IL GRANDE RASTRELLAMENTO DEL GRAPPA

 

Considerazioni finali

 

di Angela Rosato

 

Dall’analisi delle fonti si possono tracciare delle considerazioni sulle caratteristiche delle azioni partigiane. Mi sembra valida la suddivisione in tre periodi: durante il primo periodo (8 settembre 1943-inverno 1944) sorgono ai piedi della montagna i primi gruppi armati, ancora incerti, organizzati attorno alle poche personalità del luogo, in cui contava più l’ascendente ed il prestigio personale che un programma politico. In questo periodo le formazioni sono numericamente insignificanti, costituite per la maggior parte da giovani residenti lungo la pedemontana.

 

 

Il secondo periodo (primavera-estate 1944) è caratterizzato dallo spostarsi dei reparti dalla pedemontana al massiccio, dove affluisce, contemporaneamente, un notevole contingente di elementi provenienti dalla pianura e da alcune città del Veneto. Alla fine dell’estate i partigiani sono circa un migliaio di uomini, suddivisi nelle brigate “Italia Libera” di Archeson, “Matteotti”, “Italia Libera” di Campo Croce e di una “Garibaldi”

 

 

Il terzo momento (fine settembre 1944-aprile 1945) vede lo sfacelo delle brigate, in seguito al rastrellamento operato dallle forze nazifasciste nei primi giorni di autunno. Il massiccio è occupato dai tedeschi, che procedono ad opere di fortificazione nei punti di maggior interesse logistico, lungo la Val del Brenta e a Campo Croce.

 

 

Soltanto nella primavera del 1945, lungo la fascia pedemontana risorgono con elementi locali nuove formazioni: battaglioni “Monte Grappa”, “Cugini Todesco”, “Italia Libera”, che operano fino alla definitiva liberazione.

 

 

C’è una profonda differenza tra l’esperienza delle origini e quella successiva al rastrellamento del settembre 1944. Gli uomini dell’autunno del 1944 non si battono per una spinta emotiva o di reazione ad un caso, ma con un chiaro intendimento politico.

 

 

Sotto un altro aspetto, sull’estrazione sociale, i gregari dei reparti partigiani della zona, che operano quasi totalmente in autonomia, nel primo e nel terzo periodo sono di origine artigiana e contadina.

 

 

Il retroterra economico e sociale della pedemontana è sprovvisto quasi totalmente di industrie: le filande di Crespano e di Cavaso assorbono una mano d’opera esclusivamente femminile. Non c’è una classe operaia vera e propria.

 

 

Di contro la proprietà agricola è estremamente spezzettata. Ad eccezione di pochi elementi del ceto artigiano, manca quasi totalmente nel popolo una precisa coscienza politica. L’estrema miseria della popolazione e la conseguente mancanza di una base culturale condizionano il sorgere di una chiara volontà di lotta.

 

 

Comune a tutta la popolazione è un sentimento istintivo di profonda avversione al fascismo. La terra è avara, povera, abbisogna di notevoli sforzi per renderla produttiva e il regime fascista, con la guerra, ha portato via tante braccia valide.

 

 

Molti sono stati i morti, in una guerra considerata inutile, i giovani, alpini nella maggior parte, sono caduti numerosi nelle campagne di Grecia e di Russia. Era venuta meno inoltre, durante il regime, una delle fonti più consistenti di sostentamento, quella che proveniva dagli emigranti.

 

 

Secondo le testimonianze degli anziani, una elevata percentuale di mano d’opera locale svolgeva un lavoro a carattere stagionale in vari paesi europei. Continuava pure l’emigrazione verso le Americhe e l’Australia, con carattere stabile oppure temporaneo.

 

 

Per tutte le famiglie delle classi più umili infine le rimesse degli emigranti costituivano un cespite di notevole rilievo, per superare l’endemico disagio economico in cui si dibattevano.

 

 

La chiusura di una valvola di sfogo così essenziale aveva reso la situazione sempre più critica per la gente della pedemontana, che si dibatteva per sopravvivere con il lavoro improduttivo dei campi e il taglio del fieno, che cresce tra le rocce delle montagne.

 

 

L’ostilità al fascismo nasce quindi come ribellione ad una struttura socio-politica, che aveva aggravato una situazione economica già di per sé pesante. Dopo l’8 settembre la popolazione è quasi tutta, per simpatia ed appoggio con i partigiani.

 

 

La classe popolare della pedemontana si mantenne ostile alla repubblica di Salò. Del tutto inutili si dimostrarono le minacce e le rappresaglie per costringere i giovani ad arruolarsi nell’esercito.

 

 

Il discorso sull’estrazione sociale dei partigiani non è univoco per i numerosi elementi che provengono dalla pianura e da città del Veneto. L’analisi si presenta assai più difficile a causa dell’assenza di dati, soprattutto nei riguardi dei semplici gregari.

 

 

Ho potuto appurare soltanto che una discreta percentuale dei nuovi venuti era costituita da ex graduati del disciolto esercito, la cui presenza determinò in seno ai reparti la fase della politicizzazione della resistenza, un tentativo tuttavia che non penetrò in profondità.

 

 

Per la tattica della lotta, si è notato come sia prevalsa in un primo tempo la tesi di rinserrare le fila sulla montagna, fino a costituire i quadri di un vero e proprio esercito, la cui consistenza si dimostrò nulla quando fu attaccato dai tedeschi e dai fascisti.

 

 

Accanto alle brigate del Grappa operano, senza esserne totalmente disgiunte le formazioni di pianura, nel territorio compreso tra Bassano e Castelfranco. Mentre i reparti del Grappa, quando stavano per entrare nella fase più proficua, sono stati dispersi, quelli di pianura vedono aumentare la propria consistenza e l’attività esattamente nell’autunno 1944 e nella primavera 1945.

 

 

I gruppi di pianura tuttavia, facenti parte della brigata “Martiri del Grappa”, si differenziano per alcuni aspetti peculiari: sono formazioni “bianche”, in cui i dissidi interni, quali potevano sorgere sul Grappa, non sussistono o per lo meno sussistono in misura relativa.

 

 

Compiono azioni di sabotaggio lungo le linee ferroviarie Castelfranco-Bassano, Bassano-Trento, Venezia-Trento, senza allontanarsi eccessivamente dalle località di rsidenza; non hanno gravi problemi di rifornimento, sono impegnati in un’azione politica più che militare.

 

 

Appare così evidente nell’ultimo periodo che la montagna aveva esaurito la sua funzione. Il nuovo teatro di lotta è la pianura.

 

Angela Rosato


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