IL GRANDE RASTRELLAMENTO DEL MASSICCIO DEL GRAPPA

Aprile-agosto 1944

 

Capitolo secondo

 

L’evoluzione della Matteotti

 

 

Passaggio dalla pianura al massiccio del Grappa. Nel maggio 1944, si stabilivano in montagna, al comando del tenente Enrico Panni di Piacenza, cinquanta giovani, che costituivano il primo nucleo della brigata “Matteotti” del Grappa. [1] Il comandante si portò con i suoi uomini in prossimità delle vette feltrine, dove operava il battaglione “Mazzini”, di orientamento comunista.

 

 

I contatti intrapresi da Panni con questa formazione non risultarono per lui proficui. Egli era legato politicamente al partito socialista, ma i suoi uomini, operai e contadini per la maggior parte, manifestarono la volontà, dopo un breve periodo, di far parte del “Mazzini” poiché le idee comuniste in esso propugnate erano più consone alle loro aspirazioni.

 

 

Panni constatando l’acuirsi della crisi ideologica in seno al proprio gruppo e temendo che venisse scompaginato da una defezione, decise di trasferire il suo contingente verso la zona meridionale del massiccio del Grappa. Dovette però patteggiare una alleanza con il “Mazzini” che, per non creare impedimenti al movimento di liberazione, aderì alla richiesta, ma a salvaguardia degli orientamenti politici del gruppo, volle che fosse aggregato il garibaldino Gori.

 

 

La soluzione tornò di vantaggio al “Mazzini”: dopo qualche tempo vide ritornare sia Gori, sia gli aspiranti garibaldini. Panni rimase con diciannove uomini, tra i quali Giusto dei Rossi, Giovanni Canil, Aldo Franciosi di Semonzo. Nella sua tattica di lotta, adottò il sistema degli spostamenti rapidi, da una zona all’altra da Monte Oro in Val delle Foglie, a Val di Seren, ai Solaroli, al Monte Tomatico, senza fissarsi definitivamente in una località.

 

 

Tra le azioni di guerriglia si può notare l’assalto a una autocorriera di civili e di ufficiali tedeschi e fascisti, che causò tre morti tra i militari, oltre a un civile e un notevole numero di feriti. In seguito all’impresa trecento nazifascisti si staccarono da Bassano ed operarono lungo il settore sud occidentale del Grappa un rastrellamento che si svolse senza alcun successo.

 

 

Il comandante Panni si preparò all’assalto disponendo, dopo una rapida azione offensiva, uno sganciamento a piccoli gruppi. Il reparto si ricostituiva, tre giorni dopo, in località Fontanasecca, senza aver subìto alcuna perdita.

 

 

Ai primi di giugno la formazione si spostava verso sud-est. Panni era venuto a conoscenza attraverso informatori della presenza nel paese di Possagno di alcuni ufficiali del ministero [della guerra], che avevano preso alloggio presso l’albergo “Socal”.

 

 

Fu così programmato il prelievo di tre di essi per scambiarli con prigionieri. Nello svolgersi dell’azione, che avrebbe dovuto essere improvvisa e repentina, avvenne una sparatoria, durante la quale i partigiani uccidevano un tenente colonnello fascista, la cui identità non viene resa nota dai documenti. [2]  Questo fatto, unito al fallito tentativo, sempre ad opera della “Matteotti” di disarmare la caserma di Crespano, provocò una grave reazione da parte nazifascista, lungo tutta la pedemontana meridionale del Grappa.

 

 

Nel solo paese di Crespano giunsero cento camicie nere, richieste dallo stesso ministero della guerra, quivi residente, per proteggere i propri uomini ed eliminare le bande dei ribelli. [3]

 

 

La Matteotti nell’agosto 1944

 

 

Durante il luglio 1944 la “Matteotti” crebbe in capacità operativa ed anche come numero di effettivi. Pur mancando una precisa documentazione in tal senso l’affermazione è convalidata dalle azioni messe a segno dalla brigata nell’agosto successivo.

 

 

Ai primi di questo mese infatti la “Matteotti”, al comando di Angelo Pasini, aveva fissato la sede a Cima Grappa e comprendeva numerosi distaccamenti nelle seguenti località: in Val delle Bocchette, in Val dei Pezzi, in Val Dumela, in Val delle Mure, a Cason Bocaor, sul Tomatico, in Fredina Bassa, in Val delle Foglie, in Val San Liberale, occupava inoltre l’intera valle di Schievenin e l’altra valle di Seren. [4]

 

 

L’attività di sabotaggio della formazione era diretta preferibilmente lungo la Feltrina, arteria di vitale importanza per i reparti tedeschi poiché a Longarone si trovava il maggior deposito di armi e vettovaglie, che veniva poi smistato verso le truppe al fronte.

 

 

Un’azione della “Matteotti” nella zona di Santa Giustina, verso i primi di agosto 1944, portava alla cattura di 7 SS tedesche le quali rivelavano che la rotabile Belluno-Montebelluna-Padova avrebbe visto verso il 12-16 agosto il passaggio di un forte contingente di Alpenjager.

