IL GRANDE RASTRELLAMENTO DEL MASSICCIO DEL GRAPPA

Settembre 1943 – febbraio 1944

 

di Angela Rosato 

Capitolo primo

 

Il maggiore Edoardo Pierotti e le origini della resistenza nella zona del massiccio del Grappa.

 

 

Il 12 settembre 1943, a quattro giorni dall’armistizio, il maggiore Edoardo Pierotti di Pederobba, volontario alle Argonnes nel 1914, comandante di compagnia al Carso e al Piave, durante la prima guerra mondiale, guida e coordina i primi gruppi armati della resistenza lungo la vallata del Piave e la pedemontana del Grappa, con diramazioni in pianura. In breve tempo la sua organizzazione si estendeva a Quero, Alano, Pederobba, Cavaso, Possagno, Fietta, Crespano, S.Eulalia, Borso, Semonzo, Romano, Montebelluna, Caerano, Onè di Fonte, Casella d’Asolo, Castel di Godego, Castelfranco.

 

 

Sede principale del comando fu Pederobba, presso Bogana Corona, vedova Boretti, che svolgeva anche la funzione di staffetta. Qui, tranne il dicembre 1943 e il settembre 1944 (per cause che chiarirò in seguito), rimase sempre la segretaria Mina Molin Pierotti, alla quale faceva capo l’intera organizzazione e che provvedeva a far pervenire ai singoli gruppi gli ordini emanati dal comando.

 

 

Il movimento venne sovvenzionato in modo cospicuo dal comandante, che sostenne sempre l’apoliticità delle sue formazioni. Tra gli aiuti esterni il Pierotti enumera alcune armi consegnategli sul Monfenera da Guido Bergamo del partito d’Azione, lire quarantamila ricevute dal CLN di Montebelluna, presieduto dal ragionier Romolo Pellizzari e dall’avvocato Sanson, entrambi del partito d’Azione, e lire quindicimila da parte del CLN di Padova. [1]

 

 

Alla fine di settembre il comandante aveva alle sue dirette dipendenze il gruppo di Pederobba, che occupava una casera sul Monfenera, dove gli uomini non rimanevano stabilmente, data la relativa vicinanza al paese. Ai suoi ordini, in questo primo periodo, erano: Enrico Panni di Piacenza, ex sottotenente di complemento del 7° reggimento alpini e Antonio Colognese di Montebelluna con un gruppo di circa 30 elementi alle Fosse, sul versante di Alano di Piave, Corradi Publio, detto Pupo, ex sottotenente di complemento di Caerano San Marco con una formazione di quaranta uomini, poi ridotti a venticinque a Casera dell’Aria, sul versante di Pederobba.

 

 

Per i rifornimenti il primo gruppo faceva capo a Montebelluna, il secondo a Caerano San Marco. Ad Alano, Campo, Santa Maria di Quero, Carpen, sempre agli ordini di Pierotti, operava il dottor Luigi Toaldo, detto Gigi, di Venezia, ex tenente di complemento dell’8° reggimento alpini.

 

 

Verso la fine di settembre, in seguito a una riunione tra tutti questi capigruppo, vennero presi contatti con l’avvocato Giavi Giovanni di Venezia, detto Nani Sabadin e con il dottor Cesare Lombroso, entrambi del partito socialista [2] e rifugiati nella zona di Montebelluna. Furono anche intensificati i rapporti con le formazioni a sud della zona di Pierotti e con quelle più strettamente di pianura e precisamente con Renzo Zambon, ex sottotenente di complemento, di Venezia, che comandava un gruppo armato nella zona di Asolo e Monfumo, con il maestro Moresco Giancarlo e il suo gruppo di Castel di Godego, con Gino Sartor, di orientamento democratico-cristiano, che aveva un forte contingente a Castelfranco, con Torresa, detto Cencio di Montebelluna, che guidava alcune formazioni armate in questa zona. [3]

 

 

Il maggiore Pierotti e la resistenza veneta

 

 

Nella seconda quindicina del settembre 1943, il maggiore Edoardo Pierotti ebbe un incontro a Miane con il colonnello degli alpini Arcangelo Bortolotto. Questi aveva organizzato, già in data 10 settembre 1943 le prime “bande armate alpine”. Verso la fine dello stesso mese, la sua organizzazione si estendeva dal monte Grappa all’Altopiano del Cansiglio, al Feltrino, al Bellunese. La forza complessiva dei reparti era di cinquemila uomini. [4]

 

 

Di comune accordo il Pierotti e il Bortolotto stabilirono il seguente programma: “a) carattere prettamente militare dell’organizzazione, ma con azioni di guerriglia; b) formazioni di quadri possibilmente con ufficiali antifascisti dell’esercito; c) completa apartiticità delle bande; e) comando unico con la determinazione delle zone di massima resistenza, escludendo il massiccio del Grappa e altre prealpi di difficile difesa, dati i mezzi disponibili”.

