IL GRANDE RASTRELLAMENTO DEL GRAPPA

Agosto-settembre del 1944

 

di Angela Rosato

Capitolo Terzo

 

La missione alleata sul Grappa

 

Alla fine di agosto 1944 [1], era giunta a Cima Grappa e si era stabilita presso il comando della “Matteotti” una missione alleata, paracadutata nella zona di Asiago. Essa era costituita dal maggiore Tilmann (che dopo pochi giorni riprese il viaggio verso Belluno), dal capitano Paul Newton Bridshe, da un paio di sottufficiali, tra cui uno specialista marconista e da due uomini di truppa.

 

 

Aveva in dotazione una radio ricevente-trasmittente ed era collegata direttamente con Bari [2]. Compito della missione era, secondo il Morello, coordinare l’attività delle varie formazioni. Ma questo tentativo fallì e per attuare una realizzazione perlomeno affine, si giunse alla formazione di un comando unico [3].

 

 

In una riunione, svoltasi il 7 settembre 1944, veniva redatto a firma di Lanza (professore Lanfranco Zancan della Democrazia Cristiana), di Giovanni (Giovanni Tonetti del Partito Socialista), di Gianni Marangoni, dottor Giuseppe Calore del Partito d’Azione e di Ascanio (Attilio Gambin del Partito Comunista), il seguente decreto:

 

“…in seguito alla riunione svoltasi oggi alla presenza del capo di una missione interalleata fra i comandanti delle formazioni in indirizzo [4], assente solo il comando battaglione Monte Grappa della brigata Gramsci informato al mattino dalla missione stessa, si è attuata la costituzione di un comando unico per la zona del Grappa delimitata dalle valli del Brenta, del Cismon, e del Piave dalla strada provinciale che da Bassano per Casella d’Asolo conduce a Montebelluna.

All’unanimità tra i presenti il comando è costituito da un capo di stato maggiore formato dai comandi delle brigate in indirizzo, da un comandante e coordinatore nella persona di Giovanni membro del comitato politico del CLN veneto, venuto in Grappa da poco come noto a questo comando, il quale è affiancato al capo della missione alleata cui spetta anche il compito di collegamento con l’esercito anglo-americano. Il comando unico del massiccio del Grappa, composto come sopra, ha già iniziato lo studio di un vasto piano di attività da svolgere subito e nel momento della ritirata dell’esercito tedesco” [5].

 

 

L’11 settembre si nominavano i comandanti e venivano stabiliti i programmi futuri. “Il comando è tenuto dal comandante della brigata Gramsci Bruno, comandante, da Giovanni commissario politico; essendo il comandante stesso presso la propria brigata, egli ha designato per il massiccio del Grappa a rappresentarlo e a sostituirlo in qualità di comandante interinale il comandante della brigata G.Matteotti presso la quale è distaccata la missione alleata” [6].

 

 

Bruno e il comando unico del Grappa

 

 

Bruno, Paride Brunetti, con l’assumere il comando, si era proposto certamente delle precise finalità e cioè di coordinare le azioni del Grappa con quelle della “Gramsci”. In realtà i progetti della “Gramsci” erano stati ancora più ambiziosi. E’ del 12 agosto la richiesta da parte della “Divisione d’assalto Garibaldi Nino Nannetti”, di cui la suddetta formazione faceva parte, di assorbire le brigate del Grappa, per costituire un unico comando, giustificando la richiesta affermando che alla divisione medesima era stata affidata pure la zona del Grappa da parte del comando regionale.

 

 

Il documento testualmente diceva: “…vi invitiamo a mettervi ai nostri ordini e ad agire alle nostre dipendenze”.

 

 

E, sottolineato il contrasto con i reparti garibaldini della zona, al fine di smussare le angolosità, sostenevano che “…le brigate garibaldine sono composte di patrioti reclutati presso tutti i partiti e il loro obiettivo è quello della lotta contro i nazifascisti…”.

