IL GRANDE RASTRELLAMENTO DEL GRAPPA 

Testimonianza della disfatta

Relazione del comandante partigiano Livio Morello (diario prestato all’autrice Prof.ssa Angela Rosato dallo stesso)

 

Capitolo Quinto 

Parte Seconda

 

22 settembre 1944

In mezzo ai tedeschi

 

“Nell’azione di sganciamento, nei pressi del Passo della Morte, i partigiani si congiunsero con una compagnia del “Buozzi” che non era riuscita a raggiungere il Peurna.

 

 

Erano circa le ore 10 del 22 settembre quando violentissimi scoppi di granata echeggiarono dalla sottostante Valle di Schievenin. Un partigiano appostato sul Sasso delle Capre, che domina la vallata, riferì poco dopo che una colonna di mezzi corazzati si era fermata nei pressi del ponte fatto saltare il giorno prima e aveva iniziato un cannoneggiamento verso l’abitato di Schievenin.

 

 

La situazione erasi in tal modo maggiormente aggravata. I superstiti ripiegarono ancora una volta in direzione Valdumela. Da qui venne fatta proseguire per un impervio sentiero la squadra che avrebbe dovuto raggiungere il Peurna dal Passo della Morte.

 

 

Frattanto il nemico aveva occupato Cinespa e da qui manovrava in direzione quota 1026 sotto il Primion. Un nuovo sistema era stato da questi escogitato: in testa alla colonna procedevano con le mani alzate vecchi, giovinetti e donne, catturati dai tedeschi al piano, a protezione delle colonne armate.

 

 

Contemporaneamente, occupata e presidiata tutta la zona di Alano, Campo e Colmirano, i tedeschi di Val Calcino attaccavano la forcella di S.Daniele per scendere su Schievenin e per proseguire verso il Forame su Valdumela.

 

 

Dal Tomatico vennero avvistate due colonne formate da SS e da Alpenjager che puntavano in direzione Cilladon-Schievenin e sull’Alta Val de Tegorzo (Valle dell’Inferno) per l’attacco a Valdumela, chiamata dallo stesso nemico (lo si saprà poi) la Cima Maledetta.

 

 

Quest’ultimo reparto risulerà comandato da Willj Niedermajer, direttamente. Da Cima Grappa scendeva verso Val delle Mura una colonna con lo scopo chiarissimo di aggirare i Solaroli e congiungersi con quella proveniente dall’Archeson e da Camparona-Cinespa.

 

 

I vari movimenti nemici erano seguiti dai partigiani superstiti. Il passaggio era caratterizzato dagli incendi che le truppe nemiche provocarono per creare il vuoto e l’impossibilità di rifugio per gli sbandati. Nel tardo pomeriggio del 22 settembre Schievenin cadde in mano tedesca.

 

 

23 settembre 1944

Una beffa durante la ritirata

 

 

Ebbe inizio così il calvario per quella gente e la distruzione dell’intero villaggio.

 

 

Verso le 19 apparvero le prime staffette nemiche all’imbocco di Valdumela. Erano sei tedeschi. Dopo qualche secondo giacevano sei cadaveri.

 

 

Con una marcia decisiva e fortunata i superstiti (ridotti a 8 uomini più il comandante “Neri”) raggiunsero il Passo della Morte, da dove, lungo un crepaccio, si calarono in direzione del Tegorzo alto, mentre la zona abbandonata veniva setacciata dalle granate dei mortai.

 

 

Nel pieno della notte, uno alla volta, strisciando o camminando a carponi, guadagnarono il versante opposto, in direzione del Tomatico. I partigiani conoscevano palmo a palmo le montagne, gli anfratti, i torrenti. Cominciarono a salire su, verso i costoni quasi inaccessibili della Cengia di Prada.

 

 

All’alba del 23 assistettero alla presa della “Cima Maledetta”, quella Valdumela che costituiva una zona imprendibile per il nemico. Prima di lasciare gli accantonamenti i partigiani avevano collocato mine a strappo e bombe fabbricate con tritolo e plastico in tutti i cascinali e lungo le vie di passaggio obbligato.

 

 

Valdumela venne investita da tre direzioni: da Cinespa, da Schievenin e da Valle di Seren, attraverso Valle dell’Avien.

 

 

Precedute da un’intensità di fuoco mai visto, le truppe tedesche raggiunsero la valletta antistante il vecchio cimitero austro-ungarico nei pressi della malga nuova. Le deflagrazioni coprirono per alcuni istanti lo stesso crepitio delle armi.

 

 

Dalle nuove postazioni i partigiani del “Buozzi” osservavano saltare in aria rocce, corpi umani, tegole e travi.

 

 

La “Cima Maledetta” aveva riservato la sua tragica sorpresa. Willj Niedermajer ricorderà la beffa giocatagli. Alle ore 11 sul Sasso delle Capre le sentinelle tedesche scrutavano con i cannocchiali la zona antistante per scovare gli scampati, mentre tutt’intorno i reparti nemici rastrellavano, metro per metro, il terreno.

 

 

Verso le ore 16 i partigiani decisero di spostarsi sul versante nord del Tomatico. Il mancato incendio dei cascinali lungo il Tomatico rese chiara la tattica tedesca di riservare a questa zona una ulteriore azione di rastrellamento.

 

 

I partigiani mancavano di contatto con i GAP della piana.

 

 

La zona est del Tomatico, che domina la feltrina da Feltre a Carpen e la zona nord-est che da Carpen porta a Quero-Fener-Pederobba, essendosi spostato il comando militare a Quero, risultava completamente occupata dai tedeschi.

 

 

Bisognava attendere l’alba del 24 per poter decidere quale soluzione prendere.

 

 

24 settembre 1944

 

 

Al primo apparire del giorno, divisi in gruppi di due persone cercarono di spostarsi verso il versante sud del Tomatico. Pensavano che qualche gruppo di partigiani sbandati o uno dei due reparti del “Buozzi” doveva essersi sparpagliato fra i dirupi della zona.