 

 

Pierotti accenna poi a contatti intrapresi con il colonnello Angelo Zancanaro, al quale sarà affidato in seguito il coordinamento dei gruppi del feltrino e del medio Piave [5], col maggiore Bassignan di Pieve di Soligo, col maggiore Gava di Conegliano [6]; evidentemente si propone di svolgere, attraverso il collegamento coi vari comandanti di forze partigiane, un programma unitario.

 

 

Un simile tentativo, ma a respiro molto più vasto, venne attuato nella riunione di Bavaria, Selva del Montello, dei primi di ottobre. Intervennero, tra i militari, il capitano di Vascello Sassi Ducceschi, già direttore di tiro della corazzata Littorio, di origine polacca, il cui nome era Jerzi Sas Kulczjsky, il tenente colonnello Angelo Zancanaro, i maggiori Rizzo e Pierotti, il tenente Pedalino, un ufficiale alpino udinese, i capitani Mazzei e Ivone Dal Negro. Erano presenti politici di tutte le tendenze: Guido Bergamo del partito d’Azione, Dal Pozzo del partito comunista, Urbano Pizzinato del partito democristiano, l’avvocato Giavi e il dottor Lombroso, entrambi del partito socialista.

 

 

La discussione si imperniò sui seguenti punti: “Le organizzazioni armate che si andavano sviluppando e collegando; la loro dipendenza dai singoli partiti politici o da organismi paritetici (i futuri CLN e il loro riconoscimento anche ai fini giuridici); i problemi finanziari anche in connessione alla necessità di mantenere in rifugi montani gli sbandati o i renitenti ai bandi di richiamo alle armi o di leva; il servizio informazioni e collegamenti tra gli organismi cospiratori e fra essi e il governo nazionale”.

 

 

Il comando regionale, in attesa della decisione dei politici, fu dato per il momento al capitano di Vascello Sassi Ducceschi, che si dimostrò molto attivo. Vennero delimitate anche le zone di comando: il colonnello Angelo Zancanaro sul feltrino-medio Piave, Pierotti sul Grappa, il tenente Adami, detto tenente 14, sul Cesen. [7]

 

 

L’esito della riunione di Bavaria venne riportato e discusso in un incontro tra i politici a Treviso, a casa dell’avvocato Cappellotto, di orientamento cristiano sociale. Il 13 ottobre a Venezia, si tenne una riunione regionale nella quale fu redatto uno statuto (il cui testo originale andò smarrito in seguito a una perquisizione delle SS) nel quale si raggiunse un “compromesso tra le esigenze di uno spirito militare puro e semplice e quelle che tenevano conto anche dei problemi politici, che non potevano del tutto essere accantonati o ignorati”

 

 

Tra i punti di maggior interesse il Tessari ricorda i seguenti:

 

“Le formazioni armate che si andavano organizzando non dovevano avere né limiti di numero, né di appartenenti. Dovevano essere comandate di preferenza da un responsabile con il grado militare del disciolto esercito. La gerarchia alla quale si impegnavano di sottostare contempla comando di squadra nei singoli comuni, comandi raggruppati nei singoli capoluoghi del mandamento, comandi provinciali e comando regionale.

Le formazioni riconoscevano l’autorità politica dei CLN coi quali si impegnavano a collaborare. I CLN si impegnavano a sovvenzionare le formazioni per le necessità logistiche. I componenti le formazioni e loro aventi causa dovevano essere riconosciuti come combattenti per la causa nazionale ad ogni effetto di legge”.

 

 

Quest’ultimo punto venne vivacemente sostenuto dal maggiore Pierotti.

 

 

Discussioni con i politici

 

 

Ma in seguito alla riunione di Padova, tenuta, sempre nell’ottobre, alla presenza del colonnello Sassi, dell’avvocato Cappellotto, di Concetto Marchesi, di Egidio Meneghetti, sorsero dei contrasti circa lo statuto. Essi erano dovuti, secondo il Pizzinato, al diverso punto di vista dei politici, i quali, in particolare i rappresentanti del partito comunista e del partito di Azione, tendevano a favorire una organizzazione armata di piccoli gruppi aderenti ai partiti politici ed erano contrari a formazioni che si adeguassero ai passati sistemi militari, indipendentemente dai partiti politici stessi.

 

 

Secondo il professor Meneghetti il contrasto era, invece, tra il comandante Sassi, il quale fondava la sua organizzazione su elementi del vecchio esercito e il comitato regionale, che dava la preferenza a elementi del popolo, i quali avrebbero potuto dare maggior affidamento.