 

 

Vennero così fatti saltare i ponti ferroviari di Fener creando uno scompiglio presso il comando tedesco. Deve essere sottolineato a questo punto che la brigata possedeva tre gruppi GAP (gruppi di azione patriottica), costoro controllavano la zona di Feltre, la pedemontana di sud-est e l’asolano. [5]

 

 

I partigiani di conseguenza venivano costantemente informati sugli eventuali movimenti nazifascisti lungo la pedemontana. Vengono così a chiarirsi meglio le cause del successo di numerose azioni intraprese dalla “Matteotti”. Infatti le ricognizioni logistiche sui tempi e modi degli spostamenti nemici permettevano un relativo margine di improvvisazione e un più meticoloso lavoro di preparazione.

 

 

In seno alla brigata, sempre nell’agosto, si constata il realizzarsi di un particolare fenomeno e cioè la netta posizione di primo piano che viene ad assumere il battaglione “Buozzi”, dislocato in Val Dumela al comando del tenente Livio Morello, “Neri”. La formazione, pur non separandosi totalmente dalla brigata madre, otteneva una certa autonomia ed acquistava una fisionomia propria, sia per le azioni che riusciva ad intraprendere come per le originali iniziative.

 

 

Ricordo a questo punto tra i colpi di mano più singolari, l’attacco ad una autocolonna tedesca, lungo la Feltrina con la conseguente liberazione di 350 prigionieri, l’uccisione di 7 tedeschi e la cattura di 26. Ci fu anche un tentativo non riuscito, a causa di un imprevisto scontro con la polizia, di catturare a Villa Volpi di Maser, vicino ad Asolo, il maresciallo Graziani.

 

 

Veniva invece portato a termine, dopo un accordo con il tenente Giarnieri di Napoli, che comandava il gruppo di carabinieri di presidio alla villa, il disarmo degli stessi e il loro passaggio in montagna.[6] Assistiamo così, accanto ad azioni militari vere e proprie, ad una attività altrettanto importante, che consiste nell’acquisire nuovi adepti alla causa partigiana, sottraendoli alle fila nazifasciste.

 

 

Le azioni del “Buozzi” intralciavano i programmi nazifascisti tanto che il 21 agosto presso la gendarmeria di Quero avveniva un colloquio tra “Neri”, accompagnato dal commissario della “Matteotti” Antonio Cortjosa e dal dottor Andrea Secco e il capitano delle SS Kael di Belluno, alla presenza del maresciallo Willy Niedermajer della Gendarmeria di Quero.

 

 

Durante l’incontro vennero concordati i seguenti punti: 1) I partigiani garantivano il rispetto dei prigionieri tedeschi catturati e si astenevano dall’attaccare reparti tedeschi che, lungo la Feltrina trasportavano dal fronte i feriti. 2) I tedeschi da parte loro riconoscevano l’occupazione della zona di Schievenin, Campo e Colmirano e “garantivano” che non ci sarebbero state rappresaglie contro la popolazione civile.

 

 

Il capitano Karl concludeva l’incontro con la frase “fin che dura e fino al giorno in cui le cose non cambieranno”. Il giorno seguente veniva portata a Neri la notizia che Willy Niedermajer si era rifiutato di sottostare ai patti e aveva in programma un piano repressivo di particolare intensità.[7]

 

 

Anche se l’accordo non portò a risultati concreti, esso rappresenta un fatto significativo nel contesto della lotta partigiana. Tuttavia se da un lato sta a testimoniare l’indubbio prestigio acquisito dalle “bande dei ribelli”, dall’altro è indicativo di una temporanea debolezza tedesca. Almeno per allora il comando tedesco non disponeva di mezzi sufficienti per snidare i gruppi partigiani che andavano ingrossandosi sempre più.

 

 

Il battaglione “Anita Garibaldi”

 

 

A nord-ovest di Cima Grappa e precisamente in località Forcelletto si era stabilito ai primi di giugno un gruppo di uomini facenti parte di un distaccamento della “Gramsci”, che operava sulle vette feltrine.

 

 

La formazione, che prese il nome di “Monte Grappa”, era alle dirette dipendenze di “Bruno”, Paride Brunetti, comandante della “Gramsci” ed aveva come capo un partigiano col nome di battaglia “Monte Grappa” ed un commissario “Jura”. In breve assunse dimensioni notevoli, sorse così la necessità di creare dei distaccamenti più o meno numerosi di cui uno fu dislocato a Col dei Prai e un altro col nome di “Anita Garibaldi” si sarebbe dovuto appostare in Val delle Foglie.

 

 

Qui però stazionavano alcuni uomini della “Matteotti”, così si tabilì in località Col delle Farine. Il commissario della nuova formazione, Leonessa, ebbe l’incarico di sorvegliare con il suo gruppo la strada Cadorna nel tratto Romano- Cima Grappa e mantenere i collegamenti tra i distaccamenti della “Matteotti” che stazionavano a Seren del Grappa e la brigata “Italia Libera” di Archeson, costituitasi alla fine di maggio agli ordini del Pierotti.

 

 

Nel mese di agosto 1944 la “Garibaldi” si fraziona: un ristretto contingente rimane in loco per i collegamenti, gli altri uomini passano direttamente all’azione.[8]  L’attività militare del reparto garibaldino ebbe a manifestarsi appoggiando “Bruno” nell’attacco al forte del Tombion, a cavallo della Valsugana. Vennero sottratti 47 quintali di esplosivo e fatti prigionieri gli uomini di guardia.

