IL GRANDE RASTRELLAMENTO DEL GRAPPA

Ottobre 1944 – aprile 1945

 

Le conseguenze del rastrellamento sulle brigate del Grappa

 

di Angela Rosato

Capitolo Sesto

 

E’ difficile stabilire l’esatto numero delle perdite subite dalle brigate del Grappa in seguito al rastrellamento. Il maggiore Pierotti affermava di aver avuto in seno alla propria formazione 95 caduti, 4 mutilati, 23 feriti e 167 prigionieri, molti dei quali furono internati in Germania.[1]

 

 

Il battaglione “Garibaldi” ebbe 31 caduti [2], 181 furono i morti della brigata “Matteotti” [3]. Per quanto concerne l’”Italia Libera” di Campo Croce non vi sono dati precisi. Il cappellano di Borso, Don Antonio Corsato, che nei giorni successivi al rastrellamento si recava a Campo Croce e dintorni per raccogliere e seppellire le salme presenta il seguente quadro:

 

 

“Si arriva in Valle Fagarola di Campo Croce, dove giaceva un morto…è Pucci di Rossano Veneto, come è sformato, a che cosa è ridotto quel giovane morto con l’arma in pugno. Ricoperto alla meglio deve essere là seppellito perché intoccabile con le mani. Asperso con l’acqua benedetta lo si copre di terra e di preci…E il secondo cadavere, compaesano di Pucci, Giampaolo Arsiè, giovanissimo di 17 anni, staffetta della brigata “Italia Libera”. La morte, si può dire, non ha ancora sfiorato quella vita esuberante, è roseo ancora, non voleva e non doveva morire…

 

E con la visione dei morti e con la tristezza nel cuore, andiamo in cerca di altri morti ancora. E si cammina per un’ora in mezzo a boschi e dirupi e in un viottolo di basso Campo Rosso troviamo un giovine con il cappello sul viso. E’ Adolfo Melchiori di Crespano… Il funerale continua e si sale per la lunga strada a Cason di Meda: una macabra visione. 8 giovani vite allineate nel segno della morte, crivellate il cervello di pallottole, con le mani legate alla schiena…sono stati i fascisti a fucilarli?

 

Erano stati presi il giorno 21 sera presso il Ponte di San Lorenzo, con due inglesi, un indiano negro e un giovine da Borso, Lino Serena….Condotti prima a giudizio a Campo Solagna, rinchiusi tutta la notte nell’albergo, al mattino seguente vengono fatti salire carichi dello zaino e delle munizioni….finchè arrivati a Monte Oro e accampati dentro una casera, passarono la notte senza dormire e tristi, pensando alla morte, che, come altri giovani, li avrebbe presto falciati.

 

Passata la notte, al mattino presto, sabato 23 vengono fatti di nuovo risalire per Cason di Meda ai piedi del Monte Grappa. Quivi non furono risparmiati come prigionieri di guerra i tre stranieri, che saranno ingiustamente e contro ogni legge internazionale, fucilati a Campo Solagna la sera della domenica 24, essendo nel viaggio di ritorno da Monte Meda. Fucilato fu pure il Serena…

 

Dopo lungo silenzio, rotto da qualche esclamazione dei presenti, con tocchi delicati per non disturbarli dal sonno della morte, si cercarono i documenti di riconoscimento. Nessuno. Di tutto sono stati spogliati. I lineamenti del volto, i segni particolari, il colore delle vesti, accuratamente annotati dal cappellano don Antonio Corsato, saranno quelli che un giorno li faranno noti ai loro cari. E si seppelliscono: 8 piccole croci, sopra quegli 8 grandi sacrifici….Si scende: 11 i morti; il dodicesimo ci attende alla “fossa Moresan”.

 

 “Ai Prati di Borso è un inglese, già ferito, ucciso dai tedeschi sino da giovedì 21 [4]. Numerosi furono pure i giovani trucidati lungo la pedemontana. 31 partigiani, rastrellati in montagna, vennero impiccati nella sola cittadina di Bassano.

 

La medesima sorte subivano a Crespano il tenente Giarnieri di Napoli e un giovane slavo la cui identità è tutt’ora ignota.