 

 

Evitarono con attenzione lo scoperto. Raggiunte alcune postazioni di sicurezza, scrutarono con i binocoli la zona che si apriva sotto di essi. Ovinque brulicavano i tedeschi. Ovunque gli incendi segnavano l’occupazione nemica.

 

 

Improvvisamente alcuni colpi di cannone vennero indirizzati verso una zona sottostante a quella ove era trincerato il gruppo.

 

 

Venne scorto un certo movimento di persone che potevano essere dei partigiani. Avvistate le persone, queste risultarono essere partigiani delle due compagnie del “Buozzi”, che non potendo raggiungere il Tomatico nei giorni precedenti, perché percorso da colonne tedesche, erano rimasti nella zona. All’imbrunire riuscirono a ricongiungersi. I sopravvissuti si contarono: erano in 22!

 

 

25 settembre 1944

Colpire e fuggire

 

 

Per non formare un facile punto di scoperta da parte del nemico dovettero necessariamente dividersi in altri piccoli gruppi, rimanendo il più possibile collegati.

 

 

Un’altra notte trascorse tra le rocce. Subodorando un attacco a fondo verso le cime non ancora totalmente rastrellate “Neri” decise di spostarsi verso la zona alta fra Schievenin e Cilladon, già rastrellata dai tedeschi i quali occupavano il versante sud della stessa, dominando le tre strade e le mulattiere obbligate.

 

 

Poco prima dell’alba giunsero in un cascinale bruciato, sovrastante il gruppo delle casere “Maiul” esse pure bruciate.

 

 

Le prime luci di quel triste 25 settembre vennero con i soliti razzi che illuminarono la zona alta del massiccio. Subito dopo il crepitio delle armi rintronò sinistro.

 

 

Era stata investita Costa Caorera, da quattro direttrici, sembrava l’inferno. Iniziò nel frattempo l’operazione di rastrellamento del Peurna e del versante sud del Sassumà.

 

 

Zona impervia e quasi inaccessibile, dalla quale il gruppo dei partigiani erasi dipartito nella scorsa notte. Metro per metro, roccia per roccia, il terreno veniva mitragliato dai tedeschi i quali avanzarono coperti dai tiri dei cannoni.

 

 

Come detto sopra, un nucleo di tedeschi dominava a nord del M. Cornella una posizione elevata verso Quero, quasi vedetta di un fronte. Si decise di attaccarlo o, nell’impossibilità di assalirlo, attirare l’attenzione nemica e il conseguente allarme verso una zona inversa a quella che avrebbe permesso lo sganciamento.

 

 

Predisposero un gruppo di 8 uomini. Erano in possesso di 6 bombe a mano oltre agli Sten e mitra con alcuni caricatori. Poca roba, ma sufficiente per l’azione.

 

 

Si avvicinarono il più possibile alla zona interessata ponendosi in attesa. Alle ore 16 il Tomatico venne investito da Feltre, da Porcen, da S.Maria di Quero, dalle propaggini del Monte Santo, dalla Valle di Seren, da Carpen e da Tomo da un violentissimo fuoco di mortai.

 

 

Si può affermare che tutte le zone del Monte vennero colpite. Quanto durò questo bombardamento non è possibile descriverlo. Subito dopo le colonne tedesche iniziarono la marcia verso l’ultima cima del massiccio del Grappa.

 

 

Solito sistema, solito crepitìo di armi. Forse una maggior sicurezza di non trovare resistenza da parte dei “banditi” animava le truppe rastrellatrici. Verso l’imbrunire le cime, che da Passo della Morte portano al Tomatico, potevano considerarsi in mano al nemico che aveva seminato alle spalle i soliti incendi e distruzioni ormai abituali.

 

 

Un’azione rapidissima

 

 

“Da Cima Tomatico venne avvistata una colonna in movimento verso sud. Era questo il momento propizio per tentare di far dirottare verso est le forze nemiche in sosta a sud di Schievenin-Quero.

 

 

I partigiani si portarono a ridosso della postazione tedesca, spostandosi in direzione nord di Quero. Strisciando come serpi raggiunsero una specie di baraccamento prefabbricato. Poco discosto da questo notarono una postazione di armi pesanti, seduti attorno alla quale c’erano due tedeschi.

 

 

Dal baraccamento uscivano voci che parlavano tedesco. Un cenno, due raffiche e il lancio di bombe a mano crearono lo scempio del nucleo nemico.

 

 

Il gruppetto degli attaccanti ripiegò immediatamente sparando una sventagliata di mitra verso il basso, verso la terra di nessuno.

 

 

Con un ampio giro i partigiani cercarono di attirare l’attenzione del nemico, proveniente dal Tomatico, verso la zona sud di Quero, sparando ancora qualche colpo.

 

 

Poi la fuga verso la zona ove gli altri li aspettavano, fidando nell’inganno creato.

 

 

La rabbiosa reazione tedesca infatti si riversò tutta sulla zona che, dalla Feltrina, saliva verso il Cornella e il luogo del colpo di mano.

 

 

Un’altra beffa si era aggiunta ad altre giocate al nemico. Il piombo partigiano aveva saputo colpire ancora e in un momento in cui tutto sembrava finito per i resistenti.

 

 

Senza attendere oltre, protetti dalle tenebre e guidati dalla gente che li aveva ritrovati, guadagnarono il limitare di Schievenin alta, da dove, seguendo ormai la loro tattica di guerriglia cercarono di guadagnare il Tegorzo per raggiungere la sponda destra dello stesso e risalire poi verso il Sasso delle Capre e la zona già rastrellata.

 

 

Salutarono gli accompagnatori e, uno alla volta, a notevole distanza di tempo, tentarono l’attraversamento del paese bruciato e il passaggio del Tegorzo fra Costa Caorera, le cave di marmo e la Cappellina di S.Barbara. Sopra di essi il nemico sparava ancora.