 

 

Secondo il Bernardo l’arteria della Valsugana sarebbe stata trascurata dagli aerei alleati, poiché erano ritenute sufficienti le azioni di sabotaggio operate dalle formazioni garibaldine.[9] Deve essere sottolineato tuttavia come la Valsugana mal si prestasse a bombardamenti aerei essendo incuneata tra gli alti speroni delle montagne circostanti.

 

 

Il distaccamento del Forcelletto è la prima abile pedina di tutto un programma che la “Gramsci”, brigata di orientamento comunista, ha certamente già elaborato, quello cioè di assorbire integralmente le nuove formazioni, che andavano sviluppandosi sul massiccio.

 

 

Il Fantelli, che svolge un’accurata analisi sulle brigate comuniste della diocesi di Padova afferma: “Commissari appositi giravano per le montagne a sollecitare e anche a costringere gruppi autonomi, sparsi qua e là ad entrare nelle loro formazioni…”. “Alcune di esse particolarmente nei primi tempi erano ivadenti ed intolleranti…”.[10]  Anche sul Grappa, come vedremo in seguito, la “Gramsci” non tarderà a manifestare apertamente queste caratteristiche.

 

 

L’evoluzione dell’”Italia libera” di Archeson

 

 

L’”Italia Libera” di Archeson nel periodo aprile-maggio 1944. Verso la fine dell’inverno 1943-44 il maggiore Pierotti aveva formato con i gruppi rimastigli fedeli la brigata “Italia Libera”. Nell’aprile 1944 fissava la sede della brigata in Archeson, dove negli ultimi giorni dello stesso mese, si stabiliva un gruppo di sabotatori specializzati agli ordini di Armando Panno, detto Dini.

 

 

In seguito, quasi certamente in maggio, si costituivano due distaccamenti, uno, guidato da Gentile Mondin, si localizzava a Schievenin, il secondo in Val delle Mure.

 

 

In questa località, data la presenza di una zona relativamente pianeggiante, era stato costruito dai partigiani un campo di lancio. Ma i reparti della brigata erano profondamente delusi dal comportamento del comandante il quale impediva ad essi ogni iniziativa. Dini commenta nella sua relazione: “…la vita partigiana trascorreva di una monotonia snervante” [11], la causa era dovuta ai numerosi impegni, che tenevano occupato il comandante, il quale per allora preferiva, prima di passare all’azione, ristabilire nuovi contatti, che il periodo invernale aveva allentato, con i gruppi di Fonte, di Casella d’Asolo, del Montello.

 

 

Ad un certo momento riceveva l’adesione del gruppo di Castelfranco, al comando del tenente Gino Sartor, che si metteva ai suoi ordini.[12]  Come si può facilmente rilevare, il Pierotti ha le doti del coordinatore, la sua costante preoccupazione è quella di non rimanere isolato. Tuttavia, se nella compagine partigiana sussite la necessità di stabilire dei contatti continui tra le nuove e le vecchie formazioni, questi mutui rapporti non devono risolversi nella collaborazione per la collaborazione, ma devono sviluppare nuovi obiettivi di lotta.

 

 

Todesco e il contingente della pedemontana sud e sud-ovest all’Archeson

 

 

Ai primi di giugno, Ludovico Todesco, detto Giorgi, raggiungeva l’Archeson con l’intero contingente della pedemontana sud e sud-ovest. La decisione, pur non essendo stata improvvisa, veniva ad essere tempestivamente attuata in seguito alle misure repressive predisposte dalle forze nazifasciste della zona per eliminare le bande dei ribelli. Era inoltre scaduto il termine ultimo del 25 maggio 1944, utile per l’arruolamento nell’esercito della repubblica di Salò.[13]

 

 

Il 10 giugno passava al reparto di Todesco il gruppo di Semonzo con Brey, Giusto dei Rossi, Giovanni Canil.[14]  Costoro militavano attivamente, in un primo tempo, nella formazione “Matteotti” di Panni. Significativo è questo spostamento, esso viene a confermare (la tesi è sostenuta dallo stesso Fantelli) come gli orientamenti politici dei gregari delle brigate, che generalmente si proclamavano appartenenti a un determinato partito, non sempre coincidevano con quelli dichiarati dai capi delle formazioni stesse.[15]

 

 

In Archeson il comando della brigata continuò ad essere tenuto dal maggiore Pierotti, che si proclamava apertamente apolitico. Rifiutò sempre infatti nella sua zona commissari politici.

 

 

Todesco, legato al partito d’Azione, venne nominato vicecomandante.[16] In nuce sussistevano già i germi del futuro dissidio. Sotto la guida di Giorgi (Pierotti infatti riteneva che non fosse giunto ancora il momento opportuno per passare all’azione) la brigata “Italia Libera” di Archeson intraprendeva e portava a buon fine numerosi colpi di mano.

 

 

Ricordiamone qualcuno: Blocco della stazione di Pederobba con disarmo di tutti i militari che si trovavano sul treno in arrivo da Padova (prima azione del genere nel Veneto), invio di 30 uomini ad Alano per impedire il raduno bovini organizzato dai tedeschi; parecchi disarmi di soldati in pianura per procurarsi armi; disarmo di una intera pattuglia, catturata e portata in montagna. Arresto di due spie fasciste…”.

