RESISTENZA, POPOLAZIONI E CLERO NELLA MEMORIALISTICA TEDESCA

«Maledetti partigiani!»

 

di Luca Valente

Il partigiano italiano? Un nemico sleale, disprezzato e odiato. La popolazione? Gente subdola, che trama alle spalle. Le autorità civili? Da intimidire, per piegarle ai propri voleri. Il clero? Infido, perfino i preti sono ritenuti traditori.

 

Sono lapidari i giudizi che il maggiore dei paracadutisti Otto Laun elargisce nei confronti degli italiani, e nella fattispecie dei vicentini e degli abitanti di Schio, nel diario personale redatto durante la guerra. Giudizi paradigmatici, che evidenziano quale visione ostile delle genti venete albergasse nella mente dell’occupante, soprattutto negli ufficiali delle unità combattenti della Wehrmacht. 

Nel caso di Otto Laun tali sentimenti sono esasperati dal particolare momento in cui vengono scritti, ovvero gli ultimi giorni di guerra, quando la sconfitta tedesca risulta evidente perfino ai più fanatici, e dall’appartenenza dell’ufficiale ad un corpo d’élite, quello dei Fallschirmjäger (paracadutisti), tra le truppe più efficienti e motivate schierate dalla Germania su tutti i fronti della 2ª Guerra mondiale.

Laun, classe 1908, originario di Lüneburg, veterano di mille campagne compresa la durissima battaglia di Monte Cassino, ha comandato in precedenza il 1° Battaglione mitraglieri e il 1° Battaglione mortai della 1ª Divisione paracadutisti: specialista nell’impiego coordinato delle due armi, all’inizio del 1945 è stato posto alla guida della "Scuola per armi congiunte", istituita dal generale Richard Heinrich a Schio, nell’Alto Vicentino, per mandarvi gli ufficiali ed i sottufficiali trasferiti dalla Luftwaffe e dalla fanteria e mancanti dell’addestramento necessario al combattimento sul terreno. 

Il 22 aprile 1945 il maggiore Laun riceve un secco ordine dal fronte del Po, oramai al collasso sotto l’urto delle armate angloamericane: la "porta" di Schio deve essere tenuta aperta ad ogni costo, per permettere il concentramento e il deflusso verso il Trentino dei resti del 1° Corpo paracadutisti in ritirata attraverso le province del Veneto. Inizia per Laun, che ha a disposizione forze esigue, un confronto serrato con le autorità locali, con il clero, con i partigiani della zona: un confronto fatto di colloqui condotti sul filo del rasoio e di scontri armati, che si risolve in una battaglia e in un accordo finale il successivo 29 aprile. 

 

Il maggiore Laun teme il partigiano italiano: "È un dato di fatto che i rilievi montuosi attorno a Schio e la zona tra Schio ed Arsiero pullulino di partigiani, i quali aspettano solamente il momento più opportuno per poterci assalire ed annientare», scrive alla data del 22 aprile, aggiungendo il giorno successivo: «A Schio è ancora tutto tranquillo. Ma è chiaro, si tratta della quiete prima della tempesta. [...] La calma che regna è sospetta. Tutto ciò che si nota sono movimenti di civili, donne e bambini che cercano di raggiungere i monti circostanti». E ancora, il 25 aprile: «A Schio continua a regnare la quiete, ma si percepisce il brulichio, si scorge la paura degli abitanti, e noi stessi siamo assai cauti e pronti a tutto".

 

Una situazione vissuta dall’ufficiale in uno stato di estrema tensione, con il timore di un imminente attacco dei partigiani, posizionati sulle colline. 

 

Una prima impennata della tensione la si ha il 26 aprile, quando l’arciprete di Schio, monsignor Girolamo Tagliaferro, si reca al comando del maggiore, accompagnato da un altro sacerdote e da un civile, per chiedere la ritirata dei paracadutisti. Laun rifiuta decisamente, e passa al contrattacco.

 

Così è descritta la scena nel suo diario: "Aggiungo che se egli riesce a far valere la sua autorità presso i partigiani affinché questi non compiano subdoli attacchi, tendendo imboscate travestiti da borghesi apparentemente innocui, e a spiegare ai loro capi, i quali, a quanto mi è noto, appartengono tutti alla sua chiesa, che noi reagiremo con la violenza solo se attaccati, allora sarà sicuro di poter proteggere la sua città da qualsiasi azione militare. Quanto accadrà nei giorni seguenti non dipende quindi da noi, bensì dai cittadini stessi. [...] Non so se quell’anziano uomo riesce a capire cosa intendo dire. È profondamente addolorato ed esce a passo lento. Appare totalmente stupefatto per il fatto che tutti i miei soldati di guardia gli porgano il saluto militare. Uno dei suoi accompagnatori non ha proferito parola, ma i suoi occhi sprizzano odio. Alla fine anche i preti sono uomini".

 

Emerge chiaramente, dunque, l’opinione del maggiore nei confronti dei partigiani: un nemico subdolo. E anche il clero è percepito come ostile. 

 

Poche ore dopo Laun riceve la richiesta di un colloquio in Municipio da parte del Commissario prefettizio, Giulio Vescovi: proposta rifiutata sdegnosamente, perché «le riunioni hanno luogo esclusivamente nella mia sede di comando».

 

Vescovi si reca allora al comando del maggiore, che per impressionarlo lo conduce sul tetto dell’edificio ed ordina via radio ad un cannone posizionato nel vicino paese di Torrebelvicino di sparare un colpo sopra la città: "Il Commissario prefettizio mi prega nuovamente di risparmiare la città. Gli assicuro che lo farò se i partigiani si asterranno da qualsiasi azione violenta contro di noi".