 

 

Razzi continui illuminavano il versante verso il Piave. Davanti lo sguardo dei superstiti si proiettava invece, nera, la “Cima Maledetta”. Quando “Neri” attraversò per ultimo il torrente, sembrò quasi che tutto fosse ormai cessato.

 

 

I superstiti si addentrarono verso il centro del folto bosco, ancora caldo per il fuoco che lo aveva quasi distrutto. Nel passar vicino ai resti delle case, dalla rovina di una di esse, rabberciata alla meglio, udirono recitare il rosario e una vecchietta invitare a pregare per i partigiani e particolarmente per il comandante “Neri”.

 

 

La commozione nel sentire che, anche nei lutti e nella sventura il nostro popolo era ancora con i combattenti per la libertà, prese i superstiti.

 

 

Questi però non poterono assolutamente sostare e ripresero i sentieri, ripidi e difficili che li avrebbero riportati lassù ancora una volta.

 

 

Negli anfratti sottostanti il Sasso delle Capre si gettarono esausti al suolo. Le loro forze li avevano ormai abbandonati”.

 

 

26 settembre 1944

 

 

“Era l’alba del 26 settembre. La manovra effettuata si dimostrò quanto mai indovinata. Il tedesco, infatti, rallentando il movimento verso il versante nord del Tomatico, accortosi ormai che i partigiani artefici del colpo contro l’avamposto erano suggiti, iniziò a rastrellare l’intera zona, non pensando che i ribelli fossero passati attraverso le maglie tese dalle truppe che stazionavano in Val del Tegirzi.

 

 

Si assistette ancora una volta ad un’operazione ormai divenuta abituale. Metro per metro, palmo a palmo tutta la zona che da Schievenin si abbarbica sulle propaggini delle cime che raggiungono il Tomatico venne setacciata, venne passata a ferro e a fuoco.

 

 

Nessuno sarebbe scappato se si fosse trovato colà. La popolazione risultava rintanata nella chiesa, sotto i resti del mulino e negli anfratti che delimitano la costa alta della valle. Il terrore non era ancora cessato perché il timore di nuove rappresaglie incombeva su tutti gli inermi. Il coprifuoco durava ormai 24 ore su 24.

 

 

Soltanto qualche essere umano cercava disperatamente scampo attraverso le rovine delle case. Si saprà poi che la gente di Schievenin era priva di cibo e di ogni sostentamento. Soltanto nelle due case rimaste in piedi perché adibite a quartier generale tedesco delle operazioni di zona c’era possibilità di trovare cibarie.

 

 

Ma chi ardiva avvicinarsi? Eppure qualcuno riuscì a corrompere anche il nemico e a procurare per sé e per altri un po’ di farina, qualche pagnotta, del lardo ed altro, tanto per sedare il pianto dei bambini e dei vecchi”.

 

 

Si stringe la morsa

 

 

“Verso le ore 12 le truppe nemiche avevano raggiunto i contingenti che stazionavano sul Tomatico. Frattanto a nord del Sasso delle Capre una colonna tedesca, numericamente forte, scendeva lungo la mulattiera che dai pressi di Valdumela, attraverso Val della Storta e Val Panegiar, scende verso la valle di Schievenin.

 

 

Poco dopo lungo la Val Maor venne notato un altro contingente nemico scendere verso il bivio Quero Campo.

 

 

Per raggiungere il provvidenziale rifugio dei partigiani il nemico avrebbe dovuto risalire lungo i precipizi coperti di roccia viva. Scendere dal Sasso delle Capre per arrivare alla postazione era impresa impossibile.

 

 

I partigiani erano quindi al sicuro. Solo eventuali colpi di mortaio li avrebbero potuti snidare. I loro sguardi erano fissi alle tre direttrici: il Tomatico, la Forcella di San Daniele e Val del Tegorzo. Erano certi che sopra di essi, sulla punta più alta del Sasso delle Capre, il nemico scrutava l’orizzonte seguendo il movimento delle truppe.

 

 

Mano a mano che queste scendevano, venivano dai superstiti controllate. Forte il contingente delle SS lungo il lato nord, mentre dalla forcella transitavano per lo più Alpenjager. Molti, moltissimi erano i tedeschi. Sembrava quasi che simili contingenti non avessero potuto salire sul Grappa.

 

 

La speranza che tutto fosse ormai per finire era però frenata dalla tema di una ripresa o di una sosta prolungata nei pressi della Valle di Schievenin. Quest’ultimo fatto avrebbe provocato l’annientamento fisico di tutti i partigiani superstiti.

 

 

Verso le ore 16 il versante nord del Tomatico ebbe la sua tornata. Mortai, cannoni, mitragliere, prepararono la via ai rastrella tori. La croce che innalzata sulla cima vuol ricordare una delle grosse battaglie del 1917, ricorderà, nella nuova costruzione anche quella serata.

 

 

Alle ore 21 la Valle di Seren, Rasai, Porcen, Tomo e Villaga conobbero ancora una volta la furia nemica. Tutti gli uomini validi, operai, contadini, boscaioli, vennero catturati e trasportati a Feltre da dove, la maggior parte, venne internata in Germania.

 

 

Violenze, spoglio di case, incendi, segnarono il passaggio dei nazisti attraverso la già povera zona del basso feltrino.

 

 

Una violenza bestiale

 

 

La medesima cosa era avvenuta, o stavva accadendo, da Arsiè a Primolano, da Cismon a Bassano, a Romano, Semonzo, Borso, Crespano, Possagno, Cavaso, Pederobba, Fener, Alano, Campo e Quero.

 

 

Ma, oltre alle efferatezze sul materiale, il nemico, con inizio il 25 settembre, perpetrò il crimine più odioso. Senza processi, in ispregio alle normali leggi internazionali che vogliono salva la vita dei prigionieri di guerra, i partigiani, o civili sospettati tali, vennero impiccati lungo le strade che circondano il Massiccio del Grappa.

 

 

Da Arten a Quero, da Alano a Cornuda, a Onè di Fonte, a Onigo, a Pederobba, a Cavaso, a Crespano, a Bassano, improvvisati capestri vennero innalzati.

