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Sentenza ordinanza del giudice Guido Salvini (1995) sull’eversione dell’estrema destra

 

Piazza Fontana: i nuovi episodi di "copertura" emersi - I rapporti S.I.D. - Fachini, il caso Padova e "Turco", la fonte negata - I colloqui in carcere di Mario Merlino - I nuovi elementi emersi sui rapporti fra il reparto "D" e la cellula di Padova - I contatti con Massimiliano Fachini

 

PARTE DECIMA

Capitolo 55

(pag. 475 del fascicolo processuale)

 

 

E' molto probabile che il Servizio di informazioni militare, il S.I.D., non abbia avuto un ruolo significativo nella prima fase dell'operazione del 12.12.1969.

 

 

 

In quell'epoca ufficiali come il generale Maletti, che si adopereranno a partire dal 1972 per "sottrarre" agli inquirenti le persone inquisite della cellula di Padova, non erano nemmeno in servizio presso il S.I.D. (il generale Maletti entrerà in tale struttura solo nel 1972) e l'azione volta, nei primissimi giorni dopo la strage, ad indirizzare gli inquirenti verso la pista anarchica grazie all'infiltrazione di Mario Merlino e la sparizione, nella prima fase delle indagini, di alcuni reperti importanti (quali i frammenti di una delle borse utilizzate per gli attentati) è riconducibile a funzionari del disciolto Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno.

 

 

 

Nella prima fase, l'azione del S.I.D. sembra essersi limitata alla redazione dell'appunto del 16.12.1969 (riportato in allegato alla presente sentenza-ordinanza), non inviato alla magistratura ma ad ogni buon conto redatto, con cui si indicava nell'Aginter Press di GUERIN SERAC, nel suo fiduciario Stefano DELLE CHIAIE e nell'elemento operativo Mario MERLINO la catena di comando ideativa e organizzativa degli attentati, pur indicando con impagabile impudenza Guerin Serac e Mario Merlino come anarchici.

 

 

 

Ci si può chiedere la ragione di un comportamento così tortuoso in quanto il S.I.D. avrebbe potuto semplicemente non redigere alcun appunto e non approntare un rapporto riservato contenente indicazioni in parte vere e in parte false.

 

 

 

Quale possibile spiegazione può ipotizzarsi che, sebbene la pista anarchica indicata dalla Polizia potesse all'epoca essere considerata sicura, gli uomini del S.I.D. sapessero che un'istruttoria approfondita avrebbe potuto demolirla anche solo mettendo in luce la sproporzione fra l'organizzazione dei 5 attentati e la modestia del gruppo di Pietro VALPREDA.

 

 

 

Ponendo, quindi, dietro agli anarchici un'organizzazione internazionale quale l'Aginter Press, si forniva un sostegno più solido alla prima costruzione accusatoria senza correre, all'epoca, particolari rischi in quanto allora il Portogallo era ancora saldamente in mano fascista e non ci si poteva aspettare alcuna seria collaborazione in eventuali indagini che fossero state richieste sul conto di Guerin Serac e dei suoi uomini.

 

 

 

Al di là di ciò, e anche sui fatti indicati nell'appunto, il S.I.D. tralasciò o rifiutò qualsiasi collaborazione nelle indagini, limitandosi a trasmettere l'appunto ad un ufficiale della Polizia e ad uno dei Carabinieri, monco comunque delle informazioni già presenti nei fascicoli del S.I.D. e acquisite all'estero che delineavano Guerin Serac come capo di un'organizzazione non anarchica ma anticomunista.

 

 

 

Del significato e del valore delle notizie contenute nell'appunto del S.I.D. del 16.12.1969, che acquisiscono pieno valore sopratutto alla luce delle dichiarazioni di un uomo come Vincenzo VINCIGUERRA, che militò a Madrid con Guerin Serac, si parlerà a conclusione della seconda parte dell'istruttoria.

 

 

 

E' molto probabile, comunque, che sia questo il quadro della prima fase dei "depistaggi" sugli attentati del 12.12.1969 che ha visto, quindi, quale componente attiva funzionari del Ministero dell'Interno e quale elemento di mero supporto il S.I.D.

