IL GRANDE RASTRELLAMENTO DEL GRAPPA 

Testimonianza della disfatta

Relazione del comandante partigiano Livio Morello (diario prestato all’autrice Prof.ssa Angela Rosato dallo stesso)

 

Capitolo Quinto

Parte Prima

 

 

“Verso le ore 7 del 20 settembre, preceduti da tiri di mortai e accompagnati da raffiche di mitragliera da 20 mm.. reparti di SS tedesche con un gruppo di Alpenjager attaccarono il Monte Medal, tenuto dall’Italia Libera di Archeson.

 

 

L’azione tedesca risultava contornata da tiri di copertura di mortai nella zona che circondava il Madal. Una colonna di autoblinde che si avvicinava al posto di blocco n.2 del “Buozzi” (Forcella di San Daniele sovrastante la valle Calcino, che dal Colmirano porta in Cinespa) venne attaccata dai partigiani e obbligata a desistere.

 

 

Chiaro risultava il tentativo nemico di sfondare verso Camparona su due versanti: Madal-Cinespa per tagliare fuori Valdumela e dirigere le operazioni verso il Grappa attraverso Val delle Mure-Cason del Sol in appoggio ad altri contingenti.

 

 

L’attacco dei partigiani bloccò sul nascere l’iniziativa. Un rapido spostamento degli uomini verso il ponte della Stua (lungo il costone ovest, che divide la valle di Schievenin dal punto sopra citato) diede possibilità di attaccare ancora la colonna tedesca al centro dela stessa, dividendola in due tronconi.

 

 

Frattanto sul Madal i tedeschi avanzarono. La resistenza degli uomini dell’”Italia Libera Archeson” fu encomiabile e si protrasse per circa un’ora sino al momento in cui (ore 8 e 10 esatte, ora controllata da “Neri” e dal commissario Giavi da un costone di roccia dal quale era possibile seguire l’azione con il cannocchiale) i colpi di mortaio centrarono l’accantonamento del reparto.

 

 

E’ da ricordare che la maggior parte dei partigiani era formata da giovani non ancora ventenni. Il panico si impossessò degli uomini…la cui gran parte si diede alla fuga verso l’Archeson. Dalle postazioni della “Matteotti” non era materialmente possibile raggiungere il Madal per soccorrere i pochi difensori…. Il nemico avanzava, con manovre concentriche verso la cima.

 

 

Alle ore 9 il Madal era caduto. Alle 9 e 15 dalla zona di Monfumo l’artiglieria iniziò un cannoneggiamento verso le postazioni del posto di blocco n.2 del “Buozzi” coprendo il terreno sino a Cinespa; 10 minuti dopo un reparto di Alpenjager tentò un attacco alla zona difesa dal Buozzi.

 

 

Contemporaneamente una colonna nemica con mezzi corazzati leggeri tentava di passare a guado il Tegorzo fra Campo e il bivio di Quero. I due tentativi vennero stroncati immediatamente dai due gruppi di partigiani, che obbligarono i tedeschi a ritirarsi.

 

 

Sul Tegorzo, colpite da bombe appositamente preparate dalla squadra sabotatori del “Buozzi” rimasero incendiate due autoblinde. Verso le ore 10 e 30 si udivano solo raffiche di mitragliera da 20 mm. E di mitra.

 

 

La situazione era la seguente: 1) Il Madal occupato dai tedeschi; 2) il fondo valle rigurgitava di truppe nemiche; 3) Razzi colorati illuminavano il cielo del Madal e della pedemontana.

 

 

Alle ore 14 il comandante del “Buozzi” si offrì personalmente con 10 uomini volontari per attaccare la posizione tenuta dai tedeschi sul Madal.

 

 

Il comandante dell’”Italia Libera Archeson”, dal quale i reparti dipendevano tatticamente, vietò l’attuazione dell’azione. Le altre formazioni non essendo state attaccate, rimanevano nella posizione di attesa.

 

 

Avvertito il comando unico sulla precarietà della situazione, “12” ordinava a “Neri” di attaccare l’indomani, 21 settembre, il Madal con 10 uomini, aggiungendo sul messaggio “Al battaglione Buozzi salvare il Grappa salvando la situazione”.