 

In località “Ponte della Gherla”,tra Crespano e Santa Eulalia, furono fucilati sette giovani, non essendosi trovato un cappio per appenderli. Altri partigiani erano uccisi al confine tra Paderno e Crespano.

 

A Possagno alla presenza dei genitori veniva impiccato il tenente Leo Menegozzo dell’Italia Libera di Archeson.[5] A Onè di Fonte Gino Ceccato, martoriato dai supplizi, veniva appeso vicino alla casa paterna, data alle fiamme.

 

La sera dell’8 ottobre era ucciso, nella piazza di Crespano, Jan Jacopo Mantovani. Il delitto, attuato alla distanza di una decina di giorni dalla fine del rastrellamento, suscitava una viva indignazione tra la popolazione, sia per la premeditazione con la quale era stato perpetrato, come per i metodi usati.

 

La testimonianza della sorella tenta di dare l’esatta dimensione dei fatti. Durante il rastrellamento del Grappa Jacopo era a Campo Croce. Scampato al pericolo di essere catturato, aiutato anche dalla famiglia Guadagnini, alla fine del rastrellamento, ritornò a casa.

 

Lo zio, il dottor Mario Mantovani, lo consigliò di presentarsi alla Flak di Bassano, cosa che il giovane fece. Dopo pochi giorni ebbe una licenza, ma ritornato in famiglia, venne prelevato dalle brigate nere di Crespano.

 

Jacopo le seguì senza timore. Credeva si trattasse di formalità. Quando la sua assenza si protrasse per alcune ore, la sorella si recò a Bassano da Perillo, comandante (del servizio informazioni, ndc.) delle forze repubblicane.

 

Questi, dopo averle consegnato una lettera da portare al maggiore Pompei del ministero della difesa, di stanza nel collegio “S:Maria Bambina” di Crespano, affermava che se il giovane non fosse stato rilasciato, sarebbe intervenuto personalmente.

 

La missiva venne recapitata, ma alle ingiunzioni della giovane di lasciare libero il fratello, dato che dopo le ore 19 aveva inizio il coprifuoco, invitarono la medesima a ritornare a casa, promettendo che lo avrebbero fatto uscire.

 

In realtà, come ebbe a raccontare lo stesso Jan Jacopo, ormai ferito a morte, una volta uscito dalla sede del comando delle brigate nere egli chiese di potersi recare all’ospedale presso lo zio. I militi si rifiutarono di assecondare la sua richiesta e poiché c’era il coprifuoco affermarono che lo avrebbero accompagnato a casa.

 

In realtà allorchè il giovane giunse a qualche centinaio di metri dalla propria abitazione, fu lasciato andare avanti e trucidato alle spalle a colpi di mitra. Accorsero alcune persone che abitavano di fronte al luogo, dove era avvenuto il delitto. Jacopo fu portato all’ospedale. Venne operato dallo zio. Purtroppo due ferite mortali resero vano il tentativo di salvargli la vita.

 

Al mattino del giorno seguente alcuni militi delle brigate nere si recarono all’ospedale. Il dottor Mantovani fu costretto ad affermare che quando il nipote venne ricoverato era in stato di delirio e priva di significato risultava quindi ogni sua dichiarazione. Inutilmente nei giorni seguenti le brigate nere di Crespano sparsero la voce che ad uccidere il giovane erano stati i partigiani” [6].

 

 

Gli sbandati del Grappa

 

 

In seno al grande numero degli sbandati del Grappa, sfuggiti all’accerchiamento nemico, dobbiamo distinguere due gruppi. Uno è costituito da coloro che rimangono nei paesi di residenza della pedemontana, sia perché non direttamente ricercati, sia per non gravare ulteriormente, in un momento tanto critico, sulle formazioni di pianura.

 

 

Un secondo gruppo, costituito prevalentemente da partigiani, provenienti da numerose località della pianura veneta, sta affluendo verso quei reparti costituitisi a sud della rotabile Bassano-Montebelluna, dove non si è minimamente risentito delle operazioni nemiche.

