Venezia 1915 veduta12

 

 

Diciassettesima incursione aerea nella notte del 16 luglio 1916.

Sette velivoli austro-tedeschi volano su Venezia e poi su Treviso ove lanciano 40 bombe. – Un velivolo nemico viene abbattuto e gli aviatori sono trovati morti. – L’attacco ha inizio alle ore 21.59.

 

 

Il tuonare del cannone lontano conferma l’avvicinarsi degli aerei.

 

 

Le artiglierie antiaeree della costa iniziano il fuoco contro gli assalitori, i quali giungono, passano sulla città cannoneggiati, mitragliati, avvolti in spire di fuoco e di piombo.

 

 

Altri aerei sopraggiungono ad uno ad uno, prendendo direzione verso il ponte ferroviario e la laguna, sorvolando Venezia senza gettar bombe.

 

 

I colpi antiaerei inseguono gli assalitori; poi il tiro si fa sempre più debole, più lontano, fino a che cessa.

 

 

Al silenzio più assoluto segue il segnale che il pericolo è passato.

 

 

I velivoli nemici rispettano anche questa volta Venezia; non così Treviso, che viene bombardata con gravi danni.

 

 

Un velivolo austro-ungarico viene abbattuto e i due aviatori sono trovati morti.

 

 

Diciottesima incursione aerea nella notte del 9 agosto 1916.

Rappresaglia aerea nemica per la presa di Gorizia – Diciassette velivoli austro-tedeschi tentano di incendiare Venezia, gettando sulla città 100 bombe fra esplosive ed incendiarie, che producono 32 incendi, uccidono 7 persone e ne feriscono 4. L’incursione ha inizio alle ore 21.18.

 

 

Venezia 1915 SMaria Formosa

S.Maria Formosa: principio d'incendio sulla cupola

 Venezia 1915 incursione agosto 1916

Gli effetti delle bombe incendiarie all'interno della Chiesa di S.Maria Formosa

Venezia 1915 Cotonificio 18a

Il Cotonificio Veneziano distrutto dall'incendio 

Venezia 1915 consolato di svezia

Danni al Consolato di Svezia 

Venezia 1915 Palazzo Marcello

Palazzo Marcello 

 

 

 

 

La notte è calma, serena, l’afa grava sulla città immersa nell’argenteo splendore lunare.

 

 

Nelle calli e nei campi passa lento e mesto qualche gruppo di persone, chi con un materasso sulle spalle, chi con una sgangherata seggiola, qualche donna tiene in collo o al seno il suo bambino, seguita dal più grandicello che non vuol star fermo e tenta di scappare: “Sii bon che andemo a rifugio”; presaghi forse della nottata d’inferno che dovevano trascorrere, si sentivano mal sicuri nelle loro case e si recavano ai rifugi.

 

 

Il silenzio è rotto di tanto in tanto dalle sentinelle delle altane che gettano il grido: “Per l’aria, buona guardia” e questo ritornello è ripetuto dalle sentinelle delle altre altane, passando da un osservatorio all’altro, fino al punto estremo della città.

 

 

La fioca luce azzurrognola si spegne sia nelle strade che nelle case, illuminate soltanto dalla bianca luce lunare.

 

 

Un lontano rumore di motori rompe il silenzio: “I xe qua – i xe qua” si grida.

 

 

Qualche voce di donna che chiama i vicini, qualche pianto di ragazzo, lo sbattacchiar di porte e finestre, molti si rinchiudono nelle case, altri vanno al rifugio più prossimo, e i ritardatari chiedono asilo alla prima dimora ospitale.

 

 

La sirena dell’Arsenale dà l’allarme, che le altre ripetono lamentosamente.

 

 

Ecco il primo colpo di cannone seguito da altri colpi ad intervalli e già i cannoni antiaerei delle navi e del litorale aprono il fuoco incrociato tra i fasci di luce dei riflettori.

 

 

Qualche vecchierella attorniata dai nipoti e dalla famiglia dice il Rosario, e prega invocando Dio e San Marco perché tutelino i suoi cari.

 

 

La fucileria e le mitragliatrici delle altane fanno eco alla scoppio degli shrapnels unito al rumore prodotto dai motori nemici, che aumenta sempre più.

 

 

L’orizzonte si accende di un palpitare tumultuoso di vampe, mentre i colpi di cannone echeggiano cupi e si sgranano vomitando proiettili.

 

 

La notte è solcata dallo scoppio ininterrotto degli shrapnels e delle granate, che punteggiano il sereno di vividi bagliori, facendo cadere sui tetti delle case, sulle cupole e sulle strade, con monotono picchiettìo, palline e schegge.

 

 

E quelle bocche da fuoco che continuamente s’infiammano, divampano, scoppiettano, sembra abbiano un’anima.

 

 

O Venezia! A nulla vale lo sforzo dei tuoi difensori, gli sparvieri giungono, si avvicinano, sono sopra di te, non risparmieranno gli inermi, né le tue donne, né i tuoi bambini, né le tue chiese, né i tuoi monumenti. Solo la vendetta li conduce e la brama di far pagare caro sopra di te lo scacco subìto a Gorizia, conquistata col valore di molti dei tuoi cittadini.

 

 

Nubi di fumo si addensano e si allargano sulla città, facendo cortina al bianco candore dei raggi lunari e dileguando sulla laguna come un temporale.

 

 

L’uragano dei colpi viene coperto da boati più forti; sono le prime bombe che il nemico scaglia su Venezia, le quali con il loro fragore fanno tremare la terra, scuotono le case e mandano in mille pezzi le vetrate.

