IL GRANDE RASTRELLAMENTO DEL GRAPPA

Il rastrellamento del Grappa

 

di Angela Rosato

Capitolo Quarto

 

 

Prime avvisaglie

 

Nel periodo compreso tra il 21 e il 28 settembre 1944 veniva attuato, da parte delle forze nazifasciste un violentissimo rastrellamento sull’intero massiccio del Grappa, con gravi lutti e rovine per le formazioni partigiane e per le popolazioni della pedemontana [1].

 

 

Ma il fatto non giunse improvviso. A conferma di questa tesi vi sono numerose testimonianze che non danno adito a dubbi. Nella prima decade di settembre il tenente Renzo Zambon, capo di alcuni gruppi a Castelli d’Asolo e strettamente collegato con il maggiore Pierotti, veniva a sapere, attraverso un suo agente, di cui non specifica il nome, di un colloquio svoltosi tra il prefetto di Treviso e il comandante germanico la piazza, il quale ribadiva nuovamente il proposito di “ripulire il Grappa ad ogni costo” [2].

 

 

Il Pierotti venne certamente a conoscenza di questa informazione. Nella sua relazione, pur senza chiarire la fonte di provenienza egli sostiene che ai primi di settembre trasmetteva la notizia di un probabile rastrellamento al comando unico del Grappa [3].

 

 

Verso il 17 dello stesso mese comunicazioni in merito erano rese note anche dal CLN di Vicenza. Antonio Lievore afferma: “Tramite un interprete che era dalla nostra parte e lavorava presso il comando tedesco e dal quale noi avevamo parecchie informazioni mi si informa che dodici o quattordicimila uomini avrebbero praticato un rastrellamento sul Grappa”.

 

 

Fu così tempestivamente inviata a Cima Grappa una staffetta, un certo Manfrè di Bassano [4]. Il comando unico non diede molto credito a queste prime notizie. A detta di Pasini era dall’inizio dell’estate che assistevano a un saltuario e improvviso affluire e defluire di giovani dalla pianura alla montagna e viceversa, sempre nel timore di imminenti rastrellamenti [5].

 

 

Nella prima quindicina di settembre erano avvistati lungo la pedemontana grandi movimenti di truppe, per la gran parte tedesche. Questi fatti vennero attribuiti dal comando unico come avvisaglie di una prossima ritirata dal fronte in vista della prossima avanzata alleata. Ma gli avvenimenti verificatisi in seguito smentirono tale ipotesi.

 

 

Alla fine della prima quindicina di settembre veniva infatti effettuato un rastrellamento contro le formazioni di Asiago e di Enego. I partigiani del Grappa poterono assistere allo svolgersi della battaglia.

 

 

In quegli stessi giorni aerei tedeschi sorvolavano il Grappa e lanciavano manifestini che dicevano: “Banditi e ribelli, questa è la vostra fine! Perché hai lasciato passare il 25 maggio? Era l’ultimo termine entro il quale avresti potuto tornare tra i tuoi senza timore di pena. Ma ormai è troppo tardi: il pugno di ferro stringerà le sue dita e tutti quei ribelli che portano le armi contro la loro patria, non possono aspettarsi che la morte”.

 

 

Aveva avuto così inizio, di fronte a un rallentamento delle operazioni e al consolidarsi di una guerra di posizione lungo la Linea Gotica, l’opera di eliminazione delle bande partigiane delle prealpi venete [6].

 

 

Entro la prima quindicina di settembre a conferma di ciò giungeva sul Grappa la notizia del rastrellamento del Cansiglio. Le staffette portarono notizie catastrofiche: la divisione Nannetti si era sbandata. Contemporaneamente alcuni uomini del “Buozzi” riuscivano a catturare a Feltre Mirka Gesiotto, segretaria di Willy Niedermajer, comandante delle SS stanziate in zona.

 

 

Si apprese così della preparazione tedesca per il rastrellamento del Grappa e della data e dell’entità delle operazioni. Neri, conscio della pericolosità della situazione, si recò personalmente al comando per riferire e proporre una soluzione, che prendesse atto dell’entità delle forze nemiche e della opportunità di aprire una discussione sull’ipotesi di una resistenza fissa, vagliate le capacità militari delle forze partigiane [7].

 

 

La reazione del comando unico

 

 

Estremamente polemica risulta l’analisi che il Morello svolge sui sistemi di vita e sui programmi strategico-militari del comando unico nei giorni in cui si sarebbero dovute decidere le sorti delle formazioni del Grappa.

 

 

"Neri", giunto all’albergo-rifugio, sede del comando, viene informato dal carabiniere di guardia che “il comandante e gli altri non erano ancora scesi dalle stanze”.