 

 

Ai primi di ottobre il Massiccio del Grappa è interamente controllato dai nazifascisti. I tedeschi hanno dato inizio a tutta una serie di opere di fortificazione nei punti di maggiore interesse logistico, in vista di una possibile resistenza nel timore di un probabile crollo della Linea Gotica [7].

 

 

Trincee, camminamenti, gallerie, venivano costruiti sui contrafforti prospicienti la Valsugana, lungo il settore ovest del massiccio [8]. Opere di difesa venivano pure iniziate a Campo Croce [9]. Sul Doc di Monte Tomba e precisamente alla Malga Miet, nel gennaio 1945, erano in costruzione delle piste di lancio per V1 [10].

 

 

Le alternative: la Flak o la Todt

 

 

Per i giovani che ancora si trovano lungo la pedemontana restavano ormai due soluzioni per sopravvivere: il lavoro alla T.O.D.T., con i tedeschi o l’arruolamento nell’esercito della repubblica di Salò.

 

 

Don Antonio Corsato, riferendosi ai giovani di Borso, scrive in quei giorni: “Vengono radunati in municipio dal tenente cacciatore delle Alpi Berrutti, che parla orgogliosamente delle vittorie dei fascisti e annuncia il bando di presentazione delle varie classi. Si danno l’allarme Alla T.O.D.T. con i tedeschi piuttosto che con la repubblica fascista. Per questo la persecuzione delle brigate nere li investe spesso, quantunque la loro posizione sia regolare. E vanno così i giovani ai lavori di fortificazione a Valrovina, Fontanelle…” [11]

 

 

A Cavaso, la quasi totalità degli uomini, più o meno sospetta di aver militato nelle fila partigiane, venne rastrellata di casa in casa, prelevata in massa e portata a Verona, per prestare servizio nella FLAK. In tutti gli altri paesi un rigidissimo, massiccio arruolamento obbligatorio nella T.O.D.T. aveva fatto allontanare tutti coloro che avevano fin allora collaborato al movimento di resistenza [12]

 

 

Ricostituzione dei reparti

 

 

Ma la parte più cospicua dei partigiani, che ingrossava le brigate del Grappa, aveva raggiunto fin dai primi di ottobre la pianura. Per molti di essi era un ritorno, non certamente privo di incognite, ai propri paesi, ma per molti altri era la ricerca della salvezza, in vista anche di una possibilità di azione, che altrove sarebbe venuta a mancare.

 

 

Durante l’intero mese di ottobre (1944), il battaglione “Mazzini” si adoperava per assistere gli sbandati del Grappa, fornendo loro indumenti, denaro, vitto e alloggio in una fraterna opera di umana solidarietà e indirizzandoli presso altre formazioni [13].

 

 

Una cinquantina di partigiani dell’”Italia Libera” di Campo Croce, sfuggiti all’accerchiamento, sierano rifugiati presso la “Damiano Chiesa III”, una delle “brigate del popolo” [14], costituitasi nella zona del Grappa e il cui raggio d’azione si svolgeva tra Fontanaviva, Cittadella e Tombolo [15].

 

 

Ventinove uomini, oltre al tenente Berto e al tenente Enzo Zambon, dell’”Italia Libera” di Archeson, venivano aggregati al battaglione “Castelfranco” da poco costituito. Il comandante del battaglione, in una lettera del 12 ottobre 1944, inviata al comando militare della provincia di Treviso, rendeva nota la seguente situazione:

 

 

“Facciamo presente che tutti questi uomini non hanno avuto che un esiguo aiuto, essendo stato fin’ora erogato solo a quegli sbandati che nei giorni del rastrellamento si trovavano a transitare per la nostra zona, privi di ogni mezzo. Né le nostre possibilità ci consentono ancora di dare un sostanziale aiuto a quelle famiglie, che se ne sono sobbarcate il mantenimento. Facciamo quindi appello a codesto comitato affinchè abbia ad inviare al più presto fondi tali da poter far fronte a queste necessità” [16].