 

 

I corpi, disfatti dalle sofferenze, dalle percosse, dalle torture, penzolarono in quelle giornate, rimanendo esposti alla visione pubblica per ore e ore. “Ero ribelle. Questa è la mia fine!”.

 

 

Questi erano i cartelli che i nazi-fascisti appendevano al collo degli impiccati senza nome, martiri sconosciuti di una guerra santa. Ogni impiccato formò episodio nel grande dramma dei giovani dell’epoca.

 

 

 Giuseppe Boschieri ad Arten, le mani legate con filo spinato, osa gridare mentre sale il patibolo e fissando gli avvinazzati impiccatori, “Viva l’Italia, viva la Matteotti!”.

 

 

A Quero il partigiano Marchetto sputa in faccia al boia prima che con uno strattone, il camion che trasportava i prigionieri martoriati riprendesse il funebre tragitto.

 

 

Ad Onigo di Piave “Micellin Giovanni” catturato dopo lo sbandamento del reparto viene impiccato sulla facciata del municipio mentre le operaie stanno uscendo dalla fabbrica Conti. La corda si spezza. Il ragazzo urla impazzito cadendo a terra. Viene cercato un altro cappio dalle Brigate Nere. Si riprende la scena. La corda si spezza una seconda volta. Il sacerdote Don Maria Giuseppe che assiste si interpone per salvare la vita del giovane.

 

 

I brigatisti lo allontanano col calcio delle armi. Terza corda, terza impiccagione. Uno strappo: la morte. La folla è terrorizzata. Raffiche di mitra obbligano ad assistere alle spettacolo. Il cadavere del Mocellin rimarrà penzolante sul posto per più giorni.

 

 

A Cavaso del Tomba, i genitori del tenente Leo dell’”Italia Libera Archeson” sono obbligati ad assistere all’impiccagione del figlio. Ad Onè di Fonte la stessa scena. La madre del ten. Ceccato dell’”Italia Libera Archeson” deve assistere, oltre all’impiccagione, anche al corpo del figlio che brucia.

 

 

A Crespano del Grappa, il tenente Giarnieri dei Carabinieri viene impiccato, mentre sul suo corpo gli energumeni fascisti si accaniscono con calci, sputi, e pugni. Di fronte un partigiano viene appeso al gancio di una macelleria. Le sue grida rintuoneranno per lungo tempo, sino a quando il giovnae morrà dissanguato.

 

 

A Bassano i viali più belli della città formano vie dei Martiri. Benedetti e assistiti da Padre Nicolini gli eroi, ad uno a d uno salirono il patibolo. Qui si scaricò la rabbia nazifascista, mentre alta si levò la voce del Vescovo maledicente i carnefici. E oltre. Lungo la Val Brenta, perirono nell’impiccagione o mediante fucilazione altri “ribelli” del Grappa, mentre sulla Cima, dopo sommario processo, veniva fucilato alla schiena il partigiano tedesco Hans Knep.

 

 

27 – 28 settembre 1944

Le vie di scampo si restringono

 

 

La notte fra il 27 e il 28 settembre segnò il passaggio delle truppe rastrellatrici. All’alba del 28 i superstiti, arroccati sotto il Sasso delle Capre, decisero di muoversi in direzione Valdumela. La zona venne perlustrata da due partigiani (Arco e Icna). Verso le ore 9 del 28 Arco ritornò avvertendo che sulla Cima esisteva un drappello tedesco.

 

 

Bisognava aggirare il Sasso e spostarsi in direzione nord. Icna rientrò poco dopo dicendo che esisteva la possibilità di guadagnare la cima attraverso le ultime propaggini di Costa Caorera e i dirupi che limitano a sud la Valle dell’Inferno.

 

 

Il gruppo venne diviso in tre per tre. Alle ore 16, stanchi e demoralizzati, i superstiti del Grappa erano riuniti sopra la zona che domina a nord ovest Valdumela.

 

 

Poche centinaia di metri in linea d’aria separavano i partigiani da un contingente tedesco in sosta nella valletta. Intorno tutto era bruciato. Dopo due ore di sosta il gruppo riprese il movimento in direzione ovest, per cercare un luogo di maggior sicurezza, ignorando se altri contingenti nemici esistevano intorno.

 

 

Aggirata, sempre a nord, Fontanasecca, i partigiani raggiunsero ancora una volta le vecchie fortificazioni dei Solaroli. Nell’oscurità apparvero in diversi punti del massiccio alcuni segnali luminosi. Da Cima Grappa una specie di riflettore spaziava intorno un fascio di luce.

 

 

Giù, nei pressi del Forcelletto e verso Fredina, altri razzi, lanciati in direzione nord-est e qualche colpo di ta-pum rendevano chiara la dimostrazione che i tedeschi erano un po’ dovunque.

 

 

La fame e la sete sono i mali più terribili. Scelti a sorte, 4 partigiani vennero inviati in direzione Porcen e verso Campo e Colmirano alla ricerca di viveri.

 

 

29 settembre 1944

 

 

All’alba del 29, mentre riprendeva la sparatoria in direzione Villaga-Tomo e Anzù di Feltre, lungo le propaggini del versante nord-est del Tomatico e sul versante di Campo-Arziè, i due partigiani inviati a Campo rientrarono con viveri offerti dalla popolazione.

 

 

Unitamente ai viveri essi portarono un manifesto con su la taglia di 200 mila lire e 50 kg. Di sale per la cattura del comandante “Neri”-Ten. Livio, sfuggito all’accerchiamento. Oltre al manifesto i due avevano con sé una lettera firmata da Giovanni Tonetti, commissario unico del Grappa, recapitata tramite il parroco di Alano, con la quale si invitava le formazioni partigiane a consegnarsi ai tedeschi, a gettare le armi, perché Tonetti riconosceva l’inutilità di continuare a combattere contro un nemico assai forte e ben organizzato.