 

 

Il Sassi non ebbe neppure in seguito una vita facile, nel novembre confidava al Tessari intralci e difficoltà, creategli continuamente dai politici, coi quali non c’era ancora perfetto accordo. [8]

 

 

Verso il 17 di ottobre del 1943, il comandante regionale aveva stabilito la propria sede a Montebelluna, da dove dirigeva le fila dell’organizzazione partigiana. Suo aiutante divenne Antonio Colognese, che guidava, in un primo tempo, agli ordini del Pierotti, un gruppo armato sul Grappa, poi ceduto ad Enrico Panni di Piacenza. [9] Il Pierotti stesso collaborò attivamente in questo periodo con il Sassi, che si era proposto di dare atto ai vari punti dello Statuto, concordato a Venezia.

 

 

Ma il programma dava origine a contrasti, che dovevano lasciare la sua opera del tutto incompiuta. Infatti poco dopo si spostava prima a Venezia e poi in Lombardia. [10] Con il Sassi si concluse il tentativo di costituire a capo delle forze venete un comando unico regionale.

 

 

La pedemontana del Grappa nell’autunno 1943: il settore sud est

 

 

Ritornando alla pedemontana del Grappa, una volta terminata questa premessa necessaria per comprendere che la resistenza in questa zona non rimase isolata sulle sue posizioni, ma si inserì fin dall’inizio nel più ampio contesto regionale, per avere un quadro abbastanza chiaro e completo del sorgere e del localizzarsi dei primi gruppi, ritengo opportuno suddividere il territorio in tre settori interdipendenti, ma con un margine di autonomia.

 

 

Del primo, situato a sud-est, e comprendente i paesi di Alano di Piave, Quero, Pederobba, Cavaso, Possagno, ho già ampiamente sottolineato il precoce sviluppo dei singoli gruppi, organizzatisi attorno al Pierotti. Restano da chiarire i fattori, che favorirono il nascere delle formazioni, in uno spazio di tempo relativamente breve.

 

 

La presenza del Pierotti, accanto al confluire esattamente in questa zona di graduati del disciolto esercito, provenienti in gran parte da Venezia, Montebelluna, Caerano San Marco, furono elementi di importanza decisiva.

 

 

Un terzo fattore, credo sia da ravvisare nella apoliticità delle formazioni del Pierotti, alle quali collaborarono appartenenti a varie tendenze politiche, da Guido Bergamo del partito d’Azione al sottotenente Enrico Panni e al tenente Livio Morello di Trento [11], entrambi del partito socialista, al tenente Gino Sartor della democrazia cristiana. Si deve aggiungere che i comandanti i singoli gruppi parteciparono all’evolversi della resistenza, in seno a tutto il movimento veneto, sia tramite il loro comandante, il maggiore Pierotti, sia attraverso la partecipazione diretta agli incontri interprovinciali.

 

 

Il 19 ottobre all’albergo “Socal” di Possagno ci fu una riunione tra Antonio Colognese e rappresentanti di Padova e Venezia, tra i quali intervennero il prof. Silvio Trentin, facente parte con il prof. Concetto Marchesi ed il prof. Egidio Meneghetti del CLN veneto formatosi in seno all’università di Padova [12], il conte Loredan di Venezia e il prof. Ferrari dell’università di Padova.

 

 

Circa i temi trattati il Colognese non dà specifiche notizie. [13]  Ci furono poi in dicembre le riunioni di Venezia a palazzo Papadopoli. A quella dell’11 parteciparono, tra i diretti collaboratori del Pierotti, il sottotenente Armando Panno, detto Dini, di Cavaso, il tenente Pedalino Carmelo di Crocetta (Treviso), il sottotenente Gentile Mondin di Covolo (TV), il capitano Daldello di Possagno, intervennero il colonnello Sassi, il conte Arrivabene, il colonnello Zancanaro, il maggiore Rizzo di San Donà.

 

 

A Gentile Mondin, Carmelo Pedalino e ad Armando Panno venne affidata una missione di presabotaggio. Il giorno 13 si doveva svolgere un nuovo incontro, al quale sarebbero intervenuti altri elementi della resistenza veneta. Ma un’irruzione della polizia arrestò tra gli altri Dini, Mondin, Pedalino. [14] Cominciavano così, per la zona Pierotti, che era stata la prima ad organizzarsi lungo la pedemontana del Grappa, le difficoltà tipiche di tutte le formazioni partigiane.

 

 

Il settore sud

 

 

Il secondo settore, situato nella parte centrale della pedemontana meridionale, comprende i paesi di Paderno, Crespano, Santa Eulalia, Borso. A Crespano l’organizzazione faceva capo al dottore Mario Mantovani del partito d’Azione, direttamente collegato con il prof. Meneghetti dell’università di Padova.  [15] In settembre, sempre a Crespano, si infittivano le riunioni di elementi antifascisti in casa dell’ingegnere Zardo Antonio.

