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Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini (1995) sull’eversione dell’estrema destra

 

L'appunto del Generale Maletti - Il "caso Padova" e la fonte da disattivare, Gianni Casalini

 

PARTE DECIMA

Capitolo 57

(pag. 487 del fascicolo processuale)

 

 

L’11.11.1980, nel corso di una perquisizione disposta nell’abitazione del generale Maletti dall’A.G. di Roma nell’ambito di una istruttoria sulla P2, venivano rinvenute e sequestrate 2 cartellette contenenti appunti manoscritti dell’ex-capo del Reparto D relativi a quanto risultava opportuno riferire in occasione delle frequenti riunioni dei più alti ufficiali con il Capo Servizio (cfr. verbale di sequestro, vol. 23, fasc.1).

 

 

 

L’appunto-promemoria relativo al colloquio in data 5.6.1975 con il Capo Servizio presentava la seguente annotazione (cfr. appunto originale, vol.23, fasc.3, f.27 e versione dattiloscritta disposta dall’Ufficio, vol.23, fasc.2, f.27):

 

 

 

“Caso Padova: - Casalini si vuol scaricare la coscienza. Ha cominciato ad ammettere che lui ha partecipato agli attentati sui treni nel ’69 ed ha portato esplosivo; il resto, oltre ad armi, è conservato in uno scantinato di Venezia. Il Casalini parlerà ancora e già sta portando sua mira su altri gr. Padovano + delle Chiaie + Giannettini. Afferma che operavano convinti appg. SID

Trattazione futura: chiudere entro Giugno

Colloquio con M.D prospettando tutte le ripercussioni. Convocare D’Ambrosio.

Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere.

(SI) “

 

 

 

L’annotazione (SI) posta in calce all’appunto, come in altri appunti analoghi, è aggiunta con una matita rossa ed il suo significato è inequivocabile: effettivamente l’incarico all’ufficiale dei Carabinieri è stato affidato e “si è proceduto” nei confronti dell’incauto Casalini che intendeva “scaricarsi la coscienza”.

 

 

 

Il significato dell’appunto, scritto con la gelida chiarezza propria dello stile del generale Gianadelio MALETTI è infatti evidente.

 

 

 

Un tale Casalini della cellula di Padova, forse per una crisi di coscienza, ha iniziato a collaborare, cioè a divenire una “fonte” del Centro C.S. di tale città. Ha già fatto ammissioni in merito a sue responsabilità per episodi minori ed ha indicato che parte dell’arsenale logistico del gruppo era custodito in un’abitazione di Venezia.

 

 

 

E’ intenzionato a parlare ancora e sta per affrontare gli argomenti più delicati quali i rapporti fra il gruppo di Padova, Stefano DELLE CHIAIE e il collaboratore del S.I.D. Guido GIANNETTINI, confermando che tali realtà eversive agivano nella certezza appunto di una copertura da parte del S.I.D.

 

 

 

Una notizia di questo genere – e cioè una iniziale collaborazione da parte di un componente, sia pure non di primo piano, dell’impenetrabile cellula di Padova – dovrebbe, a rigor di logica, essere accolta con soddisfazione dai responsabili di un Servizio di Informazioni, posto in grado, con tale operazione, di passare elementi di notevole rilievo agli inquirenti.

 

 

 

Al più, gli elementi che si è in procinto di raccogliere potrebbero coinvolgere taluni esponenti della passata gestione del S.I.D. (gli episodi accennati sono del 1969, mentre l’appunto porta la data del giugno 1975), ma tale circostanza non dovrebbe certo fermare chi intenda operare al presente su un piano di correttezza professionale ed istituzionale.

 

 

 

Ma non è così.

 

 

 

Le notizie che giungono da Padova, come traspare chiaramente dall’appunto, suscitano preoccupazione e disappunto.

 

 

 

E’ opportuno un colloquio con il Ministro della Difesa (sigla M.D.) “prospettando tutte le ripercussioni” e incaricare un ufficiale del Gruppo Carabinieri di Padova (Del Gaudio) di “procedere” e di “chiudere entro giugno”, cioè nel giro di pochissimi giorni.

 

 

 

In sostanza, disattivare il prima possibile la fonte, prima che possa causare danni ad una determinata linea assunta dal Servizio d’intesa, evidentemente, con i vertici istituzionali.

 

 

 

Non vi è altra spiegazione del senso dell’appunto.

 

 

 

Nonostante e, anzi proprio in ragione del notevole rilievo delle notizie che la fonte aveva già fornito o era in procinto di fornire, doveva essere seguita la linea che aveva portato circa due anni prima alla sottrazione di Pozzan e Giannettini ai giudici milanesi.

 

 

 

La protezione della cellula padovana doveva continuare e nessun elemento utile doveva pervenire ai giudici di Catanzaro che proprio in quel periodo stavano indagando sulle responsabilità degli uomini del S.I.D. e che del resto, proprio pochi mesi dopo la redazione dell’appunto, avrebbero disposto la cattura dello stesso generale Maletti.

 

 

 

Questo è il significato della proposta “operativa” avanzata dal responsabile del Reparto D al Direttore del Servizio e riassunta nell’appunto e, con ogni probabilità, approvata e messa rapidamente in opera.

 

 

 

L’Autorità Giudiziaria di Roma aveva trascurato completamente l’appunto che era rimasto a giacere con il restante materiale, sequestrato durante la perquisizione, nei corpi di reato del processo relativo all’attività della P2.

 

 

 

Un primo tentativo di accertare l’esistenza, le notizie in possesso e le eventuali ammissioni della fonte CASALINI, di comprendere la “procedura” seguita e le ragioni della sua “disattivazione” e di identificare gli altri soggetti nominati nell’appunto sul Caso Padova era stato effettuato nel 1987 dal G.I. di Venezia, dr. Felice Casson, il quale aveva acquisito copia delle cartelline sequestrate nell’abitazione del generale Maletti agli atti della seconda istruttoria sull’attentato di Peteano (cfr. vol.24, fasc.1).

 

 

 

Il Giudice Istruttore di Venezia riusciva innanzitutto ad accertare che Gianni Casalini era stato effettivamente “fonte” del Centro C.S. di Padova in quanto Michele Guerriero, un maresciallo del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di tale città, pur dopo molte titubanze ammetteva di avere, agli inizi degli anni ’70, presentato Casalini ai suoi colleghi del S.I.D. di Padova in quanto questi si era dichiarato disponibile a fornire notizie relative ad un traffico d’armi (vol.24, fasc.1, ff.260-261).

 

 

 

Gianni Casalini, aderente seppur non con una posizione di spicco alla cellula di Padova e frequentatore della libreria Ezzelino di Franco FREDA, era già apparso marginalmente negli atti istruttori relativi alla strage di Piazza Fontana.