 

 

Ma durante la notte avveniva la defezione dell’”Italia Libera Archeson”.

 

 

Alle ore 23 Pasini informava Morello, tramite una staffetta, sulla necessità di resistere, assicurando che la brigata “Mazzini” della “Nannetti” avrebbe attaccato alle spalle i nemici.

 

 

Questa assurda notizia (il “Mazzini” aveva subìto una decina di giorni prima un rastrellamento disperdendosi in pianura) suscitò lo sdegno sia del Morello come del commissario Giavi.

 

 

Il comando unico sembrava vivere al di fuori della realtà. Alle ore 7,05 del 21 settembre aveva inizio il rastrellamento del Grappa nella sua fase più violenta”.

 

 

L’impatto con i rastrellatori

 

 

“Il primo scontro con i partigiani ebbe luogo a Fredina. Questa posizione era difesa da sette uomini della V compagnia della “Matteotti”. Un’ora di resistenza terminata con un corpo a corpo fra i partigiani ed i tedeschi. Tutti e sette caddero sulle armi. I loro corpi vennero orrendamente straziati dal nemico.

 

 

In Val delle Foglie il terzo battaglione della “Matteotti”, formato nella maggior parte da giovanissimi, affrontò il nemico che, distrutti gli appostamenti dell’”Italia Libera”, avanzava verso il Grappa.

 

 

Da tre posizioni avanzarono i nazifascisti. Da tre distinte postazioni i partigiani i partigiani contraccarono. Fu una carneficina. Una squadra di giovanissimi venne accerchiata dai tedeschi e dalla Brigata Nera di Vicenza. Ammassati in un anfratto, i partigiani vennero arsi vivi dai lanciafiamme usati dai brigatisti neri. Il comandante “Versa”, ferito, venne catturato e successivamente fucilato.

 

 

Un contingente tedesco, che da Seren aveva raggiunto Valle dello Stizzon, salì lungo la Valle dei Pezzi, difesa da un reparto del I° battaglione della “Matteotti” al comando di “Dalle Mule”. L’epica difesa della casermetta – la medesima si trovava nella Valle dei Pezzi ed era stata la sede durante il mese di luglio del comando della “Matteotti ha dell’impossibile.

 

 

Il nemico fu obbligato a ripiegare dinanzi alla foga dei partigiani. In suo aiuto dovette accorrere una nuova colonna delle SS, proveniente da Fredina.

 

 

Accerchiati, privi ormai di munizioni, i cinque superstiti di 14 uomini dovettero arrendersi. Percossi, legati e gettati a terra essi vennero cosparsi di benzina ed arsi vivi.

 

 

Frattanto, in obbedienza all’ordine del comando unico il battaglione “Buozzi” si era spostato verso Fontanasecca-Solaroli, prendendo posizione, a gruppi molto sparsi, su un vastissimo raggio che, da Sasso delle Capre-Valdumela-Cinespa, raggiungeva Col dell’Orso.

 

 

Verso le ore 12 una staffetta recò al comandante “Neri” la segnalazione che i tedeschi stavano sfondando la resistenza del gruppo della “Matteotti” che aveva sostituito gli uomini dell’”Italia Libera Archeson”.

 

 

Un reparto, comandato da “Reno” (Giacomo Barbisan) venne da “Neri” immediatamente staccato in Camparona con l’ordine di resistere sul posto onde evitare l’avanzata nemica verso Cason del Sol.

 

 

Questo provvedimento si dimostrerà importantissimo.

 

 

Nel frattempo venne avvistato un fortissimo contingente tedesco che tentava di salire verso Col dell’Orso con il chiaro scopo di aggirare le ultime formazioni che ancora opponevano resistenza. Pochi passi separavano ormai le truppe tedesche che avanzavano in ordine sparso, dall’appostamento partigiano. Ad un segnale stabilito le tre “Breda 37” aprirono il fuoco a ventaglio. I partigiani videro cadere i tedeschi come fuscelli.