 

 

Fin dal suo arrivo a Cima Grappa, pur non affermandolo esplicitamente, ha l’amara impressione di trovarsi di fronte ad un “modus vivendi” che si discosta di gran lunga da quello degli altri gruppi partigiani e dei suoi in particolare, sistemati nei pagliai e nelle caverne della Valdumela.

 

 

“Chiesi un po’ di roba calda per i miei uomini, visto che stavano preparando il caffè per i prigionieri tedeschi. Purtroppo per ottenere qualcosa bisognava a detta del piantone che lui avesse un ordine… Finalmente il comandante e gli altri del comando unico scesero dalle loro stanze e si apprestarono ad ascoltare”.

 

 

Il colloquio si svolse alla presenza del vice comandante del “Buozzi”, Giacomo Barbisan “Reno”, di Antonio Cortjosa “don Antonio”, commissario del “Buozzi”, di Strapazzon “Jena”, di Andreollo Mario “Sparviero”, dell’avvocato Giavi “Nanni”, commissario della “Matteotti”, dell’avvocato Tonetti “Giovanni”, commissario unico, del capitano Bridshe, comandante della missione inglese, del segretario interprete della stessa e dell’avvocato Pasini, “12”, comandante unico.

 

 

Il Morello afferma che ci fu una discussione violenta, la causa è presto data. Il comando non diede alcun valore alla confessione carpita alla Gesiotto e non attribuì molta importanza alle notizie portate al “Buozzi” dai gruppi GAP.

 

 

"Neri", nonostante la scarsa attenzione prestatagli ebbe a proporre due soluzioni di fronte alla eventualità di una prossima azione offensiva da parte nazifascista.

 

1 – Tutte le formazioni avrebbero dovuto abbandonare il Grappa, sul massiccio sarebbe rimasto il “Buozzi” per frenare l’eventuale attacco nemico, per poi sganciarsi verso le vette feltrine con l’aiuto della “Gramsci”.

2 – Se le formazioni avessero a rimanere sul Grappa, permettere al reparto del Morello di scendere sul Feltrino lungo il crinale Arten-Seren-Porcen per assicurare il varco alle brigate che avrebbero dovuto senz’altro sganciarsi”.

 

 

Il Morello, dopo aver avuto la promessa che le sue proposte sarebbero state prese in considerazione ritornò in Valdumela. Due giorni dopo l’incontro, probabilmente il 18 o il 19 settembre, il comandante “12” emanava l’ordine con il quale venivano impartite le disposizioni per una resistenza ad oltranza del Grappa: era la risposta alle proposte del Morello. I reparti avrebbero dovuto, in caso di un attacco in forze, raggiungere la cima dove si sarebbe resistito fino all’impossibile “per fare del Grappa una seconda Verdun” [8].

 

 

La polemica Pasini-Morello

 

 

Secondo il diario di "Neri" il comando unico e Pasini, in particolare, non escono indenni da critiche. In realtà tra Pasini e Morello dovevano esserci dei dissidi. Pasini parla di una polemica nei confronti del comandante del “Buozzi” [9].

 

 

In alcuni punti della sua relazione si possono rilevare commenti non sempre benevoli. “12” ricorda la difficoltà di racchiudere in schemi “le fantasie e i giovanili furori di Livio Morello” [10].

 

 

Addentrandosi poi nel tema del rastrellamento vero e proprio il comandante unico afferma “… anche la parte est dove era Livio…è stata investita ben gravemente, perché c’era lui che faceva cagnara. Soprattutto quando c’era lui”.

 

 

Temendo però di essere andato oltre corregge la sua dichiarazione dicendo: “… cioè lui faceva quello che il suo sentimento gli ordinava di fare, che poi è stato veramente l’esplosione di un determinato tipo di resistenza sul Grappa, creato da circostanze e dalla volontà del Morello”.

 

 

Quest’ultimo invece non parla esplicitamente in merito alla controversia esistente, si limita ad esporre gli avvenimenti ai quali partecipò insieme al Pasini e a descrivere il comportamento di costui. Tuttavia chi legge non può non rilevare la critica implicita nei riguardi del comandante unico.

 

 

Forze partigiane e nazifasciste a confronto

 

 

Numero e armamento degli uomini del Grappa. Il 19 settembre potevano contarsi sul Grappa, secondo il Morello, 1100 uomini. Le armi in dotazione erano per la maggior parte a tiro ravvicinato, poche le mitragliatrici, meno di dieci con scarse munizioni, del tipo più disparato, pochi Sten o mitra, qualche Bren o fucile mitragliatore Fiat, fucili, carabine e bombe a mano [11].

 

 

“Quante ore di fuoco?” si chiede il Morello. “Due, tre, otto. In azioni di guerriglia esse potevano bastare. In una guerra di posizione preludevano al suicidio. Eravamo ancora in tempo per lasciare il Grappa e filtrare attraverso le maglie del nemico che si infittivano sempre di più” [12].