 

 

La brigata “Martiri del Grappa”

 

 

Il 5 ottobre alle ore 4 del mattino, su invito di Masaccio, convengono presso il cimitero di Castion di Loria, i capi superstiti del rastrellamento del Grappa. Ci sono i rappresentanti del “Mazzini”, del “Pellico”, vi partecipa Bill con i suoi tredici uomini, che a ranghi serrati erano riusciti a superare lo sbarramento nazifascista del Grappa, parte degli appartenenti alla brigata “Italia Libera” di Archeson.

 

 

Si costituisce così la brigata “Martiri del Grappa” a cavallo delle due province di Vicenza e di Treviso. Il comando viene assunto in un primo tempo dal capitano Riva, in seguito da Masaccio. La formazione, apolitica, è nei programmi dei comandanti “un organismo esclusivamente militare, al quale possono partecipare elementi di tutti i partiti fraternamente fusi da un unico ideale”.

 

 

Pure sentita è la necessità di superare i particolarismi, infruttuosi ed estremamente dannosi alla causa partigiana. La brigata, dopo alcuni mesi di intenso lavoro, annoverava i seguenti reparti: il battaglione “Dionello Orazio”, il battaglione “Ceccato”, il battaglione “Libera Italia”, il battaglione “Cugini Todesco”, la compagnia autonoma “Castel di Codego”, poi “Cimador”.

 

 

Le formazioni, ad eccezione del battaglione “Cugini Todesco” e in parte della “Libera Italia” operano nella pianura a sud del massiccio del Grappa [17]. Assistiamo perciò in questa ultima fase della lotta di liberazione, ottobre 1944 – aprile 1945, ad uno spostamento quasi totale delle forze partigiane del Grappa.

 

 

Il nuovo teatro della lotta sarà la pianura, dove si costituiscono quei reparti che pur dichiarandosi apolitici, in realtà sono formazioni “bianche”. Meno difficili da superare saranno così gli individualismi e più proficuo sarà il lavoro ora che una stretta comunanza di idee riunisce, se non proprio tutti i componenti, certamente i capi dei vari gruppi.

 

 

La pedemontana del Grappa e le nuove formazioni nella lotta finale di liberazione

 

 

L’autunno inverno 1944-45 era stato per i giovani della pedemontana un periodo di assestamento, necessario per superare il grave colpo subito dagli eventi del settembre e la disillusione creata dal proclama interessato del generale inglese Alexander (l’invito alla smobilitazione delle forze partigiane o comunque ad un loro ridimensionamento strategico, ndc.).

 

 

Si era formato, per la verità, all’indomani del rastrellamento, nei paesi di Crespano, Borso, Santa Eulalia, Semonzo e Paderno il battaglione “Cugini Todesco”, al comando del tenente Mario Sartor di Paderno, reduce dall’Albania, ma era un reparto ancora llo stato embrionale, che si limitava a boicottare il nemico con la non collaborazione.

 

 

Anche il tenente Renzo Zambon riusciva, con quadri ridottissimi, a ricostituire la brigata “Italia Libera”, che comprendeva alcuni elementi di Possagno, Cavaso, Monfumo e dei Castelli [18]. Ma l’attività di questi gruppi, come pure quella del battaglione “Garibaldi”, risorto alla base del Grappa, lungo la Valsugana, si manifesterà, con comprensibile ritardo, soltanto nella primavera 1945 [19].

 

 

Il 30 marzo 1945, un rapporto di parte tedesca, concernente la situazione politica di Crespano, Asolo, San Zenone e dintorni, notava come in questo settore stesse riorganizzandosi “…una nuova sommossa, soppressa nel settembre, in seguito al rastrellamento. Gli indizi erano dati dai seguenti fattori:

 

  • L’apparizione ai piedi del monte di alcune bande di armati;
  • Lanci di materiale da parte di apparecchi nemici, nella zona di Monfumo, Romano e Bassano del Grappa;
  • L’apparizione di alcuni capi-banda del Grappa…”

 

 

Il documento inoltre affermava:

 

 

“I gruppi terroristici vengono reclutati tra elmenti che già appartenevano alle bande del Grappa e che attualmente lavorano presso alla T.O.D.T.. Il comune di Borso assieme alla frazione di Semonzo ha dato alle bande del Grappa il più forte contingente di giovani. Pochissimi hanno risposto alla chiamata alle armi e la più gran parte si è imboscata, dopo il rastrellamento, presso la T.O.D.T.”.