 

 

Con i razzi colorati i tedeschi segnalavano i centri di resistenza. Infatti Col dell’Orso, abbandonato quasi subito dopo l’azione da “Neri” e dai partigiani, venne tempestato di granate, sparate da mortai e cannoni”.

 

 

Il ripiegamento dei superstiti

 

 

“Caduto l’Archeson i nazifascisti si accinsero ad attaccare Camparona e Domador. L’attacco tedesco non trovò impreparati gli uomini del “Buozzi”: raffiche ravvicinate, violenti corpo a corpo, pugnali, baionette, calci di fucile, sassi, tutto fu usato dai partigiani, i quali videro il nemico ritirarsi e darsi alla fuga, dopo aver lasciato sul posto un centinaio fra morti e feriti e…(nel testo) 24 prigionieri. Da parte nostra tre partigiani caduti e cinque feriti….Alle ore 16,45 la staffetta “Carta” portava a “Neri” il “si salvi chi può” di Pasini.

 

 

Parole di sdegno, d’ira, commentarono l’ultimo messaggio di “Longo”.

 

 

Molti erano gli sbandati che da ogni dove si riversavano verso Val delle Mule. Bisognava proteggerli, inquadrarli, indirizzarli. Erano partigiani dell’”Italia Libera” di Campo Croce, della “Garibaldi”, della “Matteotti”.

 

 

Per tutti gli scampati alla carneficina, la constatazione che esistevano uomini che ancora combattevano, costituì certamente la speranza che tutto non era finito, che c’era ancora possibilità di riscossa.

 

 

Dai racconti dei superstiti la situazione si dimostrò invece disperata. Ovunque il nemico incalzava. “Neri” dispose lo spostamento dei reparti verso Valdumela ripiegando sulle posizioni di partenza.

 

 

In Valdumela venne data lettura del messaggio, lasciando ad ognuno libertà d’azione. La quasi totalità degli uomini assecondò la proposta del comandante “Neri” di rimanere sul posto, e con azioni isolate recare il maggior numero di offese al nemico, al fine di proteggere i superstiti che vennero istruiti sulle vie da percorrere e accompagnati da partigiani di “Neri”.

 

 

Venne disposto subito un nuovo piano. “Neri”, nell’impossibilità di conoscere i movimenti del nemico, ma subodorando che un attacco massiccio sarebbe stato sferrato sulla Valdumela-Schievenin (ancora libero) per l’accanita resistenza di una parte del “Buozzi”, dopo che i primi contingenti di scampati erano stati avviati verso Porcen-Tomo-Villaga e Cilladon, diede appuntamento per coloro dei suoi che sarebbero stati ancora in vita, nei pressi della cima del Tomatico al mattino del 25, ogni squadra avrebbe dovuto agire indipendentemente, percorrendo nel senso inverso le direzioni di marcia del nemico.

 

 

Iniziata questa manovra, i vari gruppi si avviarono lungo Val Cinespa.

 

 

Le manovre concentriche dei tedeschi

 

 

Il nemico non tardò, con nuovi rinforzi, ad attaccare Camparona. Questa volta il tiro dei mortai, ben diretto, creò un vero pericolo per il reparto in difesa.

 

 

L’imbrunire, anticipato da una fitta pioggia, poteva creare una situazione pericolosissima. Il reparto che difendeva la località al comando di Giacomo Barbisan (Reno), per evitare di essere completamente investito, si divise in piccoli gruppi sparsi lungo i due pendii che formano la forcella, dopo aver minato il cascinale e gli altri accantonamenti.

 

 

Salendo da Val Calcino e scendendo dall’Archeson, protetti dal tiro delle artiglierie, reparti di SS comparvero in Camparona verso le ore 18,30. Il primo “Urrà” lanciato dai tedeschi venne subito smorzato dalla deflagrazione delle mine collegate.

 

 

Saltarono in aria i cascinali, frammisti a corpi umani. Immediatamente dalle nuove postazioni, i partigiani aprirono il fuoco sul nemico sorpreso da quanto era accaduto, obbligandolo a ripiegare in disordine. Frattanto altri episodi isolati accadevano in altre zone del massiccio.