 

 

“Non vi si vogliono imporre né comandanti, né commissari, vi si invita solo ad unirci a noi per la intensificazione della lotta… i vostri reparti verrebbero posti alle dipendenze della brigata Gramsci” [7].

 

 

Nel comunicato del giorno 17, la questione è ancora sul tappeto, il programma è più ardito di quello presentato in un primo momento perché, all’assorbimento delle formazioni, si vorrebbe far seguire un indottrinamento, capace di convincere gli uomini e di farne degli adepti del partito comunista.

 

 

“…Dobbiamo sempre tener conto che i nuclei e le formazioni militari, che ancora non aderiscono alle brigate Garibaldi, debbono venire da noi inquadrate mediante opera di persuasione e di superamento delle loro posizioni politico-militari precedenti” [8].

 

 

Vari fattori portavano il tentativo al fallimento. Essi possono essere ravvisati nell’individualismo, che caratterizzava le singole brigate del Grappa e nella profonda ostilità, in taluni gruppi, ai programmi politici della “Gramsci”.

 

 

Verso la metà di settembre perciò la nomina di Bruno poteva essere vista, da parte della “Gramsci”, come il realizzarsi di una possibilità di coordinamento e di collaborazione tra le due formazioni, ma sul Grappa le finalità erano certamente diverse. Qui, era stata necessaria la nomina di una persona, se non del tutto estranea, almeno in parte, alle vicende interne delle brigate, per poter superare le continue divergenze.

 

 

La stessa scelta del commissario politico, nella persona dell’avvocato Giovanni Tonetti, da poco arrivato in Grappa, aveva lo scopo di appianare i vari punti di vista con una soluzione neutrale. Ma l’accordo definitivo tardò a realizzarsi. Infatti l’8 settembre 1944 il capitano, comandante la missione indirizzava a Todesco il seguente rapporto:

 

 

“…capitano Giorgi io deploro che voi avete adottato un atteggiamento di non collaborazione verso la mia missione e verso il comandante che io ho designato nella zona del Grappa, in nome del generale Alexander e delle armate alleate in Italia. Di fonte a questa situazione io sono obbligato di comunicare il vostro nome al mio quartier generale e di far sospendere qualsiasi aiuto a voi da parte del comando alleato. Ancora una volta io esprimo il mio rincrescimento che voi avete adottato questa condotta, ma io sono costretto ad agire in conformità alla situazione”.

 

 

Il commissario Tonetti, che aveva tradotto la lettera, aggiungeva a piè di pagina una sua nota personale in cui invitava Todesco a desistere dal suo atteggiamento ostile e ad aderire alle richieste del capo della missione alleata [9].

 

 

Il comando unico e le promesse e i programmi della missione alleata

 

 

Il comando unico fu voluto dalla missione alleata per realizzare fra tutte le brigate del Grappa una comune linea d’azione. Questa però rimase ferma ai seguenti ordini: “State buoni, non fate niente” [10].

 

 

La causa dell’arresto di qualsiasi movimento era data dal seguente fatto. In una riunione tenuta dal maggiore Tilmann, e quindi pochi giorni dopo che la missione era arrivata in zona, venivano prospettati i programmi futuri. Entro il mese di settembre ci sarebbe stata l’avanzata. Di qui sorgeva l’esigenza di un comando unico al fine di formare un blocco saldo e compatto contro le forze tedesche in ritirata. Naturalmente ci sarebbero stati i rifornimenti necessari al programma: “…cannoni no, ma quello di cui avete bisogno per armarvi, per la lotta ravvicinata, chiedeteci, non fate altro che dirlo” [11].

 

 

Questa fu la frase conclusiva del maggiore Tilmann. Le prospettive entusiasmarono i partigiani, che in quanto ad armi e munizioni erano mal equipaggiati [12]. Queste promesse, in particolar modo la possibilità di ottenere un armamento efficiente, resero le formazioni meno riluttanti al comando unico, il quale abusando dell’autorità assunta, volle che passassero sotto il suo controllo tutti i rifornimenti, di qualunque genere essi fossero [13].

