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Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull’eversione dell’estrema destra

 

Gli strani colloqui in carcere di Mario Merlino

 

PARTE DECIMA

Capitolo 59

(pag. 530 del fascicolo processuale)

 

 

Uno dei pochi punti rimasti fermi nella vicenda processuale di Piazza Fontana, indipendentemente dall’affermazione o meno delle responsabilità, è il ruolo ricoperto da Mario MERLINO a Roma a partire dell’inizio dell’autunno del 1969.

 

 

 

Un ruolo di infiltrazione attuato mostrando un apparente distacco dall’ambiente di A.N. che aveva sempre frequentato, inserendosi nel movimento anarchico e staccando, dai gruppi anarchici “ufficiali”, con la formazione del Circolo 22 Marzo di Via del Governo Vecchio, Pietro VALPREDA e pochi altri sprovveduti, vittime predestinate dell’operazione del 12 dicembre 1969.

 

 

 

Ben pochi però ricordano, per una strana opera di rimozione, l’atteggiamento processuale assunto da Mario Merlino a partire dal momento del suo fermo avvenuto ad opera di personale della Questura di Roma già la sera del 12 dicembre.

 

 

 

Infatti a Mario Merlino vengono poste ben poche domande sulla sua eventuale responsabilità ed egli si trova quasi nella situazione di non doversi difendere, tanto che gli stessi giudici osserveranno più tardi che la convocazione di Merlino da parte della Polizia aveva in realtà più la sostanza dell’attivazione di un informatore che del fermo di un indiziato.

 

 

 

Infatti sin dai primi interrogatori, il finto anarchico, più che preoccuparsi appunto della sua difesa, è prodigo nel lanciare generiche quanto suggestive accuse nei confronti di VALPREDA, MANDER, GARGAMELLI e gli altri componenti del Circolo 22 Marzo, indirizzando così gli inquirenti romani verso la pista anarchica.

 

 

 

Riferisce quindi agli inquirenti i discorsi tanto roventi quanto sconclusionati dei suoi compagni in merito a progetti di attentati e di sabotaggi, parla di un deposito di armi ed esplosivi del gruppo sulla via Casilina – peraltro mai trovato -, e insinua che la conferenza di ANTONIO SERVENTI, detto il COBRA, indetta presso il Circolo per il pomeriggio del 12 dicembre costituisse un finto alibi appositamente preordinato dagli aderenti al Circolo per tale data, insinua che il viaggio di Valpreda a Milano dell’11 dicembre avesse finalità ben diverse da quella di incontrare il proprio avvocato in previsione della prossima convocazione da parte di un giudice milanese nell’ambito di un piccolo procedimento a suo carico.

 

 

 

Sono queste indicazioni di Merlino, insieme al “riconoscimento” del tassista Rolandi, a provocare l’arresto di Pietro Valpreda e dei suoi compagni del “22Marzo”.

 

 

 

Tuttavia qualcosa sembra non avere funzionato. A Mario Merlino, quale solo elemento di contestazione, viene chiesto un alibi per il pomeriggio del 12 dicembre, soprattutto per le ore prossime ai due attentati all’Altare della Patria.

 

 

 

Egli tentenna, in un primo momento inventa la visita a casa di un amico professore e poi afferma di essersi recato in Via Tuscolana 552 a casa di Stefano DELLE CHIAIE e della sua amica Leda MINETTI.

 

 

 

Tuttavia Stefano Delle Chiaie, forse spaventato dal gravissimo esito dell’attentato di Milano, inizialmente non conferma l’alibi di Merlino sostenendo di non vederlo da molti mesi e si adeguerà alla versione del suo camerata solo il 26.2.1970, ad oltre due mesi di distanza dai fatti guadagnandosi una incriminazione per falsa testimonianza.

 

 

 

Si noti che già dall’appunto del S.I.D. del 16.12.1969, in parte originato dalle notizie apprese da Stefano SERPIERI mentre con MARIO MERLINO ed altri fermati in questura attendeva il proprio turno per l’interrogatorio, si legge che in caso di difficoltà MERLINO avrebbe fornito un alibi falso affermando di essersi trovato, al momento dello scoppio delle bombe, insieme a Stefano DELLE CHIAIE.

 

 

 

La falsità di tale alibi è stata confermata in questa istruttoria anche da Carmine Dominici che aveva appreso dell’utilizzo di tale espediente dal marchese Felice GENOESE ZERBI, responsabile di Avanguardia Nazionale a Reggio Calabria e uomo in strettissimo contatto con Stefano Delle Chiaie.