 

 

 

Infatti egli era figlio del direttore, all’epoca, della filiale di Padova della Banca Nazionale del Lavoro e Giovanni Ventura, il quale era legato a Gianni Casalini da una certa amicizia, lo aveva utilizzato, d’intesa con Franco Freda, per convincere il padre a concedergli un credito destinato a finanziare le sue attività editoriali (cfr. dep. In data 13.4.1973 al G.I. dr. D’Ambrosio in data 13.4.1973, vol.24, fasc.1, ff.241-243).

 

 

 

Le indagini in merito all’appunto, sul quale nulla era stato riferito all’A.G. nonostante l’enorme valenza degli accenni in esso contenuti, proseguivano quindi con l’audizione dello stesso Gianni Casalini.

 

 

 

Questi, a distanza di tanti anni e, forse, non messo completamente a suo agio dall’atteggiamento dell’inquirente, si limitava a confermare di avere frequentato per diversi anni la libreria Ezzelino di Padova, entrando quindi in contatto con FREDA, POZZAN, TRINCO e FACHINI e di avere svolto l’attività di informatore del S.I.D. in particolare per il Centro C.S. di Padova che, come in ogni località, era in stretto contatto con l’Arma dei Carabinieri da cui, del resto, provenivano i sottoufficiali con cui egli aveva mantenuto i contatti (cfr. dep. 17.6.1987, vol.24, fasc.1, ff.246-247).

 

 

 

Gianni Casalini, certamente per comprensibili timori, negava di sapere alcunché delle notizie accennate nell’appunto, limitandosi ad accennare ad un traffico d’armi con la Turchia in merito al quale aveva fornito informazioni.

 

 

 

Aggiungeva comunque che suo padre, Mario Casalini, all’epoca direttore della filiale della B.N.L. di Padova, era in buoni rapporti di conoscenza con il comandante del Gruppo Carabinieri di Padova, capitano Manlio DEL GAUDIO, circostanza questa che avvalorava il contenuto dell’appunto (“incaricare Gruppo CC – Del Gaudio – di procedere”).

 

 

 

Il Giudice Istruttore di Venezia procedeva quindi a ripetute audizioni dell’ufficiale al fine di comprendere quale fosse l’esatta portata dell’incarico a lui affidato e come l’avesse portato a termine.

 

 

 

Il capitano Del Gaudio assumeva un atteggiamento di assoluta reticenza, affermando di non sapere nulla della vicenda, di non conoscere Gianni Casalini e di non essersi mai occupato, durante la sua permanenza a Padova, degli attentati avvenuti nel 1969 (cfrr. Vol.24, fasc.1, dep. 2.6.1987, f.231; 3.6.1987, f.234, e 12.6.1987, f.245).

 

 

 

Solo nel momento in cui il capitano Del Gaudio veniva formalmente indiziato di falsa testimonianza, questi si limitava improvvisamente a “ricordare” di avere conosciuto il padre, Mario Casalini, insieme al quale aveva anche frequentato l’ippodromo di Padova (int. 19.6.1987, f.252).

 

 

 

La versione del capitano Del Gaudio veniva completamente smentita dall’acquisizione di due relazioni a sua firma concernenti l’attività a Padova del movimento Ordine Nuovo, una in data 3.6.1971 e l’altra in data 21.9.1973, in cui si faceva esplicito riferimento a Gianni Casalini quale appartenente a tale gruppo (cfr. vol.24, fasc.1, ff.290-291).

 

 

 

Dagli ulteriori accertamenti svolti e dalle stesse dichiarazioni del capitano Del Gaudio emergeva inoltre un’altra circostanza inquietante che avvalorava anch’essa il significato dell’appunto e la credibilità dell’ordine (dal generale Maletti al capitano Del Gaudio) in esso contenuto.

 

 

 

Risultava infatti che il capitano del Gaudio era sin dal 1958 iscritto prima alla massoneria e poi specificamente alla loggia P2, come il generale Maletti, e che da lungo tempo, sin dal 1968, conosceva Licio GELLI per il quale aveva anche svolto un ruolo di “segretario” presso l’Hotel Excelsior di Roma (cfr. Del Gaudio, 3.6.1987 e 12.6.1987).

 

 

 

Tali circostanze spiegano ovviamente il senso della scelta operata dal generale Maletti nell’affidare proprio al capitano Del Gaudio l’incarico di “procedere” nei confronti di Gianni Casalini.

 

 

 

Sulla base di tali elementi, il capitano Del Gaudio veniva rinviato a giudizio, nell’ambito dell’istruttoria c.d. Peteano-bis, per rispondere del reato di falsa testimonianza (cfr. ordinanza di rinvio a giudizio in data 3.1.1989, vol.24, fasc.1, ff.138-143).

 

 

 

Nell’agosto del 1986, nell’ambito di un’ampia rogatoria internazionale relativa a numerosi episodi concernenti l’eversione di destra, il Giudice Istruttore aveva provveduto ad interrogare a Johannesburg il generale Gianadelio MALETTI anche sull’appunto relativo al “Caso Padova”.

 

 

 

Il generale Maletti dichiarava di non ricordare nulla su Gianni Casalini e sul nascondiglio di armi a Venezia, limitandosi a sottolineare, con una certa ironia, che il suo appunto manoscritto sull’argomento gli appariva “inutilmente lungo”, come a dire che egli, nel redigerlo in modo troppo esplicito e nel conservarlo non si era attenuto a “opportune” regole di cautela (cfr. vol.23, fasc.4, ff.32-33).

 

 

 

Non era possibile sentire l’ammiraglio Mario CASARDI, Direttore del S.I.D. all’epoca in cui era stato redatto l’appunto e quindi destinatario della “proposta” del generale Maletti, in quanto da tempo deceduto.

 

 

 

Un ulteriore tentativo di approfondire il contenuto dell’appunto veniva invece effettuato cercando di identificare il D’AMBROSIO (certamente non è l’omonimo magistrato che, all’epoca, non era più da tempo competente per il processo di Piazza Fontana) che, secondo l’appunto, era opportuno “convocare”.

 

 

 

Si desumeva del resto dal tenore della frase che colui che doveva essere “convocato” era interno alla stessa struttura cui apparteneva l’estensore dell’appunto, interpretazione confermata dal colonnello GENOVESI del S.I.D., il quale sottolineava che l’espressione “convocare” è tipica dei comandi militari e non può che riferirsi ad un subordinato in grado, appartenente alla medesima struttura (cfr. dep. Genovesi 23.6.1987, vol.24, fasc.1, f.259).

 

 

 

Poiché il generale Maletti aveva sostenuto di non “ricordare” alcun D’Ambrosio in servizio presso il S.I.D. all’epoca dei fatti, il G.I. di Venezia chiedeva in proposito lumi al SISMI.

 

 

 

La direzione del SISMI, nel rispondere tramite i Carabinieri di Padova alla richiesta di identificazione avanzata dal Giudice Istruttore, si rendeva responsabile di un grave depistaggio, quantomeno in forma di omissione, finalizzato certamente ad ostacolare le ulteriori indagini ancora possibili sul “Caso Padova”.