 

 

Quest’ultima clausola fomentò nuovi motivi di disaccordo. Ogni brigata infatti aveva numerosi distaccamenti, dislocati nei punti di maggior interesse logistico e, data la vastità dell’area occupata, ognuno aveva stabilito tutta una rete di collegamenti coi paesi più vicini e con quei centri ai quali più facile era l’accesso.

 

 

Utopistico si presentava di conseguenza il piano che si tentò di realizzare facendo passare ogni cosa per Cima Grappa, che distava numerose ore di cammino da taluni reparti, i quali avrebbero dovuto dipendere, anche per le necessità più elmentari, dal comando unico.

 

 

Questo aveva emanato per ogni brigata chiare disposizioni, secondo le quali ogni comando doveva inviare giornalmente alla caserma “Milano” di Cima Grappa due staffette e precisamente una alle 8 e un’altra alle 14 [14].

 

 

Le brigate erano in pratica prive di un margine, se pur relativo, di autonomia. Certamente questo stato di cose dava fastidio alle formazioni. La conferma viene data dallo stesso Pasini, succeduto a Bruno, nel comando unico del Grappa. La situazione era difficile da dominare.

 

 

Se Pierotti in Archeson aveva la funzione di freno, l’”Italia Libera” di Campo Croce era tutto un fervore di iniziative, difficile da rinchiudere in schemi precisi. Così pure il battaglione “Buozzi” della “Matteotti”, il cui comandante, Livio Morello, doveva essere continuamente trattenuto dal compiere azioni tempestive [15].

 

 

Se teoricamente l’idea di fare delle forze del Grappa un tutto unico poteva essere valida, considerata nella realtà del luogo, del momento e dei fini stessi della lotta partigiana, essa risultava del tutto improduttiva. E’ chiaro che se una formazione, visto il momento propizio per operare un atto di sabotaggio nella propria zona, doveva attendere il consenso del comando unico, al quale molto spesso era collegata da un sentiero percorso da una staffetta, prima di poter attuare l’azione, questa finiva per essere abbandonata a causa del venir meno dell’elemento sorpresa.

 

 

Comunque la preoccupazione del comando unico fu di tenere tranquilli i capi partigiani più accesi e dotati di maggior fantasia. Si dovevano risparmiare energie ed armi per il momento cruciale dell’avanzata alleata, con l’arrivo della quale, le forze dei ribelli sarebbero esplose. Si attendevano intanto le armi. Ma purtroppo alle promesse non seguirono i fatti. La missione alleata procurò un solo lancio, che venne diviso tra tutti i reparti.

 

 

E i tanto sospirati mortai, nei quali si sperava, non vennero, al loro posto c’erano soltanto moschetti [16]. Sono quindi comprensibili i dubbi nutriti nei riguardi della missione. Si parlava di tradimento.

 

 

Il Morello smentisce dicendo che essa fu “…ritenuta a torto formata da tedeschi travestiti” [17].

 

 

Lo stesso Pasini, che certamente ebbe modo di conoscerla da vicino, nega fermamente che su di essa si potessero formulare dei sospetti [18]. Il suo comportamento tuttavia fu piuttosto ambiguo.

 

 

Antonio Lievore, membro del CLN provinciale di Vicenza, in rappresentanza del partito comunista, si chiede come mai, durante i tremendi giorni del rastrellamento, gli alleati che venivano a mitragliare sulla strada fino a Cittadella, non avessero portato nessun aiuto agli uomini del Grappa. Di qui sarebbero nati i dubbi, secondo i quali la missione sarebbe stata collegata più con i tedeschi che con gli inglesi [19].