 

 

 

Anche una voce dall'interno, rimasta anonima per ragioni legate al segreto giornalistico, confermerebbe tale scenario, attribuendo anzi all'Ufficio Affari Riservati una qualche forma di intervento diretto nell'operazione.

 

 

 

Il giornalista Gianni CIPRIANI, autore con il fratello Antonio del libro "Sovranità limitata - storia dell'eversione atlantica in Italia" pubblicato nel 1991, riporta a pagina 121 una confidenza fatta dal generale ALOJA, Capo di Stato Maggiore della Difesa alla fine degli anni '60, ad un alto ufficiale del medesimo ambiente assai significativa: "L'attentato di Piazza Fontana è stato in qualche modo organizzato dall'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. Il S.I.D. si adoperò per coprire tutto".

 

 

 

Gianni Cipriani, sentito in qualità di testimone in merito a tale importante confidenza (cfr. deposizioni 7.11.1991 e 15.12.1991), ha precisato che la propria fonte era direttamente l'alto ufficiale, all'epoca della strage appartenente al S.I.D.

 

 

 

Oltre al concetto esattamente riportato nel volume, l'alto ufficiale aveva riferito al giornalista, che lo aveva contattato durante la stesura del libro, che le notizie ricevute risalivano ad un momento immediatamente successivo alla strage (circa un mese e mezzo dopo il 12.12.1969) e che la confidenza del generale Aloja non era stata l'unica.

 

 

 

Infatti, pochi giorni dopo il discorso con il generale Aloja, due ufficiali all'epoca in servizio presso il Reparto D del S.I.D. - il generale Roberto Tucci e il colonnello Enzo Viola - avevano riferito all'ufficiale il medesimo concetto e poco tempo dopo il generale Aloja aveva riconfermato allo stesso ufficiale la notizia.

 

 

 

Si trattava in tutti i casi di discorsi tra ufficiali di alto livello e quindi in un contesto di piena affidabilità tanto che l'ufficiale "fonte" del giornalista si era rammaricato di non essersi fatto raccontare, durante tali colloqui, notizie più dettagliate (cfr. dep. Gianni Cipriani, 15.12.1991).

 

 

 

Non è stato possibile acquisire altre circostanze in merito a tali colloqui in quanto il giornalista non ha inteso, per ragioni di correttezza professionale, rivelare il nome dell'ufficiale sua "fonte", ma è parso opportuno riportare tale vicenda in quanto da un lato le pur scarse rivelazioni confermano lo scenario dei "depistaggi" che si è delineato nelle varie istruttorie e d'altro lato non è escluso che tali elementi possano essere oggetto di un approfondimento in futuro, sopratutto quando sarà più chiara la dinamica della fase operativa degli attentati del 12.12.1969.

 

 

 

Proprio gli elementi acquisiti in merito alla materiale esecuzione degli attentati e agli episodi che li hanno preceduti e seguiti saranno oggetto del provvedimento conclusivo della seconda parte di questa istruttoria.

 

 

 

In questa sede saranno trattati, al fine di fornire una più completa cornice di tali avvenimenti, solo gli ulteriori episodi di contatto, di collusione e di protezione emersi, episodi che vedono come protagonisti, da un lato, ufficiali del S.I.D. e dell'Arma dei Carabinieri e, dall'altro, componenti della cellula veneta, e sopratutto padovana, di Ordine Nuovo.

 

 

 

Tali episodi sono venuti alla luce grazie alle dichiarazioni del capitano Antonio LABRUNA in merito ai contatti fra il S.I.D. e Massimiliano FACHINI e alla presenza dello stesso Fachini e di Guido Giannettini al momento della fuga di Marco Pozzan da Padova nonchè grazie all'esame di un appunto manoscritto del generale Maletti concernente Gianni CASALINI, un componente del gruppo padovano divenuto fonte del S.I.D. con il nome in codice "TURCO".