 

 

Alla fine di giugno Todesco assumeva il comando della brigata “Italia Libera”. Pochi giorni prima, a Padova, era stato ucciso dalla “Muti” il cugino, professor Mario Todesco.[17]

 

 

L’attendismo di Pierotti

 

 

I programmi del maggiore Pierotti e del capitano Todesco avevano pochi punti in comune. Cauto e temporeggiatore il primo, deciso e insofferente di attese il secondo. Pare che, dalla primavera estate 1944 fino alla conclusione del conflitto, il Pierotti si sia limitato alle sole azioni “a carattere economico” nelle campagne, eufemismo questo atto a velare sottrazioni di scorte alimentari. Egli infatti si preoccupò di evitare le azioni militari “per non turbare la zona” e in attesa “del momento buono”.

 

 

Il Bernardo crede di poter chiarire la causa di un tale atteggiamento con l’elevata presenza nella zona di ex prigionieri alleati. C’era il timore che atti di sabotaggio o azioni similari, da parte dei partigiani, portassero a rappresaglie nazifasciste nei confronti degli ex prigionieri.[18]

 

 

Questa opinione potrebbe essere avvalorata anche dagli stretti rapporti che legavano il Pierotti a Gino Sartor di Castelfranco, di chiaro orientamento democratico-cristiano. La stessa affermazione di apoliticità da parte del maggiore, nascondeva probabilmente un’intima adesione a tale partito.

 

 

E quasi certamente la sua fede cristiana gli impediva di attuare azioni, che avrebbero potuto gravemente compromettere la vita di numerosi uomini.

 

 

Scissione della brigata “Italia Libera” di Archeson

 

 

Alla fine di giugno Pierotti sanciva un patto di “buon vicinato” con gli elementi nazifascisti della sua zona. I fatti si svolsero nel seguente modo. A Cavaso, in seguito ad alcuni atti di sabotaggio, certamente non autorizzati dal Pierotti, i nazifascisti avevano arrestato dei civili, che tenevano come ostaggi. I partigiani per contro rappresaglia catturavano una pattuglia di fascisti.

 

 

A questo punto il comandante della guardia repubblicana di Possagno veniva a patti con il maggiore Pierotti per una mutua restituzione dei rispettivi prigionieri.[20]  Ma l’incontro andò oltre i programmi. In esso infatti si tracciarono le linee di una pacifica convivenza, le cui premesse si riassumevano nei seguenti punti: 1) Il comandante repubblichino si asteneva dal molestare renitenti o disertori della zona di Pierotti. 2) Il Pierotti, da parte sua, garantiva la “libera circolazione” alle pattuglie nazifasciste nel territorio di Possagno, dove i partigiani avrebbero evitato qualsiasi attacco.[21]

 

 

Questo fatto provocò gravi tensioni in seno alla brigata. Todesco e i suoi uomini manifestarono la loro profonda ostilità a simili patteggiamenti. Gigi Toaldo rompeva definitivamente i rapporti con il maggiore e per il primo si trasferiva con tutti i suoi 46 uomini sul lato opposto del massiccio a Col Serrai.

 

 

Il professor Meneghetti, facente parte del CLN regionale di Padova e strettamente legato a Todesco, tramite Manotvani, dichiarava Pierotti “fuorilegge” ed invitava Todesco ad assumere il comando. Ma neppure questa iniziativa doveva portare la situazione alla normalità. In seno alla brigata infatti si erano costituiti due gruppi, l’uno con a capo Todesco, fedele ai programmi del nuovo comandante, l’altro ancora legato al Pierotti.

 

 

Le prospettive di sanare il dissidio erano molto scarse. Il contrasto tra i due gruppi raggiunse il massimo verso la metà di luglio 1944. Alle 6 del mattino, il giorno esatto non viene ricordato, mentre Todesco e i suoi più stretti collaboratori erano assenti, il tenente Berto Rizzo e il tenente Renzo Zambon, venuto appositamente dai Castelli, con un reparto di uomini fedeli al Pierotti tentavano il disarmo degli elementi dissidenti. Fortunatamente non si verificarono gravi incidenti. Il ritorno di Todesco inoltre riuscì a riportare un po’ di calma.[22] 

 

 

Ma la convivenza diventava difficile. Dissidi interni nella brigata dovevano essercene stati fin dall’inizio. Ancora nel giugno infatti Todesco incaricava Brey di passare a Campo Croce e di apprestarvi un sistema difensivo. Ma il colpo di grazia alla scissione della brigata “Italia Libera” di Archeson, doveva venire dall’accordo Pierotti-Guardia repubblicana di Possagno, che intaccava in parte i principi stessi della lotta di liberazione.

 

 

La “Italia Libera” di Campo Croce

 

 

Ai primi di agosto Todesco passava con i suoi uomini a Campo Croce, dove si era raccolto alla guida di Brey un reparto di trenta elementi, e costituiva la nuova brigata “Italia Libera” di Campo Croce. Dopo due settimane la formazione raggiungeva i 250 effettivi.