 

 

Le affermazioni del comandante del “Buozzi”, come mi è stato possibile dedurre dal confronto con altri documenti, non si discostano molto dalla verità. L’”Italia Libera” di Campo Croce denunciava alla fine d’agosto 380 uomini [13], la “Matteotti” ne contava ai primi di settembre 470 [14].

 

 

C’erano poi l’”Italia Libera” di Archeson, di cui non sappiamo l’esatto contingente e il battaglione Garibaldi della “Gramsci”. Quest’ultimo assommava 80 effettivi circa [15]. Per quanto riguarda l’armamento, la “Matteotti” disponeva alla vigilia del rastrellamento di due ore di fuoco [16]. Gigi Toaldo, appartenente all’”Italia Libera” di Campo Croce, afferma:

 

 

“Avevamo anche noi come si dice in termini militari una giornata e direi anche meno di fuoco” [17].

 

 

Soltanto l’”Italia Libera” di Archeson possedeva una ventina di fucili mitragliatori [18]. La “Garibaldi” invece, doveva essere in condizioni particolarmente precarie. All’una di notte del 21 settembre inviava al comando di Campo Croce due staffette. C’era necessità estrema di almeno due fucili mitragliatori con relative munizioni. Ma le armi purtroppo non venivano concesse [19].

 

 

Si deve ancora aggiungere che verso il 19, 20 settembre i quadri delle brigate partigiane furono notevolmente turbati. In quei giorni infatti ci fu un massiccio afflusso di giovani e soprattutto di giovanissimi, che fuggivano in montagna in cerca di salvezza. “…Avevano quindici, sedici anni” dice il dottor Toaldo, che si trovava con Todesco a Campo Croce, dove si risentì maggiormente del fenomeno.

 

 

“Non avevamo armi né noi ne avevamo da dare a loro. Questa è stata un po’ la tragedia e specialmente da Romano d’Ezzelino, da lì ne sono venuti su parecchi a gravitare” [20].

 

 

Consistenza delle formazioni nazifasciste

 

 

Al rastrellamento del Grappa parteciparono 4 divisioni tedesche, 2 di Alpenjager, una di SS e una della Wehrmacht, due brigate nere, la XXII “A.Faggion” di Vicenza e la “Cavallin” di Treviso, 2 battaglioni della divisione alpina fascista repubblicana “Monte Rosa”.

 

 

Guidava le operazioni il colonnello Zimmermann, il quale ebbe poi a gloriarsi di aver avuto sott’ordine il capo di stato maggiore dello stesso Kesselring. Il comando delle forze tedesche in Italia dava particolare importanza all’azione del Grappa. In questa zona infatti si sarebbe costituita la “grande difesa” da opporre alle forze alleate in caso di sfondamento del fronte della Gotica [21].

 

 

Tra le formazioni fasciste si distinse per ferocia la XXII brigata nera “A.Faggion”, comandata dal federale di Vicenza Innocenzo Passuello, una figura di fanatico estremista invisa anche ai “moderati” del Fascio repubblicano del capoluogo. Il colonnello Alois Menschik, comandante del settore sud del Grappa durante il rastrellamento ebbe a stendere il seguente rapporto: “Se tutto il fascismo italiano fosse come la XXII brigata nera, la Germania potrebbe essere sicura della più efficace collaborazione della repubblica sociale italiana” [22].

 

 

Ordini per rastrellamento e disposizioni tattiche

 

 

Gli ordini del comando unico. Il 19 settembre il comando unico designò per le operazioni tattiche i seguenti responsabili: il maggiore Pierotti per la zona nord-est e sud-est, il capitano Ludovico Todesco per la zona sud-ovest ed ovest, “12” avrebbe diretto le operazioni al centro Grappa e lungo il settore nord-ovest [23].

 

 

In caso di attacco massiccio le formazioni dovevano ripiegare verso Cima Grappa [24]. Sempre nella stessa giornata il commissario Giavi, recatosi al comando di "Neri", portava l’ordine di far spostare il reparto verso la Cima. Il comandante del “Buozzi” si rifiutò di aderire alla richiesta che, se attuata, avrebbe lasciato libera una zona pericolosissima per tutto il massiccio. Ma, per non contravvenire agli ordini militari, promise che, se attaccato direttamente, avrebbe ripiegato verso il Grappa [25].

 

 

Il comando unico non affrontò con adeguata tempestività il problema di un aperto scontro frontale con il nemico, prova ne sia la larga autonomia lasciata ai comandanti tattici. Infatti, avendo preso in considerazione l’eventualità del rastrellamento soltanto negli ultimissimi giorni, non era stato materialmente possibile elaborare un piano difensivo adeguato.