 

La giornata si chiude con un terzo colloquio, quando si presenta un emissario partigiano. Le trattative si concludono solo alle due della notte: Laun gioca come il gatto col topo col suo interlocutore, lo minaccia e bluffa; dimostra di non fidarsi minimamente di lui, anche se intimamente teme il futuro immediato, come confermano le sue parole: "Il maggiore Neumann ed io non siamo minimamente convinti che le nostre condizioni saranno accettate, ma almeno abbiamo guadagnato del tempo durante il quale arriverà la 1ª Divisione, e noi non saremo più soli con una manciata di uomini. Siamo stremati e i nervi sono tesi all’inverosimile".

 

La fiducia negli italiani è pari a zero. Si trasforma in puro disprezzo e tocca le corde dell’odio quando due giorni dopo, a tregua in vigore tra le due parti, i partigiani uccidono un soldato di Laun:

 

 

"Giunge l’imbrunire quando dalle salmerie del Battaglione mitraglieri arriva un portaordini con la notizia che i partigiani hanno sparato al caporale Winkelmann. Vado immediatamente sul posto. Winkelmann è morto. Assassinato subdolamente, mentre stava prendendo dell’acqua per il radiatore della sua auto. Qualche partigiano è riuscito a penetrare nella zona protetta con l’unico intento di poter compiere un assassinio. Mi risulta insopportabile l’idea di non poter vendicare contro il vile assassino la morte di quest’uomo onesto, che ora non rivedrà la moglie e i suoi tre bambini. Al calare dell’oscurità lo seppelliamo. È un momento assai amaro".

 

 

 

Confrontando il testo in lingua originale, appare maggiormente significativa la scelta lessicale: sono usate parole come "heimtückisch" (sleale/maligno/perfido), "geschlichen" (strisciare/muoversi di soppiatto/infiltrarsi), "morden" (assassinare), "Mordgesellen" (assassino). E per sottolineare la natura oltraggiosa dell’uccisione, Laun si sofferma su cosa stesse compiendo Winkelmann in quel momento: impegnato a procurarsi dell’acqua per la sua auto, viene dipinto come una creatura innocente che cade vittima della nefandezza altrui. 

 

Ancora un sacerdote è vittima degli strali lanciati dal maggiore. Siamo al 29 aprile, la situazione è precipitata: con la ritirata tedesca da Schio già iniziata e a buon punto, i partigiani passano all’attacco rompendo la tregua stabilita e scatenando l’ira del maggiore. Un attimo prima che il fuoco si scateni Laun scorge sul campanile il cappellano del Duomo, don Mario Brun, fiancheggiatore della Resistenza, intento a lanciare segnali. La sua è una reazione di rabbia e sorpresa: più tardi, all’interno del Municipio dove sono riprese le trattative, l’ufficiale indica con foga ai suoi interlocutori il prete sul campanile, quasi a dimostrare loro che non è impazzito nelle sue argomentazioni.

 

E in un astioso commento aggiunto al diario, pubblicato sulla rivista "Der Deutsche Fallschirmjäger" ("Il paracadutista tedesco") tra il maggio 1965 ed il febbraio 1966 con il significativo titolo "Il vecchio diario risveglia le rimembranze. Vent’anni fa Schio era un nido di partigiani molto attivo e pericoloso", l’ex maggiore aggiunge:

 

 

"Mi chiedo cosa pensi oggi quel prete che sul campanile della chiesa diede il segnale per l’inizio delle uccisioni, e mi chiedo anche quali pensieri gli passino per la testa quando, vent’anni dopo gli avvenimenti qui descritti, insegna ai bambini del suo comune il comandamento "Non uccidere""

 

Le ore delle serrate trattative finali, sfociate verso sera in un nuovo accordo dopo una battaglia infuriata per qualche ora, offrono ancora esempi degli stati d’animo dell’ufficiale nei confronti degli italiani. Sentimenti, a quanto pare, condivisi anche dal comandante della 1ª Divisione:

 

 

«Esco sul balcone del Municipio, grido al generale Schulz quali sono gli accordi e gli chiedo di poter garantire con la mia persona alla città di Schio che ce ne andremo senza compiere alcuna azione ostile. Dapprima il generale rifiuta, dicendo che ha ben potuto notare come gli italiani rispettino i patti».

 

Laun rimane comunque come "ostaggio", e come tale rischia anche di essere fucilato. Ancora una volta il suo disprezzo è palese nella descrizione della scena:

 

"Sono circa le 15. Improvvisamente le porte dell’ufficio si spalancano ed entrano una decina di italiani gesticolando selvaggiamente. Agitano pistole e mitra tedeschi e inglesi, e gridano tutti assieme. Appare il Commissario prefettizio, accompagnato da tre uomini che non ho visto finora in Municipio. Cerco di scoprire cosa stia accadendo. Beh, per me è una bella sorpresa. Gli italiani non chiedono né più né meno di potermi fucilare immediatamente. Il mio interprete diventa bianco come un cencio, ma riesce a mantenere un certo sangue freddo. Il Commissario prefettizio, intanto, riesce a riportare l’ordine e la calma. I partigiani stanno in un angolo della stanza, ma due si sono messi alle mie spalle e puntano "molto amichevolmente" i loro mitra contro la mia schiena. Dopo un po’ viene fuori che una colonna di veicoli tedeschi - deve essere quella del 3° Reggimento - è passata per la piazza davanti alla chiesa: in una delle abitazioni lì vicino un anziano uomo ha aperto una finestra, e subito uno dei nostri soldati ha sparato uccidendolo. Per questo io ora devo essere fucilato. Il Commissario prefettizio si consulta con gli altri e con il portavoce di quella sorta di invasori nella stanza a fianco. È un acceso scontro verbale. Non posso comprendere le parole, ma dal contegno dell’interprete intuisco che il Commissario prefettizio è riuscito ad imporsi. Gli intrusi abbandonano la stanza lanciandomi terribili imprecazioni e lasciandosi alle spalle un’indefinibile scia di vino rosso, aglio e quant’altro".