 

 

I tedeschi, fermatisi in Val dei Pezzi, si erano organizzati, e in concomitanza con quelli che avevano raggiunto Fredina, avevano ripreso la marcia in direzione di Cima Grappa.

 

 

Al Forcelletto due uomini, il brigadiere dei carabinieri Giacca e il tenente russo Ivan della “Matteotti”, affrontarono con l’aiuto delle sole armi automatiche individuali la colonna nemica. I loro corpi e le stesse armi vennero poi ritrovati crivellati di colpi.

 

 

Il loro sacrificio permise al battaglione Monte Grappa della “Gramsci” di sfuggire all’accerchiamento, di guadagnare i Solaroli, Fontanasecca e di raggiungere la zona dove operava il “Buozzi”.

 

 

Altro episodio quello di Silvio Pocchetto nei pressi dell’Archeson. Con due uomini feriti, il vicecomandante della V compagnia della “Matteotti” resistette al fuoco nemico, dando così modo a gruppi di sbandati di ripiegare verso Cinespa, Valdumela, Schievenin.

 

 

Alle ore 20 del 21 settembre la situazione era la seguente: a) il versante sud del massiccio, dal Monfenera al Tomba, all’Archeson, a Campo Croce, a Malga Solagna, era in mano nemica; b( Cima Grappa, occupata dalla colonna tedesca pervenuta da Bassano; c) tutta la zona nord-ovest era in mano tedesca e le prime colonne stavano congiungendosi presso l’Ossario austriaco, con gli occupanti del Grappa.

 

 

La zona del Pertica, dell’Asolone, del Col delle Farine erano state pure conquistate; d) nell’alta Valle di Seren un forte ammassamento di truppa nemica dava motivo di prevedere un attacco a fondo sulla linea Col dell’Orso, Solaroli, Fontanasecca, Peurna, Monte Santo, appoggiato dalle truppe assestatesi su Cima Grappa; e) fortissimi contingenti tedeschi si stavano ammassando sulla Conca di Alano, Colmirano, Campo, dando certezza che un attacco a fondo era previsto per l’invasione di Schievenin; f) da Rasai, Porcen, Tomo stavano muovendo tre colonne di Alpenjager e SS verso il Tomatico e il Sassumà”.

 

 

La situazione…

 

 

“La situazione nostra era invece la seguente:

 

  • 1) Gruppi sporadici, formati da non più di 2-3 uomini, ignari di quanto era accaduto, circondati ormai dal nemico, opponevano qualche resistenza in punti disparati della zona occupata. Uno di questi gruppi di eroi ignoti veniva distrutto dalla preponderante forza tedesca. Drappelli di partigiani disarmati vagavano lungo Val delle Mura in cerca di scampo;
  • 2) Il battaglione “Buozzi” della “Matteotti” aveva dislocato una compagnia a difesa di Schievenin, compagnia collegata, attraverso la forcella di S. Daniele presso Rocca Cisa, con il resto del reparto;
  • 3) La zona Cilladon era vigilata da un altro reparto dello stesso battaglione;
  • 4) Una squadra del “Buozzi” con elementi GAP di Feltre vigilava nei pressi del Passo della Morte a monte della Valle dell’Inferno;
  • 5) Una compagnia, a gruppi sparsi, vigilava lungo la Valle delle Mure, da Cinespa-Valderoa-Domador, collegata in modo da assicurare il ripiegamento;
  • 6) Il resto del reparto era dislocato da Sasso delle Capre-Valdumela-M.Avien-M.Paione all’alta Val Perisella;
  • 7) Il battaglione Monte Grappa della “Gramsci” giunto in Valdumela preferì continuare la marcia di trasferimento verso il Peurna, nel tentativo di raggiungere la piana di Feltre, e da qui le vette per congiungersi con il resto della brigata.

 

 

Dopo un colloquio fra “Neri” e lo stesso comandante del Monte Grappa, il commissario Jura e la staffetta Katia, durante il quale venne portato a loro conoscenza il contenuto dell’ultimo messaggio di Longo, il comandante del battaglione sciolse il reparto.

