Il ritiro dall'Afghanistan vent'anni dopo l'11/9; sconfitta tattica o vantaggio strategico?

 

 

di Gabriele Natalizia e Marco Valligi

 

 

Le ragioni del ritiro degli Stati Uniti – e dei loro alleati – dall’Afghanistan a venti anni dalla tragedia dell’11/9 sono da rintracciare nella parte più politicamente onesta del discorso di Joe Biden del 20 agosto, quella in cui il Presidente spiegava che sulla superpotenza incombono ormai ben altre minacce che non quella dei talebani e di al-Qaeda. Nella parte meno sincera, invece, spiegava come il ritiro è stato giustificato dal fatto che lo scopo della missione – debellare il network jihadista di Osama bin Laden dal paese – fosse stato già raggiunto.

 

 


Un passaggio poco fortunato con cui ha provato a far dimenticare come – almeno dal 2003 – il paese era stato ricompreso nel più ampio progetto di ingegneria costituzionale dell’esportazione della democrazia e che con il surge del 2009 – di cui Biden fu tra i maggiori avversari all’interno dell’amministrazione Obama – era stato messo proprio l’accento sulla componente non militare dell’operazione, quella dello state-building. 

 

 

Per tornare, quindi, alle cause profonde della decisione di ritirarsi, di cui si è tanto parlato in questi mesi, occorre partire da una premessa. A dispetto di quanto dichiarato da Biden nel discorso del 31 agosto, la partenza dall’Afghanistan non rappresenta un «successo straordinario». Non è un successo l’abbandono di tutte le basi nel paese, che costringerà gli Stati Uniti a realizzare – se dovranno – azioni di spionaggio, operazioni militari e progetti umanitari dall’esterno.

 

 

Non sono un successo le 183 vittime (tra cui 13 soldati americani) dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto, che hanno macchiato indelebilmente un’operazione di evacuazione già di per sé caotica e segnata da momenti disperati (si pensi alle immagini del neonato affidato dai genitori ai marines o delle persone legate ai C- 17). Ma soprattutto non è un successo la diffusa rappresentazione di un mondo occidentale – e soprattutto della sua potenza leader – in ritirata, che non contribuisce – per usare un eufemismo – alla legittimità internazionale della leadership statunitense.

 

 

Ciò nonostante, in strategia talora è necessario accettare di perdere una battaglia, anche in modo disonorevole, per vincere la guerra. Non è raro, infatti, che la prima costituisca un doloroso costo tattico, funzionale a ottenere  un obiettivo strategico. La “guerra” – o più esattamente – la competizione in cui oggi gli Stati Uniti si trovano coinvolti è quella con la Cina e con la Russia e la posta in gioco è il mantenimento o il superamento dell’ordine internazionale a guida americana. Di conseguenza, se rispetto al 2001 sono cambiate le condizioni complessive del sistema internazionale, va da sé che oggi sono cambiate anche le intenzioni degli Stati Uniti e dei loro rivali.

 

 

Di fronte a minaccia di origine sistemica, la potenza egemonica ha generalmente tre opzioni tra cui scegliere per difendere lo status quo. Le prime due sono: sfidare apertamente le potenze revisioniste, oppure allargare ancor di più gli impegni per attestarsi su di un perimetro più facilmente difendibile. Le controindicazioni di queste scelte, d’altro canto, sono l’imprevedibilità della competizione per la prima e la sovra-estensione imperiale per la seconda.

 

 

Negli anni Dieci, tuttavia, a dispetto del colore delle amministrazioni, gli Stati Uniti sembrano aver preferito una terza via: circoscrivere gli impegni a quelli ritenuti vitali per il conseguimento dell’interesse nazionale. Anche questa scelta, però, non è esente da rischi. In particolare, quello di apparire deboli agli occhi dei propri avversari, alimentandone l’aggressività e accrescendone le ambizioni.