 

 

Veniva poi dato un preciso elenco dei giovani dei comuni di Borso, Crespano, Cavaso, i quali, pur lavorando con i tedeschi nelle opere di fortificazione di Romano, Rubbio, Crosara, Possagno e Solagna, svolgevano nel contempo attività sovversiva e se ne ordinava l’allontanamento.

 

 

Nel paese di Cavaso, in particolare, responsabile della situazione cretasi nella zona, viene indicato il direttore della locale clinica, il dottor Gino della Favera [20]. In effetti, durante il mese di aprile, in seguito anche alla ripresa dell’offensiva alleata, fino alla liberazione, assistiamo a continui colpi di mano ad opera degli esigui gruppi della pedemontana. Anch’essi tuttavia risentiranno negli ultimi giorni della piena finale [21].

 

 

Il battaglione “Monte Grappa”

 

 

Il battaglione garibaldino “Monte Grappa”, riorganizzatosi al piano con gli elementi sfuggiti all’accerchiamento del settembre, visse una vita propria, totalmente indipendente dalle altre formazioni “bianche”, con le quali non ebbe alcun contatto. Ma l’isolamento non pregiudicò la sua opera.

 

 

“Notte del 18-19 aprile 1945: distrutti n.2 compressori di due centrali e un frantoio in località Solagna. Notte 24-25 aprile: venivano demoliti n.3 piloni, in località Solagna e 1 in località Cason fra Campolongo e Campese”.

 

 

Quest’opera di demolizione arrestava la ritirata nemica di 12 ore sulla riva sinistra del Brenta e per 48 su quella destra. Nella stessa notte veniva fatta esplodere la polveriera sita in Solagna, contenente 24 q.li di esplosivo, dopo averne sottratto una quantità cospicua per adibirla ad altre azioni di sabotaggio.

 

 

E infatti la sera del 26 aprile era interrotta per una trentina di metri la strada della Valsugana in località Contarini di Campolongo. Questo fatto paralizzava per qualche tempo la ritirata tedesca [22].

 

 

Costante infatti era il timore dei partigiani che il nemico si impadronisse di opere di fortificazione ove trincerarsi ed opporre resistenza.

 

 

Il battaglione “Italia Libera”

 

 

Pure i depositi tedeschi di armi e munizioni costituivano un ostacolo a una più rapida liberazione del territorio dall’occupante. Bisognava disarmare il nemico, renderlo impotente. Il 19 marzo il battaglione “Italia Libera”, erede della disciolta brigata di rifugio Archeson, riusciva ad impadronirsi della polveriera tedesca di Onigo.

 

 

Questa veniva fatta esplodere neutralizzando così gli esplosivi e le munizioni in essa contenuti, 25 vagoni circa. Lo stesso battaglione attuava nel mese di aprile sabotaggi a linee ferroviarie, ad automezzi, a collegamenti elettrici e telefonici lungo la Feltrina, sulla linea ferroviaria tra Montebelluna e Pederobba, sulle Montagnole di Cornuda, al comando tedesco di Covolo, fra Cavaso e Pederobba [23].

 

 

L’insurrezione

 

 

“Il 26 aprile, benché la radio dell’8^ Armata non avesse ancora dato l’ordine di insurrezione e dalle informazioni ricevute risultasse che le forze alleate fossero ancora sull’Adige, il Comando Regionale Veneto decideva di iniziare l’insurrezione generale” [24].

 

 

Nello stesso giorno Masaccio, il comandante della “Martiri” emanava le ultime disposizioni per i suoi battaglioni. Il battaglione “Cugini Todesco”, con obiettivo Bassano, doveva svolgere la sua azione in concomitanza con il battaglione “Dionello Orazio” al fine di liberare uno dei centri più importanti della pedemontana.

 

 

L’”Italia Libera” si doveva spostare lungo la Feltrina [25]. L’imbocco della Valsugana era controllato dal battaglione garibaldino “Monte Grappa”. Il giorno 26 con la resa della brigata nera di Crespano, erano liberati anche i paesi di Paderno, Borso, Semonzo, Santa Eulalia [26].