 

 

Lo stesso ordine di ripiegare, in caso di attacco in forze, verso Cima Grappa, manifesta una superficiale analisi logistica ed è spiegabile soltanto come conseguenza dell’alto ascendente esercitato dai ricordi della prima guerra mondiale [26].

 

 

La Cima, totalmente spoglia di vegetazione, facilmente espugnabile, sarebbe diventata per i partigiani una trappola mortale.

 

 

Le disposizioni tattiche dell’”Italia Libera Campo Croce”

 

 

L’”Italia Libera” di Campo Croce aveva da tempo apprestato un sistema difensivo, discretamente efficiente a detta del comandante militare “Villa”, Valentino Filato, costituito da appostamenti e trincee. Erano stati vagliati i luoghi che avrebbero potuto dare maggiore garanzia, come punti di difesa, in caso di attacco, lungo la linea che andava dalle Pale di Crespano alla Val Carnosega, alla Valle di Santa Felicita [27].

 

 

Alla vigilia del rastrellamento vennero interrotte, mediante sabotaggi, le strade di accesso al massiccio per quanto concerneva il settore occidentale [28]. Verso il 20 settembre venivano dislocati, nei punti di maggiore interesse logistico, i quadri delle brigate che si presentavano così suddivisi: 1) distaccamento dei Prai di Borso: 45 uomini al comando di Gentile Mondin di Covolo. 2) Distaccamento dei Prai di Semonzo. 3) Distaccamento di Col Serai: 60 uomini al comando di Luigi Toaldo di Venezia. 4) Compagnia Comando di Campo Croce: 40 uomini al comando di Ludovico Todesco di Solagna. 5) Distaccamento di Camol: 25 uomini al comando di Valle e Bosio. 6) Distaccamento di Oretto: 40 uomini al comando di Tarcisio Zen di Semonzo. 7) Distaccamento dei Colli Alti: 50 uomini circa al comando del capitano Stella [29].

 

 

Della brigata facevano parte anche 25 inglesi, ex prigionieri, comandati dal sud-africano Ilary. Costoro dovevano essere, quasi certamente, aggregati alla compagnia di Campo Croce poiché Nardini, che faceva parte della stessa, ricorda che al mattino del 21 settembre, alle ore 6 circa, Ilary riceveva, da parte del capitano della missione alleata, un biglietto in cui veniva esortato a combattere valorosamente “per tenere alto il buon nome dell’esercito inglese” [30].

 

 

Le disposizioni tattiche dell’”Italia Libera Archeson”

 

 

Il Pierotti fu ostile fin dall’inizio alle proposte di una resistenza ad oltranza sul Grappa, egli stesso dichiara: “Il concetto della nostra lotta veniva spostato passando dalla guerriglia alla guerra di posizione…”.

 

 

Tuttavia di fronte all’incalzare degli eventi prese determinate misure precauzionali.

 

 

“Dieci giorni prima del rastrellamento venne inviata a tutti i parroci della pedemontana da Possagno ad Alano una lettera con la quale venivano pregati di avvisare le rispettive popolazioni che l’accesso alla montagna, oltre i boschi, era proibito, perché erano stati posti campi di mine.

 

 

Si era sicuri che la cosa sarebbe venuta a conoscenza del comdante tedesco e fascista, il che appunto si verificò. Vennero infatti saltare tratti di tutte le vie di accesso alle nostre posizioni. Uomini dell’Archeson vennero scaglionati alla Vedetta e alla Barbeghera. Un gruppo era staccato al Belvedere su Possagno con due fucili mitragliatori.

 

 

Alla malga Miet il posto n.1 doveva sciogliersi e costituirsi in pattuglie di tre uomini che si sarebbero dovuti nascondere nei boschi per fare fuoco sui fianchi delle colonne avanzanti e ciò soprattutto allo scopo di creare panico. Il gruppo dei Castelli doveva pure suddividersi in tante pattugliette e passare alle spalle dello schieramento tedesco-fascista. Possibilmente avrebbe dovuto attaccare la postazione del pezzo di artiglieria vicino alla sua zona. A tale scopo era stato inviato in rinforzo, la sera del 20 settembre 1944 il gruppo bersaglieri.

 

 

Il mio posto al n.5 del Madal di Alano doveva arginare attacchi dimostrativi da quel lato, eventualmente ripiegando sull’altro mio gruppo dislocato alla Camparona” [31].

 

 

Le disposizioni tattiche del battaglione “Garibaldi”

 

 

Alla vigilia del rastrellamento l’organico del battaglione “Garibaldi” era così suddiviso: distaccamento n.1: comandante Fracasso, località Col Moschin; distaccamento n.2: comandante Belakun, Mario Bernardo, località Col del Gallo; distaccamento n.3: comandante Bufera, località Panaro; distaccamento n.4: località Colli Alti, sede del Comando, comandante Leonessa, vicecomandante Rame, commissario politico Pulce [32].