 

Ancora una volta il lessico originale dà maggior spessore alla tirata denigratoria. Questa decina di persone viene chiamata una sola volta partigiani: il maggiore sembra quindi conceder loro controvoglia quella sorta di legittimità che deriva dall’appartenere ad un gruppo ben definito. In tutti gli altri casi Laun si riferisce a loro con il semplice termine di italiani o con quello, assai meno neutro, di "Eindringlinge" (intrusi/invasori). E questo gruppo di individui sembra essere il ricettacolo di tutti quei modi di fare che, per gli stranieri, sono tipici tratti italiani. Essi entrano infatti gesticolando e urlando tutti insieme. Carica di significato, ancora una volta, è la scelta delle parole: "aufgerissen" (spalancata violentemente),"wild" unito a "gestikulierend" (gesticolando selvaggiamente), "stürzen" (precipitarsi), "schreien" (urlare),"durcheinander" (in modo confuso).

 

Si incontrano poi espressioni come "fuchteln" (agitare/dimenare) e "wüsten Verwünschungen" (terribili maledizioni), cariche chiaramente di una connotazione tutt’altro che positiva. Il disprezzo contro costoro è tale che anche quando essi non sono più presenti, evidenti tracce della loro "natura abbietta" rimangono olfattivamente percepibili. 

 

Laun, d’altra parte, sembra voler far intendere più volte che i suoi interlocutori pensano più alla bottiglia che alla drammatica situazione, segnalando i brindisi che arrivano dalle stanze vicine. Ne fa riferimento anche quando descrive il suo rapporto con l’interprete, un ingegnere del lanificio Rossi: "L’interprete stesso non vuole starsene seduto "a becco asciutto", e poiché non disdegna certo un buon bicchiere di vino va a prenderne una bottiglia".

 

Qui la controparte viene ulteriormente ridicolizzata, in quanto priva di scaltrezza. Il poveruomo viene descritto come esempio di scarso acume: manovrando le leve giuste Laun riesce a raggiungere i propri scopi senza che egli, fatto passare per un ingenuo, si renda conto di essere stato gabbato. Viene infatti indotto, con l’allusione a possibili sabotaggi, a far spostare i prigionieri tedeschi dal cortile del lanificio Rossi alla caserma Cella, da dove sempre con l’inganno, aggiungendo postille ai biglietti che i portaordini distribuiscono ai vari reparti, Laun riesce a far passare la colonna principale in ritirata alla quale essi si aggregano giocando i partigiani, con grande soddisfazione dell’ufficiale. 

 

Solo in un’occasione Laun ha parole di stima per un italiano: succede nella giornata del 28 aprile, quando con alcuni suoi uomini compie un raid a Vicenza, in mano partigiana e delle prime pattuglie dell’88ª Divisione americana, per portare in salvo una decina di segretarie dello Stato maggiore. A guidare il camion utilizzato per la missione è un autista italiano che al ritorno, dopo una serpentina impazzita tra le vie della città sotto il fuoco avversario, riceve mille elogi dall’ufficiale e dai suoi uomini. Ma è l’unica concessione del maggiore: la chiusura del diario e il commento aggiunto negli anni Sessanta sono ancora una volta significativi:

 

 

 

"Quando l’artiglieria ha lasciato Schio non ci sono più truppe tedesche in città, e gli americani non sono ancora arrivati. A Schio si scatena pertanto la plebaglia. Non rientra nei compiti di questo articolo descrivere l’orrore della notte del 29 aprile, ma immagino che ogni patriota italiano ripensi a quelle crudeltà e a quel delirio omicida provando un forte senso di vergogna".

 

 

I sentimenti di Laun, d’altronde, sono comuni all’epoca a molti altri ufficiali della Wehrmacht. Durante la ritirata nel Vicentino il generale Heinz Trettner, classe 1907, originario di Minden (Vestfalia), comandante della 4ª Divisione paracadutisti, subisce diversi attacchi partigiani nei dintorni di Vicenza e Bassano e il suo Stato maggiore viene infine preso prigioniero nei pressi del lago di Caldonazzo. 

 

 

In una deposizione fatta da prigioniero di guerra agli alleati Trettner è molto critico nei confronti dei partigiani:

 

«Dalle mie poche esperienze posso ricavare quanto segue circa i metodi di combattimento dei partigiani:

 

a) i partigiani combattevano sempre in abiti civili e non potevano essere distinti dalla popolazione civile;

 

b) evitavano sempre i combattimenti con le truppe regolari limitandosi ad imboscate contro veicoli isolati o contro gli approvvigionamenti;

 

c) facevano operazioni di spionaggio non per gli Alleati come poteva sembrare, ma per i loro stessi interessi;

 

 

d) cercavano di rinforzare le file con sbandati e disertori della Wehrmacht e con l’aiuto di questi di minare il morale delle truppe, specialmente di quelle appartenenti ai quartier generali di città e dei soldati che rientravano dai permessi. Essi avevano ragazze, denaro, abiti civili e documenti, tutto alla loro più completa disposizione;

 

 

e) alla trasmissione di ordini e messaggi si provvedeva quasi esclusivamente con donne e bambini. Si trattava di un’organizzazione funzionante e molto estesa. Se una staffetta veniva catturata questa conduceva solo ad una catena di staffette che nulla sapevano dell’organizzazione e dell’attività dei guerriglieri;