 

 

 

Infatti rispondeva, con nota trasmessa in data 25.6.1987 tramite i Carabinieri della Legione di Padova, che né nel disciolto S.I.D. né nel SISMI aveva prestato servizio un “ufficiale dei Carabinieri con cognome D’AMBROSIO” (vol.24, fasc.1, f.346).

 

 

 

L’”astuzia della risposta consiste nel fatto che un ufficiale a nome D’Ambrosio e già in servizio presso il S.I.D. esisteva e non poteva essere conosciuto: solamente si tratta di un ufficiale dell’Esercito non dei Carabinieri e la risposta del SISMI al Giudice Istruttore, giocando su tale equivoco, ha impedito al magistrato di compiere le ulteriori verifiche.

 

 

 

Infatti questo Ufficio, approfondendo nel 1992 le ricerche e le richieste di identificazione, ha potuto accertare che il tenente colonnello dell’Esercito Armando D’AMBROSIO è stato in forza presso l’Ufficio “S” del S.I.D. (e cioè l’Ufficio “Situazioni”) dal settembre del 1972 al maggio del 1978 (cfr. nota Digos di Roma in data 4.3.1992 e copia foglio matricolare, vol.19, fasc.1, f.1 e f.18) e cioè proprio nel periodo in cui il generale Maletti aveva attivato le sue richieste di informazioni sul “Caso Padova”.

 

 

 

Gli ostacoli posti all’inquirente dai soggetti interessati e dalla Direzione del SISMI dell’epoca non gli consentivano quindi di proseguire nelle indagini, anche se, nella fase finale dell’istruttoria su tale episodio, era possibile accertare che il nome in codice usato dal S.I.D. per la fonte Gianni Casalini era “Turco”, con probabile connessione ai traffici di armi dalla Turchia che erano stati l’oggetto delle prime informazioni da lui fornite ai Carabinieri (cfr. nota Nucleo p.g. Carabinieri di Venezia, 2.7.1987, vol.24, fasc.1, f.345).

 

 

 

I riscontri in parte acquisiti e soprattutto gli ostacoli frapposti erano tuttavia sufficienti a far comprendere che effettivamente nel 1975 il S.I.D. aveva provveduto a “disattivare” una fonte interna al gruppo di Padova al fine di impedire l’acquisizione di notizie pericolose per tale gruppo e quindi non gradite.

 

 

 

Sulla scorta di indicazioni fornite da Vincenzo Vinciguerra, il quale aveva sottolineato l’importanza di approfondire il ruolo svolto da Gianni Casalini e il comportamento dei suoi referenti del S.I.D., questo ufficio, nel 1992, riprendeva le indagini sul “Caso Padova” all’interno di quanto stava emergendo sulla strategia precedente e successiva alla strage di Piazza Fontana.

 

 

 

Veniva in primo luogo chiesta alla Direzione del SISMI la trasmissione di copia integrale della “produzione” della fonte TURCO e cioè, in termini tecnici, le relazioni redatte dal c.d. manipolatore . il sottufficiale incaricato di seguire la fonte – sulla base delle notizie fornite dall’informatore.

 

 

 

La Direzione del SISMI, dimostrando un atteggiamento di piena collaborazione con l’Autorità Giudiziaria ben diverso da quello delle precedenti gestioni del Servizio, trasmetteva quindi a questo Ufficio la copia integrale del fascicolo relativo alla fonte TURCO (cfr. atti acquisiti presso l’Archivio della I Divisione del SISMI, vol.23, fasc.13).

 

 

 

Si confermava così che Gianni Casalini era stato “fonte” registrata del Centro C.S. di Padova dall’11.6.1973 al 17.12.1975 e aveva fornito numerose notizie sull’attività del gruppo di Ordine Nuovo e sulle persone gravitanti a Padova intorno a Franco FREDA, all’epoca già arrestato con l’accusa di concorso in strage.

 

 

 

Ad esempio, Gianni Casalini aveva riferito in merito alla presenza in Spagna di Marco POZZAN, Paese nel quale egli attendeva alcuni camerati (cfr. relazione in data 1.7.1973), al trasferimento a Padova dell’attività politica di Cristano DE ECCHER dopo la chiusura della sede di Avanguardia Nazionale a Trento (relazione 1.7.1973), al distacco dal gruppo padovano di Aldo TRINCO, Paolo CALLEGARI e Arrigo MERLO, timorosi di incorrere in provvedimenti giuziari (rel.29.10.1973), alla riorganizzazione di un gruppo di Ordine Nuovo a Ferrara (rel.28.1.1973), al ruolo svolto da Giovanni MELIOLI a Rovigo (rel.30.1.1974), alla riunione tenuta nei pressi di Rimini da esponenti di Ordine Nuovo di varie città al fine di riorganizzare il movimento in forma clandestina (rel.23.3.1974), all’invito pervenuto ai gruppi di Padova e di Ferrara da parte dello svizzero Gaston AMAUDRUZ a partecipare all’assemblea organizzata dal NUOVO ORDINE EUROPEO (rel.30.12.1974).

 

 

 

Ancora la fonte TURCO aveva riferito in merito all’allontanamento da Padova di Massimiliano FACHINI al fine di evitare di essere convocato dal giudice Gerardo D’Ambrosio (rel.1-7.1973), e all’organizzazione interna di Ordine Nuovo che aveva continuato a disporre di una struttura semi-clandestina, sottostante ai circoli culturali e sportivi di “copertura”, quali, appunto, la libreria Ezzelino di Padova e la palestra Fiamma di Mestre, facente capo all’impenetrabile gruppo del dr. Carlo Maria MAGGI (rel.28.4.1975).

 

 

 

Si noti che alcune circostanze riferite da TURCO (quali l’allontanamento di Paolo Callegari, commesso della libreria Ezzelino, e di Arrigo Merlo dalla lotta politica e dalla militanza nei comitati in difesa di Freda) sono state ricordate da Vincenzo Vinciguerra (int.21.2.1992, f.2 e 9.3.1992, f.2) a conferma dell’attendibilità delle notizie fornite al S.I.D. da Gianni Casalini.

 

 

 

Tuttavia nel fascicolo trasmesso dal SISMI, pur debitamente protocollato, non compariva nessuna delle importanti notizie accennate nell’appunto del generale Maletti.

 

 

 

Inoltre la fonte TURCO risultava dismessa e disattivata alla fine del 1975 senza che dagli atti ne emergesse in alcun modo la ragione.

 

 

 

Si rendeva così necessaria una nuova diretta audizione di Gianni Casalini il quale, rintracciato a Padova, veniva per la prima volta sentito da questo Ufficio in data 15 maggio 1992.

 

 

 

La deposizione di Gianni Casalini, il quale, dopo molti timori e titubanze, accettava di riferire un numero di circostanze assai maggiore rispetto alle deposizioni precedenti, deve essere riportata nei suoi passi essenziali.

 

 

 

Dopo aver confermato di aver svolto il ruolo di informatore del S.I.D. di Padova, Gianni Casalini dichiarava:

 

 

 

“Nel 1972….contattai il maresciallo Guerriero della caserma dei Carabinieri di Prato della Valle, alla periferia di Padova, egli fornii una indicazione relativa ad uno studente siriano che avevo conosciuto e che mi aveva parlato di un traffico di armi con la Turchia.