 

 

Le operazioni di rastrellamento

 

 

Ritengo opportuno, prima di passare ad un esame dei fatti svoltisi dal 20 al 28 settembre 1944, presentare, se pur in modo sommario, il succedersi degli eventi che portarono in breve spazio alla quasi totale disfatta delle forze del Grappa.

 

 

“L’azione si svolse da Bassano verso Campo Solagna, da Possagno verso l’Archeson, da Quero verso il Tomatico, da Fonzaso a Arsiè, da Rocca a Cismon del Grappa, a Carpanè Valstagna. Al centro i partigiani erano chiusi in una trappola mortale di ferro e fuoco. Le strade della Valsugana, di Passo Rolle e le due di arroccamento di Cavaso del Tomba e di Rocca d’Arsiè erano ptattugliate metro per metro da unità agguerrite, con dispendio di armi automatiche pesanti e leggere e con l’appoggio di mezzi blindati.

 

 

Conoscendo la natura del Grappa, privo di vegetazione e di difese naturali era prevedibile il massacro che ne sarebbe seguito. Ai comandi partigiani si discuteva agitatamente circa la difesa ad oltranza o lo scioglimento dei reparti e il tentativo di sganciamento. Si continuava ad attendere i famosi lanci. Ma gli unici aerei a levarsi in cielo erano quelli tedeschi, degli alleati neppure l’ombra.

 

 

Prima dell’alba del 20 settembre un intenso fuoco di artiglieria fece piazza pulita delle difese partigiane di prima linea. Quindi le truppe tedesche attaccarono da tutti i lati guadagnando in breve tempo le pendici della montagna. I militari fascisti della “Tagliamento”, appoggiati dall’artiglieria situata allo Spin di Bassano e sui margini orientali degli altipiani di Asiago, diedero la scalata al versante meridionale insinuandosi dietro le posizioni di Campo Solagna su per la Valle di Santa Felicita. Lo stesso albergo di Campo Solagna fu demolito a cannonate.

 

 

Favorite dal terreno più accidentato le formazioni partigiane resistevano a Col Moschin, al Forcelletto, in Val di Seren, sul Tomatico. Verso mezzogiorno la situazione era già disperata. Il comando unico ordinò a mezzo staffette il concentramento dei reparti al centro dello schieramento, sull’ossario. E fu una vera fortuna che la giornata piuttosto uggiosa stendesse una nebbia provvidenziale e coprisse di una cortina fumogena l’enorme massa dei partigiani, dei civili, delle donne, degli armenti, che tutti erano convenuti in un breve tratto di montagna, completamente privo di vegetazione, facile bersaglio per le artiglierie” [33].

 

 

Da questa sintetica esposizione si manifestano evidenti l’altissima preponderanza nemica, l’indecisione che attanagliò fino all’ultimo il comando del Grappa, la logica conseguenza della disfatta, le ingiuste vessazioni alle quali furono sottoposti i civili che si trovavano nelle malghe. Costoro dovettero assistere alla razzia quasi totale del bestiame, 20.000 capi circa [34].

 

 

Il rastrellamento non si riduceva più ad un fatto semplicemente militare ma veniva a coinvolgere la popolazione tutta.

 

 

La testimonianza di Angelo Pasini del comando unico del Grappa

 

 

Perché sul Grappa si attuò una resistenza fissa? Visto e considerato che l’imminenza del rastrellamento era stata prospettata e che l’entità delle forze impiegate nell’operazione era a conoscenza dei capi militari, ci si chiede come e perché si affrontò un così massiccio attacco nemico, quando i risultati erano già scontati in partenza.

 

 

Pasini, nella sua dispersiva relazione, pone il problema del rastrellamento in modo indiretto. Trasporta tutta la problematica della situazione su di un altro piano. Sul Grappa si attendeva la ritirata tedesca, in vista della ormai imminente avanzata alleata. A tal fine la missione del Grappa aveva preso dei precisi accordi con il comando unico sulla necessità di una resistenza fissa che si sarebbe protratta al massimo per una giornata per impedire alle truppe nazifasciste l’occupazione del massiccio.

 

 

Il verificarsi di un tale evento infatti avrebbe potuto prolungare la lotta di liberazione. Il rastrellamento venne ad inserirsi, come un avvenimento del tutto imprevisto, in una situazione fluida: si attendeva sì lo scontro con il nemico, ma con un nemico in ritirata.

 

 

Negli uomini stessi c’era l’attesa, la disponibilità per un ultimo attacco, che doveva segnare la fine dell’occupazione tedesca nel Veneto [35]. Questa angolatura del problema, pur essendo in parte fondata, pecca di artificiosità. Vorrebbe essere una scusante ma non riesce nel suo intento.