 

 

f) l’atteggiamento della popolazione nei confronti dei partigiani era per la maggior parte neutrale, se non dichiaratamente ostile. La popolazione era tiranneggiata, depredata e minacciata, e in molti casi temeva la vendetta dei partigiani se li avesse denunciati;

 

 

g) gran parte dell’attività partigiana ebbe luogo sotto copertura della Croce Rossa negli ospedali civili e militari, dei quali fu fatto un uso vergognoso;

 

 

h) i partigiani non furono esenti da atti di crudeltà. Non era cosa rara per loro assassinare persone ritenute pericolose, maltrattare o uccidere prigionieri. Riassumendo, l’attività dei partigiani deve essere considerata come un’attività totalmente illegale: essi non combatterono sotto i loro veri colori o come un esercito di liberazione equipaggiato di una insegna riconoscibile, ma fecero uso di tutti gli artifici della organizzazione segreta e cospiratrice, e perseguirono i loro fini illeciti attraverso mezzi criminali".

 

Anche scendendo di grado le valutazioni nella sostanza non cambiano. Il tenente Bernd Voth (3ª Compagnia, 114° Battaglione genieri, 114ª Divisione Jäger), di Lanhstein (Coblenza), costretto ad una spossante marcia di retroguardia tra Vicenza e Schio nella notte fra il 28 e il 29 aprile 1945, fa tappa in un piccolo paese:

 

"In un villaggio a circa 10 km da Schio dovemmo fare una sosta perché eravamo stremati per la fame e la stanchezza. In una grande fattoria una donna dai modi cordiali ci diede da mangiare della polenta. [...] La mattina del 29 aprile la donna che ci aveva ospitati ci svegliò improvvisamente, dicendo che alcuni partigiani giravano su un’auto per le strade del paese, schiamazzando e sparacchiando".

 

Se da una parte c’è apprezzamento per l’aiuto dei civili, dall’altra l’azione partigiana sembra essere, nel dattiloscritto steso da Voth per ricordare la sua esperienza di guerra in Italia, una "chiassata" di giovani del posto. 

 

Nelle medesime ore un soldato semplice appena sedicenne, Jürgen Niedbal, artigliere nel 1028° Reggimento della 155ª Divisione fanteria, si mette in moto da Vittorio Veneto. Anche Niedbal, nato a Senftenberg (Berlino), fa tappa nel Vicentino:

 

"Rimasi durante la notte a Schio, alloggiato in una casa privata situata in una piazza. Mi ricordo indistintamente di alcune persone, ovviamente la famiglia abitante nella casa. Fra loro c’era un anziano uomo dai capelli bianchi, che portava una grande barba bianca. Questi andava in giro chiedendo in continuazione: "Dove è la mia pipa?" [in italiano nella testimonianza]".

 

La mattina seguente, però, il giovane soldato, aggregatosi ad una colonna in bicicletta, viene colto in un’imboscata partigiana. Tra i tedeschi vi sono morti e feriti, compreso Niedbal che è trasportato all’ospedale, ma non è in grado di dire quale sorte sia stata riservata ai compagni:

 

"Non potei vedere come si comportarono quei civili armati, probabilmente partigiani comunisti, nei confronti dei soldati tedeschi, fossero questi illesi o feriti». Sembra quasi di cogliere un sospetto, ed infatti poi aggiunge: «In ospedale, durante la notte tra il 29 ed il 30 aprile, fui improvvisamente destato da un ufficiale che non conoscevo e che mi chiese i dati personali. Costui mi disse che gli ufficiali che facevano parte del mio convoglio, anche quelli feriti, erano stati giustiziati sul posto dai civili armati".

 

Un episodio che non è stato possibile né confermare né smentire. Possibile che l’ufficiale si riferisca invece all’uccisione a bruciapelo del capitano dei paracadutisti Andreas Hagl e di altri cinque militari tedeschi, avvenuta la sera del 29 aprile, dopo che si erano arresi, nel vicino paese di S. Vito di Leguzzano. In Germania, presso il Bund Deutscher Fallschirmjäger (Lega dei paracadutisti tedeschi), si ritiene peraltro che dopo essere finito nelle mani dei partigiani Hagl sia stato eliminato in modo atroce, e cioè torturato e appeso per le gambe con la testa sopra un formicaio. Al di là dell’episodio, Niedbal esprime però riconoscenza verso chi si prese cura di lui, ammettendo nella sua testimonianza di essere stato trattato e curato bene. 

 

Anche il berlinese Kurt Baden, caporale nel 2° Battaglione Panzergrenadieren, 9° Reggimento, della 26ª Divisione corazzata, riconosce alcuni atti generosi dei civili veneti, come quando un’anziana donna gli dà dei calzini asciutti, o quando un uomo lo ospita offrendogli del vino, oppure ancora quando qualcuno si prende cura di un suo camerata gravemente ferito dopo uno scontro:

 

"Salta fuori un italiano con una fascia della croce rossa sulla manica della sua giacca da civile. Molto probabilmente è un sanitario dei partigiani. Ma questo non ha più nessuna importanza, ora. Gli regalo il carretto in cambio della promessa di portare Willi Preuß da un medico". Aggiungendo: "Nel luglio del 1955 ricevetti una lettera da Preuß. L’uomo mantenne la sua parola e lo portò in un posto di medicazione degli americani".