 

 

Anche il Morello ebbe ragione di meravigliarsi del comportamento della missione durante il rastrellamento. Questa, infatti, vista ormai precaria la resistenza sul Grappa aveva abbandonato la cima in cerca di salvezza.

 

 

Neri, tenente Livio Morello, nei giorni seguenti, mentre con i suoi uomini resisteva ancora, accortosi che la missione in fuga veniva raggiunta da alcuni soldati tedeschi intervenne con i suoi uomini salvando il gruppetto di militari alleati. Inaspettata però fu la reazione da parte di questi ultimi: essi sostenevano che, come soldati appartenenti ad un esercito regolare, avrebbero ricevuto il trattamento che viene impartito ai prigionieri di guerra secondo i trattati internazionali.

 

 

Ciò sorprese Neri e i suoi uomini, i quali si erano anche offerti di accompagnare in zone meno pericolose il gruppo. Ne ebbero un rifiuto [20].

 

 

L’incendio di Borso del Grappa

 

 

Il giorno 3 settembre 1944, il gruppo di Todesco attuava un ennesimo tentativo per impadronirsi della polveriera, situata nella vallata di Santa Felicita, nel territorio di Romano di Ezzelino. Ma l’azione falliva e portava con sé dolorose conseguenze [21]. Non mi è stato possibile chiarire se il colpo fosse stato autorizzato dal comando unico o fosse stata una iniziativa individuale.

 

 

Per rappresaglia a questo atto di sabotaggio i nazifascisti incendiavano il giorno 4 settembre il paese di Borso del Grappa, che più aveva contribuito per uomini e aiuti alla lotta partigiana [22].

 

 

Il cappellano don Antonio Corsato registra in quei giorni il triste fatto:

 

 

“Alla mattina del giorno 4 settembre alle ore 6 fascisti e tedeschi circondano il paese poco dopo il segnale del suono dell’Ave Maria e delle SS:Messe. Arrivarono rabbiosi e minacciosi sparando ovunque. Si presentarono in chiesa sacrilegamente incutendo spavento alle poche donne che attendevano per ascoltare la S. Messa, chiedevano del sagrestano Domenico de Sandro, responsabile del suono delle campane per avere avvisato la gente (i partigiani) a mettersi al sicuro (dicevano loro)… Il venerando arciprete don Sebastiano Favero a fianco del cappellano don Antonio Corsato veniva insultato e minacciato di prigione.

Il primo ostaggio preso fu il maestro Giacomo Bonato. Seguì un po’ di calma e si celebrarono le SS: Messe, ma la calma non fu che preludio a maggior battaglia. Appiattatisi per le strade e per le case sparavano maledettamente; incominciavano allora a rispondere anche i partigiani della montagna.

Un capitano repubblicano italiano, che sembrava ragionevole, emanò l’ordine da parte dei tedeschi di presentarsi tutti in piazza. Ma chi si trovava ancora in paese dei giovani e degli uomini? Interpellato dal cappellano su quello che poteva succedere rispondeva sinistramente, ma non sapeva neppure lui quali fossero le intenzioni dei tedeschi; pregato di interessarsi per far comprendere al comando tedesco la situazione del nostro paese per nulla responsabile di quello che era avvenuto la notte precedente, diceva che era inutile ogni parola ai tedeschi, i quali intanto passavano a requisire le case di Via Chiesa particolarmente.

Le loro intenzioni barbare si fecero subito manifeste. Alle ore 7 cominciarono a bruciare 21 case, la prima casa bruciata fu quella di Giuseppe Favero, fratello dell’arciprete… I fascisti rimangono a Borso fino alle 10. Le case bruciano fino a sera, disperazione generale.