 

 

Sempre a detta del comandante unico fino all’ultimo momento ci fu la speranza di uno sbarco alleato sulla laguna veneta e di un invio massiccio di armi e di munizioni. A garantire prospettive c’era la missione che combatteva sul Grappa a fianco dei partigiani.

 

 

Con questo stato d’animo si affrontò lo scontro con i tedeschi e i fascisti, che man mano che il tempo passava dimostravano tutta la loro superiorità in uomini e mezzi. Ma la prospettiva di una disfatta irreparabile si presenta al comandante unico soltanto nel momento in cui, l’ora non viene precisata, la missione alleata, vista perduta la lotta e attesi inutilmente gli aiuti, distrugge e seppellisce le radio riceventi-trasmittenti, “tutto quello che di prezioso avevamo” dice il Pasini “e allora comprendemmo che l’avanzata alleata non ci sarebbe più stata”.

 

 

Non ci sarà alcun appoggio infatti da parte alleata ed è troppo tardi ormai per salvare la situazione. Neppure uno sganciamento è più possibile [36].

 

 

L’incontro Pasini-Pierotti

 

 

Ma qualche ora prima di impartire le direttive definitive (secondo il Morello alle ore 16,45 del 21 settembre) ritornava al suo comando la staffetta “Carta” che egli aveva inviato a Cima Grappa con un messaggio scritto di pugno dal comandante Pasini: “Ore 13 le due Italia Libera hanno ceduto! Sono costretto a dare il “si salvi chi può” – Longo” [37]. Il comandante “12” sostiene di aver vagliato personalmente lo stato nel quale si trovavano le formazioni.

 

 

A tal fine raggiungeva l’Archeson dove egli afferma di aver trovato il maggiore Pierotti “solo o quasi”, “…si era adeguato alla situazione” dice Pasini. Pierotti in quelle tragiche ore confessa: “Tutto quello che posso fare, resto qua io. Sono d’accordo che si doveva restare qua e seguire un altro… (nel testo)” [38].

 

 

Le parole di Pierotti vogliono alludere alla defezione del suo gruppo, la chiarificazione ci viene data dal Morello.

 

 

Alle ore 18 del giorno 20 settembre, Pierotti mobilitava tutti gli uomini disarmati della sua brigata, un centinaio, invitandoli a guadagnare la pianura. Ma alla mezzanotte dello stesso giorno una staffetta del “Buozzi” in ricognizione nella zona Camparona-Ovest e sul Madal portava la notizia che gli uomini della brigata “Italia Libera” di Archeson avevano abbandonato postazioni ed armi e si erano allontanati dalla zona, cercando scampo verso la pianura, lasciando il comandante e gli ufficiali [39]. Diversa è la relazione data in seguito dal Pierotti su questi fatti.

 

 

Il maggiore afferma che in realtà non ci fu un ammutinamento dei propri uomini ma un tradimento da parte del tenente Nando Salce [40]¸costui avrebbe emanato a suo nome dei falsi ordini con i quali invitava i partigiani della brigata a fuggire e ad abbandonare le armi [41].

 

 

Ma probabilmente la versione del Morello è quella che più si avvicina alla realtà, la convalida a questa affermazione viene data dalle testimonianze del comandante unico, che ci riportano la profonda delusione del Pierotti di fronte alla situazione creatasi e la sua incapacità di celarne in quel momento almeno gli aspetti più crudi.

 

 

Il “si salvi chi può” di “12”

 

 

Pasini tralascia, senza dare una spiegazione plausibile, le formazioni del settore occidentale del massiccio e sostiene di essersi recato una seconda volta in Archeson per dire “…guardate che ormai in questa situazione…” e per prendere gli uomini rimasti. Il perché di questo ripetuto andirivieni non risulta chiaro.

 

 

Pare che egli volesse raccogliere un piccolo numero di volonterosi per tentare qualche attacco contro le colonne nemiche avanzanti. Ma l’iniziativa cade presto. Quando dall’Archeson ritorna nuovamente in Grappa, giunto nella valle del Bocaor, scorge in lontananza una quindicina di persone. Tra di queste ricorda Giavi, Tonetti, Giarnieri. “Quelli insistono” continua Pasini “e io mi sono lasciato… (nel testo) forse bene, forse male. Quando loro dicono: “non si passa più per questa valle, perché è nuda, c’è già una mitragliera che spara, noi abbiamo armi corte, andiamo a farci ammazzare tutti quanti, trovaci un’altra strada per scendere, per sganciare, tu conosci tutta la montagna…”, il comandante cede alle pressioni dei suoi più stretti collaboratori o perlomeno vuol farci credere di essere stato influenzato dalle loro proposte e dà “il si salvi chi può”.