 

Ma sono poche eccezioni: dal suo libro, che racconta della ritirata fra le province di Padova e di Vicenza e quindi nel Trevigiano e nel Bellunese, oltre all’ansia per possibili agguati, che emerge ad ogni riga, traboccano odio e disprezzo per i partigiani. Dipinti come assassini, quando descrive file di fanti tedeschi impiccati agli alberi tra Bassano e Cittadella, o come vigliacchi che fuggono dopo la prima raffica nella descrizione di un’imboscata nei pressi del fiume Bacchiglione:

 

 

"Durante la marcia verso la nuova area di operazione, lo Stato maggiore del 9° Reggimento granatieri corazzati viene attaccato da 200 partigiani da una distanza di 500 metri. I mezzi corazzati che accompagnano lo Stato maggiore avanzano, aprono il fuoco e i valorosi italiani spariscono come risucchiati dalla terra".

 

Nella sua marcia disperata il gruppo di Baden si apre la strada combattendo contro le punte avanzate americane, sbaragliate in un contrattacco a San Pietro in Gù, e contro i partigiani. È a Montebelluna, il 30 aprile 1945, che avviene lo scontro più duro con questi ultimi. Dopo un fallito tentativo di parlamentare tra Baden e il suo tenente e quattro partigiani con una fascia bianco-rosso-verde al braccio e mitra in mano, che chiedono la resa immediata e la consegna delle armi, inizia uno scontro casa per casa che volge a favore dei tedeschi, meglio armati e addestrati.

 

Baden usa parole sferzanti, che chiamano in causa l’opportunità o meno di attaccare un nemico in fuga, questione sovente dibattuta in relazione, ad esempio, alle stragi tedesche perpetrate in Veneto come reazione ad attacchi partigiani:

 

"Intanto alcuni uomini della nostra colonna hanno messo in posizione un cannone leggero da fanteria e un pesante mortaio e sparano sull’incrocio successivo. Quando ci arrivo, un paio di italiani stanno trasportando un civile su una barella. Una grassa donna che sventola un cencio bianco corre in strada e ci urla che dobbiamo smettere di sparare. Questi idioti di italiani avrebbero dovuto pensarci prima. Invece di essere contenti che finalmente ce ne andavamo, tentano invece di sbarrarci la strada mentre stiamo ritornando in patria; e questo solo perché credono che se ora ci sparano addosso potrebbero guadagnarsi più facilmente l’accesso al gruppo dei vincitori. Ma gli alleati sanno già da parecchio tempo in che considerazione devono tenere questi suonatori di organetto! Quando gli italiani notano che la faccenda si fa seria, ci offrono libero transito. Il tenente dà l’ordine del cessate il fuoco".

 

Poche righe dopo ancora espressioni di astio: "Arriva zoppicando Paul Klement. Un porco gli ha sparato a tradimento - si tratta di una ferita alla coscia - e il proiettile è rimasto dentro. Lo medicano e viene caricato su un’autoambulanza. Klement viene trasportato con l’ambulanza all’ospedale di Montebelluna. Dopo la nostra ritirata i partigiani entrarono a forza nell’ospedale e volevano sparare ai feriti tedeschi». Poi, non appena il grosso della colonna è ripartito, Baden accusa i partigiani di un nuovo attacco che infrange gli accordi presi: «Non ci vuole molto perché dietro di noi inizino gli orrori. I partigiani sparano con le mitragliatrici sulla colonna che attraversa il centro abitato. Si sentono le urla dei feriti".

 

Mano a mano che il racconto prosegue, aumenta l’odio del giovane caporale. Nelle prime ore del 1° maggio la colonna è pesantemente attaccata dai partigiani, definiti «cecchini sanguinari», mentre attraversa una stretta via del centro abitato di Belluno. Qualche ora dopo Baden entra in un’improvvisata infermeria:

 

"Mi occupo di Horst Halusa. Un giovane e magro assistente medico gli ha prestato le prime cure. È tremendo quello che vedo. Si potrebbe gridare dalla pietà e dalla disperazione. Nella stanzetta giacciono come minimo venti feriti gravi, la maggior parte di essi ha ferite alla testa. A fianco di Halusa c’è un fante ferito gravemente al capo. Ad esclusione di due piccoli fori per la bocca e il naso, tutto il volto è coperto e fasciato con una garza. Quando inspira si sente un rantolo, e allo stesso tempo esce del sangue schiumoso dai fori lasciati nella fasciatura per permettergli di respirare. Povero ragazzo, manca poco che mi metta a piangere. Non è possibile trattenersi. Se potessero essere trasferiti immediatamente in un lazzaretto come si deve ed essere operati, e invece qui soffrono senza speranza e prima o dopo muoiono. Maledetti partigiani!". 

 

Come nel caso del maggiore Laun, anche un sacerdote è guardato con sospetto: "Entra un parroco italiano e mi chiede se Horst è cattolico. Non lo so. Di sicuro gli vuole porgere l’estrema unzione. Gli tiene un tubicino sotto il naso, lo spruzza con acqua benedetta e gli fa il segno della croce sulla fronte. Io impreco sottovoce contro i partigiani. Il piccolo e grasso prete - è un uomo già anziano un po’ pelato - fa una faccia perplessa e si dilegua. Perlopiù i fratelli sono in combutta con i partigiani, per i quali agiscono come spie o delatori".

