuni degli stupri e delle orge a cui partecipavamo, come in seguito spiegherò.

A questa struttura “uova del drago”, intendo quella formata da noi quattro, sono riferibili una notevole quantità di rapine, alcune delle quali ho già confessato all’A.G. di Milano nonché i seguenti omicidi, non commessi da me personalmente, che ora elenco in sintesi:

- omicidio del pregiudicato CELLO, avvenuto a Roma Trastevere nel 1973 o 1974 ad opera di GIANNI GUIDO. Il corpo del CELLO fu abbandonato per strada dopo che era stato ammazzato in macchina;

- omicidio di un albergatore di Roma, ucciso con nove colpi sparati da due fucili automatici da ESPOSITO e da GUIDO credo nel 1975. L’albergatore aveva dei debiti nei confronti di BERGAMELLI e dell’avv. MINGHELLI. Fu ucciso proprio su richiesta di BERGAMELLI.

- omicidio commesso nel corso di una rapina da GUIDO e da ESPOSITO mentre io mi trovavo detenuto per i fatti del Circeo, del quale ho avuto notizia in modo molto vago sempre durante la mia detenzione. Tale fatto dovrebbe essere avvenuto fra il novembre del 1974 e il giugno del 1975 a Roma.

- omicidio di un pregiudicato che disturbava con tentativi estorsivi una signora fascista, legata al Fronte Nazionale e proprietaria della fabbrica di stuzzicadenti SAMURAI, avvenuto a Mantova credo nell’estate del 1975. Mi risulta che sia stato commesso da ANDREA GHIRA, MARIO ROSSI e forse SANDRO SPARAPANI su mandato di CLEMENTE GRAZIANI pervenuto al nostro gruppo tramite DANTINI.

CORSI SULL’USO DI ESPLOSIVI A ROMA

Nell’ottobre del 1973, diedi a DANTINI su sua richiesta circa tre milioni al fine di affittare un appartamento che sarebbe servito per fare corsi militari per ragazzi dell’estrema destra di Roma.

Io mi recai in questo appartamento, che si trovava dalle parti di Piazzale delle Province, non più di tre o quattro volte. In una di queste occasioni avemmo un incidente con GHIRA, con una macchina rubata, in seguito al quale egli fu poi condannato per sostituzione di persona nell’ambito del processo per la rapina di Via Panama. A questi corsi parteciparono sicuramente GHIRA, fino a quando fu arrestato, GUIDO ed ESPOSITO, CESARETTI, GIGI ROSI, GIANCARLO BERTINOTTI, MASSIMO PALUMBO e tanti altri che ora non mi sovvengono, comunque tutta gente di LOTTA DI POPOLO, del FRONTE STUDENTESCO e di AVANGUARDIA NAZIONALE, fra cui tale FRANZ detto “pippa nera”.

Gli istruttori erano sicuramente DANTINI, del quale io seguii personalmente delle lezioni imparando a fare congegni da usare come timer con le sveglie RUHLA, che erano di plastica e perciò ben si prestavano a servire da timer.

Poi ho conosciuto un istruttore francese, che era un ex legionario, basso, con i baffi e i capelli castani corti.

So che c’era un altro istruttore sempre francese ma non ne conosco le caratteristiche. Seppi che c’era poi un altro istruttore, toscano, che veniva con una valigetta, era molto serio e non dava confidenza, faceva la sua lezione e se ne andava.

Seppi in seguito da GUIDO e anche da CESARETTI, separatamente, che avevano identificato questo istruttore toscano in MARIO TUTI, diventato noto in quanto apparso sui giornali dopo il duplice omicidio di Empoli. Durante la comune detenzione lo stesso TUTI mi confermò questa circostanza. L’attività di questa “scuola” durò alcuni mesi. Non penso di essere in grado di ritrovare questo appartamento in quanto si trovava in una zona a me quasi del tutto estranea e ormai anche molto cambiata.”

In merito ai corsi sull’uso degli esplosivi promossi dal prof. Dantini e tenuto in un appartamento “riservato” con la presenza di istruttori francesi, Angelo Izzo, in data 16.6.1994, ha aggiunto (f.4):

“Riallacciandomi all’accenno fatto a Dantini, posso confermare quanto ho dichiarato il 31.1.1994 in merito ai corsi sull’uso degli esplosivi tenuti nell’appartamento in zona Piazzale delle Provincie.