 

 

 

Qualcosa sembra non essere andata per il verso giusto: gli accordi fra gli ideatori dell’infiltrazione e dei depistaggi processuali, e cioè gli avanguardisti, e l’ambiente vicino agli investigatori sembrano non essere stati rispettati e MARIO MERLINO, invece di essere rilasciato e di rimanere una sorta di teste di accusa, si ritrova in carcere e per lungo tempo insieme a Pietro Valpreda e agli altri anarchici.

 

 

 

Questa è la necessaria e sintetica premessa in merito al senso del comportamento processuale di Mario Merlino che serve a spiegare, come si vedrà, la deposizione di Guelfo Osmani.

 

 

 

La situazione di Mario Merlino, detenuto, certo non doveva essere facile nè accettata di buon grado. Non a caso, in una conversazione fra due familiari di Leda Minetti, e cioè Patrizia e Maria Grazia Minetti, quest’ultima riferendo una frase di Merlino così si esprime: “Merlino ha detto: qui bisogna che mi coprite a tutti i costi, se no io parlo”.

 

 

 

In un contesto del genere, che emerge con nettezza dalle carte processuali della prima istruttoria, quella condotta dall’A.G. di Roma nei confronti di Valpreda, di Merlino e degli altri, grande importanza riveste la testimonianza resa da Guelfo OSMANI il 10.2.1994 in merito alla sua pur breve detenzione con Mario Merlino a Regina Coeli nel 1971.

 

 

 

Vediamo tale deposizione:

 

 

“L’Ufficio chiede a OSMANI se egli a Roma abbia avuto contatti con ambienti di Avanguardia Nazionale e in particolare se abbia appreso notizie circa le loro attività.

In merito posso dire che, pur non avendo io mai svolto attività politica, nell’ambiente di Roma dei primi anni ’70 ho conosciuto solo di vista alcune persone che facevano parte di quell’area, in particolare frequentando il bar dei Gracchi in Via dei Gracchi.

Nel 1971, inoltre, quando fui per un breve periodo detenuto nella casa circondariale di Regina Coeli, in infermeria ebbi modo di conoscere MARIO MERLINO.

Faccio presente che durante una traduzione avevo picchiato un ginocchio contro il predellino di un vagone ferroviario e mi ero procurato un ascesso per curare il quale fui tradotto da Rebibbia al centro clinico di Regina Coeli.

Rimasi a Regina Coeli una decina di giorni e appunto presso il Centro Clinico prestava servizio MERLINO, persona che di vista avevo già conosciuto.

Durante la mia permanenza MERLINO mi confidò che lui stava ancora in carcere perché “certa gente non era stata ai patti” e mi disse anche che un certo giorno aveva avuto un colloquio con un avvocato che era stato accompagnato dal fratello di GIANCARLO D’OVIDIO che, come poi seppi, faceva parte di Avanguardia Nazionale a Roma.

Questo colloquio era proprio collegato alla situazione che si era creata nei suoi confronti per cui i patti non erano stati mantenuti ed egli si trovava in carcere.

Tramite per il colloquio era stata suor NICOLINA che prestava servizio in carcere e si rendeva disponibile nelle varie situazioni che in qualche forma le fossero fatte presenti.

In sostanza MERLINO lamentava il fatto che non i suoi camerati, ma i rappresentanti delle Istituzioni non avevano mantenuto le promesse nei suoi confronti nonostante che egli avesse fatto ciò che doveva fare.

La confidenza di MERLINO nacque dal fatto che tra noi si era stabilito un rapporto di simpatia in quanto mi aveva aiutato come infermiere durante l’operazione che subii appunto a Regina Coeli ed inoltre sapeva benissimo che ero una persona conosciuta nell’ambiente romano e che di sicuro si sarebbe tenuta per sé i suoi sfoghi.

In merito al ruolo di MERLINO non sono in grado di precisare altro”.

 

 

 

 

La deposizione di Guelfo Osmani, spontanea e disinteressata, conferma la chiave di interpretazione del ruolo di Mario Merlino che è stata esposta in questo capitolo sulla base delle complessive nuove risultanze di questa istruttoria che delinea una responsabilità congiunta di O.N. e di A.N. e non certo degli anarchici nell’operazione del 12 dicembre 1969.

 

 

 

In sostanza Mario MERLINO doveva fungere da provocatore, da esca e da teste d’accusa nei confronti degli altri imputati, ma doveva restare indenne dalle incriminazioni più gravi e soprattutto non venire arrestato e comunque essere presto rilasciato.

 

 

 

Tuttavia, a metà del 1971, egli era ancora detenuto e non si prospettavano a breve sviluppi positivi.

 

 

 

Da qui le sue rimostranze con un avvocato diverso dal suo legale di fiducia e con il fratello di Giancarlo D’OVIDIO, Ettore, anch’egli di fede fascista ed entrato illegalmente nel carcere grazie ai buoni uffici di una suora.