 

 

Dopo avere affermato che gli uomini della “Matteotti” che gravitavano verso Feltre avevano sganciato a nord-est aggiunge: “Io non posso giurare se abbiamo fatto tutta la strada che va fino al Tomatico, ma penso che era la più logica e che l’abbiamo fatta tutta. Noi scendevamo per il davanti e siamo scesi… fino alla Valle di San Liberale…”.

 

 

Qui per poter sfuggire con maggiori probabilità all’accerchiamento nemico si suddividono in tanti gruppetti di tre, quattro uomini al massimo, ma nel passaggio della Valcavasia, lungo la quale ogni cinquanta, cento metri si trovava un posto di blocco Pasini ricorda la cattura di Giavi, Tonetti, Giarnieri [42].

 

 

La relazione del tenente Ermenegildo Nardini

 

 

Una specifica analisi militare viene svolta dal tenente Ermenegildo Nardini sulle sorti dell’”Italia Libera Campo Croce”. Il settore ovest-sud-ovest venne investito dalle truppe nazifasciste il giorno 21 settembre. Alle ore 6,30 iniziava il cannoneggiamento dei Prati, dove si trovavano i distaccamenti agli ordini del tenente Marco Ferrero e di Aldo Franciosi. Credendo definitivamente sbaragliati questi avamposti, gruppi di ucraini iniziarono a salire lungo la montagna, ma per ben due volte consecutive furono costretti a desistere dall’impresa.

 

 

Questo successo momentaneo venne gravemente turbato da un fatto nuovo. Un centinaio di tedeschi aveva raggiunto il fianco sinistro delle formazioni, difeso dal gruppo degli ex prigionieri inglesi. Il tenente Ilary era caduto sul suo Brent e gli altri costretti a ripiegare dalla preponderanza avversaria.

 

 

La causa di questo improvviso mutamento di scena, secondo Nardini, era imputabile alla “Matteotti”, che non difese le Pale di Crespano, lungo le quali corre la strada che collega Crespano con Campo Croce.

 

 

Il nemico aveva trovato una facile via d’accesso, priva di ostacoli e incuneata per la maggior parte tra valli e pendii. “Noi ci trovavamo accerchiati – continua Nardini – non tanto perché 100 uomini premevano sul nostro fianco sinistro e ci minacciavano, risalendo, di prenderci alle spalle, ma perché avevano aperto la strada agli altri, i quali stavano arrivando a tutta velocità”.

 

 

Data l’impossibilità, per gli uomini della brigata, di rivolgersi in modo massiccio alla difesa del fianco sinistro, mentre diventava sempre più grave il pericolo di un accerchiamento dagli altri lati, il comandante militare Riva preferì ritirare gli avamposti e stabilire una nuova linea di difesa dietro le colline di Campo Croce.

 

 

L’ordine venne attuato in parte. “Ma ormai – aggiunge Nardini – la nostra inferiorità era palese e si faceva nettamente sentire”.

 

 

A un certo momento, l’ora non viene specificata, una staffetta proveniente dai Colli Alti venne ad avvertire il comando che la “Garibaldi” aveva fatto alcuni minuti di fuoco e poi si era ritirata, certamente a causa del venire meno delle munizioni. Così i tedeschi avevano potuto raggiungere indisturbati Campo Solagna, dove avevano certamente cominciato a bruciare le casere e ad asportare i bovini.

 

 

Alle ore 15 a Campo Croce resistevano ancora con i loro gruppi Riva, Todesco, Cocco Andrea “Bill”, e il capitano slavo [43]. Brey con il proprio distaccamento si batteva sul fianco sinistro in posizione di netta inferiorità.

 

 

Il gruppo di Col Serai invece aveva dovuto ritirarsi.

 

 

Dal Terine di Bassano imperversava lungo tutto il settore sud-ovest del massiccio un furibondo cannoneggiamento. La preponderanza nemica costringeva i gruppi a cedere a uno a uno. “Decine e decine di uomini andavano verso Cima Grappa in uno stato di estrema tensione… stanchi, sorpresi forse dalla violenza dell’attacco, non abituati che fossero alla guerra, giovani idealisti…” [44].

 

 

A questo punto la relazione Nardini termina. Tuttavia ai fini di una analisi obiettiva si impone la necessità di colmare alcune lacune così da determinare, nel modo più attendibile, i fattori che in parte resero più rapido il crollo della brigata, avvenuto dopo otto ore e mezza dall’attacco.

 

 

Questi fattori possono essere ravvisati: 1) nello spostamento effettuato dalla “Matteotti”, in extremis, di alcuni gruppi dei propri effettivi, per inviarli in Archeson, nel tentativo di arginare la falla colà creatasi [45]; 2) nell’abbandono delle postazioni da parte della “Garibaldi”, dopo una brevissima resistenza, nonostante che la medesima formazione affermi di aver resistito alcune ore [46]; 3) nella posizione scoperta dei Prai dove gli scarsi boschi cedui mal riparavano gli uomini [47]; 4) nel fatto che i partigiani in un primo tempo erano stati bloccati dalle colonne tedesche, che procedevano facendosi scudo con i civili, donne e vecchi strappati alle loro case [48]; 5) nella morte del comandante Ludovico Todesco, la cui perdita provocò un grave turbamento tra gli uomini [49].