Ricordo due lezioni specifiche tenute da Enzo Maria Dantini a cui io ho partecipato. Ricordo che una delle lezioni concerneva un particolare sistema di attivazione del congegno tramite un comune comando apricancello con un ricevente al segnale cancello chiuso-aperto, con un’antennina ricevente a cui veniva collegata una pila elettrica ed il relativo detonatore elettrico.

Un’ulteriore lezione a cui ho partecipato verteva sull’accensione elettrica della miccia a distanza notevole.

Posso altresì confermare che una volta vidi anche l’istruttore francese di cui ero a conoscenza del nome, ma che attualmente non ricordo; costui fisicamente era alto un metro e 70 circa, di corporatura massiccia, carnagione olivastra (abbronzato), capelli castano chiaro e baffi, età circa 30 anni ed aveva l’aria di essere o di essere stato un militare”.

 

 

 

Gli episodi narrati da Angelo Izzo appaiono del tutto in sintonia con il restante quadro processuale e contribuiscono a delineare la profondità della struttura eversiva, formata da più realtà, che ha operato all’inizio degli anni ’70.

 

 

 

Il corso sull’uso degli esplosivi “diretto” dal prof. Dantini con la presenza di un paio di istruttori francesi, molto probabilmente provenienti dall’Aginter Press di Guerin Serac, testimonia il quadro di riferimento sovranazionale del progetto eversivo allora in corso e le “lezioni” descritte da Angelo Izzo appaiono certamente la continuazione delle analoghe “lezioni” per avanguardisti tenute a Roma nella metà degli anni ’60 nella sede di via Amari e di cui ha ampiamente parlato Paolo PECORIELLO.

 

 

 

E’ del resto molto probabile, anche sulla base della descrizione fisica, che l’istruttore conosciuto da Angelo Izzo sia lo stesso francese, ex ufficiale dello O.A.S., presente alle lezioni cui aveva partecipato Paolo Pecoriello alcuni anni prima (cfr. dep. Pecoriello 17.12.1991, f.1 e 2.2.1993, f.1; int. Izzo 16.6.1994, f.4).

 

 

 

Soprattutto l’approvvigionamento di casse di armi da parte dei componenti dell’Uovo del Drago romano (composto non solo da giovanissimi come Izzo e Ghira, ma anche da elementi più anziani del Fronte Nazionale di Borghese) conferma ancora una volta la serietà dei progetti golpisti ed il livello di armamento raggiunto dalle strutture civili che dovevano affiancare quelle militari.

 

 

 

Angelo Izzo ha infatti parlato della consegna di armi da guerra di notevole potenzialità offensiva, e alcune delle quali nuove e ancora imballate, quali mitragliette FRANCHI LF 57 e fucili israeliani d’assalto GALIL (cfr. int. 17.2.1994, f.2).

 

 

 

La villa di Bordighera in cui si era recato Angelo Izzo per prelevare le armi è stata individuata in Villa Donegali, frequentata durante il periodo bellico da alti ufficiali delle SS (cfr, nota Digos Milano, 11.3.1994, vol.21, fasc.5) e il suo proprietario in Angelo TERRUZZI, all’epoca gestore di un grande albergo nella medesima località.

 

 

 

Angelo Terruzzi, in seguito coinvolto in varie istruttorie per gravi violazioni finanziarie e valutarie, è stato riconosciuto in fotografia da Izzo come colui che aveva appunto rifornito di armi il gruppo (cfr. int. 12.3.1994, f.2).

 

 

 

In questo come in altri casi (si pensi all’indicazione di ZIO OTTO come il consulente del gruppo veneto in materia di esplosivi) i riscontri effettuati danno la certezza della sincerità del racconto del collaboratore poiché, se egli non avesse partecipato a tali episodi (o non avesse effettivamente ricevuto in carcere le confidenze poi riferite agli inquirenti), egli non avrebbe nemmeno potuto essere al corrente dell’esistenza delle persone di cui ha parlato.

 

 

 

Angelo Izzo, come emerge dai passi degli interrogatori riportati, ha inoltre narrato di aver appreso negli ambienti del Fronte Nazionale che Armando CALZOLARI, esponente di tale movimento, non si era suicidato ma era stato ucciso a Roma alla fine del dicembre 1969 da elementi di destra e gettato in un pozzo insieme al suo cane.