 

Baden e i suoi compagni sono infine presi prigionieri con l’inganno da un connazionale passato coi partigiani, e condotti in quota:

 

"Risaliamo il monte verso le postazioni occupate dai partigiani rossi. A metà strada emergono improvvisamente da una caverna. Sono vere e proprie figure da operetta, che come tali si danno un mucchio di arie. Uno di loro ha in testa un berretto coloniale tedesco, ma l’ha rovesciato e lo porta con la fodera rossa all’esterno. Altri hanno fissato alle loro giacche con aghi di sicurezza i piccoli gagliardetti triangolari gialli con il teschio nero che da noi si tengono a portata di mano nel caso di guerra chimica. [...] Dietro di me c’è, come guardiano in coda, un farabutto quarantenne con un fucile 98 K. Per rendersi interessante mi pungola con il calcio del fucile, ma subito fa un passo indietro quando mi volto furente: stiamo infatti sul limite di un pendio ed evidentemente ha paura che lo butti di sotto. [...] Veniamo perquisiti. Una di quelle canaglie trova tre manciate di pallottole per mitra nella tasca al ginocchio dei miei pantaloni mimetici. Gli viene un attacco d’ira, mi punta il mitra al petto e dice: "Fucilare!". Ogni tanto uno di quei banditi mi allunga un ceffone, un altro mi strappa il distintivo delle truppe corazzate e lo getta per terra su un mucchio di altre decorazioni e distintivi. [...] Quei loschi fratelli non hanno ancora trovato però il mio denaro, infilato nella tasca posteriore dei miei pantaloni militari".

 

Per un breve attimo la descrizione cambia registro:

 

"Un uomo compassionevole mi mette in mano un consunto portasigarette di ottone con cinque sigarette, un altro mi dà una coperta. Qui su non sono poi tutti cattivi, ma tra i partigiani ci sono anche molti farabutti»), per poi tornare in sintonia con la narrazione precedente descrivendo una fase successiva della prigionia: «Invece di darci qualcosa da mangiare, [un partigiano] distribuisce ceffoni. Poiché non intendo fare da scimmietta a questa canaglia, vado in bagno, mi tolgo i galloni e la fascetta del corpo con compiti speciali e mi infilo in tasca le spalline. Trovo il mio comportamento tutt’altro che onorevole, ma almeno vengo lasciato in pace. Non ha senso voler mostrare di aver carattere in questa situazione. Siamo capitati che di peggio non si poteva in mano a questi partigiani comunisti. Dopo un corteo di propaganda attraverso il paese organizzato dai partigiani il 2 maggio, vengo alleggerito infine anche del mio denaro durante l’ultima perquisizione. Durante il tempo trascorso con i partigiani comunisti tutto quello che ho ricevuto è stato mezza tazza di zuppa e una fetta biscottata".

 

Qualche giorno dopo avviene la consegna agli americani: "All’uscita dal paese di Agordo ci sono delle italiane che distribuiscono uova sode e patate lesse ai prigionieri che passano. Sicuramente le donne vogliono porre riparo a quello che ci hanno fatto passare i partigiani".

 

Una voce diversa la si trova in un breve memoriale sugli ultimi giorni di guerra steso dal maggiore Georg Siemon, comandante della piazza di Thiene, ancora nel Vicentino. Il periodo è lo stesso, la figura di militare differente. Siemon, classe 1901, nativo di Obermelsungen (Kassel), non è un combattente di prima linea: si trova a Thiene dal giugno 1944 come responsabile di un reparto addetto alla riparazione di strumenti della contraerea dislocato nella cittadina.

 

 

 

Il suo approccio alla realtà locale è profondamente diverso: intrattiene cordiali rapporti con la popolazione e molti esponenti del clero, diventando amico in particolare di don Luca Candiotto, amministratore e poi rettore del Seminario minore della diocesi di Padova, ospitato al Barcon assieme alle officine tedesche. In diversi casi, inoltre, diventa difensore degli interessi (e delle vite) dei civili nei confronti dell’autorità militare superiore. Atteggiamento coerentemente mantenuto anche negli ultimi giorni di aprile del 1945. 

 

In quelle ore convulse Siemon dimostra di avere una certa fiducia nel comportamento dei vicentini:

 

"Ero fermamente convinto che prima di mettere in atto una qualsiasi azione contro la nostra zona militare si sarebbe recato da me un rappresentante del comando dei patrioti per conoscere il nostro atteggiamento». Prende invece le distanze dalle forze armate fasciste presenti in loco, la Brigata nera di Fara e i reparti della Decima Mas dislocati a Thiene e nei paesi limitrofi, dichiarando di non aver avuto nulla a che fare con essi ed anzi, di essersi opposto in passato al loro operato (ad esempio nella fucilazione di cinque ostaggi a Carrè come rappresaglia da parte del Battaglione "Fulmine" l’8 aprile precedente). E, ricevuto il 24 aprile l’ordine di trasferirsi a Brunico, decide di rimanere a Thiene: "Come comandante - la mia persona era ben nota alla popolazione - non ho eseguito subito quell’ordine per poter garantire la tranquillità e l’ordine".

 

La situazione si fa problematica con il passaggio delle truppe in ritirata, attaccate dai partigiani locali il 26 aprile. Dopo uno scontro a fuoco al quale assiste, Siemon scrive:

 

 

"Un maresciallo dei paracadutisti aveva notato due feriti che si sorreggevano l’uno con l’altro. Avvicinatisi verso di me, gridai: "Avanti, subito al riparo, fatevi medicare". Quando il maresciallo e i due feriti erano passati davanti a me, mi accorsi che il maresciallo dava dei calci ad uno dei feriti per farlo procedere più svelto. Gli intimai di smettere subito, ma lui mi fece notare, rispondendomi, che durante la notte appena trascorsa aveva perduto due camerati; gli dissi che, nonostante ciò, i prigionieri dovevano essere trattati con rispetto. Non mi era passato minimamente per la testa di uccidere i feriti. Poco distanti da noi osservavo gli uomini del mio comando, che conoscevo molto bene e che avevano sempre trattato i prigionieri con equilibrio e rispetto. [...] Vergognandomi del maltrattamento del prigioniero, scorta una donna che osservava la scena dalla finestra le imposi di chiuderla".