 

 

Alla fine di agosto assommava a 380 uomini con il gruppo dislocato sui Colli Alti.[23]  Il comandante seppe imporsi con la sua capacità e serietà. Numerosi sono i problemi da risolvere, gli uomini non mancano, necessitano invece le armi, l’esplosivo e il vettovagliamento. Fra il 14 e il 15 agosto la formazione otteneva il primo lancio da parte degli alleati. Venne paracadutata una discreta quantità di materiale militare: 40 Sten, 4 Brent, munizioni, piani, plastico.

 

 

Per un errore del pilota il lancio veniva effettuato nella valle di Cassanego, la popolazione stessa partecipò al recupero. Dieci giorni dopo avvenne un altro lancio. Altri due, richiesti da Todesco, quando ancora si trovava in Archeson, furono paracadutati in Val delle Mure. Pierotti comunque a giuste richieste suddivise il materiale.

 

 

Erano stati inviati nel frattempo presso la brigata da parte dell’Intelligence Corp (servizio segreto militare), un gruppo di sabotatori specializzati allo scopo di istruire i giovani circa le modalità per l’impiego degli esplosivi.[24]  Il materiale paracadutato spesso presenta delle caratteristiche peculiari, che sono in pochi a conoscere. Talvolta causa degli incidenti tra i partigiani stessi.[25]

 

 

Una volta armati gli uomini, il capitano Todesco attua una serie di azioni che provocano verso la fine di settembre, un pesante attacco fascista con il cannoneggiamento di Campo Croce. Fra i numerosi colpi di mano, l’attacco alla polveriera di Santa Felicita, nel territorio di Romano d’Ezzelino, si risolse con l’uccisione di alcuni fascisti e la cattura di tre militari, tra cui un ufficiale, il sottotenente Valle.[26]

 

 

E’ del 9 agosto 1944 la lettera di Giorgi al comando della guardia repubblicana di Bassano nella quale prometteva il rilascio del sottotenente in cambio della scarcerazione di Marco Citton, catturato a Semonzo la sera del 7.[27]  Ma a quest’ultima nobile figura di patriota sarebbe stata riservata una dura sorte.

 

 

Le formazioni di pianura

 

 

Il battaglione “Mazzini”. Non posiamo svolgere un discorso obiettivo sulle brigate del Grappa, se non abbiamo presenti i reparti formatisi in pianura. Questi infatti avranno prima una funzione di sostegno e poi informeranno le stesse brigate di montagna.

 

 

Nella primavera-estate 1944 lungo la pianura meridionale del Grappa era sorto il battaglione “Mazzini”, comandato da Masaccio, professore Primo Visentin, di Poggiana di Riese, che si era staccato dal gruppo di Castelfranco ed aveva associato a sé alcuni gruppi di San Zenone e di Mussolente.

 

 

Masaccio, di orientamento democratico-cristiano, aveva tentato di dare alla formazione un carattere apolitico, invitando ad appartenervi elementi di qualsiasi partito, purchè legati da un unico ideale. Entrato in contatto con le formazioni di montagna, svolgeva la sua opera di rifornimento preferibilmente nei riguardi dell’Italia Libera di Archeson.[28]

 

 

Il battaglione “Silvio Pellico”

 

 

Nella pianura a sud di Bassano si era costituito, formalmente il 7 giugno 1944 il battaglione “Silvio Pellico” che stringeva subito contatti con il “Mazzini”.[29] Ne era a capo il tenente Marco Negri, Gildo Moro di Cassola e aveva come aiutante maggiore Bill, Andrea Cocco, pure di Cassola. Il lavoro precipuo del reparto consisteva negli attacchi contro la linea ferroviaria Venezia-Trento.

 

 

A tal fine venivano dislocati due distaccamenti a Bassano e uno a Cismon, con uomini specializzati in atti di sabotaggio alle linee ferroviarie [30]. Il “Pellico” si avvicinò a tutti i reparti del Grappa, preferendo alla fine, certamente per motivi logistici, rivolgersi alla brigata “Italia Libera” di Campo Croce. Una discreta documentazione, relativa ai mesi di agosto e di settembre ci porta a conoscenza del genere di rapporti che intercorrevano fra le due formazioni. In primo piano erano i rifornimenti, per il cui coordinamento Bill era passato a Campo Croce.

 

 

Una considerevole quantità di armi e vettovagliamento, in parte ottenuta attraverso gli aviolanci (il “Pellico” infatti era strettamente legato con gli alleati) veniva avviata alla brigata di Todesco [31]. Questa faceva capo per ogni necessità al reparto di pianura. E’ del 28 agosto 1944 lalettera di Cocco Andrea a Lorenzato Luigi di Rosà, detto Gigetto, che presiedeva all’invio dei rifornimenti in montagna:

 

 

“Carissimo Gigetto,… questa mattina come avrai sentito siamo stati attaccati, per il momento ce la siamo cavata abbastanza bene, però come vedi, ci urge al più presto le armi pesanti…” [32].

 

 

Il “Pellico”, come pure il “Mazzini”, si era avvicinato al Grappa sia a causa dei frequenti rastrellamenti che venivano compiuti in pianura, sia in seguito al programma manifestato dagli alleati. Costoro promettevano che avrebbero iniziato per settembre una offensiva in grande stile contro la “linea gotica” con l’appoggio di forze aviotrasportate sul litorale veneto.