 

 

L’effetto di queste due “novità” forzarono la volontà dei superstiti incitandoli a resistere ancora.

 

 

Verso le ore 10 anche i due partigiani inviati a Porcen rientrarono sui Solaroli portando viveri. Le notizie erano purtroppo disastrose. Ovunque i tedeschi terrorizzavano la popolazione. Tutti i cascinali erano stati incendiati. Da Valle di Seren erano giunte catastrofiche nuove: violenze, incendi, cattura di prigionieri avevano creato il terrore in tutto il feltrino.

 

 

Il bollettino di guerra germanico dava notizia del rastrellamento. Lo stesso avveniva anche per quello del comando alleato che segnalava il protrarsi della resistenza sul Grappa.

 

 

Esili speranze si riaccendono

 

 

Verso le ore 12 due aerei alleati volteggiarono sul Massiccio del Grappa. I superstiti cercarono nei limiti del possibile di segnalare la loro presenza sventolando i fazzoletti. La speranza di essere stati individuati ridiede forza ai partigiani.

 

 

Seguendo direttive diverse, venne tentato lo spostamento verso la Val dei Pezzi per poter raggiungere Valle di Seren onde rendersi conto di quanto era accaduto. Il movimento venne effettuato in oltre quattro ore.

 

 

Al termine della zona che delimita lo spazio entro cui sorgeva la casermetta, il gruppo, sparso a largo raggio sostò. Un movimento di uomini era stato notato nei pressi dei ruderi. Un nucleo di Alpenjager stazionava armato, dando l’impressione di proteggere il passaggio delle colonne in movimento.

 

 

Gli occhi dei partigiani erano fissi su quel gruppo. La conta durò certamente a lungo. Studiata la disposizione dei tedeschi venne deciso il colpo di mano. Il gruppo di Alpenjager era formato da 7 uomini. Bisognava circondarli e assalirli senza sparare. Catturandoli era possibile effettuare scambi o, comunque sfruttare la situazione.

 

 

Strisciando sul terreno i partigiani riuscirono a circondare la radura. Pochi metri li separavano ormai dal nemico. Lo scatto, l’urlo “Viva l’Italia” e la furia dei “ribelli” piombò sui tedeschi attoniti. Nessun colpo venne sparato. La resa fu immediata e, con essa, il bottino. Armi, munizioni e viveri di conforto. I sette prigionieri, spaventati per il colpo inaspettato, obbedirono agli ordini di “Neri”.

 

 

30 settembre 1944

In cerca della via d’uscita

 

 

Si ripiegò verso le ultime propaggini di Col dell’Orso. Dall’interrogatorio fatto risultò che le truppe tedesche stavano avviandosi verso le basi di partenza. Il gruppo catturato avrebbe dovuto rientrare per le ore 13 del giorno 30 a Fonzaso oppure seguire la direttrice Seren-Rasai-Feltre.

 

 

Verso le ore 23,30 del 29 settembre raffiche continue di mitra da 20 mm. Lacerarono l’aria in direzione Fredina-Val dei Pezzi. Il mitragliamento durò 20 minuti. L’esperienza di altre azioni del genere suscitò entusiasmo fra i superstiti perché significava la fine delle operazioni.

 

 

Sarebbe bastato soltanto evitare i posti di blocco e gli scontri diretti e la vita sarebbe stata salva. Nessuno riposò in quella notte. Le fatiche vennero dimenticate. Nessuno più ricordava quasi i lunghi giorni trascorsi.

 

 

Al mattino del 30 settembre i superstiti della resistenza sul Grappa si trovarono nella necessità di affrontare la nuova situazione in una zona distrutta, priva di qualsiasi possibile ospitalità.

 

 

Nel fondo valle le popolazioni vivevano nel terrore e nella miseria. Nei centri abitati stazionavano ancora truppe armate. Bandi, proclami, taglie, apparivano sui muri anneriti in manifesti continui.

 

 

Le impiccagioni susseguitesi dal 25 al 27 settembre avevano suscitato panico il cui ricordo non sarebbe stato facilmente cancellato. Le deportazioni degli uomini validi avevano lasciato un vuoto nelle famiglie. Per questi motivi un collegamento fra i superstiti e la pianura era pressoché impossibile. D’altra parte bisognava assolutamente evitare che ulteriori rappresaglie avessero a ripetersi sull’inerme popolazione già duramente provata.

 

 

La giornata del 30 settembre

 

 

Il 30 settembre la situazione sul Massiccio era pressappoco questa:

 

 

1) i nazifascisti, suddivisi in vari raggruppamenti, ciascuno dei quali variava da 20 a 50 uomini, stazionavano su Cima Grappa, sull’Archeson, a Fredina alta. Pattuglie mobili tedesche perlustravano la zona Sasso delle Capre, Cinespa, Camparona. Altro movimento era notato nella zona Campo Solagna e Val delle Foglie. Altro gruppo armato stazionava fra il Monfenera e il Tomba.

2) Le forze partigiane superstiti erano formate da 18 uomini, comandati da “Neri”, con 7 tedeschi prigionieri, dislocati lungo le propaggini del Col dell’Orso in posizione di attesa. Poche armi e poche munizioni, senza viveri, laceri nelle vesti i partigiani vigilavano in attesa di qualche cosa di nuovo, capace di dare sicurezza o possibilità di muoversi.

 

 

Verso le ore 13 le vedette partigiane abbarbicate sulle cime del Solarolo avvistarono il congiungimento dei gruppi tedeschi di Camparona e zona Archeson nei pressi di Val delle Mure. Al Bocaor la truppa stazionò per poi riprendere la marcia verso Cima Grappa.

 

 

Dall’equipaggiamento degli uomini apparve chiara l’operazione di abbandono della zona, ritenuta ormai sgombra di partigiani. Dalle ore 16 alle 17 nei pressi del Forcelletto venne notato un forte contingente di truppe tedesche in movimento verso Fredina e Campo.