 

 

Il 27 aprile Siemon si dà da fare per far trasportare al sicuro alcuni civili, ordina ai suoi uomini di sgomberare le officine per evitare ulteriori scontri, chiede a don Candiotto di riferire ai partigiani che è disposto a parlamentare ed entra in trattative con loro, promettendo di allontanarsi senza far saltare gli stabilimenti locali e senza compiere azioni ostili. Soprattutto, però, evita una rappresaglia:

 

"Una colonna tedesca era stata attaccata a Sarcedo dai partigiani: stando a quanto mi diceva la telefonista, i tedeschi avevano ucciso tre partigiani e, messe al muro dodici persone di Sarcedo come ostaggi, li avrebbero fucilati qualora i partigiani avessero sparato ancora. Mi chiamavano perché li aiutassi anche in considerazione che molta gente si era venuta riunendo nella chiesa di Sarcedo. Risposi che sarei arrivato subito in macchina. La signorina mi avvertiva che i partigiani erano in giro. Mi recai subito a Sarcedo [lungo la strada Siemon avvisa i partigiani che se non avessero desistito dall’attacco non avrebbe potuto fare nulla per loro e per la popolazione, nda]. Trovai gli ostaggi in piazza vicino alla chiesa ed i soldati di guardia che avevano le armi spianate. Chiamai il comandante della colonna, liberai subito gli ostaggi e gli dissi che quanto successo era opera dei partigiani che venivano da fuori e non erano gente del posto. Diedi comunque ordine alla colonna di lasciare il paese in mia presenza. Il comandante radunò gli uomini ed i mezzi e partì immediatamente. Io ho sostato ancora una decina di minuti in casa della signora Festaro dove si presentarono delle persone, fra le quali un prete, per ringraziarmi".

 

 

L’ufficiale non riesce però ad evitare che i due feriti del 26 aprile siano fatti fucilare ed anzi entra nuovamente in contrasto con i paracadutisti in ritirata: il 28 aprile viene minacciato di deferimento al tribunale di guerra per gli accordi presi coi partigiani. Si rifiuta inoltre di far saltare le officine ed è infine preso prigioniero dai partigiani di Zugliano, che comunque lo liberano qualche giorno dopo in considerazione del suo operato.

 

Simile alla vicenda di Siemon è la storia del capitano Franz Holl. Si hanno a riguardo pochi riscontri diretti, ma numerose testimonianze indirette. È opportuno comunque citare brevemente la sua figura anche per contrapporre ulteriormente l’atteggiamento di ufficiali di presidio, spesso provenienti dalla riserva, come lui e come Siemon (più diffuso di quel la storiografia tramanda), a quello di militari combattenti come Laun e Baden. 

 

Franz Holl, uomo religioso e di cultura (fattori senz’altro decisivi), viene assegnato al comando del presidio di Torrebelvicino, nell’Alto Vicentino, nell’autunno del 1944, distinguendosi per il suo comportamento moderato, per l’equilibrio usato nel governare il paese in un difficile periodo, per la disponibilità e la generosità dimostrate nei confronti della popolazione. Sulla cinquantina, insegnante in un piccolo paese della Mosella, amante del vino e della viticoltura, non manca una messa alla domenica, sempre in prima fila col suo messale. Il "capitano gentiluomo", come è ricordato a Torrebelvicino, stringe amicizia con molte persone del paese, con le quali spesso si intrattiene passeggiando; impartisce lezioni di tedesco a chi è interessato; concede deroghe sulle chiusure dei locali e sul coprifuoco; promuove l’organizzazione di concerti e feste da ballo; si interessa perché qualche turritano possa rientrare dalla Germania; chiude un occhio, e qualche volta anche due, sulle attività partigiane, guadagnando in cambio la tranquillità del paese. 

 

Holl, inoltre, salva la popolazione della vicina Valli del Pasubio da una rappresaglia per la sparizione di un militare tedesco, intercedendo presso la Platzkommandantur di Vicenza e le SS di Padova. Un episodio al termine del quale, dopo i ringraziamenti ricevuti dal parroco di Valli, l’ufficiale risponde in questi termini:

 

"Reverendo parroco, visto che tutto ciò si è risolto bene nella vostra parrocchia, accolgo ben volentieri il vostro invito. Verrò con un mio amico italiano, il prof. Crestana di Torrebelvicino, domani verso le 14,30 per bere una bottiglia assieme". E prima di lasciare il paese perché trasferito, Holl fa redigere un messaggio di commiato: "Alla popolazione del comune di Torrebelvicino. Prendendo congedo, vi ringrazio sentitamente per la vostra fedele collaborazione e per la fiducia riposta in me. Auguro a tutti un buon futuro e spero di rivedervi dopo la guerra".

 

E in effetti, negli anni successivi, l’ex ufficiale della Wehrmacht torna in visita dalla Germania, dove ha portato con sé l’amico Mario Crestana. 

 

Assai variegato, comunque, si presenta l’universo degli atteggiamenti tedeschi durante i mesi dell’occupazione. Accanto a comportamenti come quello del capitano Holl, vi sono anche approcci del tutto diversi alle realtà locali. Il 15 luglio 1944, ad esempio, si tiene a Vicenza all’albergo Roma, sede della Platzkommandantur, la riunione dei comandanti di presidio della provincia. Tra gli argomenti affrontati si discute anche dei contatti fuori servizio con gli stranieri, cioè la popolazione vicentina.