 

 

Quali vantaggi, dunque, potrebbero essere generati con il ritiro dall’Afghanistan rispetto alla sfida posta dalle potenze revisioniste? Anzitutto, sembra fragile il ragionamento secondo cui la credibilità americana sarebbe stata seriamente compromessa dalla ritirata dall’Afghanistan. Il paese, infatti, a partire dalla morte di Osama bin-Laden (2011) non costituiva più una priorità. Nei documenti strategici successivi, infatti, Washington si dichiara pronta ad affrontare ogni evenienza con tutti i mezzi a sua disposizione nel quadrante dal quale a suo avviso dipendono le sorti dell’ordine internazionale: l’Indo-Pacifico. Non in Asia centrale, insomma, andranno misurate da ora in avanti le promesse americane.

 

 

Come evidenziato da Stephen Walt su Foreign Policy, inoltre, il ritiro dall’Afghanistan produrrà un enorme risparmio di vite umane e risorse economiche. In venti anni l’America ha lasciato sul campo oltre 2.500 soldati e 3.800 contractors, nonché circa 1 trilione di dollari. Diversamente dai primi anni Duemila, a livello sistemico, il vantaggio del quale Washington gode sia su Pechino sia su Mosca va assottigliandosi.

 

 

Dunque, interrompere il drenaggio di risorse di un’operazione in un quadrante affatto vitale per gli USA costituisce un arretramento tattico forse capace di ledere la legittimità del primato americano, ma non per forza un errore strategico. Le risorse sinora bloccate in Afghanistan, infatti, potrebbero essere utilizzate proprio nella competizione nell’Indo-Pacifico e, in seconda battuta, in Europa, dove gli alleati di Washington si mostrano più irrequieti.

 

 

Il ritiro dal teatro di crisi afgano, infine, potrebbe produrre effetti contrari a quelli attesi da quanti si rifanno a una rappresentazione iper-semplificata degli effetti dei “vuoti di potere”. Gli Stati Uniti, infatti, come potenza sostanzialmente insulare possono decidere di abbandonare alcuni impegni “fuori area” senza subire conseguenze particolari, se non sul piano della reputazione. Al contrario, due potenze terrestri come la Cina e la Russia, non possono sottrarsi a un problema di sicurezza come quello posto da un paese come l’Afghanistan che si trova al centro della massa eurasiatica, pena la destabilizzazione della regione e di alcune porzioni del loro territorio (lo Xinjiang per la Cina e il Caucaso settentrionale per la Russia). Questo aspetto, in particolare, rappresenta forse la parte più spregiudicata della manovra americana.

 

 

Un coro di opinionisti si sta focalizzando sull’uscita di scena «non gestita» – questa l’espressione più utilizzata – delle forze americane. Nonostante Washington abbia subito altri smacchi eclatanti, si pensi alla Somalia, l’uscita di scena dall’Afghanistan pare a tal punto maldestra da sollevare qualche sospetto. Come noto, la vita politica internazionale oscilla tra ordine e caos.

 

 

Sinora, gli Stati Uniti hanno agito tendenzialmente a tutela dell’ordine, impegnandosi talora in teatri non vitali, a vantaggio di chi – libero dagli oneri della leadership mondiale – ha potuto concentrare le proprie risorse per accorciare le distanze da Washington, come nel caso di Pechino, oppure per risollevarsi dalla sconfitta nel confronto bipolare, come avvenuto per Mosca.

 

 

Impegnarsi ulteriormente in un’azione di state-building non avrebbe portato alcun giovamento a Washington nei riguardi dei suoi diretti antagonisti, anzi. Con gli Stati Uniti in campo, infatti, Cina e Russia non avrebbero trovato ragioni pragmatiche (di sicurezza) per impegnarsi in Afghanistan. Al contrario, avrebbero avuto buon gioco a continuare a fare free- riding, come confermato dalle loro immediate denunce del ritiro americano dal paese. Una condizione di caos, invece, potrebbe spingere le due potenze revisioniste a intervenire, investendo risorse in un quadrante decisivo per la loro sicurezza regionale e dei rispettivi confini, ma non vitale nella competizione globale.

(gentilmente concesso da - geopolitica.info)