Il maresciallo mi propose di passare questa collaborazione a quello che lui chiamava “personale specializzato” ed entrai così in contatto con tre diversi sottufficiali che capivo benissimo appartenere al S.I.D.

Si chiamavano “Nico”, “Nievo” e “Luca”.

Gli incontri erano basati su telefonate che io facevo da cabine pubbliche seguite da colloqui in luoghi abbastanza anonimi come bar e altri pubblici esercizi.

Nel rapportarsi con me mi chiamavano “Rodolfo”.

Non conoscevo l’altro nome in codice, “TURCO”, che l’Ufficio mi ha comunicato, che potrebbe però ricollegarsi sia al fatto del traffico d’armi verso la Turchia, di cui ho parlato, sia ad un viaggio per motivi turistici che avevo fatto in Turchia con alcuni amici ed amiche.

Io vedevo più spesso Nico, che tuttora abita e lavora a Padova in quanto mi capita di incontrarlo dalle parti di Piazza Mazzini.

In seguito mi indicò come suo cognome vero prima Rossini e poi più precisamente Rossetti, ma non sono in grado di affermare se fosse esatto perché non ho avuto modo, anzi non ho voluto, vedere il suo tesserino.

Nievo fu poi trasferito in Friuli e non l’ho più visto.

Non ho avuto modo, in seguito, di vedere più anche Luca che ricordo aveva un accento laziale.

Questo rapporto è iniziato nell’ottobre del 1972 ed è proseguito per alcuni anni.

Io non venni mai pagato per il mio lavoro e solo in occasione dell’ultimo incontro mi venne consegnata una piccola somma, 40 mila lire, a titolo di rimborso spese.

Quest’ultimo incontro avvenne con Nico.

Devo dire che ebbi la sensazione di essere stato un po’ sganciato, come se avessero voluto occuparsi di cose più importanti.

Come ho già avuto occasione di dire, io partecipavo alle riunioni, prevalentemente di lettura e commento di testi, che si svolgevano nella stanzetta della libreria “Ezzelino” di Via Patriarcato.

Ho conosciuto quindi, in tali occasioni, oltre a FREDA, TRINCO con cui ero abbastanza in amicizia, CALLEGARI, MERLO, ho visto qualche volta FACHINI e alcune volte VENTURA, che dopo una serie di difficoltà ottenne anche un fido dalla B.N.L. di Padova, che all’epoca era diretta da mio padre.

Io ho sempre avuto simpatia per le ideologie di destra, ma ritenevo giusto nei confronti dello Stato dover segnalare delle situazioni che al S.I.D. erano del tutto ignote perché quei sottufficiali mi avevano detto che per loro quella situazione era “terra vergine”.

Come ho detto, ho conosciuto questi tre sottufficiali, ricordo che Luca mi raggiunse una volta in un bar ristorante a Castelnuovo di Teolo, in provincia di Padova, sui Colli Euganei. Luca era quello dei tre dal carattere più aperto.

 

A domanda dell’Ufficio:  non ho mai conosciuto personalmente il Comandante del Gruppo Carabinieri di Padova, tenente colonnello Del Gaudio.

Credo però che lo conoscesse mio padre, anche per ragioni legate alla posizione che mio padre rivestiva a Padova come direttore di Banca.

Prendo visione del rapportino contenente le notizie da me fornite ed elaborate dal S.I.D. con rapportini che iniziano l’11.6.1973 e terminano il 17.12.1975.

Prendo atto che l’Ufficio li ha acquisiti presso la sede della I Divisione dell’attuale SISMI.

Con riferimento ad una notizia contenuta in un rapportino del 29.10.1973 relativa ad un progressivo allontanamento dalla vita politica di TRINCO, CALLEGARI e MERLO, posso dire che questo allontanamento corrisponde effettivamente ad una notizia che io ho fornito.

Ricordo che in particolare Trinco e Callegari erano stati arrestati per un incendio doloso in danno di una Sinagoga ed avevano cominciato ad avere paura.

Con riferimento ad altre notizie contenute in un rapportino elaborato sempre il 29.10.1973 in cui si parla della circostanza della fuga in Spagna di POZZAN, posso dire che nel gruppo della libreria circolava questa notizia.

Preciso che io conoscevo di persona POZZAN e lo consideravo una persona di un certo valore.

Nico mi disse che sarebbe stato utile che io andassi in Spagna per acquisire notizie circa gli episodi più gravi, anche raggiungendo la pizzeria “El apuntamiento” che DELLE CHIAIE aveva aperto e di cui mi fece vedere una fotografia con la vetrina d’ingresso.

Io gli dissi di no perché, fra l’altro, avrei dovuto partire a mie spese e sarei stato forse rimborsato in caso di risultati positivi. Inoltre non conoscevo e non conosco la lingua spagnola.

Nel medesimo rapportino si parla di un elenco di ufficiali delle Forze Armate che Freda avrebbe raccolto anche attraverso LORENZON per indirizzare loro stampe e pubblicazioni finalizzate ad un eventuale appoggio da parte loro in caso di golpe.

Confermo che io riferii questa notizia ad uno dei miei tre referenti, però non ricordo in questo momento da chi io direttamente l’appresi, se da FREDA o da un altro dei suoi amici.

Nel rapportino leggo anche il nome di MELIOLI e posso dire che si tratta di una persona di Rovigo che frequentava la libreria e che io ho conosciuto.

Avevo riferito che questo Melioli era in contatto con la libreria ed infatti vi era venuto qualche volta con la moglie.

Noto nel rapportino che vi è citato il nome di AMAUDRUZ che mi ricordo era un punto di riferimento politico in Svizzera.

Prendo atto che in un appunto redatto personalmente dal generale MALETTI in data 5.6.1975 risultano altre notizie che io sarei stato in grado di fornire o avrei fornito e che dal contesto di tale appunto si desume che i responsabili del S.I.D. non erano affatto del parere che tali notizie emergessero, tanto è vero che Maletti indicava la necessità di “chiudere entro giugno”.

In merito posso dire che è vero che io fornii a Nico una notizia di un certo interesse e questa riguardava uno scantinato o soffitta o comunque un locale in cui erano occultate delle armi, a Venezia.

Io ho appreso di ciò da Freda e Ventura alla libreria Ezzelino, o almeno mi sembra, e ricordo che Freda e Ventura si lamentavano della scomodità del luogo in quanto per raggiungerlo si doveva fare un bel tratto a piedi per le calli di Venezia partendo da Piazzale Roma, ove come è noto si debbono lasciare le macchine.

Non so con che modalità lo avessero affittato, so che a Venezia erano in contatto con tale dr. MAGGI con cui però FREDA era in una sorta di avversione personale.

Freda ne parlava male e non voleva prendere ordini da lui.

Io questo Maggi lo avevo visto, quando era ancora studente di medicina, al Bar Pedrocchi di Padova.