 

 

Veniva così concluso un accordo tra i gruppi di montagna e quelli di pianura, che contemplava i seguenti punti: 1) Il CLN di Bassano e la formazione militare della zona (battaglione “Pellico”) penseranno al potenziamento del gruppo “Campo Croce”, al suo armamento ed approvvigionamento; 2) Al rifornimento della “Italia Libera” di Archeson pnseranno i reparti dislocati nel territorio sito in provincia di Treviso; 3) Il massiccio dovrà essere apprestato a difesa da formare una imprendibile roccaforte, capace di far sentire il suo peso nella gigantesca offensiva finale, che gli alleati promettono prossima” [33].

 

 

Seguivano altre clausole a tono altamente retorico e manifestanti la mancanza di una chiara ed equilibrata visione della situazione. Il 13 agosto 1944 veniva catturato il tenente Gildo Moro, comandante del “Pellico”. A Bassano, nelle carceri ove svolgeva gli interrogatori il tenente Perillo, ufficiale dei servizi di spionaggio tedeschi ed italiani, il Moro fu tenuto, come condannato a morte per più di tre mesi. Nel novembre, veniva inviato al Lager “Nord Suden” di Graz [34].

 

 

Bill con un gruppo di elementi ricercati in pianura, raggiungeva la brigata “Italia Libera” di Campo Croce [35]. Lassù la vita era meno esposta, i fascisti non arrischiavano di giungervi temendo le imboscate. L’afflusso dei componenti le formazioni di pianura verso il massiccio aumenterà in proporzioni sempre maggiori per tutta l’estate 1944.

 

 

Dei costituenti le brigate del Grappa, solo una parte proveniva dalla stretta pedemontana. Molti altri, come si è potuto constatare consultando la lista dei caduti in seguito al rastrellamento del settembre 1944 provenivano da altre città e paesi della pianura veneta. Un esempio è dato dal paese di Crespano. Dei 31 morti avuti nel suo territorio, venti appartenevano al paese, i rimanenti provenivano da altre località [36].

 

 

Deve essere aggiunto che un relativo numero di partigiani era formato da ex carabinieri. Di questi una compagnia si trovava verso luglio in Archeson, al comando di Silvi Ferruccio [37].

 

 

I rapporti tra le brigate del Grappa e in seno alle brigate stesse

 

 

Tra le formazioni cosiddette “rosse”, “Garibaldi” e “Matteotti”, e quelle “bianche” sorsero ben preso degli attriti. I rapporti stabiliti sul massiccio non erano dei più conformi alla situazione del momento.

 

 

Il Bernardo parla di odio anticomunista verso le Garibaldi, la cui unità morale sarebbe stata gravemente minata dalla presenza, nella loro stessa compagine, di spie e provocatori, inviati dalle altre formazioni [38]. L’ostilità nei confronti delle formazioni “rosse” del Grappa è pure convalidata da un rapporto del 12 agosto 1944, redatto da una delegazione del comando della “Nannetti” (a questa divisione infatti apparteneva la brigata “Gramsci”).

 

 

Venuta in zona per ispezionare il distaccamento “Garibaldi” notava di aver avuto sentore dei non troppo cordiali rapporti esistenti tra i vari reparti e il battaglione “Monte Grappa” della “Gramsci” [39]. Ma accanto al dissidio ideologico, ad impedire una vera unità d’azione tra le forze del Grappa, c’era il problema dei rifornimenti alleati.

 

 

La brigata “Italia Libera” di Campo Croce, a detta del Bernardo, era bene armata ed equipaggiata e possedeva anche scorte non indifferenti nei magazzini per eventuali reclute. Le formazioni “rosse” al contrario, erano male armate e peggio equipaggiate con materiale sottratto a fascisti e tedeschi [40].

 

 

Nel luglio 1944 c’era stato un solo lancio per la “Garibaldi” e la “Matteotti” e, soltanto verso la metà di settembre, ne viene segnalato un secondo [41].

 

 

Pure tra le formazioni di Pierotti e Todesco continuavano a sussistere dei contrasti. Ne dà conferma il seguente fatto. In seguito all’arresto del comandante del “Pellico”, tenente Gildo Moro, ci fu un tentativo da parte di Todesco di proporre al comando della guardia nazionale repubblicana di Bassano uno scambio del Moro con alcuni prigionieri, che si trovavano però presso Pierotti.

 

 

Ecco il tono della lettera, inviata al battaglione “Pellico”, circa la collaborazione del Pierotti: “… Per il caso Negro – Gildo Moro – vi trasmette il nome degli ostaggi in mano al Pierotti il quale da buon italiano e da buon patriota non ci ha ancora messi a disposizione…” [42].

 

 

Dissidi sorgevano pure in seno alle brigate stesse. E’ dell’8 settembre la lettera del capitano Giorgi ai dirigenti di pianura in cui affermava:

 

 

“…mi meraviglio moltissimo che persone serie prestino fede a della gente che al primo colpo di cannone cerca di trovare salvezza in pianura” (si riferiva all’attacco nazifascista contro le postazioni di Campo Croce).