 

 

Vi partecipavano il dottor Mantovani, il nipote Jan Jacopo, il dottor Ludovico Todesco di Solagna, il farmacista Oscar Basso, il geometra Zago Tiziano, alcuni professori dell’Istituto Filippin di Paderno, accanto ad operai quali Zardo Ernesto, Mario Capovilla. [16]  Il dottor Mantovani, grazie soprattutto alla sua attività, aveva numerose possibilità d’azione, sia per i facili spostamenti, come per l’occultamento che poteva offrire ai partigiani ricercati in seno all’ospedale.

 

 

In data 15 settembre 1943, cominciava a tessere i primi incontri con gli elementi della zona che davano maggior affidamento. Vennero tenute riunioni alle quali parteciparono il capitano Tramet di Asolo, Stocco di Castelcucco, Canil da Borso, Ludovico Todesco di Solagna ed elementi di Crespano, il nipote Nino (Jan Jacopo) ed il dottor Gildo Nardini.

 

 

Dal CLN di Padova venivano promesse di aviolanci, di conseguenza il capitano Tramet si spostava in montagna e cominciava le segnalazioni notturne. Alla fine di settembre Ludovico Todesco, detto capitano Giorgi, con un gruppo di allievi alpini della scuola di Bassano, si stabiliva sui Colli Alti. Il gruppo venne finanziato in notevole parte dal dottor Mantovani, che ampliava nel frattempo i suoi contatti con Pierotti. [17]

 

 

In questa zona l’organizzazione, ancorata per un certo tempo, ad eccezione di qualche elemento del popolo particolarmente preparato, all’élite colta comprendente i vecchi antifascisti facenti capo a Mantovani, si presenta più lenta. Ciò in parte, può essere spiegato con la presenza a Crespano del ministero della guerra, presieduto dal maggiore Pompei e di un notevole contingente di camicie nere. [18]  Ma certamente mancarono agli inizi chiare vedute sul da farsi, l’ingegnere Zardo mi diceva che nel settembre 1943 si invitavano i giovani alla calma in attesa dell’evolversi degli eventi. [19]

 

 

Il settore sud-ovest

 

 

Il terzo settore, a sud-ovest del massiccio del Grappa, aveva come centro di reclutamento Semonzo. Ad esso erano aggregati Romano degli Ezzelini, San Giacomo, Mussolente, Casoni, Liedolo. Il coordinamento degli uomini e la raccolta delle armi iniziarono verso il 17 settembre 1943 con il sergente maggiore Dei Rossi Giustiniano e Franciosi Aldo. Costoro incontrarono e conobbero il capitano Tramet di Asolo assieme a vari elementi di Bassano, quali Guadagnin Alfeo, Valerio Sonda, Carlo Manfrè.

 

 

In una riunione tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1943 si tentò un bilancio delle forze esistenti nei vari paesi di appartenenza. Erano gruppi di pochi uomini, ognuno dei quali aveva un proprio comandante. Erano il nucleo di Romano (numero 5 uomini) guidato dal sergente Marco Baron, di San Giacomo (4 uomini) al comando di Moretto Giovanni, di Mussolente (8 uomini), nucleo dei Casoni con Ferronato Nino (5 uomini) e di Liedolo (3 uomini).

 

 

Semonzo del Grappa, sede del Comando, era presente con venti uomini. Complessivamente in questa zona operavano quarantacinque elementi.

 

 

Dallo sviluppo dei contatti tra i capi di queste forze e l’avvocato Angelo Pasini di Asolo, si costituiva la “Brigata d’assalto Matteotti”, in data 5 dicembre 1943. Il comando veniva assunto dall’avvocato Pasini. [20]  Questa brigata attuò tra la fine di dicembre e i primi di marzo 1944 numerosi colpi di mano, con mezzi estremamente precari.

 

 

Le azioni venivano effettuate da uno, due elementi, non di più. Il 12 gennaio 1944 ci fu il fallito tentativo di sabotare il deposito di carburante del campo d’aviazione di Quinto, presso Treviso, da parte di Aldo Franciosi di Semonzo, detto Brey. L’impresa ebbe aspetti drammatici; Brey vi si recò in bicicletta, portando con sé l’esplosivo. Il 17 febbraio 1944 il sottotenente Zen Tarcisio di Semonzo, con l’aiuto del Franciosi, prelevava nei pressi di Cornuda 6 moschetti, 2 mitra e parecchio altro materiale bellico. Attraversavano in pieno giorno il centro della cittadina. Trasportavano il tutto a Semonzo, dove aumentava il bisogno di armi, dato il continuo affluire nelle fila partigiane dei renitenti alle chiamate della repubblica di Salò. [21]

 

 

E’ da notare come le azioni, generalmente, siano effettuate sempre dai soliti elementi: accanto al Franciosi, allo Zen, viene nominato il Dei Rossi Giustiniano. [22]  L’alto margine di rischio che esse comportano, è attenuato dall’impiego di pochissimi uomini. Il settore di sud-ovest presenta un’organizzazione capillare secondo le migliori tecniche della guerriglia partigiana. I gruppi molto ridotti e scelti possono dare maggior affidamento. Semonzo inoltre possiede dei vantaggi logistici indubbi, situato esattamente alla base della montagna, presenta una relativa facilità di fuga, ed essnedo a mezza strada tra Bassano e Crespano, non è direttamente interessato dalle forze nazifasciste.