Soltanto le donne erano in casa e dovettero assistere disperate all’incendio di tutto quello che avevano di più prezioso dopo la vita, all’infuori di poche cose che qualcuno potè salvare. Gli uomini e i giovani erano scappati e le donne erano per i campi. Tutta la roba di casa era in mezzo alla strada…

L’arciprete e il cappellano cercarono di essere ovunque presenti per aiuto e conforto… Finito il loro compito se ne partirono i barbari con una trentina di uomini e giovani che condussero prigionieri a Bassano, di questi la maggior parte tornò presto, qualcuno dovette arruolarsi tra i repubblicani, 3 furono deportati in Germania…

Il terrore in tutti, la miseria per i senzatetto, senza veste, senza pane. Tali erano le condizioni di Borso dopo l’incendio del giorno 4 settembre 1944” [23]

 

 

Il giorno 4 mentre i nazifascisti mettevano in atto il rastrellamento il gruppo di Prevedello (Lupo) aveva tentato una sparatoria per farli desistere. Inutilmente. Lo stesso reparto che occupava una posizione alquanto scoperta, subiva nei giorni seguenti, da Bassano, due azioni di cannoneggiamento contro le proprie posizioni [24].

 

 

Con l’incendio di Borso si prospetta ai partigiani un grave problema morale e politico al tempo stesso, che fino a quel momento non aveva assunto aspetti così drammatici: il coinvolgimento della popolazione civile.

 

 

Pierotti, praticamente, lo aveva risolto ancora all’inizio dell’estate, facendo dei suoi partigiani dei non-collaboratori anziché dei guerriglieri, evitando così alla popolazione indifesa e ai suoi uomini i pericoli della rappresaglia.

 

 

Ma gli altri comandanti non si adattano a patti che ritengono equivoci. Ricordo a tale proposito la defezione di Todesco e di Toaldo (cfr. cap. II). Soltanto il Morello, il 21 agosto 1944, riusciva a stabilire con il comando tedesco della gendarmeria di Quero un patto che, senza contravvenire ai programmi impostisi, avrebbe dovuto portare la lotta su di un piano più civile. Purtroppo anche questo momento di tregua ebbe una durata effimera a causa del venir meno da parte tedesca della parola data.

 

Note

1)  Dal diario prestatomi dal cav. Livio Morello di Trento, p.4.

2) A.I.S.R.V.P., relazione di Angelo Pasini - Atti del Convegno di Castelfranco, 10 marzo 1968, p.122.

3) Dal diario prestatomi dal cav. Livio Morello di Trento, p.5.

4) Le brigate in indirizzo erano: "Italia Libera" di Archeson, "Italia Libera" di Campo Croce, "Matteotti", battaglione "Monte Grappa".

5) A.I.S.R.V.P., b.51, fasc. 15.

6) A.I.S.R.V.P., b.51, fasc.15.

7) A.I.S.R.V.P., b.51, doc.7.

8) A.I.S.R.V.P., b.51, doc.2.

9) A.I.S.R.V.P., b.51, fasc. 15.

10) A.I.S.R.V.P., relazione di Angelo Pasini - Atti del Convegno di Castelfranco, 10 marzo 1968, p.131.

11) A.I.S.R.V.P., relazione di A.PASINI, cit., p.125.

12) A.I.S.R.V.P., relazione di A.PASINI, cit., p.126.

13) A.I.S.R.V.P., b.51, fasc.15, p.3.

14) A.I.S.R.V.P., b.51, fasc.15, p.2.

15) A.I.S.R.V.P., relazione di A.PASINI, cit. p.123.

16) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.66, p.7.

17) Dal diario prestatomi..., cit., p.8

18) A.I.S.R.V.P., relazione di Antonio Lievore, Atti del Convegno di Castelfranco, 10 marzo 1968.

19) A.I.S.R.V.P., relazione di A.LIEVORE, cit.

20) Dal diario prestatomi...., cit., p.38.

21) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 54.

22) A.F.CELOTTO, I giorni amari di Borso del Grappa, Bassano 1965.

23) Dal diario tenuto da Don Antonio Corsato, cappellano di Borso che durante gli anni 1943-45 scrisse sugli avvenimenti.

24) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.66, p.7.


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