 

 

“Tengo a precisare che in montagna non è vero che non ci sia uguaglianza perché mio primo compito è stato quello di diminuire qualsiasi distanza tra ufficiali e soldati, tant’è vero che il rancio viene consumato dagli ufficiali dopo che i soldati sono stati serviti. Se c’è vino, c’è per tutti, così faccio per il resto. Per la faccenda dell’ultimo attacco tengo a farvi conoscere che il comandante con due ufficiali era sotto il tiro dell’artiglieria e della mitragliatrice da 20 e che stava risalendo dalla pianura dopo l’azione sfortunata della polveriera” [43].

 

 

Il tema dell’uguaglianza di trattamento è pure molto sentita presso la “Garibaldi”. Il Bernardo afferma che i comandanti, per la maggior parte disertori dell’esercito fascista repubblicano erano privi dei minimi requisiti necessari alla vita democratica di reparto. Tutte le abitudini dell’esercito regolare erano state trasferite fra le esigenze della guerra per bande.

 

 

I partigiani privi di responsabilità erano considerati alla stregua degli uomini di truppa e avevano un trattamento differenziato a seconda del grado rivestito. I comandanti usufruivano di una mensa speciale. I semplici gregari invece mangiavano in gavetta. Differente risultava pure il tipo di accantonamento, di casermaggio, differenziati i servizi di guardia.

 

 

Tutto questo non soddisfaceva certamente la maggior parte degli uomini, che in maggioranza aspiravano soprattutto alla conquista di una società senza divisioni e privilegi [44].

 

 

Forze nazifasciste della pedemontana

 

 

Dislocazione. Alla fine del mese di agosto le forze nazifasciste lungo la pedemontana del Grappa e nelle strette vicinanze presentavano il seguente quadro: 1) Feltre: raggruppamento SS al comando di Willy Niedermajer. Inoltre nella caserma e gendarmeria erano presenti reparti della Wehrmacht; 2) Gendarmeria di Quero: raggruppamento mobile alle dipendenze del comandante Karl di Belluno; 3) Zona Prilonao-Tezze: raggruppamento mobile alle dipendenze del comando SS di Roncegno; 4) Zona Cismon: gruppo Wehrmacht. Altre forze, in particolare brigate nere, contingenti della X MAS, Monterosa, stazionavano nei paesi della pedemontana sud.

 

 

A Bassano, oltre a contingenti militari della RSI, si trovava un reparto della XXII Brigata Nera “Antonio Faggion” di Vicenza [45].

 

 

Notizie in mano alla polizia sui gruppi partigiani del Grappa

 

 

Alle forze nazifasciste non sfuggivano certamente i movimenti degli uomini sul Grappa. La situazione veniva descritta in termini assai precisi dal comandante Ottavio Peano ai superiori del comando regionale veneto.

 

 

Peano osservava, suo malgrado, come la popolazione fosse connivente con i gruppi partigiani, soprattutto perché fra di essi aveva i propri figli e parenti. L’ufficiale continuava notando come anche la “parte sana” della popolazione, ossia quella che avrebbe dovuto essere di schietta fede fascista, sottostasse essa pure alle imposizioni dei ribelli. Sottolineava come nelle province di Vicenza e di Treviso la situazione si facesse sempre più grave, mentre il massiccio del Grappa risultava completamente occupato e continuamente si avevano attacchi e sabotaggi lungo l’arteria stradale della Valsugana [46].

 

 

La conoscenza della dislocazione delle unità partigiane era però molto imprecisa. I tedeschi ed i fascisti presupponevano una forza complessiva di circa 800 uomini all’incirca. Risultava anche l’occupazione dell’albergo-rifugio del Grappa. Qui il movimento dei partigiani veniva seguito anche attraverso i cannocchiali. La Cima Grappa infatti è completamente spoglia di vegetazione.

 

 

Peano passava poi ad analizzare il sistema dei rifornimenti, individuando in parte le fonti, meravigliandosi del prezzo pagato per le munizioni: “…le cartucce per mitra vengono pagate anche lire 10 l’una e le Hanagranaden perfino lire 400 ognuna”. Affermava poi come per il trasporto dei rifornimenti i ribelli disponessero di circa 40 muli, due auto carrette e di alcuni motocicli [47].

 

 

Alla fine di agosto il Grappa interessa e preoccupa i tedeschi ed i fascisti, ma per motivi di ordine militare si aspetta ancora prima di dare il via libera alla grande operazione di annientamento progettata da mesi. Ci si limita ad alcuni rastrellamenti in pianura e a rappresaglie verso le famiglie dei partigiani, si studia il numero e l’armamento degli avversari. (continua)

 

Note

1) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.51.

2) M.BERNARDO, op. cit. p.51.

3) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.63.

4) Dal diario prestatomi dal cav. Livio Morello di Trento, p.3.

5) Dal diario prestatomi dal cav. Livio Morello di Trento, p.4.

6) Dal diario prestatomi dal cav. Livio Morello di Trento, pp.6-7-8.

7) Dal diario..., pp.3-4.

8) A.I.S.R.V.P., b.41, doc.32, pp.1-2.

9) M.BERNARDO, op.cit., pp.54-91.

10) G.E.FANTELLI, La resistenza dei cattolici nel Veneto, Padova 1965, p.72.

11) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 62.

12) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.61.

13) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.63.

14) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.61.