 

 

 

Tali rimostranze costituivano certo un messaggio a chi lo aveva utilizzato per mettere a punto l’operazione di depistaggio processuale e il coinvolgimento di Pietro Valpreda e degli altri anarchici.

 

 

 

La minaccia contenuta in tale messaggio era evidente: Mario Merlino, se non fosse stato aiutato ad uscire dal carcere da coloro con i quali era stata concordata la trappola per gli anarchici del Circolo 22 Marzo, avrebbe potuto risolversi a parlare.

 

 

 

Mario Merlino, convocato per il giorno 17.9.1994 ed avvisato che aveva la facoltà di farsi assistere da un difensore in quanto sarebbe stato sentito su fatti connessi a quelli per cui era già stato giudicato, ha preferito non presentarsi.

 

 

 

Ovviamente del racconto di Guelfo Osmani, stante il prevedibile silensio di Mario Merlino, è stato possibile acquisire solo riscontri di carattere estrinseco, ma comunque tutti positivi.

 

 

 

Infatti:

 

- Guelfo Osmani è stato effettivamente detenuto per un breve periodo, dal 1° all’11 giugno 1971, presso il Centro Clinico di Regina Coeli in quanto sofferente per un ascesso al ginocchiop destro (cfr. nota Digos di Roma in data 20.1.1994, vol.20, fasc.2). In tale periodo era detenuto presso lo stesso carcere anche Mario Merlino (cfr. nota Digos di Roma in data 15.11.1993, vol.20, fasc.2).

 

 

 

Non è stato possibile acquisire i registri matricolari di Regina Coeli relativi a tale periodo in quanto distrutti durante una rivolta di detenuti che era avvenuta nel luglio del 1973. Ed è comunque assai improbabile che un colloquio estraneo alle norme dell’ordinamento penitenziario, quale quello riferito da Osmani, potesse avere lasciato traccia di sé dal momento che era avvenuto fra un detenuto e un avvocato diverso dal suo legale di fiducia e per di più accompagnato da un’altra persona priva di titolo per entrare in carcere;

 

 

 

- effettivamente presso il carcere di Regina Coeli ha prestato servizio, sin dal 1954, la religiosa suor Nicolina in qualità di volontaria (cfr. nota Digos di Roma in data 15.11.1993 citata);

 

 

 

- il tenente colonnello dei Carabinieri Giancarlo D’OVIDIO ha un fratello più giovane di nome Ettore, anch’egli fortemente radicato a destra sul piano ideologico (cfr. nota Digos di Roma in data 23.2.1994, vol.20, fasc.2).

 

 

 

 

La testimonianza di Guelfo Osmani e le altre di cui si è parlato nel precedente capitolo hanno consentito quindi di far venire meglio alla luce un aspetto di quella parte del piano del 12 dicembre 1969, sia sotto il profilo operativo (con gli attentati all’Altare della Patria certamente attribuibili ad A.N.) sia sotto il profilo del depistaggio processuale (con la preordinata creazione della “pista Valpreda”), che nelle precedenti istruttorie era stato possibile solo intravvedere: l’accordo fra esponenti di A.N. e persone interne agli Apparati dello Stato – probabilmente legate all’ex Ufficio Affari Riservati – per ottenere, dopo gli attentati del 12 dicembre, l’effetto politicamente più gradito e cioè l’individuazione di una matrice di sinistra nel crimine che più di ogni altro, in quegli anni, aveva creato ripulsa e sgomento nel Paese.

 

 

 

Non si dimentichi inoltre che l’intervento di Mario Merlino nel lanciare provvide ed immediate accuse nei confronti dei suoi compagni, o meglio di coloro che egli aveva attratto nel Circolo 22 Marzo, era solo una parte del piano per deviare e incanalare le indagini che era stato architettato: Edgardo BONAZZI e Giampaolo STIMAMIGLIO hanno accennato infatti ad un militante di destra, sosia di Pietro Valpreda, che doveva entrare in azione a Milano per chiudere il cerchio intorno alla vittima predestinata, funzionando da controfigura certamente idonea ad essere riconosciuta nella persona di Pietro Valpreda dall’ignaro tassista.

 

 

 

La minaccia di Mario Merlino di raccontare la verità certamente non ha avuto seguito o per le assicurazioni ricevute o perché comunque il 25 dicembre 1972 Merlino, così come gli altri imputati, sarebbe stato scarcerato, peraltro sull’onda della protesta per il perdurare della detenzione di Pietro Valpreda e degli altri anarchici anche dopo l’emergere della ben più consistente “pista nera” e l’arresto, nel marzo 1972, di FREDA, VENTURA e POZZAN.