 

 

I primi gruppi di montagna

 

 

Le formazioni del settore occidentale del Grappa. Tra la fine di settembre e gli ultimi di ottobre del 1943, provenienti dalle tre zone della pedemontana, si insediarono sul Grappa dei distaccamenti guidati, di solito, da ex graduati. Sui Colli Alti, parte occidentale del massiccio, si trovava Todesco. Un gruppo, guidato dal capitano Tramet di Asolo, era a nord-ovest di Cima Grappa, nelle vicinanze di Arsiè. [23]

 

 

Il 20 settembre 1943 si era stabilito a Campo Croce di Borso, sotto la guida del tenente degli alpini Mervig Giovanni, rifugiatosi in un primo tempo a Semonzo, il “gruppo autonomo Garibaldi”. Privo di efficaci collegamenti, entrò in contatto con elementi che avrebbero costituito il futuro battaglione “Silvio Pellico” e precisamente coi gruppi di Belvedere e di San Pietro che, verso il 19 settembre, comprendevano 19 uomini.

 

 

Saranno queste le basi di una futura, attiva collaborazione pianura-montagna, essenziale per la sopravvivenza dei gruppi del Grappa. Per ora, quale pietra miliare è l’incontro dell’11 novembre, a casa di Don Anselmo, parroco di San Pietro, tra i partigiani della montagna e il CLN di Bassano. [24]

 

 

Il reparto di Col Moschin

 

 

Una formazione a sé è quella costituitasi a Col Moschin, sul versante occidentale prospiciente la Valsugana. E’ composta da ufficiali, i quali rifiutarono i disagi e le difficoltà di approvvigionamento, tipici della lotta partigiana. Affermano di avere a disposizione circa duecento uomini, per il momento nelle loro case lungo la vallata del Brenta, da Pove a Solagna, e pongono come premessa basilare, per qualsiasi loro attività, precise richieste di rifornimento al CLN di Bassano.

 

 

Questo sorto quasi subito dopo l’8 settembre per opera di un operaio delle locali “Smalteria Venete”, Andrea Passuello e di un barbiere, Antonio Salvalaggio, antifascisti perseguitati dal regime, venuti poi, a contatto con Carlo Manfrè, industriale di tendenze socialiste, tentò di avvicinarsi al gruppo di Col Moschin e di svolgere opera di persuasione mediante l’invio di un commissario politico, Ferruccio Roiatti, detto Spartaco, di Udine, del partito comunista.

 

 

Ma vano risultò anche il tentativo di Spartaco, che faceva presente la necessità di recuperare il materiale necessario attraverso colpi di mano contro il nemico.[25] Due mentalità completamente diverse si scontravano e non riuscivano a comprendersi. Quella del commissario politico, reduce dal confino, profondo conoscitore della guerriglia partigiana, nella quale gran parte è lasciato all’inziativa individuale e dove le difficoltà si risolvono giorno per giorno e quella di uomini vissuti nell’esercito, incapaci e impreparati a superare certi schemi.

 

 

Le formazioni del settore orientale del massiccio del Grappa

 

 

Nella zona orientale, dislocai sul Monfenera, ci sono tre gruppi. Uno, sul versante di Alano di Piave, è al comando di Panni Enrico di Piacenza. Un secondo è a Casera dell’Aria, agli ordini di Corrado Publio, di Caerano San Marco. Un terzo, insediatosi in una casera, lungo il dorsale relativo a Pederobba,, dipende direttamente dal Pierotti. [26]

 

 

Contemporaneo al costituirsi dei primi reparti è il sorgere di numerose difficoltà, alcune interne ai gruppi stessi, altre esterne.

 

 

Di primaria importanza sono la scelta e il coordinamento degli uomini. Subito dopo l’8 settembre, la conferma viene da Guido Bergamo, che si trovava sul Monfenera. La situazione lungo le prealpi era alquanto confusa: vi erano moltissimi rifugiati, ma la gran parte non aveva nessuna idea di come organizzare una resistenza e di come pensare razionalmente al futuro. Tutti erano solamente preoccupati di non fare la guerra.[27] 

 

 

Lo stesso Colognese parla nella sua opera di cinque o seimila uomini raggruppati lungo tutto il massiccio e la vallata del Piave.[28] Egli non chiarifica esattamente quali fossero i loro propositi e perché si trovassero radunati lassù, certamente si trattava di sbandati, datisi alla montagna, in attesa di poter ritornare alle loro case. Qualche comandante, attorno al quale si costituirono le prime formazioni, mancò di una chiara visione della situazione.