 

 

Inutili risultarono i tentativi del Morello per dissuadere Monte Grappa a smembrare i reparti. Ai gruppi che si allontanavano definitivamente dal massiccio “Neri” affidò la maggior parte dei prigionieri, 24 tedeschi e due donne.

 

 

Presso il “Buozzi” vennero trattenuti Mirka Gesiotto con un’altra collaboratrice e due graduati delle SS di Feltre.

 

 

Al calare della notte i nemici, assestati sulle posizioni conquistate, continuarono il fuoco”.

 

 

Quegli aerei alleati…

 

 

“Alle ore 21 la massima sopravvenne sui superstiti. Gli apparecchi alleati, che avrebbero dovuto effettuare il lancio di materiale bellico volteggiarono per oltre mezz’ora sopra la Val delle Mure e Valdumela. L’angoscioso dilemma: accendere o non accendere i fuochi tormentò “Neri” come non mai.

 

 

Accenderli significava segnalare al nemico le postazioni e non accenderli voleva dire perdere il materiale. La zona scelta per il lancio era presso Cason del Sol. I partigiani erano discosti parecchio da essa.

 

 

L’unico punto possibile sarebbe stato la piccola valletta fra Cinespa e Valdumela, ex cimitero di guerra austriaco, dominata dal tedesco che, dal Madal, aveva raggiunto le cime prospicienti tal luogo. Gran parte del materiale sarebbe pertanto caduto, per la ristrettezza del luogo in mano nemica.

 

 

Una breve consultazione con gli uomini del comando decise per il no. Verso le ore 23 le vedette avvistarono un fortissimo contingente nemico che dal Tomatico, verso il versante est scendeva verso la Valle di Schievenin. A mezzanotte la compagnia che difendeva Schievenin raggiunse Valdumela con la notizia che una colonna corazzata tedesca aveva sfondato lungo la rotabile Quero-Schievenin e si apprestava ad attaccare la vallata.

 

 

Un’ora dopo don Giuseppe Cenato inviava una staffetta per avvertire che a Quero era giunto il colonnello Zimmermann con il suo stato maggiore per dirigere personalmente le operazioni.

 

 

Tutta la popolazione era terrorizzata. Gli uomini erano stati catturati e rinchiusi negli accantonamenti tedeschi. Non c’era tempo da perdere! Vennero fatti rientrare tutti i reparti. Contarono uomini, armi e munizioni: 38 partigiani, 2 mitragliatori Bren, 2 Breda 37 senza munizioni, 30 mitra e Sten, 8 moschetti, poche bombe a mano, poco più di due caricatori a testa di munizioni e circa 2 quintali di esplosivo.

 

 

Vennero distrutti tutti i documenti. Vennero minate le vie di accesso a Valdumela, divisi gli uomini in gruppi indirizzandoli verso il Passo della Morte, Sassumà e più a sud, verso i dirupi del Sasso delle Capre.

 

 

Al gruppo maggiore vennero affidate le due donne, ad altri due i due sottoufficiali delle SS, mentre “Neri” con 8 uomini sarebbe rimasto in zona per proteggere il movimento. Erano con lui Barbisan (Reno), Mondin Antonio (Bill), Mondin (Ferro), Bau, Zanini, Specia e altri due.

 

 

I razzi dopo la mezzanotte non apparvero più nella zona est. Tale fatto faceva prevedere che il nemico aveva raggiunto obiettivi prestabiliti. Infatti, oltrepassato il Passo della Morte, un nostro gruppo si incontrò con la punta avanzata di una colonna tedesca.

 

 

Rispose al fuoco ed ebbe via libera. Tale episodio però determinò la decisione di “Neri” di rivedere tutto il piano di movimento predisposto. Infatti era supponibile, oltre che probabile, che le colonne tedesche assestatesi lungo il versante nord-est della Valle di Seren fossero in movimento verso il Peurna con lo scopo di congiungersi con i reparti del Tomatico e di Schievenin.

 

 

Venne perciò disposto di sostare nelle posizioni raggiunte e di ritardare sino all’alba il movimento di sganciamento, evitando in tal modo qualsiasi contatto frontale con i tedeschi.