15) G.A.FANTELLI, op.cit., p.80.

16) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.63, p.1.

17) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 63, p.2, parzialmente pubblicato in G.CORLETTO, op. cit..

18) M.BERNARDO, op. cit., pp.51-53.

19) G.A.FANTELLI, op.cit., p.76.

20) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.66, p.5.

21) Rel. dott. L.Toaldo, Atti, cit., p.146.

22) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.62, p.3.

23) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.63, p.2.

24) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.63, pp.2-3

25) "La notte tra il 14 e il 15 agosto 1944, i partigiani furono riforniti di armi da parte degli alleati con lancio di paracadute. Mentre queste armi venivano riposte, il tenente Villa Filato "Toio" rimaneva accidentalmente ferito e nel tardo pomeriggio il capitano Todesco chiedeva con urgenza alla parrocchia di Borso il sacerdote per i conforti religiosi. Salì allora subito il cappellano don Antonio Corsato...al mattino presto fu trasportato in carrozza da Francesco Giacomelli all'ospedale di Crespano dove fu nuovamente portato a Campo Croce perchè i fascisti avevano già subodorato qualcosa...Il giorno 20, ma specialmente il 21, i fascisti di Crespano comparvero a Borso con un numero rilevante di uomini e con poche buone intenzioni...sono persuasi di essere in un paese covo di partigiani". Don Antonio Corsato, cappellano di Borso durante gli anni 1943-44-45 scrisse un diario sugli avvenimenti verificatisi durante il periodo della lotta di liberazione. Questo diario venne ricopiato dal signor Lino Serena di Borso, il quale tiene la copia da cui io ho tratto il seguente testo.

26) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 63.

27) "Con Sten, mitra, pistola Beretta in bicicletta s'avviava circa le ore 10 per Semonzetto via Casal di Sotto. Lungo la strada vide in lontananza un gruppetto di uomini, fra cui uno in camicetta bianca. Si trattava di una pattuglia di repubblicani che, dopo d'aver effettuato una puntata nei pressi della sua casa, ritornavano verso San Zenone con un vecchio prigioniero di 68 anni. L'individuo dalla camicetta bianca era il traditore che aveva guidato la pattuglia all'infausta missione. Marco tratto in errore dal colore bianco del vestiario, pensò trattarsi di paesani. Fu così che cadde nelle grinfie del nemico, che tutto festante inneggiò: "abbiamo preso il ribelle!" Fu tosto rinchiuso in una cella della caserma "Efrem Reatto" di Bassano del Grappa....Nel primo interrogatorio, avvenuto la sera stessa della cattura, lui si era rifiutato di rispondere ai fascisti, manifestando il desiderio di essere interrogato dai tedeschi. Chiamato un ufficiale tedesco avvenne questo colloquio: - Eri un ribelle? - Sì - Da dove venivi con quelle armi? - Dal di là del Grappa! - In quanti siete lassù? - Nel posto dove mi trovavo io in 700. - Chi vi comanda? - Un generale - Come si chiama? - Non lo so, se volete saperlo andate la sù. - Non sai che essendo stato preso  con le armi ti aspetta la fucilazione? - Allargando le braccia e presentando il petto disse: - Sono qui pronto...

Fino al 18 non si potè sapere più niente; in questo giorno una lettera del 12 giungeva da Marano dove era stato trasferito, qui era stato rinchiuso nelle scuole, vicino alla chiesa parrocchiale....Egli sapeva che quella prigione costituiva l'anticamera della morte...alle 7,30... del martedì sera il guardiano gli recò la solita cena; Marco gli consegnò tre lettere: una per il parroco, una per la mamma, una per la fidanzata, Quella sera stessa, stando alle dichiarazioni del custode, fu condotto lungo una stradicciola, fatto andare avanti e mitragliato alla schiena". 

Dal diario consegnato da un famigliare del patriota Citton Marco al prof. Celotto Antonio di S.Eulalia.

28) A.I.S.R.V.P., b.41, doc.44, pubblicato in G.CORLETTO, op. cit., pp.57-58.

29) Lettera inviatami dal colonnello Gildo Moro il 10 dicembre 1970.

30) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.19, p.6, pubblicato in G.CORLETTO, op.cit., p.69.

31) A.I.S.R.V.P., b.42, fasc.3, doc. 41, 42, 43, 44, 45, 46, 47, 48, 49, 50.

32) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.27.

33) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.19, pp.6-7.

34) Lettera del colonnello Gildo Moro, inviatami il 10 dicembre 1970.

35) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.19, p.10.

36) Da ricerche effettuate presso l'anagrafe di Crespano.

37) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.62, p.2.

38) M.BERNARDO, op.cit., pp.53-54.

39) A.I.S.R.V.P., b.51, doc.7.

40) M.BERNARDO, op.cit., pp.55-56.

41) A.I.S.R.V.P., b.16, doc. 10.

42) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.31.

43) A.I.S.R.V.P., b.42, doc.34.

44) M.BERNARDO, op.cit., pp.91-92.

45) Dal diario prestatomi dal cav. Livio Morello di Trento, pp.4-5.

46) A.I.S.R.V.P., b.51, fasc.3, pp.5-6-7.

47) A.I.S.R.V.P., b.51, fasc.3, pp.5-6-7.

 


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