 

 

Anche qui dall’assetto dei nemici appariva chiaramente l’inizio dello sgombero dela zona. Una pattuglia tedesca si spostò verso la casermetta della Val dei Pezzi, con il proposito di rilevare il gruppo di Alpenjager catturati dai partigiani.

 

 

Raggiunta la radura la pattuglia sostò per spargersi a raggera. Alcune raffiche di mitra vennero sparate attorno. Attimi di spasmodica attesa e di apprensione per i partigiani, mentre l’incubo passava.

 

 

I tedeschi ripreso il movimento, abbandonarono la zona in direzione di Campo-Seren. La notte portò con sé il silenzio assoluto intorno alla zona. Ogni tanto l’oscurità era interrotta da qualche razzo che probabilmente indicava lo spostamento delle truppe verso il fondovalle.

 

 

Verso le ore 24 una pattuglia di 4 partigiani si spinse nei pressi di Fontanasecca senza incontrare alcun ostacolo. Al suo rientro i superstiti decisero di muoversi verso il centro del Massiccio per guadagnare il versante opposto, qualora questo fosse stato abbandonato dal nemico.

 

 

1 ottobre 1944

 

 

L’alba grigia del 1 ottobre trovò il gruppo di partigiani in moto. Ovunque apparivano le rovine lasciate dai tedeschi. Le malghe, le baite, le casere non esistevano più. Ruderi anneriti segnavano il passaggio delle truppe nemiche.

 

 

Per raggiungere le propaggini che sovrastavano Val Calcino si doveva passare attraverso la stretta di Cinespa. Il pericolo di essere avvistati da qualche pattuglia nemica venne sventato mediante il sistema usato dal nemico stesso. Vennero fatti passare i sette prigionieri mentre i partigiani strisciavano sul terreno. La cosa venne attuata senza intralci.

 

 

Raggiunta Campanarotta e, da qui la forcella che domina Val Calcino, apparvero alla vista dei superstiti i primi cadaveri dei difensori, già in stato di avanzata putrefazione. Crivellati di colpi o mezzi bruciati i resti dei partigiani vennero raccolti mentre i prigionieri tedeschi, con mezzi di fortuna, scavavano la fossa.

 

 

Frattanto una pattuglia si spingeva verso Val Calcino, oltre Camparona e la zona della Stua. Il resto reparto, compiuta l’opera di sepoltura dei fratelli caduti, si assestava lungo il versante destro delle cime che dominano Val Calcino, il Medal e, oltre, l’accesso all’Archeson.

 

 

Poco dopo le ore 14 del 1 ottobre il silenzio che incombeva intorno venne rotto da un belato. Era un segno di vita che richiamava alla realtà i superstiti. Gli occhi scrutarono i dirupi sottostanti. Una pecora, sfuggita al gregge che aveva abbandonato il Grappa all’inizio del rastrellamento, venne scorta lungo il crepaccio. La sua cattura significava cibo.

 

 

Incuranti di ogni misura di sicurezza i partigiani incominciarono la caccia fino al raggiungimento della preda. Fu un dono della Provvidenza. Perfino il fuoco venne acceso in un anfratto perché anche un fiammifero saltò fuori dalla tasca di un tedesco. Mai pasto fu più prelibato di quello della sera del 1 ottobre!

 

 

Verso le ore 20 la pattuglia rientrò con alcune persone dal fondo valle che recavano vivieri e acqua, sigarette e qualche indumento. Incontro indimenticabile quello che vedeva la povera gente muoversi commossa verso coloro che, anche involontariamente, erano stati causa della disastrosa vendetta nazifascista contro gli inermi.

 

 

Le notizie recate erano sempre le stesse. Ovunque si dava la caccia agli scampati e si perquisivano le case per snidare eventuali “ribelli” nascosti. Moltissimi gli uomini deportati in Germania con sui vestiti il marchio “P” che li faceva distinguere dai comuni internati.

 

 

La gente del fondovalle aveva aiutato molti partigiani a sfuggire all’accerchiamento. Nelle chiese dei paesi del Grappa si erano rifugiati per giorni e notti gli scampati. Frattanto, ottenuto un primo collegamento con la popolazione, le cose sembravano avviate verso la normalizzazione.

 

 

Nella necessità di conoscere la situazione esistente sul Massiccio, il reparto venne suddiviso in tante pattuglie, mosse in movimento con comiti di perlustrazione.

 

 

3 ottobre 1944

I superstiti: poche decine

 

 

Alla sera del 3 ottobre la situazione poteva essere così definita: a) sul Massiccio del Grappa stazionavano 3 gruppi di tedeschi (su Cima Grappa, sul Tomba e sul Peurna); b) lungo la destra Piave erano stati rinforzati i presidi di Quero e di Alano, mentre grossi contingenti tedeschi si erano spostati in Feltre-Arten-Fonzaso-Lamon-Pedavena; c) nella zona sud, da Bassano a Pederobba, reparti nazifascisti erano stati rinforzati particolarmente a Crespano, Asolo, Cornuda, Covolo e Crocetta; d) lungo la Val Brenta e bassa Valsugana posti di blocco o presidi risultavano costituiti a Cismon, Valstagna, Primolano, mentre grossi contingenti tedeschi si erano diretti verso l’Altopiano dei 7 Comuni; e) le forze partigiane rimaste erano formate dai 18 uomini di “Neri” che custodivano 7 prigionieri.

 

 

Per questo gruppo esisteva l’assoluta impossibilità di operare in scontri diretti. Veniva attuato esclusivamente il controllo del movimento dei tedeschi per non cadere in imboscate. Alle pattuglie dei partigiani toccò uno straordinario servizio: il ritrovamento dei cadaveri dei caduti.

 

 

La provvisoria sepoltura dei morti, operazione resa difficile dalla necessità di attuarla senza attirare l’attenzione del nemico, venne espletata durante le notti. Lentamente vennero riallacciati i collegamenti con le popolazioni di Pocen, Villaga, Schievenin e, successivamente con la gente di Campo.