 

 

Nell’ottobre si erano sciolte repentinamente le “bande armate alpine” del colonnello Bortolotto, in seguito al suo arresto. Le medesime comprendevano, secondo le affermazioni del comandante, cinquemila uomini. [29]

 

 

Il problema della selezione degli uomini, se non è affrontato tempestivamente, si impone con le sue conseguenze. Anche il Pierotti non era del tutto obiettivo, quando assommava il numero dei componenti le proprie formazioni, considerando la pedemontana del Grappa e la fascia di pianura, a millequattrocento elementi. [30]

 

 

Con l’organizzazione dei primi gruppi si impongono i problemi di vettovagliamento e dei rifornimenti. In tutte le formazioni si manifesta una grave carenza di armi. Il materiale deve essere sottratto ai nazifascisti, con colpi di mano, che non sempre riescono.[31]

 

 

Era indispensabile il finanziamento dell’intera organizzazione. In parte le formazioni vengono sovvenzionate da taluni capi, Pierotti per Pederobba e paesi limitrofi [32], Mantovani per Crespano. [33] Spesso sono autorizzati sequestri di alimenti da parte dei comandanti. Verso la fine di dicembre 1943 la brigata “Matteotti” effettuava presso Covolo di Piave, per opera del sergente maggiore Dei Rossi Giustiniano e Canil Giovanni, un carico di viveri.

 

 

Il comando brigata autorizzava pure in montagna prelevamenti forzati di burro, formaggi e salumi.[34]  Il dottor Luigi Toaldo, aiutante del maggiore Pierotti, ricorda nella sua relazione gli ottanta quintali di frumento sottratti all’ammasso a Cornuda, distribuiti, una parte alle “casere” di montagna sopra Monte Tomba, una parte a collaboratori perché trasformassero la farina in pane per i partigiani, dietro compenso di una quantità di grano in più.[35]

 

 

Quando le bande si spostavano in montagna, si presentavano difficoltà di rifornimento. Nell’ottobre, per il settore orientale del Grappa c’erano state promesse di aviolanci. A tale fine era stato stabilito un campo di lancio in Val delle Mure, ma gli aiuti non venivano. In mancanza di essi ogni notte si portavano coi muli i rifornimenti strettamente necessari.[36]

 

 

Basi di rifornimento per le formazioni di montagna sono i reparti di pianura. Abbiamo visto alla fine di settembre la funzione svolta dal battaglione “Silvio Pellico” in favore del “gruppo autonomo Garibaldi” di Campo Croce di Borso.[37]

 

 

Ci si chiede se siano i gruppi del Grappa a cercare quelli di pianura oppure se si verifichi il fenomeno inverso. In questi rapporti, l’utilità è reciproca. I gruppi di pianura vedono nelle bande di montagna un sicuro rifugio per gli elementi ricercati dalla polizia. Questa svolge una caccia continua, cerca soprattutto i capi, sicura che una volta eliminati, le formazioni si sarebbero disgregate.

 

 

Il 25 novembre, veniva arrestato a Padova Ludovico Todesco di Solagna, nelle carceri della città si incontra con altri capi partigiani del Grappa, con il sottotenente Armando Panno, Mondin Gentile, Pedalino Carmelo, arrestati ai primi di dicembre a Venezia e con il colonnello Bortolotto.[38]  Verranno scarcerati per opera di don Giuseppe Menegon, vicario di Loria.[39]

 

 

Il massiccio del Grappa e la lotta partigiana

 

 

Il rifugiarsi in montagna appariva come una valida soluzione per sottrarsi alla caccia della polizia. Il problema, di salire o meno sul Grappa con le formazioni, era sorto poco dopo l’8 settembre, e veniva discusso nell’incontro di Pierotti con il Bortolotto, avvenuto nella seconda quindicina di settembre.

 

 

La montagna poteva offrire in questi primi momenti una certa tranquillità, la possibilità per gli uomini di incontrarsi, di amalgamarsi, di riconoscersi meglio, di progettare una comune linea di azione. Lassù non c’era il timore di essere sorpresi, di essere continuamente braccati.

 

 

Tuttavia, ai fini della lotta partigiana, si rendeva necessaria una valutazione dei vantaggi e dei pericoli, che il massiccio poteva offrire. Delimitato ai lati dalle vallate longitudinali del Brenta e del Piave, l’occupazione degli speroni sovrastanti le medesime, lungo le quali corrono importanti strade e linee ferroviarie per il tedesco, presentava dei vantaggi indubbi in azioni di sabotaggio.