 

 

 

Tutti i nuovi elementi raccolti delineano un'attività, da parte del S.I.D., di contatto e di protezione della cellula padovana, in antagonismo con il lavoro degli inquirenti milanesi, assai più vasta e prolungatasi nel tempo di quanto sinora non si conoscesse, a conferma della volontà del Servizio di informazioni militare di fare da diaframma fra gli inquirenti e la cellula di Padova e di ostacolare il cammino verso la ricerca della verità.

 

 

 

Il capitano Antonio Labruna, nel corso delle sue deposizioni finalizzate a fare finalmente luce sulla strategia del Reparto D del S.I.D., ha più volte fatto riferimento ai contatti che, sotto la direzione del generale Maletti, si erano instaurati, a partire dalla fine del 1972, con Massimiliano Fachini, "superstite" della cellula padovana dopo l'arresto di FREDA e VENTURA e l'individuazione di Marco Pozzan.

 

 

 

Il capitano Labruna ha parlato di tre incontri, due dei quali erano avvenuti a Roma e uno a Milano.

 

 

 

Il primo incontro era avvenuto a Roma in una via del centro e aveva avuto carattere sostanzialmente interlocutorio (cfr. dep. Labruna, 9.10.1992, f.2).

 

 

 

Il secondo incontro, quello più importante, si era verificato poco tempo dopo alla Stazione Termini di Roma.

 

 

 

Il capitano Labruna ha infatti rivelato che, al momento dell'arrivo in treno da Padova, Marco Pozzan, destinato ad essere ospitato brevemente negli uffici del S.I.D. di Via Sicilia prima di essere avviato in Spagna, era accompagnato da Massimiliano Fachini. Ad attenderlo vi erano non solo Labruna, inviato dal generale Maletti, ma anche Guido Giannettini, uomo di collegamento fra il Reparto D e la cellula padovana e quindi presente in funzione di garante (cfr. dep. 9.10.1992, f.4).

 

 

 

Guido Giannettini, dopo avere "rilevato" Pozzan da Massimiliano Fachini, aveva accompagnato Labruna e Pozzan nell'appartamento di Via Sicilia e poco dopo si era allontanato (cfr. dep. Labruna, 27.1.1993, f.1).

 

 

 

Il terzo incontro si era verificato a Milano quando le indagini dei giudici milanesi sulla cellula padovana e sulle protezioni di cui aveva goduto erano in pieno svolgimento e Pozzan e Giannettini erano già stati trasferiti all'estero.

 

 

 

Il giorno precedente ad una convocazione di Antonio Labruna da parte del G.I. di Milano dr. Gerardo D'AMBROSIO, lo stesso Labruna e il generale Maletti si erano incontrati in Galleria Vittorio Emanuele. Qui era apparso Massimiliano Fachini, il quale aveva fatto cenno a Labruna di avvicinarsi e gli aveva ricordato di non dire nulla al dr. D'Ambrosio in merito ai loro contatti (cfr. dep. Labruna, 9.10.1992, f.4).

 

 

 

Il capitano si era sempre attenuto a tale versione, non solo dinanzi al giudice istruttore di Milano, ma anche dinanzi alla Corte d'Assise di Catanzaro, su precisa indicazione del generale Maletti che gli aveva confermato la necessità, anche con una serie di indicazioni scritte di suo pugno, di negare assolutamente tali rapporti.

 

 

 

Labruna ha aggiunto che con ogni probabilità il generale Maletti disponeva di informazioni su Massimiliano Fachini ben maggiori rispetto a quelle derivanti dai rapporti fra lo stesso Labruna e l'esponente della cellula di Padova (cfr, dep. 9.10.1992, f.4), informazioni e contatti che quasi certamente nascevano dal rapporto diretto fra Maletti e il suo collaboratore Giannettini, il quale si era prestato a fare da "garante" per l'appuntamento alla Stazione Termini.

 

 

 

Il significato dei contatti attivati dal generale Maletti con la cellula nazifascista di Padova è inequivoco.