 

 

Preziosissima fu l’opera svolta dal clero delle parrocchie sottostanti il Massiccio. Tramite il parroco di Fener (Don Giovanni Ceccato) fu possibile dare notizia al GAP di Covolo di Piave e di stabilire il collegamento con i paesi della zona.

 

 

La notizia che un reparto di partigiani esisteva ancora sul Grappa suscitò un’ondata di stupore e di incredulità. Frattanto i tedeschi avevano iniziato il rastrellamento delle vette feltrine. Tale episodio è da collegarsi con il mantenimento dei forti presidi nella zona del Grappa. Infatti il Massiccio poteva agevolare, affrontando una zona abbastanza vasta, l’eventuale sganciamento dele forze partigiane.

 

 

6 – 7 ottobre 1944

Si devono rifare piani e strategie per salvarsi

 

 

Le azioni del “Buozzi”, che avevano permesso a una gran parte dei partigiani di tutte le formazioni del Grappa di sfuggire alla cattura e di raggiungere i luoghi di sicurezza alle spalle del nemico, avevano però insegnato a quest’ultimo ad intensificare la vigilanza in tutta la zona del feltrino, da Primolano a S. Giustina.

 

 

D’altra parte dai 18 uomini di “Neri” era impossibile pretendere un’azione alle spalle dei tedeschi per aprire un varco ai “Garibaldi” della Gramsci e delle altre brigate verso il Grappa. Il GAP di Feltre della “Matteotti” riuscirà nella notte del 5 ottobre a collegarsi con “Neri” nei pressi di Malga Cinespa.

 

 

Si saprà poi che il Comando tedesco, mantenendo un forte contingente di truppa nella zona Quero-Alano, cercava di evitare il riorganizzarsi delle formazioni partigiane sul Massiccio del Grappa, particolarmente sul versante est.

 

 

“Neri” e i suoi uomini si resero conto del fatto quando, nei giorni 6 e 7 ottobre, vennero a mancare i collegamenti con la zona di Campo. Si tentò allora di aggirare i nuovi ostacoli. Al GAP di Feltre venne assegnato il compito di riprendere i contatti con la zona di S.Vito d’Arsiè-Seren-Porcen-Tomo, fissando come base per future disposizioni il Seminario di Feltre o il medico dott. Zancanaro (omonimo del colonnello ucciso dai fascisti).

 

 

Questo gruppo riuscirà nell’azione, attraverso gravi difficoltà, assicurando nell’inverno del 1944 la riorganizzazione di un intero battaglione della “Matteotti”.

 

 

8 ottobre 1944

Neri tenta il tutto per tutto

 

 

Nel tardo pomeriggio dell’8 ottobre “Neri” decise di scendere da Cinespa e, attraverso l’alta Val Calcino, di puntare su Uson, sotto il Madal. Il reparto venne suddiviso in pattuglie. I 7 prigionieri vennero avviati con “Neri” e altri 4 partigiani in direzione Ponte della Stua, luogo ritenuto il più pericoloso.

 

 

Si camminò tutta la notte, collegati da segnali quasi impercettibili. Tutto sembrava avviarsi nella calma più assoluta. La pattuglia infatti che muoveva a monte del Calcino stava raggiungendo la strada che si snoda alla base del Madal, mentre “Neri” con gli altri uomini si apprestava a raggiungere il Ponte della Stua.

 

 

Improvvisamente verso le ore 7, la staffetta che precedeva questo ultimo gruppo, avvistò lungo la strada che da Campo porta al Ponte, un contingente tedesco, preceduto da un’autoblinda. Subito dopo partirono da quest’ultima  raffiche di mitragliera da 20 mm. In direzione Cinespa.

 

 

Sopra le teste dei partigiani passavano le granate. Il momento era cruciale. Uno scontro frontale con il nemico, di cui non si conosceva l’entità numerica poteva significare la fine. Invano si cercarono le cause di quest’ultima ripresa delle operazioni.

 

 

Certamente qualcuno degli abitanti della zona aveva parlato. I 7 prigionieri cominciarono ad agitarsi, quasi spinti dalla certezza della libertà. Vennero legati ed imbavagliati. 500 metri, forse meno, separavano in linea d’aria, i tedeschi da “Neri “ e i suoi uomini.

 

 

Con l’apparire del giorno nella stretta valle i superstiti scorsero una cinquantina di tedeschi in assetto di guerra sparsi nei pressi del ponte sul quale l’autoblinda stazionava, mentre dalla stessa partivano i colpi della mitragliera.

 

 

Il pericolo sarebbe venuto da questa se avesse abbassato il tiro e se gli uomini fossero avanzati. Il Bren in possesso dei partigiani aveva pochissime munizioni; lo stesso dicasi per le armi leggere automatiche. Era impensabile opporre resistenza e tentare la sorpresa. D’altra parte era altresì impensabile spostare il reparto in altre direzioni.

 

 

Durante un intervallo della sparatoria della mitragliera venne notato che una decina di tedeschi si muoveva in direzione Cisa-P.S.Daniele, sparando con le machine-pistol e con i fucili. Il caratteristico ta-pum rintronava ancora una volta sul Massiccio. Le mosse del nemico erano sempre le stesse. Movimenti lenti, spreco di munizioni, rastrellamento del terreno palmo a palmo, mentre le raffiche della mitragliera percorrevano tutto l’arco dell’alta Val Calcino.

 

 

L’occasione arrivò con la notte

 

 

Il pericolo di essere accerchiati incombeva sui partigiani: una volta ancora la morte sembrava dovesse sopraggiungere su coloro che tutto avevano dato per la libertà. L’immobilità assolita, la tensione estrema, la fissità dello sguardo verso il nemico potente avevano reso i resistenti altrettanti esseri incoscienti, disperati.

 

 

In questo modo passavano i minuti e le ore. Qualche partigiano teneva puntato verso la bocca la canna del mitra. Il proposito del suicidio piuttosto di cadere vivo nelle mani del nemico era evidente.