 

 

Ma il progetto di svolgere una attività di guerriglia lungo tutta la pedemontana, facendo del Grappa la base, era guardato con diffidenza dai capi più esperti. Il dottor Luigi Toaldo conferma il proposito, manifestato dal Pierotti, che sosteneva essere il massiccio facilmente aggirabile, di non mandarvi nessuno, ad eccezione di coloro che non potevano vivere in pianura perché ricercati.[40]

 

 

Per quanto riguarda il versante meridionale del massiccio, i timori aumentano. Il CLN di Vicenza preferisce inviare i suoi uomini sull’altopiano di Asiago, oppure alla Garemi, sopra Schio, ritenendo il Grappa poco sicuro. Antonio Lievore, membro del CLN di Vicenza in rappresentanza del PCI, così riporta le impressioni di un capitano slavo esperto di guerriglia: “Non sognatevi di creare delle bande partigiane su quel monte, perché una delle prime necessità della lotta partigiana è il bosco e l’acqua”.[41]

 

 

La montagna infatti è quasi totalmente priva di sorgenti naturali. E’ percorsa e unita alla pedemontana da numerose vie di comunicazione, costruite durante la guerra 1915-1918: la strada Cadorna (Bassano-Romano-Cima Grappa), con diramazioni che raggiungono Col Moschin, Campo Solagna, la strada Giardino (Semonzo – Campo Croce – Monte Meda – Monte Grappa), la Campo Solagna – Monte Tomba.[42]

 

 

Il massiccio stesso a forma quadrangolare, ben delimitato, rende arduo in caso di attacco uno “sganciamento”. Notevoli difficoltà di ordine climatico si profilano nella stagione invernale. La parte più elevata della montagna rimane coperta di neve per cinque mesi all’anno.[43] Gli uomini sono costretti a ritornare nelle loro case durante il periodo di innevamento.

 

 

Nell’inverno 1943-44, il Grappa risulta quasi totalmente abbandonato dai partigiani, ad eccezione di uno sparuto gruppo di uomini, ma a quanto si può desumere, costituito da ex prigionieri e da elementi, che sotto il nome di partigiani, si dedicavano esclusivamente a compiere razzie e ruberie per il proprio tornaconto.[44]

 

 

E’ questa una piaga che, sviluppandosi, creerà in mezzo alla popolazione, spesso ben disposta verso gli uomini della montagna, soprattutto perché tra di essi ha i propri parenti, diffidenza e rancore. Un gruppo che di notte andava razziando in pianura nelle case di poveri contadini, incontratosi con il maggiore Pierotti e i suoi, viene immediatamente giudicato e passato per le armi.[45]

 

 

L’evoluzione del settore sud-est durante l’inverno 1943-44

 

 

Tra la fine di dicembre e i primi di febbraio, le formazioni, costituitesi lungo la destra Piave e verso la pedemontana di sud-est con diramazioni in pianura, subiscono numerosi mutamenti.

 

 

Certamente il territorio, sul quale Pierotti continua ad esercitare la propria influenza, è assai vasto. All’inizio dell’inverno la zona di Pederobba continua ad essere sotto il suo comando, mentre la zona di Caerano San Marco, con a capo Publio Corradi, dipende direttamente dal colonnello Sassi.

 

 

Ma il trasferimento di quest’ultimo nel milanese segna un nuovo mutamento. Il rifiuto di Publio Corradi di ritornare agli ordini del Pierotti, la tendenza all’autonomia dei singoli gruppi, facenti parte delle due zone, lasciano molti vuoti. Si forma così, con gli uomini rimasti, il “gruppo Piave”, con Pierotti comandante, Gigi aiutante maggiore, tenente Renzo Zambon e tenente Berto Rizzo come uomini di punta; dal “gruppo Piave” si sviluppa la brigata “Italia Libera”.[46]

 

 

I continui mutamenti, il sorgere di nuove formazioni, il loro suddividersi, se sono una conferma della validità dei gruppi stessi, d’altra parte risultano nocivi ai fini della lotta partigiana. Accanto alla necessità di quadri militari dotati di esperienza, ma anche di autorità, c’è il dovere della disciplina, che deve diventare autodisciplina per ogni partigiano. Le formazioni della futura brigata “Italia Libera”, svolgono la loro attività, prima attraverso la propaganda a mezzo di manifesti e con la distribuzione di emblemi e scritti e poi con azioni di guerriglia vera e propria.

 

 

Ottobre 1943

4- Rottura dei fili telefonici e telegrafici in località Santa Maria di Quero, nonché fra Onigo e Pederobba.

 

Novembre 1943

15 – Per cinque notti consecutive furono sottratti, in avverse condizioni atmosferiche, ingenti quantitativi di esplosivo a Monfumo e ad Asolo.

 

Dicembre 1943

16 – Attacco alla caserma fascista di Paderno (un maresciallo morto e tre feriti tra i fascisti)

 

Il mese di gennaio è invece contrassegnato da una pausa, dovuta all’opera di riorganizzazione.

Nel febbraio l’attività riprende frenetica con numerosi atti di sabotaggio.

21 – Fatti saltare due piloni dell’energia elettrica ad Alano.