 

 

 

Trova così definitiva conferma l’ordinanza del G.I. di Roma, dr. Eraldo Capri, che, dopo una frettolosa archiviazione del caso da parte dei primi investigatori, aveva riaperto l’istruttoria ed era giunto alla conclusione che Calzolari era stato attirato in una trappola e assassinato da esponenti del movimento cui apparteneva, probabilmente perché aveva manifestato disgusto per gli attentati che si erano verificati pochi giorni prima e poteva essere in procinto di raccontare quanto a sua conoscenza (cfr. sentenza istruttoria in data 21.4.1976, vol.21, fasc.9).

 

 

 

Nonostante i seri elementi raccolti sulle modalità e sul movente dell’omicidio, non era stato possibile da re un nome ai responsabili, ma dal contesto dell’istruttoria era emerso con chiarezza che la morte di Armando Calzolari era da collegarsi alle responsabilità della sua area per la strage di Piazza Fontana e per gli altri attentati del 12.12.1969.

 

 

 

Gli elementi ora forniti da Angelo Izzo offrono nuovi spunti investigativi anche sui materiali esecutori dell’omicidio e che di omicidio si trattasse non potevano esservi dubbi sin dall’inizio anche alla luce del nome sinistramente allusivo del luogo in cui il corpo di Calzolari, a notevole distanza dalla sua abitazione, era stato ritrovato il 28.1.1970: un pozzo in località “AMMAZZA L’ASINO”.

 

 

 

Angelo Izzo ha anche parlato di un altro episodio molto delicato che si colloca temporalmente nei giorni del referendum abrogativo della legge sul divorzio (maggio 1974) ed era giunto ad una fase operativa.

 

 

 

Un’autobomba, riempita con una ventina di chili di tritolo e che era già stata approntata, avrebbe dovuto scoppiare, in caso di vittoria del SI all’abrogazione (sostenuto dalle forze moderate e di destra), nella piazza – quasi certamente Piazza del Popolo – ove quella sera i sostenitori del sì avrebbero festeggiato la vittoria.

 

 

 

La strage o, comunque, le gravi conseguenze che ne sarebbero seguite sarebbero state certamente attribuite all’estrema sinistra con reazioni facilmente immaginabili.

 

 

 

La vittoria del NO al referendum del 12/13 maggio 1974 aveva poi bloccato il progetto (in cui il gruppo di Izzo avrebbe avuto un ruolo operativo) ed il congegno era stato smontato e l’autovettura abbandonata.

 

 

 

Anche l’interrogatorio relativo a tale gravissimo progetto (17.2.1994, f.5/6) è stato trasmesso all’A.G. di Roma per gli approfondimenti necessari.

 

 

 

In questa sede si può solo sottolineare che l’episodio rievocato da Izzo può contribuire a meglio fare luce sulla storia di un momento estremamente delicato in quanto i giorni del referendum sul divorzio si collocano in concomitanza con gli ultimi seri progetti golpisti e poco prima delle stragi di piazza della Loggia a Brescia e sul treno Italicus, che certamente erano finalizzate ad agevolare progetti di tal genere e a creare un clima da guerra civile.

 

 

 

Le nuove dichiarazioni di Angelo Izzo hanno notevole importanza non solo per lo spessore degli episodi rievocati, ma anche per il loro riflesso sul valore e sull’attendibilità di dichiarazioni già rese in precedenza e concernenti alcune confidenze ricevute in carcere da esponenti di alto livello della destra eversiva in merito a fatti di strage.

 

 

 

Angelo Izzo infatti, sin dai primi interrogatori resi all’A.G. di Firenze nel gennaio 1984 (cfr. vol.10, fasc.2) aveva riferito di avere ricevuto in carcere significative confidenze da personaggi del livello di Franco Freda e Pierluigi Concutelli durante periodi di comune detenzione.

 

 

 

In particolare e per limitarsi a circostanze relative alla strage di Piazza Fontana, tralasciando altri avvenimenti pur di notevole gravità (quali le attività criminose commesse da DELLE CHIAIE e CONCUTELLI in Spagna nei confronti di militanti democratici ed esponenti dell’ETA), Izzo aveva dichiarato:

 

 

 

- di avere appreso da Franco Freda che alla famosa riunione di Padova del 18.4.1969, in occasione della quale era stata definitivamente messa a punto la strategia degli attentati, era presente un elemento di Avanguardia Nazionale, un bancario romano uomo di fiducia di Stefano Delle Chiaie (cfr. int. 6.1.1984, f.1, vol.10, fasc.2);

 

 

 

- di avere sempre appreso da Freda che per l’approntamento dell’esplosivo servito per gli attentati ai treni e per la strage di Piazza Fontana aveva prestato il proprio contributo un esponente del gruppo veneto soprannominato ZIO OTTO (cfr. int. Izzo, 18.1.1984, f.1);

 

 

 

- di avere appreso dallo stesso Freda e da Pierluigi Concutelli che Freda aveva proposto a quest’ultimo di accettare di farsi passare per il “capitano HAMID” cui sarebbero stati ceduti i 50 timers prima della strage di Piazza Fontana. In tale modo Freda a vrebbe potuto dimostrare che il suo gruppo non disponeva più dei timers allorchè erano avvenuti gli attentati, cercando così di smontare con tale espediente uno dei più gravi elementi di accusa a suo carico.