Prendo atto che nell’appunto di Maletti si parla anche di notizie che io avrei potuto fornire circa gli attentati ai treni del 1969.

Devo dire che questo proprio non lo ricordo, non ricordo cioè di avere avuto notizie specifiche.

Ricordo benissimo gli episodi degli attentati alla Fiera di Milano e gli attentati ai treni avvenuti nel 1969.

Per me era un’azione di Ordine Nuovo a livello nazionale, ma non saprei dire altro.

 

 

 

 

Si dà atto che il teste chiede più volte dove si trovino attualmente FREDA, VENTURA, TONIOLO, BALZARINI e, a domanda dell’Ufficio, risponde:

 

 

Lo chiedo perché di questa gente ho paura.

Voglio aggiungere che dopo i primi due colloqui con gli esponenti del S.I.D. io avevo detto a Trinco, con cui ero molto in confidenza, che io stavo lavorando per il S.I.D.

Voglio fare presente che come l’Ufficio ha potuto rilevare sono del tutto lucido ed ho un buon ricordo delle situazioni che Lei mi cita, però sono tormentato dall’ansia e dalla depressione e soprattutto dall’insonnia, sintomi questi che non mi consentono di lavorare e mi conducono ad una vita solitaria.”

 

 

 

 

La prima testimonianza di Gianni Casalini, pur nella sua evidente e comprensibile incompletezza, offriva quindi la certezza che alla fine del 1972 il personale del Centro C.S. di Padova del S.I.D., certamente ignaro delle diverse intenzioni della Direzione del Servizio, aveva “agganciato” una fonte significativa all’interno del gruppo di FREDA e VENTURA.

 

 

 

Gianni Casalini era stato in contatto per un lungo periodo di tempo con ben tre sottufficiali del Centro C.S. di Padova (dai nomi in codice “Nico”, “Nievo” e “Luca”) e gli era stato addirittura proposto di raggiungere Marco Pozzan e altri camerati a Madrid, frequentando il loro punto di incontro (il locale “El apuntamiento”) al fine di acquisire e di riferire poi notizie sui loro movimenti e sugli episodi più gravi che erano avvenuti.

 

 

 

Si osservi anche che Gianni Casalini aveva riferito in merito a lettere che Franco Freda aveva inviato in passato ad ufficiali delle Forze Armate per sensibilizzarli e convincerli ad appoggiare un progetto di colpo di Stato.

 

 

 

La circostanza è assolutamente esatta in quanto, nel momento in cui Casalini aveva fornito tali notizie al personale del S.I.D., Franco Freda era imputato nell’istruttoria milanese, insieme a Giovanni Ventura, dei reati di cui agli artt.272 e 302 c.p. (propaganda sovversiva e istigazione a commettere delitti contro la personalità dello Stato) per avere inviato 2000 lettere a firma NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO ad altrettanti militari incitandoli as intervenire per mutare l’assetto istituzionale del paese.

 

 

 

Franco Freda aveva respinto ogni responsabilità per tali accuse, che si basavano sulle dichiarazioni di Guido LORENZON, e sul sequestro di alcune buste sulle quali era presente la sua grafia e quindi l’eventuale apporto probatorio sul punto di Gianni Casalini sarebbe stato assai utile.

 

 

 

Sopratutto Gianni Casalini ha confermato di avere riferito al sottufficiale chiamato Nico una notizia di notevole interesse e cioè che il gruppo di Padova disponeva a Venezia di uno scantinato ove erano occultate delle armi.

 

 

 

Si tratta della medesima notizia accennata nell’appunto sul Caso Padova e la conferma, a distanza di tanti anni, da parte della “fonte” di avere appreso e passato al S.I.D. tale notizia si riflette evidentemente sulla complessiva validità delle notizie che erano state o stavano per essere acquisite e che tanto preoccupavano il generale Maletti.

 

 

 

Alla luce, poi, delle emergenze della presente istruttoria, tale dettaglio risulta di grande importanza in quanto, nel corso degli interrogatori di vari esponenti di Ordine Nuovo, si è progressivamente delineato che il più importante riferimento logistico per il gruppo di Padova in relazione all’acquisizione di armi ed esplosivi e alla loro custodia era proprio il gruppo di Venezia e che i più gravi episodi hanno tratto origine proprio dalla collaborazione costante fra tali due realtà.

 

 

 

L’argomento sarà oggetto della seconda ordinanza anche se sin d’ora è possibile dire che gli elementi investigativi forniti da Gianni Casalini erano meritevoli del più attento approfondimento e non certo di un’attività contraria, e cioè la disattivazione e chiusura della “fonte”.

 

 

 

In merito agli attentati dell’aprile 1969 alla Fiera di Milano e dell’agosto 1969 in danno di convogli ferroviari, che hanno preceduto la strage di Piazza Fontana – e di cui si parla nell’appunto come fatti in merito ai quali Casalini aveva già fornito notizie con un’ammissione di parziale corresponsabilità – il testimone si è limitato a dire di “non aver avuto notizie specifiche”, anche se tali episodi erano azioni di “Ordine Nuovo a livello nazionale”.

 

 

 

La chiave di interpretazione di tale atteggiamento di cautela da parte dell’ex fonte del S.I.D. è tuttavia chiaramente desumibile dal capoverso successivo della deposizione.

 

 

 

Gianni Casalini, chiedendo all’Ufficio dove si trovassero attualmente i principali esponenti della vecchia cellula di Padova (quali Freda, Ventura, Toniolo e Balzarini), ha subito dopo esplicitamente dichiarato di “avere paura”, evidentemente di possibili conseguenze derivanti da sue ammissioni in merito alla responsabilità del gruppo per tali episodi.

 

 

 

Tale comprensibile preoccupazione (Gianni Casalini vive ancora a Padova ed è persona isolata e indifesa), unitamente al timore di possibili conseguenze di carattere penale anche per se stesso, spiega la sua evidente reticenza e la parte conclusiva della testimonianza, nella sua spontaneità, non solo non contraddice, ma anzi indirettamente conferma quanto era riportato nell’appunto del generale Maletti.

 

 

 

Si osservi poi, sempre con riferimento alla prima lunga testimonianza di Gianni Casalini, che in nessun modo si può ritenere il testimone sia una persona dalla psiche compromessa o comunque labile sul piano del ricordo e della valutazione degli avvenimenti.

 

 

 

Egli infatti soffre da moltissimi anni di forme ansiose e depressive (che lo hanno costretto a numerosi ricoveri e non gli consentono di svolgere un’attività lavorativa), ma tale situazione di disagio interiore non intacca minimamente la sua capacità di ricordare e valutare i fatti né lo porta ad alterarli.

 

 

 

Egli infatti, come emerge chiaramente dalla testimonianza, è dotato di ottima memoria, anche con riferimento ad avvenimenti che risalgono ormai a molti anni addietro, e si è dimostrato in grado di interpretare e riferire lucidamente anche il contesto politico ed umano che contraddistingueva il gruppo di Padova e di fornire una spiegazione del tutto razionale della sua scelta di diventare un informatore del S.I.D.: ha infatti sottolineato che pur essendo sempre stato un uomo di destra, ed anzi proprio per questo, aveva ritenuto giusto segnalare al S.I.D., in un’ottica di tutela dello Stato, situazioni di pericolo che provenivano da posizioni radicali e che evidentemente, a suo avviso, non potevano che provocare danni.