 

 

Il giorno 27 Bassano era liberata [27]. Sussistevano tuttavia ancora alla periferia, trincerati nelle case, gruppi di tedeschi che opponevano resistenza e rappresentavano un serio pericolo per la popolazione.

 

 

Un gruppo piuttosto numeroso, 200 soldati in maggioranza della SS, si era abbarbicato nelle fortificazioni lungo la Valsugana armato di armi leggere e qualche mitragliatrice pesante. Invitati più volte ad arrendersi si rifiutarono.

 

 

Furono attaccati dal battaglione “Monte Grappa” che, dopo numerose ore di fuoco, tolse ad essi ogni velleità di resistenza. I partigiani lasciarono sul campo 5 morti [28]. Fatti analoghi si svolgevano intanto a Borso del Grappa e a Crespano. Tre giovani cadevano a Borso nel tentativo di disarmare un gruppetto di tedeschi asserragliati in una caserma in località Piovego [29].

 

 

A Crespano, in località Perli, un reparto tedesco barricatosi nelle case del piccolo borgo, mette le donne alla finestra e spara all’impazzata sui partigiani che stanno circondando le abitazioni. Nonostante il divieto del comandante, il tenente Mario Sartor, alcuni giovani in preda all’euforia si avvicinano e sparano.

 

 

Immediata la reazione tedesca che colpisce a morte Panizzon Agostino e Minore Pasquale, entrambi di Crespano [30]. Nella notte del 26 aprile entrava in azione l’”Italia Libera” che attaccava e disarmava il presidio nazifascista dei Castelli, una trentina di uomini.

 

 

Il giorno successivo, pattuglie mobili, eludendo la vigilanza dei tedeschi, schierati a difesa, penetravano in alcune delle opere fortificate del Monte Tomba e del Monfenera sabotandone le attrezzature.

 

 

La notte del 30 aprile un gruppo di 35 paracadutisti tedeschi tentava di far saltare gli impianti della miniera di lignite dei Castelli. Sventato in un primo tempo il pericolo, il gruppo veniva disarmato da una pattuglia di sette uomini che, giocando d’astuzia, bloccava i tedeschi e intimava loro la resa.

 

 

A Pederobba prendevano sede i resti di una divisione tedesca che doveva contrastare l’accesso della vallata agli angloamericani avanzanti (il 30 aprile gli Alleati raggiungevano Borso del Grappa) [31].

 

 

Nella impossibilità di un attacco diretto contro questa formazione i patrioti di Pederobba riuscivano a neutralizzare le cariche esplosive poste dai tedeschi nella centrale elettrica e si portavano sul Monfenera, per attaccare almeno quei guastatori che, all’ultimo momento avrebbero sicuramente provocato dei gravi danni al paese.

 

 

Ma la rapidissima avanzata delle forze alleate provocava lo sbandamento della divisione tedesca [32]. Di fronte all’incalzare degli alleati fluivano in massa le truppe tedesche in ritirata e saggio sarebbe stato astenersi da inutili attacchi, che alla fine si sarebbero rivolti contro la popolazione indifesa.

 

 

Una tattica deprecabile

 

 

Ma nell’euforia di quegli ultimi giorni di aprile, non mancarono le azioni sconsiderate, che minacciavano di rendere ancora più gravoso il prezzo per la conquista della libertà. Ricordo a questo proposito l’attacco da parte di alcuni partigiani ad una autocolonna tedesca mentre transitava per il paese di Crespano, lungo la rotabile Bassano-Pederobba, al fine di raggiungere il Piave.

 

 

La reazione fu subitanea. Una quarantina di ostaggi vennero prelevati dalle case circostanti e issati sugli automezzi che precedevano l’autocolonna. A questo punto soltanto il coraggio di una donna del popolo, la staffetta partigiana Tecla Panizzon, riusciva a sventare il pericolo di un eccidio.

 

 

Ottenuta una macchina e un interprete dal comando militare tedesco, che nella ritirata si era installato nei locali del collegio femminile ed era sottoposto al comando delle forze partigiane locali, raggiungeva la colonna nemica nei pressi di Pederobba. Qui riusciva ad ottenere la liberazione dei suoi concittadini, minacciando rappresaglie contro i tedeschi che ancora si trovavano a Crespano [33].