22 – Asportazione di quattro quintali di dinamite.[47]

 

 

Molte le azioni compiute dal gruppo Pierotti, il più attivo lungo la fascia pedemontana. Oltre i colpi di mano tipici della guerriglia i componenti di queste squadre riescono a rifornirsi di esplosivo e a compiere pure attacchi frontali contro i piccoli presidi nazifascisti. Certamente ciò si deve alla presenza di veri quadri militari dotati di notevole esperienza. (continua)

 

Note

1) Archivio Istituto della Resistenza nelle Tre Venezie di Padova, b.16, relazione della brigata "Italia Libera Archeson" del maggiore Pierotti, pp.1 - 2

2) A. Colognese, Venti mesi di lotta partigiana, Feltre 1945, p.22

3) A.I.S.R.V.P., b.41, fasc. 3, pp. 1-2 parzialmente pubblicate in G.CORELTTO, Masaccio e la reistenza tra Brenta e Piave, pp. 40 -41, Venezia 1965.

4) A.I.S.R.V.P., b.14, doc. 1.

5) T. TESSARI, Le origini della resistenza militare nel Veneto, settembre 1943 - aprile 1945, Venezia, p.15.

6) A.I.S.R.V.P., b.16, relazione della brigata "Italia Libera Archeson del maggiore Pierotti", p.3.

7) T. TESSARI, op, cit., pp. 14-15.

8) T. TESSARI, op. cit., pp. 19 -20.

9) A. COLOGNESE, op. cit., p. 23.

10) A.I.S.R.V.P., n.16, relazione della brigata "Italia Libera Archeson" del maggiore Pierotti, pp. 3-4.

11) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 62, p. 1

12) G.BOCCA, Storia dell'Italia partigiana, settembre 1943 maggio 1945, Bari 1966, p.17.

13) A.COLOGNESE, op. cit., pp. 16-19.

14) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 62, p.2.

15) Testimonianza della signora Mantovani-Marchetti di Crespano, in data 18 novembre 1970.

16) Testimonianza dell'ingegnere Zardo Antonio di Crespano, in data 20 ottonre 1970.

17) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 61, p.1, parzialmente pubblicato in G.CORLETTO, op.cit., p.27.

18) Testimonianza dell'insegnante Danieli Maria di Crespano, in data 2 dicembre 1970.

19) Testimonianza dell'ingegnere Zardo Antonio di Crespano, in data 20 ottobre 1970.

20) A.I.S.R.V.P., b. 41, fasc.3, pp. 3-4.

21) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 51.

22) A.I.S.R.V.P., b.41, fasc. 3, p.4.

23) A.I.S.R.V.P., Orfeo Vangelista, Guerriglia a nord, dattiloscritto, p.4.

24) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 19, p. 1.

25) A.I.S.R.V.P., Orfeo Vangelista, op.cit., pp.5-7-9.

26) A.I.S.R.V.P., b.41, fasc.3, p.1.

27) A.I.S.R.V.P., b.14, doc.3.

28) A. COLOGNESE, op. cit., p.14.

29) A.I.S.R.V.P., b.14, doc. 1.

30) A.I.S.R.V.P., b.16, relazione della brigata "Italia Libera di Archeson del maggiore Pierotti", p.1.

31) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 61, doc. 62.

32) A.I.S.R.V.P., b.16, relazione della brigata "Italia Libera di Archeson del maggiore Pierotti", p.2.

33) Testimonianza della signora Mantovani-Marchetti di Crespano, in data 20 ottobre 1970.

34) A.I.S.R.V.P., b. 41, fasc. 3, p.5.

35) A.I.S.R.V.P., relazione del dott. Luigi Toaldo, Atti Convegno di Castelfranco 10 marzo 1968, p.145.

36) A.I.S.R.V.P., relazione del dott. Luigi Toaldo, Atti, cit., p.144.

37) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 19, p.2.

38) A.I.S.R.V.P., b.42, doc. 62, p.1.

39) G.CORLETTO, Masaccio e la Resistenza tra Brenta e Piave, Venezia 1965, op.cit., pp.33-34.

40) A.I.S.R.V.P., relazione del dott. Luigi Toaldo - Atti - Convegno di Castelfranco 10-3-68, p.143.

41) A.I.S.R.V.P., relazione di Antonio Lievore - Convegno di Castelfranco, 10 marzo 1968.

42) A. F. CELOTTO, Monte Grappa, p.27.

43) A. F. CELOTTO, op. cit., p.25.

44) M. BERNARDO, Il momento buono. Il movimento garibaldino bellunese nella lotta di liberazione del Veneto, Roma 1969, p.52.

45) T. TESSARI, Le origini della resistenza armata nella zona del Grappa e di Castelfranco Veneto, dalla rivista IL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE IN ITALIA, n.95 aprile-giugno 1969, fasc.2, pp.24-25.

46) A.I.S.R.V.P., b. 41, fasc.3, pp.2-3.

47) A.I.S.R.V.P., b.16, brigata "Italia Libera di Archeson del maggiore Pierotti", pp. 5-6-7.


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