 

 

 

Nel corso di una seconda testimonianza, Gianni Casalini, acquisita evidentemente maggior fiducia nella disponibilità dell’Ufficio a comprendere il suo ruolo, ha spostato “in avanti” la portata della sua deposizione, fornendo altri dati di grande importanza sui suoi rapporti con il personale del S.I.D. (dep. 10.2.1993):

 

 

 

“….Posso confermare che io sono stato soprattutto in rapporto con un sottufficiale di nome Nico che tuttora abita a Padova e che mi capita ancora di vedere per strada.

Posso meglio spiegare il senso del riferimento al mio eventuale viaggio in Spagna di cui ho parlato nel corso della deposizione dinanzi a Lei in data 15.5.1992.

Io ero in rapporti di buona amicizia con Marco POZZAN più di quanto non lo fossi con altri del gruppo della libreria Ezzelino.

Pozzan era fuggito, non ho mai capito perché, in Spagna.

Pozzan, non sono in grado di precisare se prima o dopo la sua fuga, mi fece sapere che potevo mettermi in contatto con lui scrivendogli ad un recapito degli Stati Uniti d’America che egli mi fece avere.

Io effettivamente gli scrissi qualche volta ed egli, evidentemente, ricevette le mie lettere in quanto una volta mi rispose scrivendomi, credo tramite il recapito americano.

Nella lettera per me, che era di poche righe, c’era però un’altra busta con una lettera per la moglie di Pozzan.

Io, allora, mi misi in contatto con Nico a cui avevo già fornito il recapito statunitense e gli dissi che in qualche modo avrei dovuto aprire con il vapore acqueo la busta per la signora Pozzan.

Nico mi rispose che di una simile operazione avrebbe potuto occuparsi lui tramite un tecnico.

Io diedi quindi la busta a Nico ed egli me la restituì, una volta richiusa, con una fotocopia della lettera per mia conoscenza.

Devo dire che il contenuto di quella lettera era abbastanza insignificante.

La proposta di viaggio in Spagna si collegava quindi sostanzialmente a Pozzan, nel senso che io avrei dovuto trovare Pozzan in Spagna per avere da lui notizie su Piazza Fontana.

Il riferimento che ho fatto a Delle Chiaie nella precedente deposizione era relativo solo al fatto che Delle Chiaie era titolare di un ristorante, “El apuntamiento”, dove abitualmente si ritrovavano i rifugiati italiani dei vari gruppi.

Non andai poi in Spagna per i motivi che ho già spiegato.

Ricordo che in quel periodo la moglie di Pozzan mi disse che Marco aveva avuto, sempre in Spagna, una polmonite.

Ciò avveniva quando era ancora vivo Francisco FRANCO.

Ripensando quindi globalmente ai miei discorsi con Nico, posso dire che in quel periodo effettivamente si è parlato degli attentati di Piazza Fontana ed anche di quelli precedenti.

Ci incontravamo spesso al bar ristorante della Stazione ferroviaria di Padova.

Mi riservo di riflettere sul tenore dei miei discorsi con Nico su questi argomenti.

Voglio parlare con Nico perché lui è uno del mestiere, un professionista.

Ho potuto leggere per la prima volta in questa sede l’appunto del generale Maletti e devo dire che mi preoccupa quel “procedere” nei miei confronti che vi compare.

Del Gaudio lo conosceva mio padre, io personalmente non l’ho mai visto.

Sta di fatto ch effettivamente Nico mi comunicò, ad un certo punto, che i rapporti con me si dovevano considerare chiusi senza darmi spiegazioni.

Io però ho difficoltà a collocare nel tempo questa sua comunicazione.”

 

 

 

 

Da tale seconda deposizione emerge quindi:

 

 

- che Gianni Casalini era rimasto in contatto con Marco Pozzan in ragione del loro rapporto di amicizia, dopo la fuga di questi in Spagna, tanto da disporre di un recapito postale indiretto di Pozzan grazie al quale era possibile spedirgli e ricevere corrispondenza.

 

Purtroppo Casalini non è stato in grado di ricordare di che esatto indirizzo si trattasse.

 

Riferita tale significativa circostanza al S.I.D., il sottufficiale di nome Nico gli aveva proposto di cercare di “agganciare” il latitante Pozzan a Madrid per ottenere da lui qualche notizia.

 

 

 

Evidentemente, quindi, il Centro periferico di Padova, allora diretto da un funzionario onesto quale il maggiore Giuseppe BOTTALLO, agiva secondo corretti criteri istituzionali, probabilmente all’oscuro e comunque non in sintonia con la Direzione del Servizio e soprattutto con il Reparto D e il Nucleo Operativo Diretto del generale Maletti che aveva organizzato proprio la fuga di Marco Pozzan per sottrarlo all’imbarazzante confronto con i giudici milanesi.

 

 

 

- Gianni Casalini aveva “effettivamente parlato dell’attentato di Piazza Fontana ed anche di quelli precedenti” con Nico, il sottufficiale con cui era entrato in un rapporto di maggior confidenza.

 

 

 

Prima di riferire al giudice quanto egli aveva saputo, egli desiderava poter parlare ancora con Nico, che “era un professionista”, evidentemente al fine di essere rassicurato.

 

 

 

- Gianni Casalini si mostrava, comprensibilmente, ancora preoccupato dei contenuti minacciosi nei suoi confronti presenti nell’appunto e riferiva che comunque, all’epoca, il personale del S.I.D. di Padova lo aveva ad un certo punto “sganciato” senza dargli spiegazioni, circostanza questa di cui non era mai riuscito a spiegarsi il motivo.

 

 

 

E’ quindi molto probabile che Gianni Casalini, dopo la riunione del 5.6.1975 fra il Direttore del Servizio e il generale Maletti, non sia stato direttamente minacciato, ma che l’incarico di “procedere” accennato nell’appunto sia comunque stato attuato, ottenendo l’abbandono della fonte da parte del Centro periferico e probabilmente esercitando pressioni indirette e raccomandazioni sul padre, Mario Casalini, che era in diretti rapporti con il capitano Manlio Del Gaudio.

 

 

 

A tale punto dell’indagine, risultava assolutamente necessario procedere all’approfondimento dei risvolti del “Caso Padova” mediante la diretta audizione dei sottufficiali che negli anni ’70 avevano mantenuto i rapporti con la fonte.

 

 

 

Per primo, e già in un momento antecedente alla seconda testimonianza di Casalini, veniva convocato e sentito, in data 9.4.1992, il maresciallo Fulvio FELLI, ancora in servizio presso il Centro del SISMI di Padova ed identificato nel sottufficiale che si presentava con il nome di copertura di LUCA.