 

 

 

Pierluigi Concutelli non aveva tuttavia accettato tale proposta che lo avrebbe reso direttamente complice di una strategia stragista che egli personalmente non condivideva (cfr. int. 6.1.1984, f.1).

 

 

 

Tali dichiarazioni di Angelo Izzo, assunte anche nella fase dibattimentale del processo d’appello per la strage di Piazza Fontana (e in buona parte in sintonia con analoghe dichiarazioni di Sergio Calore) erano state tuttavia disattese o sminuite sulla base della considerazione che un semplice “pariolino” come Angelo Izzo, detenuto per un episodio come quello del Circeo non avrebbe potuto godere in carcere delle confidenze di un ideologo come Franco Freda e di un “soldato politico” come Pierluigi Concutelli.

 

 

 

Se tali rivelazioni, così come altri elementi raccolti nel processo d’appello e scarsamente considerati dalla Corte, fossero stati accolti nella loro pienezza e credibilità, forse l’esito del giudizio sarebbe stato diverso.

 

 

 

Putroppo solo ora, a distanza di molti anni, è possibile sapere che Izzo e i suoi camerati non erano solo un gruppo di “pariolini” ai margini dell’attività politica, ma invece, nonostante la giovane età, una realtà profondamente inserita nelle strutture eversive della destra romana dei primi anni ’70.

 

 

 

Tale più esatto inquadramento avrebbe reso del tutto credibile – come in effetti è credibile – che esponenti di rilievo del mondo della destra avessero parlato anche in presenza di Izzo, in carcere, di argomenti di tale delicatezza e avrebbe consentito di accogliere con assai minori riserve tale apporto probatorio.

 

 

 

Purtroppo così non è stato e la scarsa considerazione con cui erano state ascoltate le dichiarazioni di Izzo e di altri pentiti di destra aveva reso possibile l’opera di disintegrazione della precedente sentenza di condanna (rispetto alla quale si erano addirittura aggiunti ulteriori elementi di accusa) e l’assoluzione, seppur con formula dubitativa, degli imputati.

 

 

 

Paradossalmente non solo il più esatto inquadramento del ruolo svolto da Angelo Izzo nell’eversione di destra ma anche importanti elementi autonomamente raccolti nel corso di questa istruttoria consentono di affermare che la sottovalutazione delle sue prime dichiarazioni era del tutto fuori di luogo.

 

 

 

Infatti nel corso dell’istruttoria sono stati raccolti elementi che consentono di confermare che il bancario romano uomo di fiducia di Stefano Delle Chiaie esisteva e poteva aver partecipato alla riunione di Padova del 18 aprile 1969 e che effettivamente un elemento del gruppo veneto soprannominato ZIO OTTO aveva avuto una parte importante quale consulente della cellula di Padova in materia di armi e di esplosivi da utilizzare per gli attentati.

 

 

 

Inoltre, soprattutto alla luce delle acquisizioni concernenti la vicenda dei timers – esposte nella parte seconda – e delle recenti dichiarazioni di Edgardo Bonazzi, è stato definitivamente demolito il fantasioso espediente difensivo di Franco Freda secondo cui egli avrebbe consegnato i timers, qualche settimana prima della strage, al fantomatico Capitano HAMID ed è stato accertato che il tentativo di “concretizzare” l’ufficiale nella persona di Pierluigi Concutelli era effettivamente avvenuto.

 

 

 

Una conferma, quindi, a posteriori ma non del tutto inutile posto che, nonostante l’assoluzione ormai definitiva degli esponenti della cellula padovana, elementi molto importanti di responsabilità nei confronti di soggetti al tempo ad essi legati sono stati raccolti ed anche gli spunti forniti da Angelo Izzo rientreranno e saranno rivalutati all’interno dell’ampio quadro probatorio che sarà esposto al termine della seconda parte di questa istruttoria.