 

 

Verso l’una del pomeriggio venne avvistata una motocicletta con carrozzella seguita da una auto carretta. Questi sostarono nei pressi dell’autoblinda. Confabulazioni, indicazioni ed altro seguì fra i nuovi arrivati e i tedeschi che stazionavano nei pressi del ponte.

 

 

Dall’autocarretta vennero scaricati cassette e bidoni. Poco dopo i due mezzi ripartirono. Frattanto il gruppo dei rastrella tori era giunto a mezzacosta, nel folto del bosco, fuori della vista dei partigiani, protetti dai dirupi e dalle rocce che caratterizzano la zona.

 

 

Si udiva soltanto rintronare il crepitìo delle armi. L’imbrunire nella valle è di breve durata. L’oscurità sopraggiunse in fretta. Tale fattore giovò al gruppo di “Neri”. Verso le ore 17 infatti i rastrellatori iniziarono il ricongiungimento con il gruppo dell’autoblinda.

 

 

Non era possibile comprendere la manovra del nemico. Ognuno auspicava il rientro di questo alla base di partenza. Invece poco prima delle 19 il contingente tedesco si divise in 4 gruppi, all’imbocco delle 2 strade e nelle due estremità del ponte.

 

 

Poco dopo vennero accesi, nei suddetti punti quattro grandi fuochi. Di tanto in tanto una raffica di mitra veniva sparata verso i costoni che delimitano la zona. La situazione si protraeva da diverse ore e si prospettava ancora più grave.

 

 

Lo stazionamento del nemico nella zona dava certezza che l’operazione sarebbe stata ripresa il mattino successivo, magari con ulteriori rinforzi. Bisognava assolutamente decidere. Ripiegare verso Cinespa era impresa assurda per le difficoltà e l’asperità del terreno.

 

 

Tentare di spostare tutto il reparto verso lo scoperto del Madal significava rendersi facile bersaglio al nemico. Unica decisione era l’attacco a sorpresa approfittando della “protezione” dei 7 prigionieri.

 

 

Venne passato l’ordine di “Neri” ad ogni singolo partigiano. Vennero slegati i prigionieri che, con le mani alzate, vennero avviati verso il reparto tedesco. Erano circa 6-700 metri di percorso anfrattuoso e difficile.

 

 

I fuochi accesi illuminavano abbastanza la zona, 600, 500, 400 metri separavano gli attaccanti dal nemico. I partigiani avanzavano dietro il gruppo dei 7 prigionieri. Questi, giunti a poco più di un centinaio di passi cominciarono ad urlare nella loro lingua per attirare l’attenzione dei camerati.

 

 

Fu un baleno. Scattò “Neri” con i suoi uomini , sparando in direzione dei fuochi. Scattarono “Reno” con gli altri partigiani, attaccando sul fianco sinistro del nemico. I 18 forsennati piombarono sui 4 drappelli nemici seminando confusione e morte.

 

 

Trovate le forze che avevano perduto, i partigiani raggiunsero correndo all’impazzata il ponte, l’oltrepassarono scavalcando i feriti.

 

 

Non è possibile descrivere minuziosamente l’azione per la repentinità con cui essa si svolse. I 18 sbandati non si accorsero nemmeno dell’oscurità che, oltre i fuochi, era piombata sulla zona. La loro corsa li portò fino al limite di Colmirano.

 

 

Alle loro spalle il nemico aveva dato inizio alla sparatoria di risposta, con un notevole ritardo, sbagliando pure direzione. Infatti il fuoco tedesco veniva indirizzato verso il versante nord-ovest della zona, mentre i partigiani avevano già guadagnato la zona sud, di gran lunga alle spalle del nemico.

 

 

Questa azione, ricordata dal bollettino germanico come “attacchi e ribelli nella zona fra Piave e Grappa” rimarrà nella storia del rastrellamento come “azione di Ponte della Stua”

 

 

Raggiunto il limitare della campagna che precede l’abitato di Colmirano, i 18 partigiani si riunirono. Era ormai notte. Attraverso l’oscurità venne intravisto un lume. “Neri” e “Reno” si avvicinarono.

 

 

La casa di Franz Licini ospitò i due. Il proprietario scongiurò i due partigiani ad allontanarsi in quanto l’abitazione era occupata dai tedeschi.

 

 

Chiesero cibo e di essere accompagnati verso il Monfenera e il Tomba. Franz rifornì di viveri i superstiti e si offerse di indicare una via sicura per raggiungere la base del Monfenera.

 

 

Illustrò a “Neri” la situazione: tedeschi a Calmirano, Alano, Fener. Posti di blocco un po’ ovunque. Brigatisti neri sul Monfenera e lungo la Pedemontana al comando di Durighella. Un elenco di spie e di collaborazionisti venne dato da Franz.

 

 

Con i viveri in spalla il gruppo, suddiviso in piccole pattuglie, attraversò la campagna, raggiunse la riva sinistra del Tegorzo. Era necessario oltrepassare il fascio di luce proiettato da un faro piazzato verso Fener sul greto del torrente.

 

 

In lontananza si udiva il rabbioso crepitìo delle armi automatiche che cercavano di snidare i ribelli. Un certo frastuono di automezzi si udì nella zona di Alano. Certamente l’attacco di Ponte della Stua aveva creato l’allarme.

 

 

Bisognava far presto. Salutato Franz, uno alla volta, anticipando il fascio luminoso del riflettore i 18 superstiti guadagnarono la riva destra del Tegorzo e, da questa, le prime balze del Monfenera.

 

 

Una splendida luna accompagnava la marcia silenziosa dei superstiti del Grappa. Raggiunta la sommità del crinale, lo sguardo dei partigiani si volse verso i Massicci. Lassù sui Solaroli era rimasto un fazzoletto intriso di sangue. Era la bandiera vittoriosa di chi aveva resistito, di chi aveva disobbedito, per salvare i fratelli sbandati, al “si salvi chi può” del comandante”.

 

Testimonianza di Livio Morello


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