 

 

 

Il maresciallo Felli, al fine di non alterare la spontaneità della deposizione, veniva sentito senza che gli fosse comunicato l’intero tema dell’audizione.

 

 

 

Infatti in una prima fase dell’audizione, alla presenza di questo Giudice Istruttore e del Giudice Istruttore di Brescia, al testimone veniva chiesto di mettere a fuoco i rapporti da lui intrattenuti e le notizie raccolte, sempre negli anni ’70 a Padova, da un’altra fonte nel settore dell’estrema destra, denominata in codice TRITONE, la cui “produzione” era stata acquisita in copia agli atti delle due istruttorie (cfr. vol.30, fasc.4).

 

 

 

La fonte TRITONE, un giovane dell’estrema destra padovana in contatto con il Centro C.S. dal 1973 al 1975, era infatti di notevole interesse per l’istruttoria-bis sulla strage di Brescia del 28.5.1974 in quanto aveva reso informazioni ai suoi referenti in merito ad alcune riunioni svoltesi, a Brescia e ad Abano Terme nei giorni immediatamente successivi alla strage di Piazza della Loggia, fra alcuni militanti di Ordine Nuovo.

 

 

 

In tali occasioni il dr. Carlo Maria Maggi, reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto e promotore di tali incontri, aveva, secondo la fonte, ricordato ai militanti che la strage di Brescia non doveva “rimanere un fatto isolato”, ma essere seguita da altre “azioni terroristiche di grande portata da compiere a breve scadenza” in modo tale da aprire un “conflitto interno risolvibile solo con lo scontro armato” (cfr, relazione del Centro C.S. di Padova in data 6.7.1974, vol.30, fasc.4 ff.13 e ss.).

 

 

 

Esaurito l’argomento concernente la fonte TRITONE, sul quale non è il caso di soffermarsi in questa sede essendo stato già ampiamente trattato nell’istruttoria-bis concernente la strage di Piazza della Loggia (cfr. provvedimento conclusivo del G.I. di Brescia in data 23.5.1993, vol.12, fasc.13, ff.23-35), l’attenzione del maresciallo Felli veniva richiamata sull’eventuale esistenza di altre fonti, all’epoca, nel campo dell’estrema destra (cfr. dep. Citata, f.2).

 

 

 

Dopo qualche titubanza, il maresciallo Felli confermava che a Padova, oltre a Tritone, vi era un’altra fonte, denominata forse RODOLFO (un altro nome di copertura utilizzato, oltre a TURCO, per Gianni Casalini), curata prevalentemente da un altro sottufficiale e ad un certo momento abbandonata apparentemente per motivi legati alle condizioni di salute della fonte stessa.

 

 

 

L’incertezza e la cautela mostrata dal sottufficiale nel rispondere a tale domanda (motivata anche dagli stretti limiti imposti al personale del S.I.D. dai loro superiori in occasione di audizioni dinanzi all’A.G.) convinceva della necessità di approfondire l’argomento e il maresciallo veniva risentito in data 15.2.1993 in occasione di un accesso di questo Ufficio presso la sede del Centro C.S. di Padova, autorizzato dalla Direzione del Servizio e finalizzato anche all’esame di alcuni documenti.

 

 

 

Con il maresciallo Felli veniva inizialmente approfondito l’argomento dei rapporti instaurati dal Centro C.S. di Padova con Giampietro MONTAVOCI, un militante del gruppo di Ordine Nuovo di Venezia, e delle notizie acquisite sul ruolo svolto sempre a Venezia da Carlo DIGILIO.

 

 

 

Infatti Giampietro MONTAVOCI risultava, dalla documentazione già acquisita presso l’Archivio del SISMI, essere stato un informatore del Centro C.S. di Padova a partire dalla fine degli anni ’70 (e sino alla sua morte avvenuta nel 1982 a seguito di un incidente stradale), con il nome in codice “MAMBO”, mentre Carlo DIGILIO risultava avere svolto il ruolo di quadro “coperto” del gruppo di Venezia, consulente di tale gruppo in materia di armi e, probabilmente, secondo i dati ancora iniziali raccolti sino all’inizio del 1993, anch’egli in contatto con Servizi di sicurezza.

 

 

 

Il maresciallo Felli confermava innanzitutto che Giampietro Montavoci era stato “fonte” del S.I.D., da lui curata personalmente a partire dal 1978, circostanza questa che dimostrava ulteriormente come nella struttura di Ordine Nuovo del Veneto ben pochi fossero i “rivoluzionari puri” e molti di più gli uomini disponibili, in varie forme, a essere utilizzati dai Servizi di sicurezza per attività lecite – come in questo caso – o, più spesso, illecite.

 

 

 

Proprio tramite le informazioni raccolte da Giampietro Montevoci erano stati acquisiti i primi elementi sul ruolo di quadro “coperto” di Carlo Digilio all’interno del gruppo di Venezia del dr. Carlo Maria Maggi, in quanto Carlo Digilio – come sarebbe stato confermato poi dal dibattimento svoltosi dinanzi alla Corte d’Assise di Venezia – non si esponeva in iniziative politiche pubbliche, ma era in realtà il “consulente” del gruppo per l’approvvigionamento di armi e l’addestramento all’uso delle stesse (cfr. dep. Felli, 15.2.1993, f.2).

 

 

 

Esaurito l’approfondimento di tali argomenti, il maresciallo Felli veniva nuovamente sollecitato dall’Ufficio a riferire, con completezza e senza “limiti” astrattamente riconducibili al suo ruolo di sottufficiale del SISMI ancora in servizio, quanto egli ricordava in merito ai rapporti con la fonte TURCO, facendogli presente che l’importanza dei fatti non giustificava alcun atteggiamento di cautela e che si trattava di “fonte” ormai da lungo tempo dismessa e comunque già nota all’Ufficio.

 

 

 

Il maresciallo Felli, avendo pienamente compreso che si trattava di una situazione in cui non vi era più alcuna ragione di tutelare la segretezza dell’attività di servizio, iniziava allora un racconto che, per la sua importanza, deve essere riportato integralmente:

 

 

“Poiché l’Ufficio mi chiede di nuovo se esistessero altre fonti di destra a Padova negli anni ’70 con specifico riferimento ad Ordine Nuovo, posso dire che, come ho già accennato nella precedente deposizione, c’era TURCO che era seguito soprattutto dal mio collega NICO.

Turco si rivolgeva a noi con il nome di RODOLFO, che era stato convenuto e con il quale si presentava quando ci telefonava, cioè telefonava al nostro ufficio.

Ho compreso benissimo che l’Ufficio è perfettamente al corrente che Turco altri non è che Gianni Casalini di cui oggi ha chiesto il fascicolo.

Mi rendo conto che questo soggetto interessa molto l’Ufficio e mi sento di dover dire innanzitutto che NICO, il mio collega, è morto un mese fa in seguito ad un ictus mentre era ancora in servizio.

Io avevo visto Casalini solo una volta insieme a Nico.

Devo dire che la fonte Turco è collegata ad una situazione di rilievo che posso così descrivere.