 

Le disposizioni ufficiali sono assai severe: viene vietato ai militari ogni rapporto, anche amichevole, e gli incontri sociali devono essere prima autorizzati dai comandi. Invece per i rapporti di servizio, se non è possibile evitarli, il personale militare è obbligato a presentare un rapporto preventivo ed uno successivo all’incontro. Particolare attenzione è richiesta agli ufficiali, agli impiegati e ai funzionari di servizi speciali che alloggiano presso abitazioni civili, per i quali vige il seguente principio: «Silenzio, tenere le distanze, non prendere impegni».

 

Ogni contatto con le famiglie non strettamente necessario è espressamente proibito: per evitare equivoci i comandanti di presidio sono invitati a ripetere le disposizioni agli interessati una volta al mese. 

 

Al di là che tali disposizioni vengono frequentemente disattese (anche i militari tedeschi sono uomini e spesso instaurano legami più o meno forti con la popolazione, le famiglie, le ragazze, sebbene i civili siano considerati da molti tedeschi conniventi con i ribelli), ancora diverso è l’atteggiamento di chi, dislocato nel Veneto occupato, viene espressamente incaricato del mantenimento dell’ordine e della guerra antipartigiana.

 

Sarebbe interessante reperire fonti dirette riferibili, per restare nel Vicentino, agli uomini del 263° Battaglione orientale, inviato in provincia nel maggio del 1944 e costantemente impiegato nella repressione dei partigiani. Composto da europei orientali, perlopiù ucraini, guidati da ufficiali tedeschi, l’unità ha sede principale a Marano Vicentino e sedi secondarie a Schio, S. Antonio, Santorso, Arsiero e Asiago. Al comando vi è il quarantenne capitano Fritz Buschmeier, nominato comandante di sicurezza del settore Vicenza-Nord, con l’unico compito di combattere le bande, mediante ordine del 2 luglio 1944 del capo supremo delle SS e comandante di polizia in Italia, generale Karl Wolff. 

 

Altra unità non tedesca operante nel Vicentino nel periodo è la 9ª Compagnia della "Legione India Libera", inquadrata nella Wehrmacht con la denominazione di 950° Reggimento fanteria indiano, di stanza nell’Alto Vicentino nell’autunno del 1944. Composta da indiani ex prigionieri di guerra catturati nel 1941-42 dall’armata italo-tedesca in Nordafrica, inviata dapprima sul fronte adriatico e quindi in Veneto, l’unità è incaricata di garantire la sicurezza delle vie di comunicazione nell’area prealpina.

 

E si scontra anche con i partigiani, che le danno un certo filo da torcere, come ammette il suo comandante, il capitano Walter Tödt, di Stoccarda, in una relazione scritta nel dopoguerra: "Si dovettero proteggere soprattutto le strade che davano accesso a passi, nella zona di Trento-Vicenza-Rovereto. L’attività delle bande di partigiani italiani causò spesso intralci tutt’altro che insignificanti. In ogni caso in molte operazioni minori condotte dalla compagnia e in altre maggiori in collaborazione con unità di polizia tedesche ed italiane, i legionari dettero in diverse occasioni buona prova di sé".

 

Una situazione ancora diversa può essere considerata quella dei rapporti tra veneti ed occupante nella fase iniziale dell’occupazione, con i tedeschi ostili per principio, causa il tradimento dell’armistizio, e le popolazioni ancora ignare del dramma incombente ma comunque ben presto consce dell’arroganza dell’occupante.

 

Cosa pensa un ufficiale come il capitano delle SS Indenbirken quando, poche ore dopo aver guidato l’assalto tedesco alla caserma Cella di Schio (4 morti e 6 feriti tra le reclute italiane che si sono arrese subito), si presenta in Municipio, si siede da padrone, si accende una sigaretta e comincia ad emettere una raffica di ordini in tedesco senza nemmeno accertarsi che qualcuno lo capisca?

 

Cosa pensa quando fa requisire l’albergo più lussuoso della città e dà precise disposizioni che non manchino mai zucchero, olio, carne, burro, vino, sigarette, fiori e, nel suo salotto riservato, pretende un arredamento sfarzoso? Cosa pensa quando ordina il fermo sulle cassette di sicurezza e sui depositi, il sequestro delle auto e dei carburanti, lo stop delle conversazioni telefoniche e della corrispondenza, la consegna delle radio, la confisca delle biciclette, lo sgombero della casa del fascio (!), la ripresa immediata del lavoro nelle fabbriche? 

 

Certamente l’ufficiale, che ha bollato l’intera cittadinanza come comunista, si sente e si comporta come un padrone. E deve essersi maggiormente persuaso della cosa dopo aver rinvenuto in caserma Cella l’ordine impartito al presidio dal comando del 57° Fanteria: resistere con le armi a qualunque attacco (facendo conto su 1040 uomini, 1430 fucili, 28000 cartucce, 1600 bombe, 25 mitragliatrici pesanti e 30 leggere, ciascuna delle quali dotata di 20 nastri, ed un cannone anticarro con 200 proiettili). Tanto da dichiarare pubblicamente, in Municipio:

 

"Se io fossi stato nell’interno della caserma con i miei dodici uomini e mi avessero attaccato le forze di cui disponeva il maggiore italiano, avrei resistito almeno per un’ora; se poi, nell’interno, avessi avuto a disposizione le forze italiane, gli attaccanti non avrebbero sparato più di due minuti. Io arrossisco per il comandante italiano!".

 

Luca Valente

 

Pubblicato su Venetica 2005. Rivista degli Istituti per la storia della Resistenza di Belluno, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza.

"Memoria della Resistenza. Una storia lunga sessant’anni". Giugno 2005


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