 

 

Il 1 maggio con l’entrata delle truppe alleate nei paesi di Possagno, Cavaso, Pederobba, la pedemontana del Grappa poteva considerarsi definitivamente liberata [34].

 

Note

1) A.I.S.R.V.P., b.16, fasc.15.

2) A.I.S.R.V.P., b.41, doc.32, p.3.

3) A.I.S.R.V.P., b.16, doc. 10.

4) Dal diario di Don Antonio Corsato, cit.

5) F.ZANETTI, op. cit., pp.71-72-73.

6) Testimonianza della signora Mantovani-Marchetti di Crespano, in data 14 novembre del 1970.

7) "L'alto comando militare in Italia, in previsione del crollo della linea gotica e di una successiva resistenza alle Alpi, aveva sistemato a difesa tutto il Veneto con alcune linee fortificate trasversali, le cui principali erano: una lungo il Brenta, dal mare a Padova, indi lungo il Bacchiglione fino a Vicenza, di là a Verona e al Garda.... - Una lungo il corso del Piave, dalla stretta di Quero al mare; - una lungo le Prealpi dal Baldo dai Lessini-Altipiano dei Sette Comuni-Grappa-Prealpi Carniche; - una lungo la costa adriatica con funzione antisbarco. Inoltre tutti i centri abitati di qualche importanza e gli imbocchi delle vallate, specie lungo le rotabili principali, venivano sistemati a difesa con postazioni, sbarramenti anticarro, ricoveri...".

8) A.I.S.R.V.P., C.V.L. - Corpo Volontari della Libertà - Comando Militare Regionale Veneto - Azioni militari del periodo insurrezionale che hanno condotto alla liberazione del Veneto, ciclostilato, b.46, doc. 148.

9) Testimonianza dell'ingegnere ZARDO ANTONIO di Crespano, in data 20 ottobre 1970.

10) A.I.S.R.V.P., b.46, doc. 107.

11) Dal diario di Don Antonio Corsato, cit.

12) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.66.

13) A.I.S.R.V.P., b.47, doc.3.

14) G.E.FANTELLI, op. cit., p.74.

15) A.I.S.R.V.P., C.V.L. - ciclostilato, cit.

16) A.I.S.R.V.P., b.44, doc.164.

17) G.CORLETTO, op.cit., pp.113-114-115-116-117-118.

18) R.BATTAGLIA, Storia della Resistenza Italiana, Torino 1964, p.510.

19) Testimonianza di Mario Sartor, abitante a Montebelluna, in data 28 novembre 1970.

20) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.66, p.8.

21) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 71.

22) A.I.S.R.V.P., b.46, doc.150.

23) Mi diceva a questo proposito il comandante del battaglione "Cugini Todesco", Mario Sartor, la cui formazione non raggiungeva i 40 effettivi, come ad ogni allarme di un imminente arrivo degli alleati le sue fila si infittissero in modo abnorme.

24) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.71.

25) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.66, pp.8-9.

26) A.I.S.R.V.P., C.V.L. - ciclostilato, cit. p.18.

27) A.I.S.R.V.P., b.46, doc.78.

28) La resa della Brigata Nera di Crespano fu ottenuta attraverso la mediazione dell'arciprete don Ferdinando Calzignan. Venne così risparmiato ogni spargimento di sangue. I militi furono prelevati dalla caserma e rinchiusi nella caserma "Chiavacci" in attesa di ordini superiori. Dalla testimonianza del rag. Mario Sartor, abitante a Montebelluna, in data 28 novembre 1970.

29) A.I.S.R.V.P., b.46, doc.74.

30) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 71.

31) A.F.CELOTTO, op.cit., p.25.

32) Testimonianza del rag. Marfio Sartor, cit.

33) Testimonianza della staffetta partigiana Tecla Panizzon di Crespano, in data 3 settembre 1970.

34) A.I.S.R.V.P., C.V.L. - ciclostilato, cit., p.38.

 


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