 

 

 

L'espatrio di Marco Pozzan e Guido Giannettini, la proposta fatta a Giovanni Ventura di evadere nel timore che questi cedesse e collaborasse completamente con i giudici milanesi senza limitarsi a mezze verità, i contatti con Massimiliano Fachini ancora libero e non individuato come importante elemento del gruppo dagli inquirenti, sono tutte azioni volte ad un solo fine: impedire che l'indagine dei giudici di Treviso prima e di Milano poi, impegnati nell'approfondire la "pista nera", avesse pieno successo ed impedire di conseguenza che il disegno sottostante gli attentati del 12.12.1969 con le sue finalità "stabilizzanti" ed anticomuniste venisse alla luce con il completo dissolversi della pista anarchica caldeggiata dal Ministero dell'Interno.

 

 

 

A conferma della validità del suo racconto, il capitano Labruna ha prodotto a questo Ufficio una serie di appunti manoscritti del generale Maletti - peraltro già inviati all'inizio degli anni '80 all'A.G. di Roma nell'ambito del processo sulla P2, suscitando comunque scarso interesse da parte di tali Autorità inquirenti - contenenti una serie di vere e proprie disposizioni cui lo stesso Labruna doveva attenersi nel corso degli interrogatori dinanzi alla Corte d'Assise di Catanzaro.

 

 

 

Tali appunti del generale Maletti sono redatti, per ciascuna udienza, in forma di domande e risposte e cioè le possibili domande che potevano essere poste dalla Corte a Labruna e le risposte cui egli doveva attenersi al fine di non contraddire in alcun punto il suo superiore (cfr. vol.14, fasc.4).

 

 

 

Il senso complessivo del prontuario è chiarissimo.

 

 

 

Quanto è imposto di dire al capitano Labruna (che in quella sede non smentì il suo superiore) non è la verità, ma la verità "ufficiale" del S.I.D. sui rapporti con i vari esponenti della cellula di Padova e sul progetto di fuga di Giovanni Ventura in relazione al quale Maletti ricorda al subalterno di "attenersi a quanto da me detto" (f.21), espressione questa ("attenersi") che ricorre più volte nello scritto e ne sottolinea il carattere di promemoria di una versione concordata.

 

 

 

In riferimento ai contatti con Giannettini per contattare, tramite questi, Fachini, ai contatti tra Labruna e Fachini e alla presentazione al S.I.D. dell'aspirante fuggiasco Marco Pozzan, le risposte suggerite a Labruna sono perentorie e molto chiare.

 

 

 

In relazione alla prima domanda, l'indicazione è "Io chiaramente non ho dato risposta, se l'avessi data sarebbe stata negativa" (f.30), in relazione alla seconda "Risposta ovvia: mai esistiti", mentre in relazione alla terza, più pericolosa poichè non si poteva negare facilmente che da qualcuno Marco Pozzan al S.I.D. fosse stato presentato, è suggerita a Labruna una risposta più articolata affinchè il povero capitano, forse meno accorto, non cadesse in "trappole" (f.30).

 

 

 

Bisognava infatti rispondere che Pozzan si era presentato da solo e al solo Labruna senza nemmeno svelare il suo nome e che, nemmeno dopo l'espatrio con un passaporto di fantasia fornito dal S.I.D., il generale Maletti nè altri ne avevano conosciuto la reale identità (f.31).

 

 

 

Di conseguenza una struttura dell'importanza del S.I.D. avrebbe fornito un passaporto e accompagnato in Spagna uno sconosciuto.....

 

 

 

E' quasi divertente rileggere quali sciocchezze sia stato imposto di riferire in aula al subalterno Labruna pur di non rendere pubblici i continui intrecci fra il S.I.D., Giannettini e Fachini, finalizzati a "salvare" i componenti della cellula veneta dalle indagini dei magistrati.

 

 

 

Ma del resto non a torto e quasi con sarcasmo il generale Maletti, concludendo il suo prontuario sul caso Pozzan, aggiunge: "O si dice tutto o non si dice niente" (f.30) e, come sempre, egli aveva deciso di non dire niente e imposto ai subalterni di fare altrettanto.