 

 

Note

1) F.ZANETTI, I martiri del Grappa, p.15.

2) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.66, p.6.

3) A.I.S.R.V.P., b.16, relazione della brigata "Italia Libera" di Archeson del maggiore Pierotti..

4) A.I.S.R.V.P., relazione di A.Lievore, cit., p.141-142.

5) A.I.S.R.V.P., relazione di A.PASINI, cit., p.128.

6) M.BERNARDO, op.cit., pp.96-97.

7) Dal diario prestatomi dal cav. Livio Morello di Trento, p.8.

8) Dal diario prestatomi, cit., pp.9-10.

9) A.I.S.R.V.P., relazione di A.PASINI, cit., p.121.

10) A.I.S.R.V.P., relazione di A.PASINI, cit., p.123.

11) Dal diario prestatomi dal cav. Livio Morello, cit., p.9.

12) Dal diario, cit., p.9.

13) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.63.

14) A.I.S.R.V.P., b.16, doc.10.

15) A.I.S.R.V.P., b.41, doc.32, p.2.

16) A.I.S.R.V.P., b.16, fasc.10.

17) A.I.S.R.V.P., relazione di Luigi Toaldo, cit., p.150.

18) A.I.S.R.V.P., B.46, doc.237.

19) A.I.S.R.V.P., B.41, doc.32, P.3.

20) A.I.S.R.V.P., relazione di Luigi Toaldo, cit., p.151.

21) Dal diario del cav. Livio Morello di Trento, pp.2-12-16.

22) AA.VV., Dal Brenta al Piave, a cura del CLN di Bassano, Bassano 1945.

23) Dal diario prestatomi, cit., p.2

24) A.I.S.R.V.P., relazione di Valentino Filato, Atti del Convengo di Castelfranco, 10 marzo 1968, p.11.

25) Dal diario prestatomi.., cit., p.12.

26) E.ZANETTI, I martiri del Grappa, Bassano 1945, pp.9-10.

27) A.I.S.R.V.P., relazione di Valentino Filato, cit., p.10.

28) Dal diario consegnatomi dal signor Lino Serena di Borso del Grappa, p.235.

29) G.CORLETTO, op.cit., p.97.

30) A.I.S.R.V.P., b.42., doc.63, p.8.

31) A.I.S.R.V.P., b.16, relazione della brigata "Italia Libera" di Archeson del maggiore Pierotti, pp.11-12, parzialmente pubblicato in G.CORLETTO, p.100.

32) A.I.S.R.V.P., b.41, doc.32, pp.2-3.

33) M.BERNARDO, op.cit., pp.101-102.

34) M.BERNARDO, op.cit., p.102.

35) A.I.S.R.V.P., relazione di Angelo Pasini, Atti del Convegno, cit., pp.128-129.

36) A.I.S.R.V.P., relazione di A.PASINI, cit., pp.130-131-132.

37) Dal diario prestatomi..,op.cit., p.21.

38) A.I.S.R.V.P., relazione di A.PASINI, cit., p.133.

39) Dal diario prestatomi.., op.cit., pp.14-15.

40) Dai documenti consultati non mi è stato possibile appurare che fosse il tenente Nando Salce e quale funzione rivestisse in seno alla brigata.

41) A.I.S.R.V.P., b.16, relazione della brigata "Italia Libera" di Archeson del maggiore Pierotti.

42) Relazione di A.PASINI, cit., pp.130-131-132-133-134-135.

43) Il capitano Slavo era Mirko Levis Lattes, di religione ebraica. Fuggito da un campo di concentramento di Bergamo giunse a Crespano dopo l’8 settembre. Venne nascosto per 11 mesi dalla famiglia Vaccaro Natale. Nel mese di agosto 1944 fu accompagnato a Campo Croce da Vaccaro Natale e dalla staffetta partigiana Sguario Domenica. Questo ho potuto constatare e accertare consultando una relazione di Vaccaro Natale sulla propria attività partigiana, consegnatami dalla signora Sguario Domenica.

44) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 63, pp.4.5.6 parzialmente pubblicato in G. CORLETTO, op.cit., pp. 98,99.

45) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 63, p.4.

46) A.I.S.R.V.P., b.41, doc. 32, p.2.

47) A.I.S.R.V.P., relazione di V. FILATO, cit. p. 11.

48) Test. Del partigiano Merchiori Francesco di Crespano, in data 12 novembre 1970.

49) A.I.S.R.V.P., relazione di V.FILATO, cit. p.12.


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