 

 

Con gli otto uomini volontari “Neri” iniziò invece lo spostamento lungo i dirupi, che da Valdumela portano a Fontanasecca e Solaroli sul versante nord del massiccio. Scopo di questa manovra era quello di attirare il fuoco nemico su una zona lontana da quella che interessava il movimento delle altre squadre.

 

 

Qualche piccolo successo

 

 

Le scarpe rotte, le ferite non ancora rimarginate, i nove partigiani raggiunsero la Malga Fontanasecca abbandonata dai pastori. Dopo una brevissima sosta il gruppetto si mosse verso i Solaroli. Raffiche di mitragliera e di mitragliatrici rintronavano da Cima Grappa e dal Forcelletto.

 

 

Un acre odore di fumo saliva da Val dei Pezzi e da altre zone. Al primo chiarore (verso le ore 5) riapparvero i razzi che illuminarono vaste zone del massiccio. Da Cima Grappa, dall’Archeson, da Cason delle Mura, dal Forcelletto, da Fredina, dalla casermetta di Val dei Pezzi, dal M.Piz, da Camparona e, più lontano, da Cilladon, dal Tomatico e da altri punti, i segni luminosi indicavano che il nemico era ovunque.

 

 

Ai razzi seguirono scoppi di granate dei cannoni che da Monfumo dirigevano il tiro verso Sasso delle Capre, Valdumela e Cinespa, mentre il versante verso Passo della Morte e il Peurna era bombardato da mortai piazzati in Val di Seren.

 

 

Da Cima Grappa, rinforzata dalle colonne che l’avevano raggiunta dopo il rastrellamento, partivano raffiche di mitragliera verso il Bocaor e Col dell’Orso.

 

 

Dai Solaroli si potevano osservare le direttrici di marcia del nemico: da Cima Grappa, dal fianco est della Valle di Seren, da Camparona verso il versante Nord del massiccio. Quando la visuale, per l’apparire del giorno, si fece più chiara, dal camminamento del M. Solarolo vennero avvistati, lungo il versante nord, a non meno di 100 m. in linea d’aria più di 200 tedeschi che avanzavano in ordine sparso, senza sparare.

 

 

L’attacco alla Cima (della Valdumela, n.d.c.) era palese. Se questa fosse caduta, in brevissimo tempo tutta la zona sarebbe stata occupata dal nemico.

 

 

Furono spostati 4 uomini sul crinale che, dal Solarolo, porta alla Forcella di Fontanasecca sapendo che il monte aveva una sola via d’accesso, quella frontale che obbligava a percorrere uno stretto canalone circondato da dirupi e precipizi.

 

 

Se i partigiani avessero attaccato in quel punto e con rapidità avrebbero creato un’azione di capitale importanza. Attesero, armi in pugno il proseguire degli avvenimenti. I tedeschi, appostatisi all’imbocco del canalone, aprirono un violentissimo fuoco di protezione, al quale i partigiani non risposero.

 

 

Sicuri ormai di aver via libera, i nemici si apprestarono al balzo finale, lasciando sul lato sinistro un reparto a protezione della manovra. 30-25-15-10 metri li separavano dal gruppo dei difensori.

 

 

Ad un segnale di “Neri” venne aperto il fuoco. Avevano 4 mitra e un Bren. La sorpresa e la rabbiosa furia crearono vuoti fra gli assalitori. I tedeschi si diedero a precitosa fuga, mentre il reparto posto a protezione apriva il fuoco verso la cima del Solarolo, rimasta però priva di uomini.

 

 

Contemporaneamente i quattro partigiani che dalla forcella di Fontansecca, ove si erano spostati, avevano avvicinato il punto di battaglia, aprivano il fuoco alle spalle del nemico, creando nuovo disorientamento seguito dal fuggi-fuggi verso il Colle delle Porte e Val Misola.

 

 

In fretta i partigiani riuscirono a recuperare alcune armi e munizioni abbandonate dal nemico, non curandosi dei feriti che giacevano sul terreno, ripiegando verso l’Avien, mentre l’inferno si abbatteva alle loro spalle”.

 

(continua alla seconda parte) 


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