Ricordo che una sera il Direttore mi chiese di affiancare Nico in un contatto che doveva avere con Turco.

Il Direttore segnalò anche a me la delicatezza della situazione anche in relazione allo stato della fonte.

Non saprei collocare nel tempo con esattezza questo incontro, comunque, anche alla luce della relazione di cui in seguito dirò, dovrebbe collocarsi intorno al 1974.

Ci incontrammo con Turco prima vicino alla Stazione ferroviaria, che credo fosse un costante punto di incontro per loro due, e poi andammo a Campo San Piero.

Il ristorante si chiamava PINO VERDE.

Casalini mi apparve come una persona veramente depressa, molto agitata, tanto da avere difficoltà a mangiare e anche ad articolare i movimenti semplici.

Sembrava che volesse scaricarsi la coscienza come se avesse qualcosa che lo tormentava.

Mi pare che fu proprio lui a parlare spontaneamente degli eventi più gravi.

Non ho un ricordo preciso, ma evidentemente di questa situazione il mio collega doveva avere avuto qualche avvisaglia in un precedente incontro.

Casalini mostrava un rimorso in relazione agli attentati che erano avvenuti negli anni precedenti ad opera di gruppi di destra. Iniziò a dirci qualcosa su questi avvenimenti.

Disse che era stato a Milano con TONIOLO e che costui aveva portato con sé una borsa con dell’esplosivo.

Si erano fermati in un ristorante e Toniolo aveva posato la borsa in un angolo vicino ad un vaso con una pianta.

Ricordo che le parole gli venivano fuori con molta fatica e chiaramente si traeva la sensazione che egli fosse angosciato dalla catena di avvenimenti che si erano conclusi con la strage di Piazza Fontana.

La sensazione non era quella di una diretta partecipazione a quest’ultimo evento, ma di un coinvolgimento marginale negli avvenimenti precedenti e l’angoscia per quello che era avvenuto alla fine.

Parlava di riunioni a casa di TRINCO nelle quali pareva che avvenissero le decisioni.

Non sono in grado di ricordare di più perché fu per me un incontro unico, mentre Nico trattava da tempo la fonte.

Trassi comunque la sensazione che fosse una persona che poteva dare un importante contributo e che tuttavia andava trattata con estrema delicatezza.

Ebbi l’impressione che Nico avesse già raccolto, in incontri precedenti, confidenze analoghe.

Io non feci alcuna relazione.

Non fu ufficializzato niente nel senso che in ufficio ci chiedemmo comunque cosa fare.

In seguito, però, posso affermare che fu ufficialmente informata la polizia giudiziaria che seguiva da vicino le indagini.

Comunque, dopo avere investito la polizia giudiziaria, una relazione fu elaborata utilizzando tutte le notizie che Nico aveva ricevuto.

In sostanza fu scritto tutto quello che era necessario, pur senza protocollarlo nei nostri atti.

Quando fu fatta questa relazione era Direttore il maggiore BOTTALLO e per ordinare gli elementi raccolti da Nico vennero anche uno o due sottufficiali dell’Arma di Milano con funzioni di polizia giudiziaria.

Non sono al corrente degli sviluppi della questione in sede di Autorità Giudiziaria e di polizia giudiziaria.

Era un momento difficile e non escludo che la nostra azione sia stata vista con sospetto da qualcuno”.

 

 

 

 

 

Nel corso della successiva deposizione, il maresciallo Felli precisava che l’ufficiale di polizia giudiziaria giunto al Centro C.S. di Padova per acquisire la relazione elaborata utilizzando tutte le notizie raccolte da Nico era un sottufficiale della Divisione Pastrengo dei Carabinieri che aveva sede a Milano (cfr. dep. 27.2.1993, f.1).

 

 

 

Non riusciva tuttavia a ricordare se si trattasse del maresciallo Fanciulli o del brigadiere Cristanziani in quanto entrambi, in quel periodo, si erano recati presso il Centro C.S. in relazione a indagini concernenti fatti eversivi.

 

 

 

Il maresciallo Felli concludeva il suo racconto riconoscendo che, dopo le confidenze di Gianni Casalini, il personale del Centro C.S. di Padova si era trovato “un po’ in difficoltà nel gestire questa situazione” anche se egli personalmente, dopo quell’unico incontro con Casalini, non aveva più avuto un ruolo nella vicenda.

 

 

 

Effettivamente il personale del Centro C.S. di Padova, nonostante l’impegno dimostrato nel tentativo di acquisire dalla “fonte” notizie su episodi così gravi, aveva commesso la leggerezza di non trattenere copia e non protocollare la relazione conclusiva elaborata da Nico, relazione che, come si vedrà, è sparita nel nulla dopo essere pervenuta al Comando della Divisione Pastrengo.

 

 

 

Del resto la ricostruzione ora esposta del Caso Padova e della chiusura pilotata della fonte Gianni Casalini, ricostruzione iniziata dal Giudice Istruttore di Venezia e proseguita da questo Ufficio, ha già trovato un positivo vaglio dibattimentale nella sentenza emessa il 28.10.1993 dal Tribunale di Venezia.

 

 

 

Il Tribunale, giudicando con rito abbreviato, dopo il rinvio a giudizio del G.I. di Venezia, alcuni funzionari di polizia, che si erano resi responsabili dei depistaggi relativi all’attentato di Peteano, e il perito Marco Morin, responsabile della falsa perizia sull’esplosivo usato per l’attentato, ha condannato per il reato di falsa testimonianza dinanzi al G.I di Venezia anche il capitano Manlio Del Gaudio, la cui posizione era ricompresa nell’ordinanza di rinvio a giudizio c.d. Peteano-bis.

 

 

 

Il capitano Manlio Del Gaudio, giudicato responsabile di falsa testimonianza per avere taciuto quanto sapeva in merito all’appunto del generale Maletti e all’incarico da questi ricevuto di “procedere” nei confronti della “fonte” Casalini, è stato condannato alla pena di un anno di reclusione (cfr. vol.23, fasc.7).

 

 

 

Al capitano Del Gaudio, condannato anche al risarcimento del danno in favore del Ministero di Grazia e Giusitizia che si era costituito parte civile, è stata negata la concessione delle attenuanti generiche.

 

 

 

Si legge infatti, assai significativamente, nella motivazione della sentenza che è “immeritevole” di tali attenuanti “chi ancor oggi non ha ritenuto di aiutare l’Autorità Giuziaria a disvelare trame e disegni che hanno messo in serio pericolo le Istituzioni e che ha dimostrato con il suo silenzio di non accettare queste Istituzioni” (cfr. vol.23, fasc.8, f.173).

 

 

 

Un giudizio che può condividersi e che dovrebbe estendersi a tutti coloro, il generale Maletti ed altri rimasti ignoti all’interno dei vertici del S.I.D. e della Divisione Pastrengo dei Carabinieri, che hanno ideato e attuato un’azione di depistaggio – tramite la sottrazione di prove o della possibilità di acquisirle – così grave come quella ricostruita in questo capitolo.