 

 

E le bombe si succedono alle bombe, i boati ai boati, gli scoppi agli scoppi e i “gnoomm” delle schegge di granata passano lugubremente fischiando, insieme alle palline degli shrapnels.

 

 

Poi un po’ di tregua, un po’ di silenzio, ma subito dopo riprende il fuoco antiaereo; nuovi aerei arrivano, il rumore dei motori si avvicina sempre più e il frastuono cresce.

 

 

Si odono spaventosi boati e scoppi fragorosi di nuove bombe.

 

 

Verso Santa Marta il cielo è in fiamme: il Cotonificio Veneziano a poco a poco diventa un braciere ardente.

 

 

Nuovi rumori si aggiungono, altri motori pulsano; sono le lncie dei pompieri e della R.Marina che accorrono sui posti minacciati dall’incendio.

 

 

Tutti non curanti del pericolo compiono il loro dovere, la morte non li spaventa. Intanto il getto delle bombe continua.

 

 

Il Comandante in capo della Piazza Marittima di Venezia, S.E. Paolo Thaon di Revel, si fa portare col motoscafo nei punti della città più minacciati, impartendo ordini, sorvegliando di persona l’opera di difesa e di spegnimento degli incendi, mentre la lotta è più accanita e il nemico più si sfoga su Venezia.

 

 

Di tanto in tanto succede un po’ di sosta, ma poi la lotta ricomincia.

 

 

Un sibilo, uno scoppio più fragoroso degli altri, seguito da uno schianto che scuote la terra, e a quel fragore, a quello schianto, segue un’immane fiammata, che a taluni è sembrata uscire dalla Chiesa di San Marco.

 

 

E una colonna di fumo nerastro s’innalza cupa verso il cielo, accompagnata da miriadi di scintille.

 

 

“San Marco! Hanno colpito San Marco!”.

 

 

Passa la voce da vicino a vicino, da casa in casa. “San Marco, San Marco!” e tutti credono la Chiesa colpita; un urlo di dolore e di indignazione s’innalza, ma San Marco anche questa volta ha protetto la Sua Basilica.

 

 

L’incendio è cento metri più in là. E’ la Chiesa di Santa Maria Formosa che brucia; i nemici l’hanno colpita con una bomba incendiaria e il fuoco unito allo scoppio completa la sua rovina.

 

 

Il cannoneggiamento riprende nuovamente dopo un attimo di tregua, intanto i Mori di San Marco, spettatori impassibili di tanti incendi e rovine, battono i dodici rintocchi e il suono si espande chiaro, lento, regolare, sorprendente.

 

 

E’ la campana della meridiana di San marco che suona mezzanotte, e quei rintocchi si ripercuotono maestosamente, lenti, sonori, tanto da dar l’illusione del dominio sul fragore della lotta, che verso il cielo si svolge e verso terra s’infrange: giudici del tempo che passa e che fugge per la giustizia di un domani, per un inesorabile decreto divino che nulla può arrestare.

 

 

Gli incendi si succedono agli incendi, i più piccoli sono prontamente domati, i più grandi divampano sempre più.

 

 

Il fumo, denso, nerastro, s’innalza qua e là, unito a una bolgia infernale di faville che minacciano d’incendio le case vicine.

 

 

I pompieri, coadiuvati dalla R.Marina e da molti volonterosi borghesi, fanno prodigi, correndo in tutte le località ove gli incendi si susseguono, domando prontamente i più piccoli, isolando i più grandi.

 

 

E’ un via vai febbrile, nessuno pensa alle bombe che cadono ancora, né alle schegge di granata, né agli shrapnels che fischiano da ogni parte.

 

 

Una lode merita questo eroico Corpo, compresi i pompieri della R.Marina e tutti coloro che prestarono opera di coadiuvazione salvando Venezia da maggiori guai.

 

 

Il fuoco antiaereo si calma un poco, i tiri si fanno più radi, i motori nemici si allontanano. Ancora una decina di minuti, poi le sirene fischiano; la lotta è cessata per quella notte e il nemico si è ritirato, portando seco la “gloriosa” illusione di aver distrutto Venezia.

 

 

Vien ridata la luce, la città si ridesta; un aprirsi di imposte, finestre e porte, tutti vogliono vedere, tutti vogliono sapere e il pellegrinaggio nei luoghi colpiti incomincia.

 

 

A gruppi i cittadini se ne vanno qua e là, trovando di tanto in tanto qualche via sbarrata dagli agenti dell’ordine, ma pazientemente sostano su qualche ponte o ritornano sui loro passi e s’incamminano verso altre mete, verso altri danni, sempre calmi, ordinati, curiosi.

Le bombe incendiarie che provocarono piccoli incendi colpirono le seguenti località:

Una bomba in Calle Redivo a San Marco.

Una bomba all’Albergo Vapore a San Marco.

Una bomba in Corte della Vida a Castello.

Una bomba nel Cantiene Triantafili a Castello.

Una bomba in Borgoloco San Lorenzo.

Una bomba nella Caserma S.Giustina a Castello.

Una bomba nel Sottoportico dei Preti, a Castello.

Le bombe incendiarie che non provocarono incendi, colpirono le seguenti località:

Una bomba nella Caserma S.Daniele a Castello: lievi danni.

Una bomba in Fondamenta S.Anna a Castello: lievi danni.

Una bomba in Salizzada delle Gatte a Castello: lievi danni.

Una bomba in Calle degli Orbi a Castello: lievi danni.

Una bomba in Ruga Giuffa, Palazzo Grimani: inesplosa.

(la lista dei danni è lunghissima per cui concludiamo dicendo che “Molte altre bombe caddero nel Bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca esplodendo senza recar danni”, n.d.c.).

(Continua - cliccare su AVANTI)


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